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Lo stato - definizione

Stato è il nome dato ad una particolare forma di organizzazione del potere caratterizzata dall’esercizio della forza legittima per imporre il proprio potere nell’ambito di un determinato territorio e si avvale di un apparato amministrativo per svolgere le proprie funzioni.

Lo Stato moderno nasce e si afferma in Europa tra il XV e il XVII secolo e si differenzia dalle altre forme di potere per due caratteristiche:

  • Una concentrazione del potere di comando legittimo esercitato da un’unica autorità in un determinato territorio.
  • La presenza di un’organizzazione amministrativa stabile in cui opera una burocrazia professionale.

Il termine Stato ha visto il suo maggior successo nell’opera Il Principe di Machiavelli del 1513, in cui si afferma che “Tutti gli Stati e tutti i domini che hanno avuto e hanno impero sugli uomini sono repubbliche o principati”.

Lo Stato nasce principalmente come reazione all’eccessiva frammentazione politica e sociale che caratterizza il sistema feudale, la cui base è costituita dal rapporto vassallo-signore. Il signore concede al vassallo parte della sua proprietà, il feudo. Il feudo diventa per il vassallo la fonte del suo sostentamento e il suo ambito di esercizio del potere, ma, allo stesso tempo, in cambio del feudo stesso deve corrispondere al signore delle garanzie da punto di vista militare e finanziario. Nel momento in cui il feudo diviene prerogativa del vassallo, esso entra di fatto a far parte del suo casato, perciò diviene ereditabile, cedibile e alienabile. Il vassallo può, quindi, decidere di affidare parte del suo possedimento ad altri vassalli, che diventano vassalli minori. Essi sono in qualche modo collegati al signore, ma non garantiscono a quest’ultimo le garanzie che richiede, essendo i rapporti di tipo personale ed essendo molto forte la dispersione del potere.

Essa è ulteriormente accentuata dal modo in cui la società feudale è strutturata: la collettività è divisa in categorie quali possono essere la famiglia (famiglia clan), le corporazioni legate allo svolgimento di un determinato mestiere, le associazioni politiche e religiose. Ognuno di questi gruppi possiede un proprio ordinamento, per cui è presente una pluralità di ordinamenti. Poiché un soggetto può appartenere a diverse categorie sociali, può essere sottoposto a diversi ordinamenti, generando confusione, contrasto, contrapposizione.

In secondo luogo, le comunità fondamentali, i ceti, operavano direttamente nei rapporti con il principe, cercando di difendere nel processo decisionali le leggi tradizionali e consuetudinarie. Di contro, il principe aveva bisogno del sostegno dei ceti per avere approvate le sue richieste di tipo finanziario.

Di fronte a questa forte frammentazione, si è cercato di dare alla società ed alla politica uno stampo unitario, ponendo nelle mani di un solo soggetto tutte le prerogative. Questa situazione è esacerbata dalle lotte di religione che colpirono l’Europa tra il 1378 e il 1417, generando paure, guerre e povertà. Di qui la spinta della società a realizzare la propria necessità di unità.

Sovranità

Lo stato nasce in risposta all’elevata frammentazione politica e sociale del sistema feudale. Secondo la Scienza Politica, lo Stato può essere definito come un apparato organizzativo stabile che ha il monopolio della forza legittima su un determinato territorio. Affinché lo Stato possa assolvere le sue funzioni, è necessario un elemento che serva ad inquadrare questa sua caratteristica: la sovranità.

La sovranità è composta da due elementi:

  • Sovranità interna: presuppone che nello Stato possano esistere diversi centri di potere, ma che nessuno di essi può essere considerato pari o superiore allo Stato.
  • Sovranità esterna: implica che lo stato debba necessariamente essere indipendente e autonomo rispetto agli altri, in modo da esercitare le proprie funzioni in parità con gli altri centri di potere.

Il principale teorico della sovranità fu Hobbes, di cui ne parla nella sua opera Il Leviatano. Egli afferma che inizialmente la società si trovava in una condizione denominata stato di natura, nella quale ogni uomo era contro ogni altro uomo, vi era una condizione di guerra perenne e gli uomini erano in uno stato di isolamento e di terrore. Stanchi di tale assetto, gli individui hanno poi deciso di porre fine a tale stato di natura, rinunciando al potere che ognuno di essi possedeva ed usava per prevaricare, affidandolo in capo ad un solo soggetto o ad un gruppo di soggetti: l’autorità.

Nel momento in cui si definisce il concetto di sovranità, però, occorre anche definire chi nella concretezza ha il compito di esercitarla. A questo proposito sono state elaborate tre teorie:

  • La teoria della persona giuridica Stato: lo Stato viene definito come un soggetto titolare della sovranità. Questa visione poteva adempiere a due funzioni:
    • Negli Stati di recente unità nazionale poteva servire a dare una legittimazione oggettiva allo Stato stesso, poiché sovrano non era una persona fisica come il Re al quale in qualche modo i sudditi appartengono, ma il potere era attribuito ad un’entità astratta.
    • Si eliminava il contrasto tra il principio monarchico e quello popolare. Secondo lo Statuto Albertino, sovrano non era né il Re né il popolo, ma lo Stato personificato.
  • La teoria della Nazione: con la quale la sovranità viene esercitata da un ente collettivo, che consente alla società di sentirsi parte di un insieme in cui si stabiliscono legami tra i soggetti basati sulla condivisione di ideali, tradizioni e legami di sangue. Visione opposta allo Ancien Règime (lo stato assoluto) che era basato sull’identificazione dello Stato con la persona del Re (Luigi XIV: lo Stato sono io). Si tratta di una delle principali invenzioni del costituzionalismo francese successivo alla rivoluzione di cui troviamo anche espressione nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino (art 3) “la sovranità appartiene alla Nazione da cui emanano tutti i poteri”. Il concetto di Nazione, dunque, poneva fine alle divisioni interne alla società, precedentemente intesa composta da gruppi distinti tra loro. Ora, invece, si pone accento sull’individuo, contrapposto alla concezione comunitaria della società.
  • La teoria della sovranità popolare: le due precedenti teorie hanno cercato di bloccare la diffusione di quest’ultima. Elaborata da Rousseau, essa si caratterizzava dalla visione della società come un insieme indistinto ed omogeneo di soggetti, i cui interessi erano caratterizzati da stesse necessità e stesse visioni, per cui si aveva una visione indistinta della società stessa. Essa doveva far valere le proprie istanze direttamente con il potere politico, senza far riferimento alla mediazione dei propri rappresentanti, assetto che è, invece, alla base del sistema rappresentativo.

Una certa visione accomunava queste tre teorie: il rifiuto di una legge superiore che potesse eliminare la sovranità. Nonostante esistessero dei freni al potere politico, si trattava pur sempre di autolimiti che il sovrano imponeva a se stesso e che poteva rimuovere a suo piacimento.

Nuove tendenze della sovranità

Il costituzionalismo del Novecento, soprattutto nel secondo dopoguerra, ha visto la generalizzata affermazione del principio della sovranità popolare. La costituzione italiana afferma che: la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della costituzione. Seppure con formulazioni diverse, il principio di sovranità popolare è contenuto in quasi tutte le costituzioni moderne. Tuttavia, esso ha perduto il carattere di assolutezza che aveva nel secolo precedente, principalmente per tre circostanze.

La prima è che la sovranità popolare non si esercita direttamente, ma è inserita in un sistema rappresentativo basato sul suffragio universale. Fondamentale risulta che il potere si eserciti mediante consenso popolare, espresso principalmente durante le elezioni. Non è più sufficiente la legittimazione di carattere legale-razionale, non basta che il potere sia sottoposto al diritto perché sia considerato legittimo.

La seconda circostanza è data dalla diffusione delle Costituzioni rigide. Esse hanno un’efficacia superiore alla legge e per essere modificate si devono mettere in atto procedure molto complesse. La preminenza della costituzione viene, di regola, garantita dall’opera di una Corte Costituzionale. Il potere politico, quindi, nel suo esercizio è sottoposto a limiti imposti dal diritto difficilmente superabili.

Tutto ciò costituisce una risposta all’affermazione del pluralismo politico e sociale. Quando la società è caratterizzata da una pluralità non solo di individui ma anche di interessi e di istanze differenti e quando nessun gruppo sociale e politico gode di una certa preminenza, si cerca in tutti i modi di avere garanzie della propria esistenza ed il mantenimento di condizioni di parità nella competizione politica. Perciò i limiti e i principi imposti dalla Costituzione devono prevalere sulla volontà di chi detiene il potere politico, al fine di tutelare le minoranze e i diritti fondamentali.

Sovranità e organizzazione internazionale

La terza tendenza che concorre a limitare la sovranità è costituita dall’affermazione di organizzazioni internazionali. Tradizionalmente la sovranità esterna non conosceva altre limitazioni se non quelle scaturenti dagli accordi con gli altri Stati (i trattati internazionali). Con lo scoppio delle due guerre mondiali, si è compreso che tale sistema risultava fallimentare, perciò si è cercato di limitare la sovranità esterna degli Stati al fine di tutelare i diritti umani e garantire la pace. Questo processo si è avviato con la costituzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, l’ONU, il cui trattato istitutivo è stato approvato a San Francisco il 26 giugno 1945 e poi con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Tuttavia anche l’ONU si basa sul principio di sovrana uguaglianza degli stati, per cui vieta l’ingerenza negli affari interni dello Stato.

Diverso è, invece, il caso delle Organizzazioni sovranazionali il cui compito è proprio quello di limitare il potere statale. Esempi di tali organizzazioni sono: la CEE, la CECA, la CEEA tutte e tre raggruppate nella Comunità Europea prima e nell’Unione Europea poi con in Trattato di Maastricht del 1992. Gli Stati membri, tra cui anche l’Italia, hanno trasferito importanti competenze a queste organizzazioni, consentendo ad esse anche di produrre norme giuridiche che sono vincolanti per gli Stati e che spesso prevalgono sulle stesse normative statali; nonché il potere di adottare in certi campi (politica agricola e monetaria) decisioni che prima spettavano agli Stati. Per cui si può affermare che con la nascita delle Organizzazioni Sovranazionali, gli Stati abbiano trasferito importanti prerogative nelle loro mani che in origine spettavano solo ad essi, quali il potere normativo e il governo della moneta.

Territorio

La sovranità dello Stato è esercitata su un determinato territorio. Ciò implica che lo Stato eserciti il suo supremo potere di comando nell’ambito di una precisa delimitazione spaziale in modo indipendente da qualunque altro Stato. Perciò, se uno Stato dovesse tentare di imporre il proprio potere di comando sul territorio di un altro, allora verrebbe messa in discussione la sovranità di quest’ultimo, così come l’esistenza dello Stato stesso. Pertanto, la precisa delimitazione del territorio è condizione essenziale per consentire allo Stato l’esercizio della sovranità per assicurare agli Stati l’indipendenza reciproca. Oggi tutta la terraferma, ad eccezione dell’Antartide, è divisa in Stati, perciò il diritto internazionale ha elaborato un corpo di regole volte a determinare precisamente l’ambito territoriale di ognuno.

Secondo queste regole il territorio è costituito da:

  • Terraferma: è la porzione di territorio delimitata da confini che possono essere naturali (fiumi, catene montuose) o artificiali. Sono delimitati di regola da Trattati internazionali.
  • Acque interne comprese nei confini.
  • Mare territoriale: fascia di mare costiero interamente sottoposta alla sovranità degli Stati. Secondo un criterio tradizionale esso si estendeva fino al punto massimo in cui lo Stato poteva materialmente esercitare la sua forza. Poiché la gittata massima dei cannoni era di tre miglia, questa lunghezza fu per lungo tempo l’ambito di estensione del mare territoriale. Con lo sviluppo della moderna tecnologia bellica, che consente di inviare missili a migliaia di km di distanza, questa impostazione è superata. Oggi quasi tutti gli Stati fissano a 12 miglia marine il limite del mare territoriale, adeguandosi alla convenzione internazionale di Montego Bay del 10 dicembre 1982. Si tratta, però, di una soluzione non accettata da tutti gli Stati che prevedono un’estensione maggiore.
  • Piattaforma continentale: costituita dallo zoccolo continentale, ovvero da quella parte del fondo marino che circonda le terre emerse prima di sprofondare negli abissi marini. Gli Stati possono riservarsi l’utilizzo delle risorse naturali estraibili dalla stessa, assicurando, però, la libertà delle acque.
  • Lo spazio atmosferico sovrastante.
  • Navi e aeromobili battenti bandiera dello Stato quando si trovano in spazi non soggetti alla sovranità di alcuno Stato.
  • Dalle sedi di rappresentanze diplomatiche all’estero.

Tuttavia, bisogna ammettere che ora il rapporto tra lo Stato e il suo territorio non è più così intenso come un tempo. Lo Stato, infatti, ha perduto il controllo di alcuni fattori presenti in esso, i quali possono uscire ed entrare dai confini nazionali anche senza la sua volontà. L’indebolimento del controllo dello Stato sul suo territorio è dato principalmente dalla creazione di un mercato mondiale che consente lo spostamento con molta facilità dei fattori produttivi da un Paese all’altro: la globalizzazione.

Alla base della globalizzazione ci sono i seguenti fattori:

  • Lo sviluppo tecnologico nel campo della comunicazione e dei trasporti, che ha permesso il facile spostamento dei beni da un luogo all’altro.
  • La smaterializzazione delle ricchezze, per la quale si preferisce lo scambio di risorse finanziarie piuttosto che beni materiali.
  • L’accresciuta importanza strategica di beni immateriali quali la conoscenza.
  • Lo sviluppo dell’informatica che consente un veloce scambio di informazioni.
  • E la nascita di sistemi produttivi flessibili che consentono alle aziende di trasferirsi o di spostare parte del loro processo produttivo dove risulti più conveniente produrre.

Per queste ragioni, gli Stati sono sempre più soggetti a decisioni che vengono prese al di fuori dei suoi confini, ma che hanno su di esso conseguenze notevoli. In più, si realizza una competizione tra gli Stati, con l’intento di attrarre nel proprio territorio i capitali e risorse per aumentare la ricchezza. Di fronte a questa situazione, gli Stati si trovano davanti un’alternativa secca: chiudere le proprie frontiere al mercato internazionale con il rischio di indebolire la loro economia ed impoverirsi, oppure garantire la libertà di circolazione di beni e servizi, adeguandosi alla logica del mercato globale. Ma l’adesione alla seconda soluzione comporta la riduzione di importanti prerogative statali dal punto di vista delle scelte politiche, al fine di adeguare la sua struttura a ciò che desiderano gli operatori economici: bilancio economico sano, sufficienti prospettive di guadagno, pressione fiscale tollerabile, efficienza amministrativa, infrastrutture pubbliche.

Ciò è particolarmente evidente se si pensa al mercato unico europeo, il quale ha ridotto la rilevanza delle frontiere interne mediante la libera circolazione delle merci, dei capitali dei servizi e delle persone tra gli Stati membri dell’UE. Tuttavia, lo spazio senza frontiere interne comporta anche assicurare il controllo delle frontiere esterne e quindi anche il controllo dell’immigrazione degli Stati terzi (non UE).

Cittadinanza

La cittadinanza è uno status cui la Costituzione riconnette una serie di diritti e doveri. Tra i diritti annoveriamo quelli che fanno parte dell’esercizio della sovranità del popolo, in particolare i diritti politici, ovvero quelli connessi all’elettorato attivo e passivo. Tra i doveri costituzionali, invece, troviamo quelli volti ad esprimere la solidarietà fra i componenti di un’unica patria: obbedienza ai principi costituzionali e alla legge, contribuire alle spese pubbliche in ragione alla propria capacità contributiva, difendere la Patria, fedeltà alla Repubblica. La Costituzione afferma che nessun individuo può essere privato della cittadinanza per motivi politici, ma le modalità secondo le quali essa può essere acquisita, perduta o riacquistata sono disciplinate dalla legge.

La cittadinanza viene acquistata:

  • Con la nascita per:
    • Ius sanguinis, acquista la cittadinanza il figlio, anche adottivo, di padre o madre in possesso della cittadinanza italiana, qualunque sia il luogo di nascita.
    • Ius soli, acquista la cittadinanza colui che è nato in Italia da genitori ignoti o apolidi (privi di qualunque cittadinanza) o che, nato in Italia da genitori stranieri, non ottenga la cittadinanza dei genitori sulla base delle leggi dello Stato cui questi appartengono.
  • Lo straniero nato in Italia che vi ha risieduto senza interruzioni fino alla maggiore età.
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Scienze giuridiche IUS/09 Istituzioni di diritto pubblico

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GiGiu_ di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto pubblico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Parma o del prof Valenti Simonetta Anna.
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