Antropologia culturale
Fondamenti di antropologia culturale
Cultura → concetto trasversale; è cambiato ed evoluto in relazione ad altri studi (es. etologia).
Descrizione (di usi e costumi degli altri) → prima fase dell’antropologia; comprensione (dell’altro e di sé stessi) → legata a un periodo più vicino a noi.
Antropologia → “Scienza dell’uomo, discorso sul genere umano” (ànthropos e lògos) ma anche:
- Propensione umana (di tutte le culture) a costruire un’idea dell’altro, che allo stesso tempo porta a costruire un’idea di sé.
- Discorso che l’uomo fa su sé stesso.
- Discorso sull’alterità: Noi/Altri.
Esistono tante antropologie (come propensione del pensiero umano) ma una sola antropologia come disciplina scientifica, nata alla fine del 1700. Studia la varietà del genere umano dal punto di vista culturale e sociale (e non da quello dell’evoluzione, quello è un ambito dell’antropologia fisica). L’antropologia culturale e sociale studia i processi collettivi e sociali (individuo all’interno di un gruppo).
In Italia viene utilizzato il termine “Discipline demo-etno-antropologiche”:
- Demo (demologia): ha a che fare con una tradizione importante in Italia, lo studio delle tradizioni popolari (nato negli anni ’40, ’50, ’60 da studi sulle tradizioni popolari del Sud d’Italia).
- Etno: (etnografia): ricerca sul campo e raccolta dati; (etnologia): sintesi, analisi e comparazione suddivisione classica, a livelli (*)
- Antropologia: teoria (interpretazione)
(*) L’approccio attuale è diverso: non abbiamo più un’idea di antropologia divisa per dimensioni; dopo una recente svolta riflessiva ci si è resi conto essere una divisione fittizia.
L’obiettivo dell’antropologia è lo studio delle similitudini e delle differenze tra idee, saperi, pratiche e comportamenti umani in tempi e luoghi (soprattutto) distanti tra loro.
- Prospettiva sincronica: ha a che fare con il tempo presente.
- Non ha un oggetto di studio: studia soggetti e processi collettivi.
- Si interessa ai significati.
Il “percorso lungo” che l’antropologia compie è:
- Il descrivere: dai “popoli primitivi” a “noi”.
- L’interesse al significato.
- La messa in discussione delle proprie categorie: per comprendere e non fermarsi alla mera descrizione.
- Visione comparativa e globale: esperienza di ogni singolo popolo nel confronto con gli altri.
- Metodo etnografico: lavoro sul campo.
Cultura → concetto complesso e trasversale, con varie connotazioni e significati; dal punto di vista antropologico prevede il superamento del concetto classico di “cultura” (erudizione, conoscenza).
- Secondo Fabietti “cultura è un complesso di idee, di simboli, di comportamenti e di disposizioni storicamente tramandati, acquisiti, selezionati e largamente condivisi da un certo numero di individui con cui questi ultimi si accostano al mondo sia in senso pratico che intellettuale”: non soltanto quello che pensiamo ma anche quello che facciamo (es. costruire una bicicletta è cultura, un sapere è cultura, un sistema religioso ed economico sono cultura).
- La prima definizione di “cultura” fu data da Edward Tylor nel 1871, nel saggio Primitive Culture: “La cultura o civiltà, intesa nel suo senso etnografico più vasto, è quell’insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l’arte, la morale, il dritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine che l’uomo acquisisce in quanto membro di una società”.
- Tylor è un evoluzionista, vive cioè in un contesto in cui il paradigma teorico è quello dello sviluppo lineare di fatti o di processi. Con questa definizione marca l’idea che la cultura non è erudizione, è acquisita e ogni società ne possiede una (anche i “primitivi”, seppur meno evoluta).
- La cultura quindi non è essenza statica (che si possiede) ma una costruzione dinamica (si produce, si trasmette, si condivide, si rielabora…). È un processo: qualcosa che gli uomini fanno e non solo un bagaglio concettuale che hanno in quanto membri di un gruppo (idee e pratiche).
- La cultura non può e non deve essere pensata da un punto di vista essenzialista (come proposto in certi momenti della storia), attraverso cioè la scelta di culture fisse e ben definite (formate da una “somma di tratti”) associate a dei relativi popoli.
Origini dell’antropologia
L’interesse per la propria cultura e quella degli altri è sempre stato una propensione naturale. A un certo punto della storia del pensiero scientifico nasce l’antropologia come progetto specifico, per la precisione alla fine del 1700, durante l’Illuminismo, a Parigi, con l’istituzione della Société des Observateurs de l’Homme (Società degli Osservatori dell’Uomo, 1799-1805); questo progetto durerà pochi anni, perché Napoleone non lo riterrà necessario. Per la prima volta alcuni scienziati di discipline diverse si siedono allo stesso tavolo decidendo di osservare e studiare l’uomo nella sua diversità e capire come egli funzioni universalmente (senza una divisione in culture diverse); allo stesso tempo si comincia ad osservare l’uomo nella sua variabilità, attraverso un lavoro di comparazione con gli altri.
I primi studi sono quindi interdisciplinari e l’evoluzionismo (uno dei primi paradigmi scientifici accolti dagli antropologi) è interessato a cogliere gli stadi di sviluppo delle popolazioni: ogni popolo segue uno stadio di sviluppo sempre uguale a sé stesso, secondo il quale prima siamo primitivi, dopo diventiamo più razionali, dopodiché ancor più razionali (quasi scientifici) e infine moderni e civili (scientifici).
Tra 1800 e 1900 ci furono varie scuole di pensiero antropologico, detti ISMI:
- Evoluzionismo
- Particolarismo storico
- Diffusionismo
- Funzionalismo
- Strutturalismo
- Marxismo
- Interpretativismo
- Postmodernismo/prospettivismo
Ognuno di questi movimenti rappresenta un periodo specifico della storia della disciplina; alcuni sono compresenti. Ognuno ha una sua visione della cultura e ha i propri esponenti.
Evoluzionismo (1800)
- Primi antropologi
- Modello biologico: l’interesse per l’evoluzione biologica dell’uomo si sposta anche all’ambito culturale: vengono ricercate delle leggi di evoluzione della cultura che siano simili a quelle della biologia.
- Dal semplice al complesso: da primitivi a civilizzati (la distanza geografica diventa così distanza storica)
- Progresso per stadi di sviluppo
- Due importanti esponenti: E. Tylor e J. Frazer.
Frazer scrive un testo, Il ramo d’oro, in cui mette insieme una serie di credenze (usi e costumi) di popoli diversi; cita civiltà antiche come gli antichi greci fino ad arrivare a culture a lui contemporanee e compara pratiche a loro comuni: in questo tipo di prospettiva, il “primitivo” rappresenta il passato, e le sue credenze, se lontane da quelle dell’allora contemporaneo uomo occidentale, vengono definite con un concetto nuovo in ambito scientifico, quello di “superstizione”. Per cui ciò che non rientra nella “normalità” (di esponente della cultura occidentale “colta”) non viene rimosso, ma inserito in una categoria che permette di definirlo “superato” dagli uomini “civilizzati” del tempo: anche loro una volta pensavano in maniera superstiziosa, come gli uomini ancora “primitivi”, poi però hanno sviluppato, dentro questa legge universale (che vale per tutti) di evoluzione della cultura, un pensiero via via più razionale (scientifico).
Gli stadi che Frazer individua sono:
- L’irrazionalità (il primitivo che non ragione razionalmente)
- Il pensiero magico, un po’ più evoluto perché in qualche modo cerca una relazione con l’ambiente e gli elementi della natura (nascono concetti come l’idea di contatto e di contagio)
- Il pensiero religioso
- Il pensiero scientifico, razionale (in cui si diventa “civili”)
In questa legge di evoluzione della cultura, non c’era ancora l’odierna “messa in discussione di sé stessi”: i popoli “civili” erano ritenuti superiori, in una posizione di potere rispetto a quelli “primitivi”.
In questo periodo gli antropologi non fanno ricerca sul campo, ma lavorano “a tavolino”: utilizzano degli intermediari (funzionari coloniali, missionari, avventurieri) che abitano già sul luogo, vengono forniti di strumenti (es. Notes and Queries on Anthropology, testo in cui compaiono i primi questionari) con cui raccolgono dati e li inviano agli antropologi, che a loro volta iniziano a compararli e analizzarli.
Solo alla fine del secolo gli antropologi cominciano a lavorare sul campo, e lo fanno attraverso una spedizione, la spedizione dello Stretto di Torres (1898-99): una prima missione interdisciplinare, poiché composta da studiosi dell’Università di Cambridge di varia formazione (psicologi, biologi, linguisti, medici…), che decidono di raccogliere i dati in prima persona. Questo importante momento permette di cambiare la visione dell’altro, di comprendere che i questionari non bastano e che lo studioso influenza il campo di ricerca in cui svolge il suo lavoro. Da questo momento in poi inizia dunque un graduale abbandono della prospettiva evoluzionista e comparativa, che lascia il posto a un’attenzione sempre maggiore per le singole specificità delle culture, per le singole aree e le singole popolazioni. Nasce una nuova scuola di pensiero, che si contrappone all’evoluzionismo, il particolarismo storico.
Particolarismo storico
- Un esponente fondamentale è Franz Boas (USA, 1858-1942), uno studioso di culture indigene native americane. Al di là delle sue ricerche etnografiche (sul campo), importante è la sua critica nei confronti della teoria evoluzionista: è uno dei primi ad affermare che non esistono stadi delle culture universali sempre uguali a sé stessi, ogni cultura ha un suo processo storico ben preciso, che deve essere studiato.
- Nel momento in cui si comincia ad andare sul campo ci si rende conto dei limiti della comparazione generalizzante; è necessario capire le dinamiche storiche specifiche della cultura specifica che si sta studiando, attraverso il lavoro sul campo per un lungo periodo.
- Boas propone quindi uno studio delle culture nella loro singolarità o, al massimo, in aree culturali.
Area culturale → concetto nuovo; rimanda all’idea che vi siano aree con caratteristiche in comune, con delle similitudini ma allo stesso tempo delle diversità. La presenza di elementi in comune permette la comparazione tra varie società e culture.
Esempio: “Mesoamerica” è un’area culturale, definita nel 1943; caratteristiche comuni (Olmechi, Aztechi, Toltechi, Maya…):
- Scrittura glifica
- Popolazioni sedentarie: mais/milpa
- Stratificazione sociale, capi, sacerdoti, guerrieri, popolo
- Calendario complesso, 13 mesi di 20 gg; cicli di 52
- Conoscenze astronomiche (Venere)
- Idea di un cosmo stratificato
- Gioco della palla associato al culto solare
- Sacrificio umano e auto-sacrificio cerimoniale
- Pantheon con elementi condivisi (culto del sole, acqua, mais...)
Si diffondono nel frattempo altre prospettive antropologiche (funzionalismo…). Nel momento in cui cambia la prospettiva teorica (attenzione alla storia e alle particolarità di ogni singola cultura), cambia anche il modo di raccogliere dati e di stare sul campo. Nasce quindi, con l’abbandono dell’evoluzionismo, il metodo etnografico, che prevede strumenti e tecniche particolari:
- Strumenti, tecniche di rilevazione/analisi e interpretazione dei dati peculiari
- È un approccio qualitativo (≠ quantitativo/statistico, es. ISTAT): non interessato alla quantità (il campione non deve essere necessariamente ampio) ma alla qualità, cioè alla profondità del dato, alla comprensione del perché di una determinata cosa in un determinato contesto; il ruolo del ricercatore è fondamentale, perché c’è sempre una percentuale di soggettività, che è un valore aggiunto della ricerca (≠ oggettività di un approccio quantitativo).
- Bronislaw Malinowski (1884-1942) è stato un antropologo di origine polacca ed è considerato il fondatore del metodo etnografico, il primo che si confrontò con un campo di ricerca per un lungo periodo di tempo e, attraverso la sua permanenza, colse la necessità di cercare e coniare strumenti che permettessero di capire gli usi e costumi degli altri dal loro stesso punto di vista, attraverso la loro visione del loro mondo, e non dal suo punto di vista di osservatore occidentale.
L’obiettivo della ricerca etnografica è infatti, secondo Malinowski, «Afferrare il punto di vista dell’indigeno, i suoi rapporti con l’esistenza, rendersi conto della sua visione del suo mondo».
Per fare ciò, Malinowski conia una tecnica specifica dell’antropologia, l’osservazione partecipante, che prevede:
- L’osservazione, non più esterna, ma svolta attraverso la partecipazione alla vita della comunità.
- Vivere in mezzo agli indigeni per lunghi periodi e scegliendo una sistemazione “non fondo isolata” o “connotata”.
- Fare oltre che osservare: osservare facendo.
- Imparare la lingua nativa.
- Empatia: immedesimarsi nell’altro.
- Distacco (scientificità), non identificazione.
- L’essere osservati, oltre che osservatori.
Cambiamento teorico/metodologico
Viene così superata la dicotomia tra la prospettiva etica e la prospettiva emica:
- Prospettiva etica: oggettiva, da ricercatore (ancora oggi ritenuta la migliore da alcuni); l’osservatore si distacca il più possibile dall’oggetto di studio.
- Prospettiva emica: da Malinowski in poi; accoglie in toto il punto di vista del nativo.
L’accoglimento di questa fa sì che si colgano sempre più le similitudini e le differenze. In questo contesto viene data sempre più importanza alla costruzione (e co-costruzione) di significati.
Questo tipo di approccio porta a rivisitare ancora una volta il concetto di “cultura” e renderlo più complesso: la cultura è paragonata a una rete, una trama (idea che non ci siano degli indicatori prestabiliti sempre uguali a sé stessi che costruiscono il concetto di “cultura” ma che l’individuo o il gruppo si possano inserire in un punto specifico della rete, in cui identifichiamo il significato condiviso; ma, spostandosi all’interno della trama, troveremo altre coordinate, un punto in cui vengono “tirati fuori” significati culturali che riteniamo importanti).
Significati e simboli condivisi: Clifford Geertz (1926-2006, il maggiore antropologo interpretativista) scrisse un importante libro, Interpretazione di culture, in cui portò l’esempio di una faccina che ammicca: strizzando l’occhio svolgo un gesto fisico e allo stesso tempo un gesto simbolico; fatto dentro a un contesto che condivide questo significato condiviso, prodotto della mia cultura, vuole esprimere qualcosa. Quasi tutti i nostri atti hanno un significato simbolico, e l’antropologia li cerca: Geertz li definisce codici, significati profondi delle culture.
Approccio interpretativo
Geertz definisce l’antropologia “non è una scienza sperimentale in cerca di leggi ma una scienza interpretativa in cerca di significati” (Interpretazione di culture, 1973):
- L’etnografo non raccoglie e scopre un dato oggettivo ma produce e interpreta ciò che vede e (ancora più profondamente) gli altri.
- La cultura è pubblica.
- Quindi la cultura non è una somma di tratti (lingua, etnia, territorio ecc.) ma una trama/ragnatela di significati e di simboli condivisi.
Hulf Hannerz, in La diversità culturale (1992) scrive: “Una cultura è una struttura di significato che viaggia su reti di comunicazione non localizzate in singoli territori”: oggi c’è una dimensione globale della produzione e condivisione di significati; quando noi produciamo un significato, questo viaggia in maniera immediata (grazie ai social, al processo di globalizzazione che viviamo).
Geertz propone di unire i fili di questa trama, di svolgere una descrizione densa: andare in profondità, comprendere (densamente) i significati, cercare i codici di una cultura.
I codici culturali sono fondamentali per gli antropologi e hanno a che fare con i modelli culturali: modelli di comportamento/di pensiero che seguiamo “come se” fossero naturali, ma che in realtà sono frutto del contesto in cui siamo cresciuti (es. cibo/postura) (p. 23 Fabietti). Ci sono due tipi di modelli:
- Modelli per (fare/pensare qualcosa): sono schemi del pensiero che provocano un’azione e permettono di fare o pensare qualcosa; modelli-guida del comportamento e del pensiero che una persona naturalizza, rende propri (il modo in cui devo camminare, mangiare, parlare con una persona).
- Modelli di (ideali/come devono essere fatte le cose): più complessi; gli ideali di comportamento a cui tende una cultura; come dovrebbero essere le cose (modello di bellezza femminile).
I modelli culturali:
- Funzionano come le informazioni genetiche per gli animali: il co...
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