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Antropologia culturale

L’antropologia è la scienza dell’uomo, un discorso che l’uomo fa su se stesso in tutte le culture. Ogni cultura costruisce una sua antropologia, si è interrogata su chi sono gli altri e su chi siamo noi. Le antropologie sono tante quante le culture e le società, ma c’è un’antropologia scientifica che è una disciplina che nasce con un suo progetto scientifico specifico e nasce con l’idea di studiare il genere umano dal punto di vista sociale e culturale. Noi non siamo antropologi che studiano l’evoluzione dell’uomo dall’australopiteco. L’antropologia fisica è uno dei campi dell’antropologia, mentre quella sociale e culturale si occupa della dimensione sociale e culturale.

L’antropologia studia tutto l’aspetto simbolico, comunicativo, linguistico, come i diversi gruppi sociali hanno immaginari diversi, strumenti, tecniche, come si usa la tecnologia, come ci curiamo, come costruiamo le nostre città, la costruzione dei generi (femminile, maschile e tutti gli altri che ci sono adesso). All’interno degli interrogativi che i gruppi sociali fanno in continuazione e a cui danno delle risposte ci sono delle disomogeneità. Un gruppo sociale non è mai omogeneo se non nella nostra mente in cui creiamo delle categorie come quella di popolo o di nazione in cui si pensa allo stesso modo.

Gli obiettivi dell'antropologia culturale

L’antropologia culturale studia le similitudini e le differenze di idee, saperi, pratiche e comportamenti umani in tempi e luoghi distanti tra loro. Una ricerca antropologica non mira a cogliere le culture in una loro improbabile interezza, ma studiano di solito determinati aspetti di una cultura e per fare questo non possono concentrarsi solo sull’aspetto da loro prescelto come se tutti gli altri non li dovessero interessare. Qualunque sia l’oggetto privilegiato di indagine degli antropologi, questi ultimi sono costretti a considerare un fenomeno in relazione a tutti gli altri o per lo meno a molti altri.

La demo-etno-antropologia è un’espressione italiana. Intorno agli anni '50-'70 l’antropologia italiana si è dedicata allo studio delle tradizioni popolari (demo), in particolare quelle del sud Italia. Oggi si usa il termine ‘’antropologia’’ che indica quella sociale e culturale. All’area delle scienza antropologiche appartengono anche discipline come la storia delle tradizioni popolari o il folklore, oggi chiamati in Italia ‘’discipline demologiche’’. Si tratta del filone di studi che risale all’interesse per le manifestazioni di una cultura popolare europea, concepita un tempo come distinta dalla cultura delle classi nobili o borghesi.

  • Entografia sul campo/raccolta di dati → ricerca
  • Entologia sintesi, analisi e comparazione → antropologia
  • Teoria (interpretazione) → fornire domande, non ha molte risposte, si riflette sull’altro e su noi stessi

La prospettiva antropologica

Si riflette anche sulle nostre categorie. Non si studiano oggetti specifici, ma si ha una prospettiva, uno sguardo sul mondo. Si guardano le cose attraverso un occhiale che ha delle caratteristiche specifiche. Ci si interessa dei significati sociali, lo sguardo non è al singolo individuo, si comprende quello che fa un individuo perché ci si interessa al gruppo. Lo sguardo è collettivo e quello che ci si chiede è quale sia il modello di riferimento per una determinata azione o comportamento.

Storia della disciplina

L’antropologia è passata dai popoli primitivi alle nostre società di natura più complessa. L’antropologia è un sapere critico, permette di renderci conto della difficoltà di usare le nostre categorie, assunti, concetti quando vogliamo dialogare con gli altri e delle necessità di aprire, di ampliare quelle categorie che non sono sufficienti per comprendere altri modi di fare. L’idea è quella di comparare similitudini e differenze nelle culture per comprendere il più possibile le esperienze e le prospettive di gruppi sociali, etnie, culture che vivono in differenti luoghi del mondo. L’antropologia permette di avere una visione comparativa e globale.

L’antropologo si è interessato di comprendere che cos’è una cultura. Questo termine è stato il primo interesse degli antropologici. Nel momento in cui decidiamo di andare a confrontarci con culture diverse dobbiamo cominciare a definire che cos’è una cultura. Questa non è un’impresa semplice perché non abbiamo una sola definizione di cultura neanche nella storia dell’antropologia, il concetto è cambiato secondo le scuole di pensiero, le prospettive teoriche e i momenti della storia della disciplina, quindi sicuramente si parte dal presupposto che la cultura come concetto non è mai univoca, è formata da multiple dimensioni e al contempo si parte dall’idea di superamento della prospettiva classica di cultura.

Per l’antropologo colto o cultura non ha a che fare con il sapere in senso classico, ma è un insieme complesso di molte cose tra cui le credenze, le pratiche, le tecniche, le visioni e le interpretazioni del modo di un popolo o di una società. Tutti i popoli e le società hanno una loro cultura anche chi non ha una cultura letteraria e scritta e questo a inizio '800 ha causato dei dibattiti.

Il processo culturale

La cultura oggi è un insieme complesso di idee, simboli, disposizioni, cose che facciamo perché abbiamo introiettato degli schemi mentali storicamente tramandati e acquisiti in maniera non passiva, altrimenti non ci sarebbe un cambiamento da generazione a generazione, ma selezionando. Le generazioni successive ereditano i modelli culturali delle generazioni precedenti e ne acquisiscono di nuovi in base alla propria esperienza di un mondo in mutamento oppure per l’influenza di modelli di altre culture, ma in ambedue i casi agisce sempre un principio di selezione. Questo si esercita sia al fine di accogliere quegli elementi culturali che si accordano con i modelli in vigore sia allo scopo di bloccare l’eventuale intrusione di modelli incompatibili con quelli in atto.

Tramite la messa in atto di processi selettivi le culture rivelano il loro carattere di sistemi aperti e chiusi al tempo stesso. Non esistono situazioni di chiusura o di apertura totali, ma esistono processi selettivi preposti al controllo degli elementi che, ereditati dalle epoche passate, o provenienti dall’esterno, possono rivelarsi utili o dannosi per una determinata cultura e come tali inclusi o esclusi dalla dinamica culturale.

Le culture come sistemi dinamici

La cultura non è mai un termine che fa riferimento a un gruppo omogeneo, l’idea di cultura come qualcosa di chiuso che si rifà a una religione o un territorio o a un modo di comportarsi di un certo tipo è una costruzione. Le culture sono mobili nei loro confini, sono frutto di relazione con l’altro e nel concetto di cultura si devono pensare persone o gruppi diversificati con prospettive, esigenze diverse, abbiamo una diversificazione di età, una differenza di genere e tutte queste componenti contribuiscono a costruire l’antropologia culturale. Ci permette di comprendere che le culture non sono statiche e sempre uguali a se stesse, ma sono dinamiche e dentro a queste dinamiche ci sono gli individui che agiscono. Noi dobbiamo pensare a quelli che sono i nostri sistemi di idee, ma anche le nostre pratiche quando parliamo di cultura.

La realtà contribuisce a formare i nostri schemi. Le culture sono prodotti storici, sono il risultato di incontri, cessioni, prestiti e selezioni. Questi producono sempre delle trasformazioni che, a volte, possono tradursi in un cambiamento sostanziale dei modelli culturali medesimi.

La cultura è un complesso di idee, di simboli, di comportamenti e di disposizioni storicamente tramandati, acquisiti, selezionati e largamente condivisi da un certo numero di individui, con cui questi ultimi si accostano al mondo, in senso sia pratico che intellettuale.

Il termine cultura nasce con l’antropologia e una delle prime definizioni è quella di Tylor, che nel 1871 pubblica ‘’Primitive Culture’’ in cui dice, rifacendosi ad idee precedentemente espresse in filosofia e accordandosi con il progetto scientifico dell’antropologia della sua epoca (antropologia evoluzionistica) che ‘’la cultura o civiltà, intesa nel suo senso etnografico più vasto, è quell’insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine che l’uomo acquisisce in quanto membro di una società’’.

Cultura non equivale a erudizione, quindi tutti i popoli hanno una cultura, anche se non sanno leggere o scrivere, e questa informazione ha un impatto importante nell’800 anche all’interno del panorama scientifico. Si ha l’estensione del termine ‘’cultura’’ a tutte le attività umane, fino a comprendere le manifestazioni più strane o aberranti che gli europei di allora potessero concepire. La cultura è acquisita in quanto processo di socializzazione e la cultura è prerogativa umana, viene concepita come elemento di demarcazione dal mondo animale.

La cultura non è statica, non è qualcosa che si possiede, ma è una costruzione dinamica che si produce, trasmette, condivide, rielabora (di generazione in generazione e grazie a contatti con altri mondi e culture). La cultura è anche un processo: qualcosa che gli uomini fanno e non solo un bagaglio concettuale che hanno in quanto membri di un gruppo (idee e pratiche). Non è solo qualcosa che rappresenta l’essere umano, ma è fondamentale anche la pratica e quindi si deve uscire dall’idea essenzialista di un popolo. Questo tipo di pensiero alla fine del '700, nasce all’interno dell’Illuminismo e con l’idea scientifica di studiare gli altri popoli nei loro usi e costumi (andare sul posto, osservare che cosa fanno gli altri, descrivere e riportare le informazioni nel contesto europeo).

I primi antropologi non vanno a fare ricerca sul campo, ma nei primi decenni del '800 usano fonti secondarie e strumenti di ricerca secondari. Le prime osservazioni non sono dirette, ma mediante funzionari religiosi o colonizzatori. A partire da questa prima concezione di cultura nascono una serie di -ismi:

  • Evoluzionismo
  • Particolarismo storico
  • Funzionalismo
  • Strutturalismo
  • Marxismo
  • Interpretativismo
  • Prospettivismo

All’inizio ci si scontra con il paradigma dell’evoluzionismo, che accoglie alcune istanze che provengono dalle discipline scientifiche/naturali (Darwin, Spencer). È la matrice scientifica che compone il nucleo primitivo dell’antropologia. In questo momento il modello di riferimento è quello biologico, l’idea determinista dei processi e si può seguire un’evoluzione e dentro a questo quadro generale si situa la scienza che vuole studiare le altre culture. L’idea evoluzionista dal semplice al complesso entra nel paradigma antropologico e le prime prospettive di riflessione permettono la riflessione attraverso questa lente. Si vede che ci sono popoli differenti e si inizia a studiare attraverso le persone che vivono già in quei contesti e si capisce che esistono dei processi evolutivi dal semplice al complesso.

Si pensa che le culture progrediscano per stadi, ci sono dei popoli a uno stadio primitivo e via via i popoli devono svilupparsi attraverso una linea unilineare dal semplice al complesso in una maniera standardizzata. Ogni popolo in momenti diversi deve transitare attraverso almeno 3 stadi:

  1. Primitivismo o stadio della magia: i popoli non hanno ancora sviluppato un pensiero razionale, non hanno sviluppato la scrittura.
  2. Stadio della religione: gli uomini cominciano a rapportarsi con il mondo in maniera differente, iniziano a farsi delle domande esistenziali, filosofiche e religiose. Si comincia a sviluppare il bisogno di relazionarsi con un sovrannaturale e si tratta dello stadio in cui l’uomo scopre la religione, la costruzione dell’idea di un essere che è al di là dell’umano.
  3. Stadio della scienza: l’uomo scopre il pensiero razionale e scientifico. È lo stadio più civile.

Durante il processo gli antropologi iniziano a individuare degli elementi come riti, credenze, saperi, dei comportamenti che sono presenti nei differenti stadi. Tutto questo viene interpretato attraverso la lente evoluzionistica e tutto quello della prima fase, quella magica che deve essere prima o poi superata, deve essere rimosso quando ci si considera i più evoluti. Nel terzo stadio troviamo la civiltà contemporanea dei primi antropologi ed è questo il metodo di paragone. Quello che si può studiare nella società contemporanea che può essere interpretato come un pensiero magico viene visto come una superstizione legata al passato che deve essere superata.

Esiste ancora una scala gerarchica, gli antropologi evoluzionisti considerano la loro società lo stadio più alto di questo processo. Le dicotomie come selvaggio/civilizzato, semplice/complesso sono in questa fase ancora preponderanti, proprio per il contesto storico che stiamo vivendo. Il primitivo è il nostro passato, negli antropologi manca ancora la capacità di considerare le culture primitive per quello che sono, ma c’è la necessità di posizionare la società occidentale in alto e chi si trova in basso e rappresentava uno stadio evolutivo inferiore sono percepiti come lontani nello spazio e nel tempo. Vedevano i popoli primitivi del loro tempo come lo specchio della loro storia.

Le prime osservazioni scritte dell’altro o degli altri sono osservazioni indirette dal punto di vista di chi le fa, sono strumenti che ritornano a casa e sono raccolte tramite questionari da funzionari o da religiosi. L’antropologo da tavolino analizza questi dati nel suo studio in Europa e prende questi elementi della cultura per costruire a tavolino delle letterature, delle narrazioni comparate. Si comparavano anche usi e costumi in differenti parti del mondo e in differenti epoche in maniera generalizzata. Si realizzava una costruzione di elementi a tavolino che oggi sarebbe insostenibile dal punto di vista scientifico perché i paradigmi sono cambiati.

Solo alla fine dell’800 l’antropologo viaggia e va sul campo. Questo sarà un cambiamento di tipo teorico e anche di tipo metodologico perché nasce la ricerca sul campo. Il punto di svolta si ha con una spedizione dell’università di Cambridge di fine '800 interdisciplinare che coinvolge diversi studiosi tra cui anche l’antropologo, il linguista antropologo, lo storico delle tradizioni. È una delle prime spedizioni in cui la componente più sociale-umanista è visibile. La spedizione ha la finalità di raccogliere delle informazioni su determinate popolazioni che si trovano tra la Papa Nuova Guinea e l’Australia e poi riportare le informazioni in Europa per discutere.

A questo punto si capisce che si deve esperire le nuove culture e nascono nuovi orientamenti teorici. Gradualmente si comincia ad abbandonare l’idea che si possano comparare tratti ed elementi culturali di popoli lontani nel tempo e nello spazio perché si generalizza e astrae modelli teorici, si deve contestualizzare il popolo all’interno della sua storia. Nasce l’interesse per il terreno e per la storia, mentre gli evoluzionisti non erano interessati ai processi storici, erano convinti che ci fosse uno stadio di sviluppo sempre uguale, ma non interessava loro i meccanismi dei vari stadi.

Nasce una nuova sensibilità, ci si rende conto che ogni popolo ha un modo diverso di fare le cose e si afferma un nuovo paradigma che non soppianta del tutto quello precedente, ma è in dialogo. Nasce il particolarismo storico che si sviluppa negli USA e Boas fu uno dei primi a dire che si doveva stare con le popolazioni che si vogliono studiare. Non esistono leggi di sviluppo simili alla biologia, ma ogni popolo ha uno sviluppo specifico che va ricostruito anche attraverso gli elementi della storia. Non c’è l’idea che ci sono dei tratti culturali simili tout court, ma si può tentare di comparare dei tratti comuni in aree molto prossime e si potrebbe sostenere che c’è stato un certo diffusionismo, ma questo avviene in un territorio limitato, non possiamo pensare che si verifichi in maniera astratta. Boas sottolinea l’importanza delle cause storiche e dei processi specifici dei popoli. L’idea di Boas è che possano esistere al massimo una comparazione tra aree culturali, si può pensare che aree contigue possano aver condiviso alcuni tratti, idee in certi momenti e accoglie un’idea primordiale che poi verrà definita da Kirchhoff che è quella di aree culturale. La sua esperienza di ricerca fornirà metodologie per la comparazione di aree culturali. Noi possiamo pensare di comparare elementi che provengono da popoli vicini, che hanno identità e storia diversa.

Ci sono anche altri paradigmi che si formeranno nel corso del tempo. Un momento importante è quando si impone a livello teorico la scuola funzionalista. Il funzionalismo è contemporaneo in parte al particolarismo storico e propone un’altra lettura che si sviluppa in Gran Bretagna e pone l’accento sulla funzione. Malinowski e altri propongono di fare attenzione alla funzione di singole componenti di una società o di una cultura. La cultura risponde a dei bisogni che vengono identificati e servono a completare il quadro dell’umano. L’interesse è sul serve o meno quel determinato elemento ed è un cambiamento del pensiero.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher g.go di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Udine o del prof Quattrocchi Patrizia.
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