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Glottodidattica

Glottodidattica: la scienza che si occupa dell’educazione linguistica, si è imposta come disciplina di studio indispensabile per chiunque voglia insegnare una lingua. Il mezzo e il fine coincidono: si insegna la lingua usando la lingua.

1. L’apprendimento di una lingua

L’apprendimento della lingua materna (L1) avviene in modo spontaneo, senza alcuno sforzo consapevole, e in un contesto cosiddetto “naturale”; l’insegnamento di una lingua straniera costituisce invece un tentativo di intervenire in un tale processo, anche se l’intervento didattico non può stimolare l’attivazione di meccanismi che entrano in funzione soltanto in situazioni di apprendimento non guidato ed in età infantile. La comprensione di tali meccanismi può però aiutare ad individuare i fattori che permettono o facilitano l’apprendimento di una L2 e possono contribuire a scegliere opportune strategie didattiche di insegnamento. Con l’espressione L2 si fa riferimento a due modalità di apprendimento: l’apprendimento di una seconda lingua e l’apprendimento di una lingua straniera.

Il processo di apprendimento della lingua materna

L’apprendimento della lingua materna è temporalmente il primo ad aver luogo, ed è il più importante. Esso procede infatti di pari passo con lo sviluppo cognitivo e sociale del bambino, cosa che normalmente non accade per l’apprendimento di una L2. Oltre a procedere con lo sviluppo cognitivo del bambino, l’apprendimento della lingua materna procede anche con lo sviluppo della sua socializzazione. Esso è cioè collegato alla formazione della sua identità come membro di una comunità sociale: il bambino impara a parlare partecipando ad attività e interazioni sociali, mentre ciò non è vero, o non lo è allo stesso modo, per l’apprendente di una L2. Un terzo aspetto caratterizzante della lingua materna è che il bambino non procede dalla lingua ai significati, come accade per l’apprendimento della L2, bensì dai significati alla lingua.

Un altro aspetto caratterizzante l’apprendimento della lingua materna è che esso avviene tramite un processo di riduzione di complessità. Pur essendo adoperata sin dall’inizio, la lingua viene infatti imparata lentamente, un passo alla volta. Collegato ai processi di semplificazione operati dal bambino è il ruolo che assumono, negli stadi iniziali di apprendimento, le formule e le frasi fatte e la ritualità dei comportamenti, cioè la ripetizione di azioni e situazioni che tanta parte hanno nell’interazione bambino-adulti. Nei primi stadi di vita, la ripetizione di esperienze permette la costruzione di stabili strutture cognitive e nervose; la ripetizione di ciò che è noto, o di ciò che è simile, rende il mondo esterno comprensibile, permettendo così l’acquisizione del linguaggio.

L’input modificato degli adulti quando comunicano con il bambino

L’apprendimento linguistico è per il bambino il risultato del fare delle cose assieme agli altri. Il suo bagaglio genetico viene attivato tramite l’interazione con parlanti più capaci, e gli adulti che si occupano di lui, istintivamente, modulano i propri comportamenti verbali in modo da renderli accessibili. Ciò significa che usano una lingua più semplice di quella adulta: più semplice fonologicamente, sintatticamente e semanticamente. Da un punto di vista fonologico il linguaggio adulto usato con i bambini presenta un’intonazione esagerata, ricorre spesso a parole formate da duplicazione sillabica, fa uso di un’articolazione più chiara, di pause più lunghe tra un enunciato e l’altro, di una velocità di emissione ridotta. Sintatticamente usa enunciati più brevi, un numero inferiore di verbi, aggettivi e avverbi, di una minore coordinazione/subordinazione. Dal punto di vista semantico, usa un vocabolario più ristretto e di tipo concreto con un ricorso costante alla descrizione degli oggetti circostanti. Gli adulti che si occupano del bambino cercano inoltre di creare per lui i collegamenti tra lingua e azione usando molti verbi al modo imperativo e ponendo una grande quantità di domande.

Il processo di apprendimento di una L2

Esiste una notevole varietà di situazioni di apprendimento di una L2, situazioni che hanno una grande influenza sul processo di apprendimento stesso. Si pensi, per esempio, alla situazione di apprendimento dei lavoratori stranieri che si trasferiscono in un altro paese per un breve periodo o per sempre, alle situazioni di apprendimento dovute all’età degli apprendenti o al livello e al grado di esposizione alla lingua. Il processo di apprendimento di una lingua non materna è un processo complesso le cui caratteristiche ed il cui sviluppo, oltre che a differenziarsi notevolmente da individuo a individuo e da situazione a situazione, discendono da un insieme di fattori: il desiderio di integrarsi socialmente nella comunità straniera per raggiungere determinati obiettivi, la predisposizione all’apprendimento linguistico, le occasioni di comunicazione che vengono offerte, ecc. Difficilmente influenzabili dall’intervento pedagogico sono: la strutturazione dell’interlingua, i tempi di apprendimento, la motivazione dall’apprendente, le capacità individuali, l’attitudine all’apprendimento linguistico e le conoscenze pregresse di cui l’apprendente è in possesso. Sono modificabili la quantità e la qualità degli input e l’offerta di occasioni di comunicazione.

L’input modificato dei parlanti nativi quando comunicano con i NN

Gli studi sull’input modificato offerto al bambino che impara la sua lingua madre hanno stimolato ricerche analoghe per quanto riguarda l’apprendimento di una L2. Nel linguaggio modificato che un nativo (N) usa quando comunica con un non nativo (NN) vanno distinte, però, due tipologie: un linguaggio semplificato che il N adotta al fine di rendere più semplice la comprensione al NN e il cosiddetto “foreigner talk” che si caratterizza come linguaggio semplificato ma soprattutto sgrammaticato. La sua non grammaticalità è il risultato di 3 processi: omissione (cancellazione di articoli “sorella mia madre”); espansione (inserzione dei pronomi “tu” o “lei” prima dell’imperativo); conversione (cambiamento di aggettivo possessivo in pronome possessivo oggetto “uno zio di me”).

L’input modificato del N quando comunica col NN al fine di rendere più facile la comprensione

Il linguaggio sopra descritto compare tipicamente in situazioni sociali particolari e costituisce spesso la manifestazione di conscio o inconscio razzismo. Esiste anche un tipo di linguaggio usato dai NN ben formato e grammaticalmente corretto. Si tratta di un linguaggio che impiega una sintassi meno complessa, che evita le eccezioni e le espressioni idiomatiche, che marca le relazioni semantiche tra i costituenti degli enunciati, che fa uso di un lessico di alta frequenza, un linguaggio chiaro e scandito con un tempo di emissione più lungo. I temi di discussione sono trattati in modo veloce, uno alla volta.

L’input modificato: strategie di didattica naturale

Trattando del linguaggio usato da parlanti nativi quando comunicano con parlanti non nativi, Peter Auer (1988) elenca una serie di strutture interazionali che possono contribuire all’apprendimento di una L2 in quanto forniscono un input comprensibile. Tali strutture possono essere considerate tipiche di una “didattica naturale” messa in opera dal N, oppure possono essere viste come strategie dei N per far fronte a situazioni comunicative problematiche. Il parlante nativo quando comunica con un parlante non nativo: sceglie temi rilevanti, li tratta brevemente, usa un ritmo lento, accentua le parole chiave facendo una pausa prima di esse, non usa allusioni, ironia, espressioni a doppio senso, impiega il “foreigner talk” o un registro semplificato, chiede chiarimenti generali o specifici, fornisce ripetizioni grammaticali. Le strategie adottate dal parlante NN, invece, sono: usare il tipo di lingua di cui dispone, usare una lingua franca o un interprete, innalzare il tono della voce, chiedere correzioni, usare le strategie del “come si chiama” e del “come si dice”, richiedere informazioni linguistiche, ripetere le espressioni del parlante nativo o gli elementi problematici o un ritmo più lento. Il tipo di input e le occasioni di accesso alla lingua costituiscono l’unico fattore veramente modificabile nell’apprendimento di una L2, l’unica possibilità di manipolazione offerta all’insegnante nel processo di insegnamento. Per questo motivo può essere pedagogicamente utile analizzare esempi concreti di interazione N/NN in contesti di comunicazione spontanea, al fine di comparare gli aggiustamenti operati dai parlanti nativi con il linguaggio usato, invece, dall’insegnante in classe.

Rapporto tra l’apprendimento della L1 e di una L2

L’ipotesi dell’identità secondo cui il processo di apprendimento della lingua materna e quello di una L2 seguono fondamentalmente lo stesso sviluppo cede oggi il passo a tesi che sostengono invece come tra i due processi vi siano aspetti di identità ma molti aspetti di diversificazione.

Aspetti di similarità tra l’apprendimento della L1 e di una L2

Quanto alle similarità tra i due tipi di apprendimento, si sottolinea come l’apprendente di una L2 debba imparare nuove parole ma pochi nuovi concetti. In ambito pragmatico non saprà come si formulano le domande nella L2, per esempio, ma “sa” che cos’è una domanda. Sa che cosa vuol dire essere un conversazionalista. Il possesso della lingua materna costituisce dunque un fondamentale prerequisito che fa da catena di trasmissione per l’apprendimento di ogni altra lingua.

Aspetti di differenziazione tra l’apprendimento della L1 e di una L2

Due psicolinguisti mettono in evidenza le differenze tra l’apprendimento della L1 e di una L2. Secondo W. Klein l’apprendimento della L1 avviene contemporaneamente allo sviluppo cognitivo e sociale del bambino, ciò non è vero per l’apprendimento di una L2; la lingua madre e la Lingua 2 vengono apprese in situazioni diverse. Secondo R. Ellis, invece, le differenze riguardano:

  • La quantità di tempo: l’apprendente L1 ha molto più tempo a disposizione rispetto all’apprendente L2;
  • I contenuti strutturali: l’apprendente di L1 è esposto a una lingua che occorre naturalmente mentre all’apprendente L2 viene offerto un input selezionato e graduato;
  • Gli errori: nell’apprendente L1 sono permessi, invece, in classe sono evitati e corretti;
  • L’età: l’apprendente L1 possiede capacità innate di apprendimento mentre per l’apprendente di una L2, cognitivamente più maturo, il periodo critico è spesso già superato;
  • La motivazione: il bambino L1 ha una forte motivazione volta a soddisfare le sue necessità basilari; la motivazione dell’apprendente L2 è più debole;
  • Le conoscenze linguistiche: l’apprendente L1 non ha precedenti conoscenze linguistiche rispetto al discente L2 che affronta il compito conoscendo già una lingua;
  • La cultura: l’apprendente L1 acquisisce norme culturali durante il processo di acquisizione linguistica mentre l’apprendente L2 ha già acquisito un insieme di valori culturali.

Conclusioni: implicazioni didattiche

Un approccio basato sulla comunicazione sembra essere valido per l’apprendimento di una L2, in quanto si conforma più da vicino ai principi di acquisizione naturale. L’attività metalinguistica di riflessione sulla lingua e di esercitazione della lingua va incoraggiata e sostenuta nell’insegnamento di L2.

2. Ipotesi teoriche relative all’apprendimento di una L2

L’interesse per l’acquisizione di lingue 2 risale a secoli fa, ma gli studiosi hanno formulato teorie sistematiche soltanto a partire dagli anni ’60 del secolo scorso. Riguardo l’apprendimento di una lingua straniera esistono ancora relativamente pochi studi e ricerche. Per poter operare delle scelte pedagogiche oculate nell’insegnamento di una L2 è di fondamentale importanza riflettere sulle proposte teoriche esplicative del fenomeno generale dell’apprendimento di una L2, anche se tali proposte non riguardano necessariamente il contesto di apprendimento strutturato.

Ipotesi teoriche in prospettiva psicologica e/o linguistica

La teoria comportamentista e l’analisi contrastiva

Sino a metà degli anni ’50 del secolo scorso, la teoria prevalente relativa all’apprendimento linguistico è stata quella comportamentista. R. Lado, uno dei rappresentanti più influenti della teoria, sostiene che gli individui tendono a trasferire alla lingua straniera le forme, i significati e la distribuzione di forme e significati dalla loro lingua madre. L’impegno dei ricercatori si concretizza nel paragonare la lingua madre all’apprendente con la lingua oggetto di studio. Alle sue origini, l’analisi contrastiva viene infatti definita come lo studio parallelo di due lingue condotto con uno stesso metodo e mettendo in evidenza gli stessi fatti, o l’assenza o la presenza, degli stessi fatti. Conoscendo a priori le difficoltà che l’apprendente incontrerà si potrà evitare la formazione di abitudini non corrette. L’analisi assume così un obiettivo pedagogico per migliorare ogni aspetto del processo di insegnamento. L’esistenza di un errore fa spia ad una difficoltà. Gli errori vengono commessi proprio a causa dell’interferenza, o transfer, in base a cui ciò che si sta imparando viene influenzato da ciò che si è già appreso. Per evitare tali effetti si sviluppano tecniche di insegnamento che controllano severamente la produzione del discente e che minimizzano la potenziale occorrenza di errori.

L’ipotesi innatista del “language acquisition device”

A partire dagli anni ’60, la visione negativa dell’errore nella produzione linguistica viene sostituita da una prospettiva differente: l’errore non è più considerato come un indice di sviluppo naturale del linguaggio. Secondo Chomsky l’acquisizione della lingua madre non è il risultato della formazione di abitudini ma consiste in un processo di elaborazione di regole formali che avviene attraverso la formulazione di ipotesi e la loro verifica. Tale capacità degli esseri umani è dovuta ad una loro predisposizione ad imparare una lingua, cioè al meccanismo Lad (language acquisition device). Ogni bambino è dotato fin dalla nascita di determinate categorie sintattiche e tratti fonologici distintivi per tutte le lingue e ha a disposizione dei principi astratti utili alla formulazione di possibili regole applicabili alla lingua con cui viene a contatto.

L’ipotesi dell’interlingua e la concezione dell’errore

La lingua del discente è vista come una lingua instabile, con una sua grammatica peculiare ma sintetica che non corrisponde né alla grammatica della L1 né a quella della L2. L’interlingua costituisce una forma ridotta della L2 standard sia in senso qualitativo sia quantitativo ed è variabile all’interno di un continuum che sta tra L1 e L2. Alla fine del continuum della variabilità vi è la fossilizzazione, non vi è più intake da parte dell’apprendente, cioè non si verifica più alcun cambiamento e miglioramento, l’apprendente si ferma ad un certo livello di competenza che gli è sufficiente per i suoi scopi comunicativi. La nozione di errore viene associata al processo di apprendimento linguistico. Sia nel bambino che apprende la L1 sia nel discente L2 il processo di apprendimento viene considerato attivo e creativo: così come il bambino induce le regole della sua lingua seguendo delle strategie organizzative universali, così l’apprendente di una L2 ricostruisce le regole della L2 tenendo conto dei dati in entrata.

L’ipotesi dell’identità

L’ipotesi dell’identità è un’ipotesi innatista che considera l’apprendimento spontaneo

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/02 Didattica delle lingue moderne

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