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Giovanna Guerzoni

Antropologia dell’educazione

I concetti chiave dell'antropologia culturale: cultura, razza, etnia

Citazione Culler: dobbiamo pensare al nostro mondo sociale e culturale come un sistema di segni paragonabili al linguaggio. Quelli in cui viviamo e da cui siamo circondati sono oggetti ed eventi dotati di significato. Se noi vogliamo comprendere il nostro mondo sociale e culturale, non dobbiamo pensare ad oggetti indipendenti ma a strutture simboliche, sistemi di relazioni che, conferendo un significato a oggetti e azioni, creano un universo umano.

Prima parte: il concetto di cultura

1. La diversità culturale del genere umano

1.1 Antropologia, etnologia, etnografia

L’etimologia della parola “antropologia” deriva da due termini: anthropos e logos, che indicano rispettivamente “il genere umano” e “ragionamento”. Questa disciplina, nata nella seconda metà dell’Ottocento, si pone l’obiettivo di studiare il genere umano, a partire però da una prospettiva particolare, dal momento che si concentra sull’analisi comparativa delle somiglianze e delle differenze culturali e sociali.

Si è diffusa la denominazione di antropologia culturale, la cui origine storica si colloca negli Stati Uniti in seguito all’influenza esercitata dall’opera di Franz Boas. Il riferimento alla cultura è stato utilizzato per sottolineare l’attenzione rivolta alla dimensione simbolica delle credenze e dei valori, alla specificità storica delle singole culture e agli aspetti linguistici.

Questa impostazione ha portato a valorizzare un'idea di cultura come insieme di modelli di pensiero e di comportamento, condivisi all'interno di un gruppo sociale, che influenzano tanto il funzionamento della mente a livello cognitivo, quanto lo sviluppo della personalità individuale.

Se gli Stati Uniti sono stati un luogo di importanza centrale per l'affermazione di questa disciplina, non bisogna dimenticare che la sua formalizzazione accademica ha ricevuto un impulso essenziale in Gran Bretagna, dove si è passati dall'antropologia evoluzionista di fine Ottocento all'antropologia sociale degli anni '20 del Novecento. Quest'ultima denominazione è esplicativa perché evidenzia come ai due lati dell'oceano, almeno inizialmente, si coltivassero interessi teorici diversi.

Nel contesto britannico, infatti, prevaleva una attenzione più spiccata per le diverse modalità di organizzazione sociale dei gruppi umani e, di conseguenza, per le istituzioni giuridiche e politiche che li strutturavano. Si deve, inoltre, a Bronislaw Malinowski, antropologo di origini polacche naturalizzato inglese, la formalizzazione del metodo di ricerca che contraddistingue l'antropologia, noto come "metodo etnografico".

La parola etnologia ("scienza dei popoli") rimanda invece più spiccatamente alla tradizione francese, il terzo grande polo di espansione delle scienze sociali, sebbene sia stata usata anche in altri contesti nazionali.

In origine, il termine si sovrapponeva sostanzialmente a quello di "antropologia", mentre con il tempo ha finito per connotarsi più specificamente come studio storico-culturale di aree geograficamente limitate, ampliando, quindi, lo sguardo rispetto all'analisi di singoli gruppi sociali molto circoscritti.

Una particolare interpretazione del termine "etnologia" è stata avanzata dall'antropologo fondatore della tradizione strutturalista francese, Claude Lévi-Strauss. Egli propose infatti di considerare antropologia, etnologia ed etnografia non tanto come discipline diverse o come modi differenti di concepire lo stesso ambito di studi, ma come specifiche fasi, gerarchicamente ordinate, di un medesimo processo di ricerca. L'etnografia consiste, a suo avviso, nell'osservazione e nella descrizione accurata delle caratteristiche culturali e sociali di uno specifico gruppo umano. L'etnologia rappresenta il successivo momento comparativo in cui si confrontano i dati raccolti con quelli prodotti da altri etnografi sullo stesso tema, in modo da pervenire ad una prima generalizzazione.

Infine, l'antropologia costituisce la fase teorica propriamente detta, in cui si cerca di offrire un contributo di più ampia portata nella riflessione sul genere umano.

La denominazione etnografia ha tradizionalmente assunto un duplice significato riconosciuto da tutti gli antropologi, a prescindere dall'approccio teorico.

Con questo termine si indica, infatti, tanto il processo di ricerca che avviene sul campo, soggiornando idealmente per lunghi periodi di tempo nel contesto che si intende studiare, quanto il prodotto di tale processo, ovvero il testo che raccoglierà gli esiti dell'indagine.

Come già accennato in precedenza, Malinowski ha avuto un ruolo essenziale nel codificare il metodo etnografico. Il suo approccio, focalizzato sul connubio tra osservazione e partecipazione, è noto come osservazione partecipante —> evidenzia l'importanza sia dell'osservazione sia dell'esperienza diretta di un altro modo di vita quali strumenti qualificanti del lavoro di ricerca antropologico.

1.2 Etnocentrismo e relativismo culturale

Uno degli aspetti qualificanti dell'antropologia culturale è l'adozione di una postura intellettuale anti-etnocentrica.

Con etnocentrismo si intende la tendenza, riscontrabile in tutti i gruppi umani, a considerare la propria cultura, il proprio sistema di valori e i propri modelli di comportamento come migliori di quelli altrui. Da questo punto di vista l'etnocentrismo appare come l'inevitabile fondamento del processo di costruzione di un senso condiviso del "noi", in contrapposizione ad altrettanti "loro" da cui ci si vuole differenziare sul piano identitario.

Nel momento in cui porta in modo quasi sistematico a considerare un diverso modo di vita come una versione più o meno imperfetta del proprio, diventa un ostacolo insormontabile alla comprensione di posizioni culturali diverse. Portato alle estreme conseguenze, tale atteggiamento può sfociare in comportamenti attivamente denigratori e oppositivi nei confronti di coloro che sono percepiti come differenti, come nel caso del razzismo.

Guardare noi stessi attraverso l'esperienza altrui - adottando il cosiddetto "sguardo decentrato" che caratterizza la tradizione comparativa dell'antropologia - diventa così l'occasione per mettere in discussione l'ovvietà del nostro mondo.

Date queste premesse, il relativismo culturale rappresenta un atteggiamento intellettuale che invita a considerare qualsiasi comportamento o valore all'interno dello specifico contesto in cui ha preso forma, poiché solo in questo modo sarà possibile comprenderne pienamente il significato (è necessario tentare di mettere a fuoco il punto di vista che "l'altro" ha della sua realtà).

L'approccio metodologico relativista ha fatto la sua comparsa nell'antropologia americana degli anni '20 e '30, grazie al contributo della scuola boasiana.

Se il relativismo culturale rappresenta la premessa necessaria di qualunque studio etnografico, è altrettanto vero che questa attitudine è stata spesso guardata con un certo scetticismo, quando non con aperta ostilità, per le sue presunte ricadute sul piano etico. In realtà adottare una prospettiva relativista non significa affatto giustificare qualsiasi cosa si osservi in una cultura diversa dalla propria, rinunciando ad adottare un proprio punto di vista su ciò che è giusto o sbagliato.

Il primo a occuparsi in maniera sistematica di tali questioni è stato l'antropologo americano Melville Herskovits, considerato l'autentico padre fondatore del relativismo culturale. Si deve a lui non solo la formulazione di questa espressione, apparsa per prima volta in un suo articolo del 1947, ma anche la trasformazione di ciò che di fatto era una prospettiva metodologica, quella adottata dalla scuola boasiana degli anni '20 e '30, in un'articolata teoria.

Nell'ambito di una riflessione sul tema dei diritti umani, sollecitata dal dibattito aperto dalla redazione della Dichiarazione Universale dei Diritti promossa dalle Nazioni Unite nell'immediato dopoguerra, Herskovits sottolineò alcuni aspetti che considerava essenziali per comprendere il senso di un approccio relativista.

  • Innanzitutto, riteneva che il rispetto per le differenze individuali non potesse prescindere dal rispetto per le differenze culturali. Laddove un gruppo sociale appare, infatti, stigmatizzato e trattato come inferiore, non c'è spazio nemmeno per la libertà e l'autostima del singolo soggetto.
  • In secondo luogo, Herskovitz evidenzia come non esistano metodi oggettivi per considerare una cultura migliore di un'altra.
  • Infine, sottolinea come ogni cultura stabilisca i propri modelli di moralità e di comportamento. In altre parole, non esistono società prive di una propria scala di valori, sebbene questi differiscano a seconda dei contesti.

Assumere un approccio relativista comporta, dunque, l'adozione di una prospettiva che si può definire universalista e olistica. Con il primo termine si intende fare riferimento al fatto che tutte le forme di produzione culturale sono degne di attenzione e, in quanto tali, la loro conoscenza offre un contributo specifico allo studio del genere umano. Con il secondo si sottolinea l'importanza di assumere uno sguardo attento a cogliere le interconnessioni esistenti tra i diversi aspetti di ciascuna cultura.

2. Le origini del concetto di cultura

2.1 La sociologia positivista e la teoria dell’evoluzione

Le origini del concetto antropologico di cultura sono strettamente legate ai fondamentali cambiamenti che hanno segnato la storia europea del XIX secolo, allorché l'esperienza coloniale diede avvio a un'epoca di grandi spedizioni in regioni remote e ancora sconosciute di Africa, Asia e Oceania.

L'ottimistica fiducia nella possibilità di superare limiti sino a quel momento mai sfidati era sostenuta dall'entusiasmo coloniale, ma era anche l'esito di una diffusa ideologia del progresso, che si alimentava tanto dei risultati prodotti dall'applicazione del sapere scientifico al mondo industriale, ravvisabile per esempio nella meccanizzazione di alcuni processi produttivi, quanto delle teorie veicolate dalle nascenti scienze sociali. In questo quadro, ebbe un ruolo determinante una certa lettura sociologica della teoria darwiniana dell'evoluzione.

Si deve al filosofo francese August Comte (1798-1857) la nascita di una scienza della società da lui definita inizialmente come "fisica sociale" e, in seguito, "sociologia".

Sulla base del principio dell'uniformità metodologica delle scienze, Comte considerava la sociologia come un sapere pienamente scientifico fondato sul medesimo paradigma epistemologico-positivista delle scienze naturali.

Il termine positivismo affonda le sue radici etimologiche nel latino positum che letteralmente significa "ciò che è posto" o "ciò che è dato".

Il modello teorico-metodologico positivista sottende l'idea che il mondo sensibile e i fenomeni che lo caratterizzano siano qualcosa di reale e concreto la cui esistenza è data a priori, cioè a prescindere dal soggetto che li osserva, il quale può renderli, però, oggetto d'esperienza attraverso l'uso dei sensi. I dati scientifici sono allora concepiti come qualcosa di "dato", che è già presente nella realtà. Il compito del ricercatore è quello di trovarli, raccoglierli e sistematizzarli.

Pochi anni dopo la morte di Comte, il naturalista inglese Charles Darwin pubblicò “L'origine delle specie” (1859), il testo in cui venne compiutamente formulata la teoria evoluzionista. A prescindere dalle intenzioni dell'autore, quest'opera influenzò i successivi sviluppi della sociologia positivista di cui Comte aveva gettato le fondamenta.

Il concetto di "evoluzione" non era, di per sé, una novità assoluta, ma il lavoro di Darwin si distinse da quello dei predecessori perché intuì la fondamentale funzione selettiva dell'ambiente. Egli introdusse il concetto di lotta per l'esistenza, sottolineando come la competizione sia il motore essenziale di qualsiasi processo evolutivo, dal momento che ciascun individuo deve confrontarsi non solo con i suoi simili, ma anche con le altre specie che vivono nel suo stesso ambiente, oltre che con le caratteristiche abiotiche di quest'ultimo. La selezione naturale premierà solo gli esseri viventi più adatti a resistere a queste molteplici sollecitazioni, riuscendo così a trasmettere ai propri successori i caratteri rivelatisi vincenti nella lotta per la vita.

Il britannico Herbert Spencer raccolse l'eredità intellettuale comtiana e la fece dialogare, non senza forzature, con l'evoluzionismo darwiniano.

Egli concepì lo studio della società come un campo del sapere in cui agivano gli stessi principi che Darwin aveva formulato per chiarire il funzionamento e lo sviluppo del mondo naturale.

Spencer formulò il cosiddetto darwinismo sociale o evoluzionismo sociale, secondo cui i concetti di sopravvivenza del più adatto e di selezione naturale vennero applicati alla vita sociale, promuovendo in tal modo un'interpretazione sociologica dell'evoluzionismo biologico che non rispecchiava in alcun modo il pensiero di Darwin. La posizione spenceriana fu accolta con grande favore nella società inglese dell'epoca, poiché venne letta come una forma di giustificazione "scientifica" del colonialismo, inteso come espressione necessaria del dominio da parte di una società superiore, che aveva raggiunto il massimo livello evolutivo possibile, su quelle inferiori.

Darwin aveva, inoltre, ipotizzato che i meccanismi dell'evoluzione biologica dell'essere umano funzionassero seguendo i medesimi processi di differenziazione progressiva che si riscontrano nelle specie animali.

Spencer applicò questo principio alla classificazione di tutti i sistemi politici noti, compresi quelli in uso nelle cosiddette società "tribali".

Questi vennero ordinati gerarchicamente in cinque stadi evolutivi, riecheggiando il modello di sviluppo stadiale delle società proposto da Comte.

  • Il gradino più basso era rappresentato dalle società "semplici prive di direzione (nessun capo)".
  • Il secondo stadio era costituito dalle società "semplici dirette (capo permanente)".
  • Il terzo da quelle "composte (gerarchia di capi)", a seguire le società "composte doppiamente (stato politico)".
  • Infine, quelle "composte triplicemente (moderne)".

2.2 L’antropologia evoluzionista

Nella seconda metà dell'Ottocento, l'antropologia si inserì a pieno titolo nel quadro epistemologico tracciato dalle teorie evoluzioniste multistadio di Comte e Spencer, perseguendo un obiettivo scientifico.

L'antropologia britannica, emersa in epoca vittoriana, si pose invece l'obiettivo di studiare in chiave comparativa quei popoli che all'epoca venivano definiti "primitivi", o "selvaggi", al fine di elaborare una teoria generale del processo di evoluzione della cultura. Per questo motivo divenne nota come "antropologia evoluzionista".

Uno degli aspetti profondamente innovativi dell'antropologia evoluzionista risiedeva nel fatto stesso di considerare i popoli "primitivi" e "selvaggi" come degni di attenzione scientifica.

Nel corso del XIX secolo, infatti, avevano riscosso molto credito le teorie degenerazioniste, che consideravano questi gruppi umani come un coacervo di esseri "degenerati" a cui era stata negata la grazia divina —> non sarebbero mai stati capaci di intraprendere la strada del progresso che aveva caratterizzato il luminoso destino delle società occidentali, perché tale percorso non dipendeva dalle capacità umane, ma da un dono di Dio, che evidentemente non era stato concesso a tutti.

Gli antropologi evoluzionisti ritenevano che ogni gruppo umano fosse destinato, nel corso del tempo, a ripercorrere le stesse sequenze di sviluppo cognitivo, materiale e, soprattutto, culturale, sino a raggiungere l'apice del progresso e della civiltà rappresentato dalle culture europee. Il percorso era dunque il medesimo per tutta l'umanità ma ciascuna società si trovava in una diversa fase evolutiva —> legge di sviluppo universale.

Questa impostazione teorica presupponeva il riconoscimento, per nulla scontato all'epoca, di una sostanziale continuità tra società "inferiori" e società "progredite".

Culture selvagge — Culture barbare — Culture civilizzate

Esempio di modello evolutivo: Gli stadi di sviluppo di Morgan. Lui ha fatto ricerca di campo direttamente.

  • I stadio inferiore dello stato selvaggio: dall'infanzia della razza umana all'inizio del periodo successivo.
  • II stadio intermedio dello stato selvaggio: dall'acquisizione della pesca come mezzo di sussistenza e dalla conoscenza del fuoco al periodo successivo.
  • III stadio superiore dello stato selvaggio: dall'invenzione dell'arco e della freccia fino all'inizio dello stadio successivo.

Segue lo stadio delle barbarie che identifica il processo che passa dal nomadismo alle culture sedentarie.

  • IV stadio inferiore della barbarie: dall'invenzione dell'arte della ceramica fino allo stadio successivo.
  • V stadio intermedio della barbarie: domesticazione degli animali, coltivazione.
  • VI stadio superiore della barbarie: dall'invenzione del procedimento di fusione del ferro insieme all’uso di utensili in ferro.

E infine:

  • VII stadio della civiltà: dall'inv
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giulia4_ di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Guerzoni Giovanna.
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