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Antropologia di genere

La nascita delle scienze dell'uomo

Il termine antropologia è introdotto nelle diverse lingue europee durante il 18° secolo per designare una scienza che si consacra allo studio dell’uomo in maniera olistica, prendendo in considerazione la dimensione fisica, sociale e culturale della specie, e utilizzando approcci mutuati tanto dalle scienze naturali che da quelle umane.

Prima definizione di antropologia -> 1694, medico francese Pierre Dionis: “La scienza che ci conduce alla conoscenza dell’uomo si chiama Antropologia. Questa scienza racchiude due parti: la prima tratta dell’anima, e si chiama Psicologia [...] e la seconda fa conoscere il corpo e tutto ciò che ne dipende, ciò che si chiama Anatomia.”

Per comprendere il nesso tra antropologia e anatomia ricordiamo che tra il 17° e il 18° secolo, l’interesse per l’anatomia va oltre la medicina e s’iscrive particolarmente in Francia in un progetto scientifico-culturale più ampio, la produzione di una histoire naturelle, “storia naturale” dell’Uomo. Fondata su basi scientifiche e non più ostacolata dal racconto biblico sulle origini dell’umanità, con l’avanzare del secolo, l’interesse per la storia naturale travalica il mondo degli studiosi.

Uno dei padri dell’antropologia è Buffon. Per Buffon, scienze della natura e scienze umane sono strettamente intrecciate. Consacra due volumi della Histoire Naturelle al “discorso sulla natura dell’uomo”, stabilendo i due principi basici che la definiscono:

  • La differenza “metafisica” rispetto agli altri animali
  • L’esistenza di un’unica specie umana

Il secondo principio si oppone radicalmente al poligenismo (esistenza di diverse specie umane). Buffon spiega scientificamente il monogenismo, senza ricorrere alla narrazione biblica. Il poligenismo è precursore del razzismo, ma nel 600 e 700 nasce come tentativo di risposta all’enigma della diversità umana. Buffon non mette in discussione la diversità umana, ma ne cerca le cause al di fuori della biologia. Le cause delle variazioni vanno individuate in fattori naturali o storici, come il clima, il cibo... L’importanza dei climi sui costumi delle popolazioni era già stata suggerita da Montesquieu.

Buffon prende come metro di paragone la “civiltà” europea e collega le variazioni a processi “degenerativi”, risultanti dall’allontanamento dai climi temperati o dagli spostamenti forzati. Il riconoscimento di una “comune natura” umana spinge i monogenisti a ricercare le norme e i costumi che meglio le corrispondono, per definire una sorta di “cultura di natura”, e relegare nel caos, nella stranezza o nella depravazione tutto ciò che se ne distanzia.

Carl von Linné -> naturalista e medico svedese, classificò le stirpi umane dividendo i quattro continenti geografici (America, Asia, Europa e Africa) e descrivendo i quattro tipi umani che li abitano sulla base del loro colore e del loro temperamento. Questi stereotipi entrano da allora nel senso comune europeo e forniscono argomenti a un pensiero razzista.

Denis Diderot denomina “anthropologie” la nuova scienza naturale dell’uomo, ma con quel termine designa essenzialmente lo studio del corpo umano. La dimensione culturale dell’antropologia, accanto a quella biologica, è invece evocata alcuni anni dopo da Jean-Baptiste Robinet. Per Robinet, le due dimensioni sono entrambe indispensabili alla comprensione della vera natura dell’uomo. A dispetto della sua importanza, questa scienza, sostiene Robinet, è ancora da fare, i materiali sono sparsi nelle varie discipline. Robinet ha piena coscienza dell’importanza della ricerca empirica nello studio antropologico; è proprio l’assenza di dati empirici consistenti, che non permette di rispondere alle interrogazioni che la nuova disciplina introduce.

Mentre l’antropologo prosegue a tentoni, in mancanza di dati adeguati, la filosofia cerca di dare risposte a queste domande. Nel 1755, con il “Discours sur l’origine et le fondement de l’inégalité entre les hommes”, Jean-Jacques Rousseau ripercorre l’affascinante avventura dell’umanità, descrivendone la condizione nello stato di natura e il passaggio dallo stato di natura a quello di civiltà, che, per lui, rappresenta una condizione di decadenza. Rousseau chiarisce che la sua prospettiva è rigorosamente filosofica. Pur facendo dello stato di natura un’idea filosofica, Rousseau descrive la “preistoria” empiricamente. La spiegazione delle origini della diseguaglianza nel passaggio da una condizione “selvaggia/natura” a un’organizzazione sociale successiva ha suscitato l’ammirazione dell’antropologo francese Claude Lévi-Strauss. L’antropologia nasce all’incrocio tra diverse discipline e prospettive.

Per tutto il 700, la rappresentazione delle popolazioni “altre” oscilla tra l’idea filosofica del “Buon Selvaggio” e il rigetto nei confronti di creature degenerate e infide.

Nell’aprile del 1794, poco prima di essere condannato alla ghigliottina, Georges-Jacques Danton ricordava l’abolizione della schiavitù dei neri come una delle glorie della Rivoluzione francese. Otto anni dopo la morte di Danton, Napoleone reintroduceva la schiavitù nelle colonie francesi delle Antille, scatenando una repressione sanguinosa contro la popolazione nera. Il 19° secolo si apre con i massacri di uomini e donne che avevano creduto all’ideale di un uomo universale, indipendentemente dal colore della sua pelle, e alle promesse di libertà della Rivoluzione francese.

Olympe de Gouges evoca la visione universalista della Histoire Naturelle e denuncia la tratta come una pratica contro natura.

Proprio nel secolo che proclama l’universalismo tra tutti gli umani, l’attenzione alle differenze tra i sessi cresce. Una volta abbandonata la narrativa biblica, la Histoire Naturelle, dando spazio alla dimensione medica e anatomica, apre, di fatto, la via a una “naturalizzazione” della differenza sessuale. Pur non ottenendo l’unanimità su questa visione, vari studi medici teorizzano le specificità biologiche femminili e ne minimizzano le capacità intellettuali. Jean-Jacques Rousseau non ipotizza la differenza tra i sessi come una disuguaglianza naturale. La disuguaglianza tra uomini e donne è dunque più un prodotto della cultura che della natura, ma essa corrisponde a una sorta di “cultura naturale”.

Il tentativo di spiegare scientificamente le differenze, sulla base di dati quantitativi, aprì la strada al razzismo scientifico (fine 700-inizio 800). Fin dall’antichità esistevano teorie che stabilivano una correlazione tra la forma del viso e il carattere. La misurazione dell’angolo facciale fu rilanciata da Petrus Camper. Camper si dedicò alla comparazione dei crani; il suo sistema di misurazione fu approvato dai principali anatomisti dell’epoca, ed è ripreso dal francese Georges Cuvier. Facendo l’esame comparativo dei crani, Cuvier stabilisce una divisione tra i gruppi umani in funzione della “bellezza” o “bruttezza” misurata in riferimento all’angolo facciale di Camper. Cuvier introduce un nesso tra la biologia e la cultura che rappresenta la base delle teorie razziste.

Pur sostenendo l’unità della specie umana e rifiutando il poligenismo, Blumenbach individua delle “gradazioni” tra gli esseri umani, in relazione a quattro regioni geografiche, poi diventate cinque (viene aggiunta l’Oceania). Il criterio classificatorio della divisione geografica lascia presto il posto a una divisione basata sull’apparenza fisica. Blumenbach attribuisce le differenze tra i tipi umani essenzialmente al clima; ricerca le differenze studiando con passione i crani, che cataloga, attribuendone la forma a fattori ambientali e anche culturali. Alcuni anni dopo, a un medico anatomista tedesco, François-Joseph Gall sorge l’idea di stabilire una correlazione tra la forma del cervello e il carattere individuale.

Lo studio dei crani rispondeva a un tentativo di rendere “scientifica” la histoire naturelle utilizzando dei dati quantitativi considerati precisi. Alla misurazione anatomica si aggiunse però una concezione di superiorità di alcuni popoli su altri. Le classificazioni basate su dati quantitativi anatomici coincisero con la definizione di una gerarchia. Il passaggio dalla classificazione alla gerarchia avviene in un’epoca in cui l’Europa avviava una nuova fase di colonizzazione verso l’Asia e l’Africa, e cominciava a percepirsi come il centro del mondo in una superiorità non più religiosa, ma culturale e tecnica. La nascente antropologia non riuscì a resistere alla tentazione di fare uso delle classificazioni somatiche e delle gerarchie delle razze repertoriate. Paul Broca continuò a confinare l’antropologia nella misurazione dei crani e delle ossa, abbracciò l’idea delle differenze razziali e l’applicò anche alle differenze nazionali e di classe. L’idea gerarchica di superiorità della razza caucasica provocò la separazione tra lo studio di popolazioni e culture “vicine” e quello di popolazioni e culture “lontane”.

Si comincia a profilare una distinzione tra due rami della disciplina operanti in ambiti e con metodi diversi: l’antropologia umana e l’antropologia culturale. Alexander César Chavannes -> prima distinzione tra antropologia umana e quella culturale.

Una precedente definizione di etnologia fu data da Adam Frantisek Kollár. L’etnologia è sostenuta dalle società di studiosi e dai resoconti delle spedizioni spesso organizzate dalle stesse società. I fratelli Humboldt -> intellettuali cosmopoliti appassionati negli studi tanto delle culture europee quanto di quelle lontane. Con l’obiettivo di elaborare una physique du monde, Alexander Humboldt fece un lungo viaggio di studio nell’America tropicale. William Humboldt fonda l’università di Berlino e si occupa soprattutto di linguistica. Per lo studioso, la funzione del linguaggio non è quella di rappresentare o comunicare idee o concetti preesistenti; la lingua è lo strumento per produrre nuovi concetti. La diversità delle lingue non è pertanto riducibile a una differenza di “suoni e segni”, ma è una differenza di “visioni del mondo”.

All’inizio dell’800 si opera una profonda separazione tra lo studio delle società dette “primitive” e quello delle culture popolari europee. Alla fine del 700 il nascente movimento romantico introduce una nuova idea di “popolo/nazione” basata sull’unità linguistica e l’unità culturale, destinata a pesare a lungo, tanto sul pensiero filosofico che sui movimenti politici. Ha fornito le basi per un pensiero nazionalista. Johann Gottfried Herder sostiene che ogni popolo condivide un’esperienza olistica, fisica, basata sulla storia comune, sulla comune dipendenza, sull’ambiente naturale e un carattere che si esprime attraverso la lingua, il folklore e i miti. La scoperta del “popolo/nazione” e del suo folklore ha effetti diversi a seconda dei paesi. In Germania è sancita la netta differenza tra “scienza del popolo” che si occupa della cultura della popolazione locale e “scienza dei popoli” che si dedica ai popoli lontani.

La reticenza a mettere sullo stesso piano gli studi delle culture popolari europee e delle culture extraeuropee, e l’affermazione di una specificità europea/occidentale rispetto a tutte le altre culture, in termini di superiorità, se non razziale, almeno storica, si manifestò più o meno in tutta l’Europa. La divisione tra la cultura europea e le culture altre ha prodotto un’altra divisione, quella tra l’antropologia e la nascente sociologia; proposta da Saint-Simon e Auguste Comte, ha come oggetto esclusivo il mondo occidentale. I popoli non occidentali non hanno, agli occhi dei primi sociologi, alcuna importanza perché studiarli non insegna nulla sulle società complesse.

L'affermazione dell'antropologia culturale: la teoria evoluzionista delle civiltà e la scoperta della parentela

Nella seconda metà dell’800 la storia dell’antropologia è segnata dalla teoria dell’evoluzione di Charles Darwin; fu il primo in grado di provare scientificamente i processi evolutivi. Offre la risposta globale e scientifica alle interrogazioni che la histoire naturelle aveva cominciato a formulare. La teoria dell’evoluzione ha un impatto ambiguo sulla ricerca delle cause delle differenze tra gruppi umani: mette in discussione l’esistenza di un poligenismo statico all’origine delle differenze razziali, ma introduce d’altro canto l’idea della competizione e della sopravvivenza del più adatto. Charles Darwin è un biologo e non ha alcuna pretesa che la sua teoria sia valida per le scienze umane.

Lawis Morgan e Edward Tylor: Elaborano una teoria dell’evoluzione delle culture, secondo la quale esse evolvono in maniera progressiva e uniforme. Già nel 700 un embrionale idea evoluzionista cercava di spiegare le variazioni culturali e di civiltà: Buffon -> ipotesi della “degenerazione”. Altri -> Spiegazioni biologiche. Montesquieu -> Ipotesi sullo sviluppo delle civiltà, distinguendo tra popoli selvaggi (popoli di cacciatori) e popoli barbari (popoli di pastori). Faceva coincidere civiltà e agricoltura: il superamento delle barberie richiedeva il legame con la terra e, come momento successivo, la costruzione delle città.

La teoria evoluzionista della cultura ipotizza che le società passino attraverso i medesimi stadi definiti in base alla suddivisione settecentesca tra stato selvaggio, barbarie e civiltà e giungono a un ultimo stadio comune. Tylor -> Rigetta completamente l’idea di un’eventuale degenerazione culturale suggerita da Buffon. Postula che le diverse società coesistenti contemporaneamente sul pianeta si trovino a diversi stadi dell’evoluzione. Morgan -> Afferma l’esistenza di un’evoluzione universale lungo la quale si muovono tutte le culture. La teoria evoluzionista delle culture ha il grande merito di stabilire una netta rottura tra cultura e biologia. Né Tylor né Morgan fecero MAI uso del concetto di selezione naturale, che era invece al centro delle spiegazioni di Darwin. I darwinisti sociali derivavano le loro teorie dalla teoria della selezione naturale, ma il loro movimento si è costituito e si è posizionato al di fuori dell’antropologia culturale, ed è anzi stato fortemente criticato dagli antropologi.

Sia Tylor che Morgan si occupano di identificare le caratteristiche di tre stadi: selvaggio, barbarie, civiltà. Morgan li suddivide in sotto stadi:

  • Stato selvaggio - “Selvaggio inferiore”, sopravvivenza basata su raccolta e caccia, relazioni sessuali segnate dalla promiscuità e l’unità basica è l’orda nomade - “selvaggio superiore”, si introduce il tabù del matrimonio tra fratello e sorella, si inventano l’arco e le frecce, la filiazione è matrilineare e la proprietà comune.
  • Stato di barbarie - “Barbarie inferiore” caratterizzato dall’inizio dell’uso della terracotta e dall’introduzione dell’agricoltura, il tabù dell’incesto si estende a tutti i discendenti della linea femminile, l’unità basica diventa il clan - “barbaro superiore” è caratterizzato dall’introduzione della metallurgia, si passa dalla matrilinearità alla patrilinearità, si instaurano legami poligamici e appare la proprietà privata.
  • Civiltà - Si scopre la scrittura, la famiglia diventa monogamica e appare il governo civile. Tylor riprende questi elementi, ma insiste anche sull’aspetto simbolico, in particolare sulla religiosità: Stato selvaggio = Animismo, Barbarie = Politeismo, Civiltà = Monoteismo.

Morgan e Tylor introducono un ambito di analisi che diventa specifico dell’antropologia: l’attenzione alla dimensione familiare, al ruolo delle donne nelle relazioni di parentela, al controllo della sessualità e all’organizzazione dei processi riproduttivi. L’interesse dell’antropologia per la parentela e per le relazioni tra uomini e donne è in gran parte risultato dall’introduzione dell’osservazione partecipante.

Il nuovo metodo fu applicato da Morgan, non in quanto antropologo, ma in quanto attivista politico. Difese i Seneca in una causa che riguardava le loro riserve, conquistandone la fiducia. Visse a lungo con loro, ne apprese la lingua, fu iniziato alle loro società segrete, conobbe dall’interno la loro organizzazione sociale. L’interesse per i Nativi Americani era condiviso da diversi studiosi fin dalla fine del 700. Grazie alla sua conoscenza della lingua e della società, Morgan scoprì che la terminologia per indicare i parenti è molto diversa da quella euroamericana e che il sistema di parentela irochese è matrilineare e non patrilineare. Dalla scoperta della matrilinearità, Morgan ipotizza l’esistenza di una fase matriarcale universale nelle prime tappe della storia dell’umanità. La teoria del matriarcato influenza varie linee d’investigazione antropologica nel corso del 19° secolo, ma essa avrà anche una grande influenza nel dibattito femminista negli anni 70 del 900.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ilariabrandolini di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Campani Giovanna.
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