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Antropologia culturale

Parte prima - Genesi e natura dell’antropologia culturale

L’antropologia, dal greco ανθρωπόσ + λόγος, è lo studio del genere umano. Questa definizione tuttavia è molto vaga ed imprecisa: vaga perché non specifica precisamente di cosa si occupa ed imprecisa perché non si occupa propriamente dell’uomo, dove uomo è inteso come genere umano, essere umano.

L’antropologia culturale è una branca del sapere filosofico, religioso e morale che si preoccupa di studiare il genere umano dal punto di vista culturale ovvero delle idee e dei comportamenti espressi dagli uomini in luoghi e tempi distanti tra loro.

Non è possibile collocare la nascita dell’antropologia in una data ben precisa: l’interesse per l’uomo, in particolare per l’Altro e per ciò che è diverso, si può vedere fin dai tempi dell’antica Grecia dove, seppur mai parlando di antropologia, Erodoto studiava i comportamenti dei barbari e li paragonava con quelli delle πόλεις.

A “dare una spinta” verso lo studio del genere umano fu sicuramente la nascita dell’umanesimo, 1400-1500, in quanto poneva al centro l’uomo: egli era artefice del proprio destino e capace di tutto grazie anche alle prime scoperte fatte nell’ambito della fisica e della scienza.

Promotori della nascita dell’antropologia furono sicuramente gli inglesi, che si preoccupavano di conoscere le altre culture europee, e gli americani. Quest’ultimi in particolare modo si avvicinarono al mondo dell’antropologia grazie alla scoperta e alla conquista dell’America nel 1492, dove vennero a contatto con popoli di culture differenti dalle loro.

Qui nacquero infatti i primi quesiti: “anche loro sono umani proprio come noi? Bisogna portarli ad essere uguali a noi? In che modo?”; questi quesiti vennero spesso risolti con la forza e molti popoli furono confinati nelle riserve, luoghi che, oltretutto, facilitavano lo “studio” degli antropologi delle diversità.

Ad aiutare anche la crescita dello studio del genere umano fu sicuramente l’espansione del mercato e dei traffici commerciali poiché grazie ad essi si amplificavano i contatti e il desiderio di conoscere l’Altro.

Gli antropologi di fatto si occupavano inizialmente di studiare quei popoli considerati diversi: essi spesso, oltre ad avere significative differenze culturali da chi li studiava, erano popoli poveri, con tecnologie spesso antiche e non capaci di leggere e scrivere: essi venivano osservati e studiati perché considerati popoli arcaici.

Gli antropologi invece moderni si preoccupano invece di studiare tanto i popoli lontani da loro quanto i popoli vicini, europei, America del Nord, e hanno allargato anche i loro orizzonti arrivando a studiare gruppi di persone più piccoli come possono essere ad esempio sette, tossicodipendenti, prostitute.

A partire dall’1800 poi gli antropologi eseguirono un importante cambiamento: inizialmente i vari comportamenti dei popoli venivano da loro studiati non osservandoli in prima persona ma raccogliendo testimonianze di viaggiatori o di coloni che avevano dunque maggior contatto con i popoli “indigeni”.

Dal 1800 in poi invece gli antropologi iniziarono a recarsi loro stessi in prima persona nei luoghi di loro interesse dando così vita alla ricerca sul campo.

Al giorno d’oggi si ritiene fondamentale prendere parte in prima persona agli studi e alle ricerche facendo così diventare la ricerca sul campo parte fondamentale degli studi antropologici; la ricerca, compiuta in prima persona dagli studiosi, è spesso affiancata da studi e osservazioni fatte da colleghi o da non antropologi.

Difficile da definire è invece il termine cultura anche perché diverse sono le definizioni ad esso associate. Il primo studioso a definire il termine “cultura” fu Edward B. Tylor, 1832-1917; egli la definì: “la cultura, o civiltà, intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell’insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, costume e qualsiasi altra capacità e abitudine,…”. Egli quindi intende solamente quegli elementi che vengono considerati “colti” ma comprende anche tutte quelle usanze e abitudini che possono essere considerate estranee ed estreme, come ad esempio il cannibalismo.

Da Tylor in poi furono state date poi altre definizioni di cultura ma si può dire che, in un modo o nell’altro, riprendano sempre quella dello studioso.

Come si fa a studiare una cultura?

Quando gli antropologi decidono di studiare una cultura non pretendono di coglierla nella sua interezza, perché ciò sarebbe molto complesso se non impossibile. Solitamente gli antropologi si preoccupano di studiare un aspetto di una cultura come ad esempio la religione, i gradi di relazione tra le parentele, usanze tipiche.

Per fare questo però non possono escludere tutti gli altri aspetti perché questi sono spesso, se non sempre, collegati tra loro e in tempi moderni devono anche tener presente della globalizzazione. Nella ricerca antropologica è quindi fondamentale la ricerca sul campo/etnografia.

Nella ricerca etnografica l’antropologo raccoglie miti, storie, leggende riguardanti l’aspetto che sta studiando ma si preoccupa anche di raccogliere informazioni in prima persona effettuando osservazioni ed interviste.

Un aspetto fondamentale però delle ricerche antropologiche che le differenziano da tutte le altre è che l’antropologo vive in prima persona questi aspetti: quando è possibile infatti egli vive, parla, mangia nello stesso modo dei popoli che sta studiando, è partecipe in prima persona della cultura che sta approfondendo. Questo metodo è chiamato osservazione partecipante.

L’antropologo non deve diventare come loro, semplicemente impara ad essere all’interno di una forma di vita dalla quale può uscire in qualsiasi momento tornando alla propria “forma di vita”; questo permette all’antropologo di avere un certo distacco e imparzialità rispetto a ciò che sta studiando il che è fondamentale per poter compiere una ricerca.

La cultura

È molto difficile riuscire a dare una definizione al termine “cultura” soprattutto perché al giorno d’oggi questa parola viene usata generalmente per indicare il sapere, ciò che è saputo. Ciò però che gli antropologi chiamano culture sono modi diversi con cui gruppi di persone con stessi comportamenti e abitudini affrontano il mondo; l’antropologia cerca anche di trovare elementi comuni tra le varie culture.

Il primo a dare una definizione di cultura fu Edward Tylor e come abbiamo già visto egli con cultura non intendeva solo ciò che è risaputo e conosciuto ma intendeva tutto l’insieme di usanze, anche sconosciute o considerate bizzarre ed estreme, ad esempio il cannibalismo, proprio di un popolo o di un gruppo di persone. Da Tylor in poi furono date diverse definizioni di cultura ma tutto in un modo o nell’altro rientravano in ciò che diceva lo studioso.

La cultura si può dire sia operativa perché qualsiasi atto o comportamento umano finalizzato a uno scopo, tanto materiale quanto intellettuale, è guidato dalla cultura. La cultura quindi si può dire che sia operativa perché mette l’essere umano nella condizione di agire in relazione ai propri obiettivi, adattandosi sia all’ambiente naturale che a quello sociale e culturale che lo circonda, es. procurare il cibo scegliendo certi alimenti e trasformarli, conservarli e consumarli.

La maggior parte delle operazioni mentali e pratiche compiute dagli esseri umani non sono costituite da una riflessione ma è come se l’uomo fosse predisposto a compierle operativamente; ciò è dovuto dall’assimilazione della cultura e ciò viene chiamato dagli studiosi habitus.

Un’altra caratteristica della cultura è la selettività. La cultura è selettiva in quanto essa si può dire sia continuamente in cambiamento: la cultura viene ereditata dalle diverse generazioni, tuttavia essa presenta continue novità: alcuni elementi infatti non si trovano più mentre ne vengono aggiunti di nuovi.

Un esempio può essere la tecnologia: nella nostra stessa cultura di anni fa, la tecnologia non era integrata all’interno della cultura ora invece lo è, così come altre usanze non sono più solite. Tuttavia le culture non sono mai del tutto aperte o del tutto chiuse: vi sono sempre delle caratteristiche dominanti che persistono nel tempo.

Si può dire quindi che la cultura subisca dei processi di selezione, ciò implica che la cultura non sia statica, bensì dinamica. Le culture infatti non sono prodotti finiti ma sono prodotti della storia quindi in continuo cambiamento, sono risultato di incontri, cessioni e aggiunte che però non sono mai casuali.

Benché siano sempre presenti delle basi culturali è inevitabile che essi cambino continuamente e ciò è dovuto ai continui contatti con l’esterno, soprattutto in questi ultimi anni ciò si può vedere grazie alla tecnologie e alle nuove forme di comunicazione.

Altra caratteristica fondamentale della cultura è il suo essere olistica, dal greco Ὄλος, intero, ovvero la cultura è un insieme di elementi che entrano in un rapporto di reciproca interazione; alcuni studiosi ritengono poi che alcune culture siano più olistiche di altre nel senso che alcuni elementi sarebbero in un rapporto di integrazione maggiore rispetto a quanto avviene in altre società.

La dimensione olistica della cultura è fondamentale anche dal punto di vista della ricerca: quando infatti si vuole approfondire un aspetto di un popolo, questo non può essere isolato da tutti gli altri perché tutti gli elementi di una cultura, come già detto, sono in qualche modo collegati tra di loro. Per questo motivo le ricerche antropologiche sono molto complesse e anche per questo per un periodo di tempo si è preferito studiare piccoli gruppi in quanto i diversi aspetti e interconnessioni sono più percepibili.

Diviene quindi fondamentale collocare i dati raccolti attraverso la ricerca etnografica nel loro contesto di provenienza. Adottando una prospettiva olistica diventa fondamentale considerare il contesto e quindi ogni aspetto di essa perché ciò consente anche di osservare lo studio da diversi punti di vista e analisi riuscendo così a scoprire anche molto di più.

L’universalità della cultura, ovvero tutti producono cultura, ha un evidente riscontro con l’universalità dell’antropologia: l’antropologia è universale poiché ritiene tutte le culture e tutti i popoli degni di attenzione, si allontana dunque dall’idea dell’etnocentrismo che è la tendenza istintiva e irrazionale che consiste nel ritenere i propri valori e comportamenti migliori degli altri, spesso sfocia nel razzismo, si può quindi dire che l’antropologia sia antietnocentrica.

È giusto però anche dire che spesso gli antropologi peccano loro stessi di etnocentrismo quando, seppur inconsciamente, paragonano altre usanze/abitudini con quelle proprie. Questo si lega con un’altra caratteristica dell’antropologia ovvero possedere uno stile comparativo.

Gli antropologi infatti, studiando numerose culture, hanno sempre cercato di trovare delle costanti, ovvero elementi che si ripetessero all’interno di ogni cultura. Fino al XX secolo queste comparazioni venivano fatte solamente con elementi simili tra di loro nelle varie culture ma essi erano molto labili e superficiali. Per questo si sono poi sviluppate due tipologie di comparazione:

  • Comparazione tra popoli vicini nello spazio o nel tempo, vantaggio = precisione descrittiva, svantaggio = generalizzazione;
  • Comparazione tra popoli privi di legami storici, vengono comparati fenomeni simili per forma e struttura. svantaggio = mancata precisione e generalizzazione, vantaggio = ampie e sintetiche visioni di ciò che viene osservato.

Parte seconda - Unità e varietà del genere umano

Forme storiche di adattamento

Nel corso degli ultimi 50.000 anni l’homo sapiens ha compiuto diverse trasformazioni sia in campo semantico, linguistico e culturale ma anche in campo di adattamento e quindi tecnologico. L’uomo infatti ha dovuto adattarsi a diverse regioni con diverse condizioni climatiche e di conseguenza con diverse materie prime.

L’uomo, inteso come specie umana, ha dedicato i quattro quinti di questi 50.000 anni alla pesca e alla caccia mentre solamente negli ultimi 10.000 anni si è preoccupato dell’agricoltura e del suo sviluppo. A seguito della rivoluzione agricola sono state anche diverse le forme di cambiamento a cui l’uomo è stato sottoposto e tra queste la grande rivoluzione industriale a partire dal XVIII secolo che gli ha permesso un grande sviluppo dal punto di vista tecnologico e urbano.

Ma quali sono le forme storiche?

Le società acquisitive: cacciatori-raccoglitori

Tra le società acquisitive vi è il grande gruppo dei cacciatori-raccoglitori. Essi, prima della rivoluzione agricola, costituivano circa la totalità della popolazione mentre attualmente si ritiene che ve ne siano solamente 40.000 circa.

Il “gruppo” dei cacciatori-raccoglitori è molto ampio: esso comprende infatti i cacciatori della preistoria e anche quelli dei tempi moderni. I due gruppi tuttavia presentano tra di loro grandissime differenze: i popoli della preistoria fondavano la loro alimentazione prevalentemente sulla caccia attraverso la quale catturavano grandi prede di cui si cibavano e dalle quali ricavavano vestiario, oggetti, armi e per lo più erano popoli composti da centinaia di persone con un certo stanziamento.

I cacciatori-raccoglitori moderni invece fondano circa il 70% della loro alimentazione sulla raccolta di frutti, bacche e altri alimenti e cacciano solamente piccole prede, non grandi come la preistoria, inoltre i loro gruppi sono composti da circa 20-30 persone e sono alquanto nomadi.

Le società acquisitive hanno diverse ed interessanti caratteristiche: la prima di queste è che il lavoro umano, in queste società, è a rendimento immediato. I cacciatori-raccoglitori infatti non mutano la natura, non la stravolgono, ma più semplicemente si servono di ciò che la natura offre loro senza “danneggiarla”.

Questo fattore del rendimento immediato però causa anche una alta mobilità di queste società: esse infatti spesso sono nomadi e formate da piccoli gruppi di persone, per questo motivo sono spesso chiamate bande. Le bande sono praticamente costrette alla mobilità in quanto, non modificando il territorio con agricoltura e allevamenti, fondano la loro sopravvivenza su ciò che offre il luogo “del momento” e una volta finite quelle risorse sono costretti a spostarsi in un altro luogo.

La continua ricerca del cibo per poter riuscire a sostentare tutti i membri della banda porta anche a un egualitarismo all’interno del gruppo: le donne ad esempio sono meno discriminate in quanto ognuno è fondamentale per poter sostentare il gruppo; ciò però non significa che non vi siano differenze sociali: queste all’interno delle bande nascono soprattutto laddove vi è qualcuno più capace in un’attività specifica.

Un altro aspetto che differenzia le società acquisitive della preistoria da quelle moderne è che quest’ultime, a differenza delle prime, hanno dei contatti con le altre forme di sviluppo e in particolare modo con le società e organizzazioni moderne.

Sarebbe dunque sbagliato pensare che i raccoglitori-cacciatori moderni siano emarginati dal mondo odierno: un esempio può essere quello delle Maldive; i pescatori delle Maldive sono sopravvissuti a lungo come società acquisitive ma ora la loro attività è stata commercializzata tant’è che gran parte di queste popolazioni si è trasformata in un’economia industriale.

Coltivatori e pastori

Oltre a cacciatori e raccoglitori, negli ultimi 50.000 anni si sono sviluppate anche altre forme di adattamento, tra questi vi sono i coltivatori e i pastori.

I coltivatori lavorano la terra e selezionano frutta e vegetali in base alle proprie necessità e condizioni, essi sanno fare questo anche grazie a ciò che hanno appreso negli anni precedenti come raccoglitori.

I coltivatori si possono distinguere i due grandi gruppi: gli orticoltori che non lavorano la terra con tecniche complesse ma piantano talee che danno poi vita ad altri alberi da frutto, es. banani, e sono soprattutto concentrati nelle aree tropicali. Qui i rapporti sono praticamente egualitari, molto simili a quelli delle società acquisitive.

Gli agricoltori invece lavorano maggiormente la terra in quanto piantano alimenti più complessi come ad esempio i legumi che richiedono diverse preparazioni del terreno. Le diverse preparazioni del terreno si suddividono in fasi e per questo è necessario la divisione degli alimenti e la gestione delle risorse accumulate: molti studiosi ritengono che grazie a ciò in queste società ci siano forse stratificate e meno egualitarie rispetto alle precedenti.

A differenza delle società acquisitive inoltre il lavoro dei coltivatori non è immediato ma è

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

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