Economia e finanza internazionale (CLEF)
Riassunto completo del corso
1. Economia internazionale
L’economia internazionale studia il modo in cui i diversi Paesi del mondo interagiscono e stringono relazioni tra loro. Questa interazione si sviluppa principalmente attraverso tre canali, che sono lo scambio di beni e servizi (il commercio vero e proprio), i flussi monetari e i flussi di investimento.
Per comodità, la materia viene divisa dagli economisti in due grandi sottoinsiemi, ovvero lo studio del commercio internazionale (che analizza gli scambi reali di merci) e lo studio dell'economia monetaria internazionale (che si concentra invece sugli aspetti finanziari, monetari e di macroeconomia aperta).
Se si guarda a una grande potenza come gli Stati Uniti, si nota che l’importanza del commercio estero in rapporto alla dimensione della loro economia è addirittura triplicata negli ultimi quarant'anni. Sia le esportazioni che le importazioni americane sono cresciute parecchio rispetto al PIL, anche se le importazioni sono aumentate a un ritmo decisamente maggiore.
Questo trend storico ha subito una brusca frenata solo nel 2020 durante la pandemia di Covid-19, quando si è registrato un crollo temporaneo sia degli acquisti che delle vendite all'estero. Tuttavia, rispetto agli Stati Uniti, gli altri Paesi del mondo mostrano una dipendenza ancora più forte dal commercio globale.
In quasi tutti i Paesi, infatti, lo scambio internazionale di beni ha un peso economico molto più rilevante rispetto a quanto avvenga in America. Il motivo è semplice, in quanto avendo un'economia interna gigantesca, gli Stati Uniti riescono a essere autosufficienti in molti settori e sono, in proporzione, meno integrati con il resto del pianeta.
I vantaggi dello scambio internazionale
Alla base del commercio internazionale c'è un'idea fondamentale, ovvero che lo scambio conviene sempre. Quando un venditore e un compratore avviano una transazione volontaria, entrambi ricevono qualcosa che desiderano e possono migliorare la propria condizione di partenza.
Si può pensare a un esempio pratico, come i consumatori norvegesi che, vivendo in un clima freddo, avrebbero enormi difficoltà a coltivare arance in patria. Grazie allo scambio internazionale, possono acquistarle da un Paese mediterraneo, mentre il produttore straniero riceve in cambio un reddito che potrà spendere per comprare i beni che desidera.
Un aspetto straordinario del commercio è che un Paese può guadagnare dallo scambio anche se è il produttore meno efficiente di qualsiasi bene. I produttori dei Paesi meno efficienti, infatti, riescono a rimanere competitivi sul mercato pagando salari più bassi.
In generale, il commercio aumenta l'efficienza complessiva di una nazione perché le permette di specializzarsi, portandola a esportare i beni la cui produzione utilizza le risorse abbondanti e a importare i beni la cui produzione utilizza le risorse scarse. Inoltre, la specializzazione consente alle imprese di produrre su larga scala, diventando più efficienti grazie alla possibilità di realizzare produzioni di massa.
I vantaggi non si fermano alle merci fisiche, poiché i Paesi possono trarre beneficio anche commerciando risorse correnti con risorse future (attraverso il dare e il prendere a prestito sui mercati) e attraverso i flussi migratori della forza lavoro. Perfino lo scambio di attività finanziarie rischiose (come azioni e obbligazioni) è utile, in quanto permette ai risparmiatori di diversificare i rischi e rendere più stabile il proprio reddito.
Tuttavia, c'è un risvolto della medaglia, poiché sebbene il commercio porti un beneficio ai Paesi nel loro insieme, può danneggiare specifici gruppi sociali all'interno di ciascuna nazione. L’apertura ai mercati esteri colpisce negativamente i titolari delle risorse che vengono utilizzate intensivamente nei settori che competono con le importazioni, dimostrando che il commercio ha effetti profondi sulla distribuzione del reddito all'interno dei confini nazionali.
La struttura dei flussi e l'impatto delle politiche pubbliche
Perché un Paese esporta un determinato prodotto invece di un altro? In alcuni casi la risposta è legata alla geografia, poiché le differenze nelle condizioni climatiche e nelle dotazioni naturali di risorse spiegano facilmente perché il Brasile esporti caffè e l’Arabia Saudita venda petrolio.
Diventa più complesso spiegare perché il Giappone sia un grande esportatore di automobili mentre gli Stati Uniti eccellano nell'esportazione di aerei. Per risolvere questo enigma, gli economisti si rifanno a due spiegazioni, che sono le differenze nella produttività del lavoro (secondo la teoria dei vantaggi comparati di David Ricardo nel diciannovesimo secolo) e il modo in cui le dotazioni relative di capitale, lavoro e terra sono utilizzate nella produzione di beni diversi (secondo le teorie più recenti del ventesimo secolo).
La storia mostra che l'atteggiamento dei governi verso questi flussi commerciali è cambiato radicalmente nel tempo. Fin dal sedicesimo secolo i moderni Stati nazionali hanno cercato di difendere la prosperità dei settori domestici attraverso politiche di limitazione alle importazioni o di concessione di sussidi alle imprese interne.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale si è passati a una rimozione delle barriere doganali per favorire il libero scambio, con la convinzione che l'integrazione avrebbe favorito la pace nel mondo, come testimoniano i numerosi accordi commerciali (tra cui il NAFTA o l'Uruguay Round, da cui nacque poi il WTO).
A partire dal 1999 si è assistito invece al rafforzamento progressivo di un movimento anti-globalizzazione e allo sviluppo del dibattito sul protezionismo (si veda il caso del Regno Unito con l'uscita dall'Unione Europea votata nel 2016).
L'analisi economica mostra chi guadagna e chi perde in seguito alle politiche governative di contingentamento delle esportazioni o di sussidio alle esportazioni, mettendo in luce tre grandi verità, ovvero che i conflitti d'interesse contano più all'interno di un Paese che tra Paesi diversi, che il commercio è determinante nella distribuzione del reddito interno e che il potere di alcuni gruppi di interesse influisce sulle politiche commerciali di un governo a scapito dell'interesse complessivo della nazione.
Moneta, cambi e mercati dei capitali
Per comprendere appieno lo stato di salute economica di una nazione è necessario analizzare la sua bilancia dei pagamenti. Questo documento va studiato inserendolo nel contesto di un'analisi economica generale, che lo includa nell'esame degli investimenti esterni da parte delle multinazionali, nel rapporto stretto tra le transazioni internazionali e la contabilità nazionale, e negli aspetti di politica monetaria internazionale.
Questa analisi ricopre una particolare importanza soprattutto per gli Stati Uniti, a causa degli enormi disavanzi commerciali accumulati a partire dal 1982.
Un fattore che complica le relazioni internazionali è che spesso Paesi diversi utilizzano monete diverse (l’euro rappresenta un'eccezione, essendo la divisa comune di molti Paesi europei). Entrano così in gioco i tassi di cambio, che rientrano nell'ambito dell'economia internazionale e sono fondamentali per la maggior parte dei governi poiché misurano in che rapporto la valuta domestica può essere scambiata con la valuta estera.
Questo meccanismo influenza direttamente il costo dei beni denominati in valuta estera (le importazioni) sul mercato nazionale e il costo dei beni denominati in valuta nazionale (le esportazioni) sui mercati esteri. Nel mondo attuale, alcuni tassi di cambio sono flessibili (per i più importanti il valore cambia sui mercati finanziari minuto per minuto), mentre altri sono tenuti fissi dai governi per determinati periodi di tempo.
Dato che si vive in un'economia mondiale fortemente integrata, le politiche economiche di un Paese influenzano in genere anche gli altri Paesi, e questo richiede un coordinamento internazionale delle politiche economiche. Per oltre settant'anni le politiche del commercio internazionale sono state regolate dal GATT e poi dall'Organizzazione Mondiale del Commercio, mentre il coordinamento delle politiche macroeconomiche è una storia molto più recente e incerta.
A fare da collante a tutto questo sistema ci pensa il mercato internazionale dei capitali, che collega tra loro i mercati finanziari dei vari Paesi, tiene conto delle regolamentazioni dei singoli Stati sugli investimenti stranieri ed è influenzato dalle fluttuazioni delle valute (il più importante di questi mercati è storicamente quello degli eurodollari di Londra).
Esempi evidenti dell'importanza del mercato internazionale dei capitali sono la bolla speculativa del 2007 (partita dagli Stati Uniti e diffusasi rapidamente in Europa), lo sviluppo di massicci investimenti giapponesi negli Stati Uniti negli anni Ottanta, e il deposito nelle banche di Londra o New York dei profitti realizzati dai produttori di petrolio durante gli anni Settanta.
Ecco la parafrasi del nuovo blocco sul commercio internazionale e sul modello gravitazionale, strutturata come un discorso continuo, in stile impersonale (senza la prima persona plurale), senza trattini o elenchi puntati, e utilizzando le virgole e le parentesi tonde per unire i concetti.
2. Commercio internazionale
La struttura dei partner commerciali globali
L’analisi dei dati sui flussi commerciali mette in luce una forte concentrazione degli scambi mondiali attorno a pochi, grandissimi attori globali. Se si osservano gli Stati Uniti nel 2021, i loro 5 principali partner commerciali erano l'Unione Europea, il Canada, il Messico, la Cina e il Giappone, con una rilevanza tale che i primi 20 partner coprivano da soli l'83% del valore del commercio totale americano.
Una situazione speculare si riscontra per l'Unione Europea nello stesso anno, i cui 5 partner principali erano la Cina, gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Svizzera e la Russia, e dove i primi 20 partner controllavano l'80% degli scambi complessivi europei.
Questo fenomeno solleva una domanda spontanea, soprattutto se si nota che tra i primi 15 partner degli Stati Uniti figuravano tre nazioni europee specifiche, ovvero la Germania, il Regno Unito e la Francia. Il motivo per cui il commercio americano si concentra proprio su questi Paesi, che non a caso possiedono i maggiori Prodotti Interni Lordi (PIL) d’Europa, trova una spiegazione scientifica all'interno delle teorie economiche internazionali.
Il modello gravitazionale e i fattori che influenzano lo scambio
Per decifrare queste dinamiche si utilizza il cosiddetto modello gravitazionale, una teoria che spiega i flussi commerciali basandosi su una serie di variabili economiche e geografiche, a partire dalla dimensione economica. La ricchezza di un Paese (misurata dal suo PIL) è infatti direttamente correlata al volume delle sue importazioni e delle sue esportazioni, poiché le economie più grandi producono una quantità maggiore di beni e servizi (avendo più merci da vendere all'estero) e generano più reddito (permettendo ai propri residenti di acquistare e importare più prodotti dall'esterno).
Il secondo fattore cruciale è la distanza tra i mercati, la quale influenza pesantemente i costi di trasporto, il prezzo finale delle merci e la facilità di instaurare contatti personali e comunicazioni dirette. Le stime empiriche indicano che un aumento dell'1% nella distanza tra due Paesi provoca una contrazione del volume degli scambi compresa tra lo 0,7% e l'1%.
A queste variabili si aggiungono l'affinità culturale (i legami storici o linguistici favoriscono le relazioni commerciali), la geografia (la presenza di sbocchi sul mare e l'assenza di grandi barriere montuose agevolano i trasporti), l'azione delle imprese multinazionali (che muovono costantemente componenti e prodotti tra le loro diverse affiliate sparse nel mondo) e l'effetto dei confini.
Attraversare un confine nazionale comporta infatti formalità burocratiche che richiedono tempo e costi monetari espliciti, come i dazi doganali. L’esistenza stessa di una frontiera si associa spesso a differenze linguistiche o all'utilizzo di valute diverse, tutti elementi che agiscono come costi impliciti capaci di ridurre i flussi commerciali complessivi.
Matematicamente, la formula standard del modello gravitazionale è:
In questa equazione rappresenta il valore totale del commercio tra il Paese e il Paese, la lettera indica una costante numerica, e esprimono i rispettivi PIL delle due nazioni, mentre rappresenta la distanza geografica che le separa. In una versione più elastica e generalizzata, il modello viene scritto applicando degli esponenti alle variabili:
In questa formulazione i parametri possono assumere valori diversi da uno, , , permettendo di calcolare con precisione l'impatto specifico di ogni singolo elemento.
Accordi commerciali, tecnologia e l'impatto della storia
Il modello gravitazionale si rivela uno strumento eccellente sia per prevedere i flussi di commercio effettivi sia per quantificare l'efficacia reale degli accordi commerciali, i quali nascono proprio con l'obiettivo di abbattere dazi e burocrazia per intensificare gli scambi.
Attraverso questo modello si può verificare se un trattato stia aumentando i volumi di scambio tra i Paesi firmatari rispetto a quanto si prevedrebbe teoricamente calcolando solo il loro PIL e la loro distanza.
Un esempio storico rilevante è il NAFTA (l'accordo di libero scambio siglato nel 1994 tra Stati Uniti, Messico e Canada). Grazie a questa intesa e alla contiguità geografica, il volume degli scambi degli Stati Uniti con i propri vicini del Nord e del Sud è nettamente superiore, in rapporto al PIL, rispetto a quello registrato con le nazioni europee.
Ciononostante, il confine mantiene una sua forza frenante, come dimostrano i dati sul commercio americano con la provincia canadese del British Columbia, dove l'esistenza della frontiera riduce sensibilmente gli scambi potenziali nonostante la vicinanza e la lingua comune.
Se si analizza l'evoluzione storica, si nota che l'effetto negativo della distanza si è progressivamente ridotto nel tempo grazie alle moderne tecnologie di trasporto e comunicazione (l'invenzione della ruota, della vela, delle ferrovie, del telegrafo, del motore a scoppio, delle automobili, degli aerei, fino ad arrivare ai computer, a Internet, alla fibra ottica e ai sistemi GPS). Tuttavia, la storia dimostra che i fattori politici e gli eventi bellici influenzano la struttura degli scambi molto più delle innovazioni tecnologiche.
Il commercio globale, dopo essere cresciuto rapidamente tra il 1870 e il 1913, ha subito un pesantissimo arresto nei decenni segnati dalle due guerre mondiali e dalla Grande Depressione. La ripresa, iniziata timidamente intorno al 1945, ha impiegato molto tempo per consolidarsi, tanto che i livelli di apertura commerciale precedenti alla prima guerra mondiale sono stati recuperati solo nel 1970.
Da quell'anno in poi, il commercio internazionale in percentuale al PIL è cresciuto a ritmi straordinari e senza precedenti storici.
La composizione dei flussi e il fenomeno dell'offshoring
Parallelamente alla crescita dei volumi, si è assistito a una profonda mutazione della composizione delle merci scambiate. Oggi la maggior parte del commercio mondiale è dominata dai beni manufatti (che coprono il 53% del totale e includono automobili, computer, abbigliamento e macchinari), seguiti dai servizi (al 23%, comprensivi di trasporti, assicurazioni, consulenze legali e turismo), dai prodotti minerari e combustibili (al 10%) e dai prodotti agricoli (all’8%).
In passato la situazione era completamente ribaltata, poiché i prodotti della terra e le materie prime dominavano la scena. Nel 1910, ad esempio, sebbene il Regno Unito importasse materie prime ed esportasse manufatti, gli Stati Uniti compravano e vendevano quasi esclusivamente prodotti agricoli e minerari.
Al contrario, all'inizio degli anni duemila, i beni industriali sono diventati la voce principale per entrambe le nazioni. Questa trasformazione ha coinvolto profondamente anche i Paesi in via di sviluppo e il Terzo Mondo, modificando radicalmente i loro flussi di esportazione (nel 1960 circa il 58% delle loro vendite all'estero era legato all'agricoltura e solo il 12% all’industria, mentre nel 2001 i beni manufatti sono balzati al 65% e i prodotti agricoli sono scesi ad appena il 10%).
In questo contesto moderno si inserisce il fenomeno dell'offshoring (o outsourcing) dei servizi, che si verifica quando un'impresa decide di trasferire alcune attività produttive all'estero. Questo meccanismo riguarda principalmente quelle prestazioni che possono essere erogate per via telematica a grande distanza senza che vi sia una perdita di qualità (l’esempio classico è quello dei call center o dell'assistenza clienti, in cui l'operatore può trovarsi a migliaia di chilometri dal cliente).
Attualmente l'offshoring dei servizi non rappresenta una quota gigante del commercio complessivo. Esiste infatti una netta distinzione tra i lavori definibili come “commerciabili” (che possono essere forniti a distanza e sono quindi a rischio delocalizzazione) e la stragrande maggioranza dei servizi che rimangono “non commerciabili”, poiché richiedono la presenza fisica e la vicinanza del fornitore al cliente, restando così protetti da questo fenomeno.
Tutti questi cambiamenti strutturali hanno modif
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