Italia populista: dal qualunquismo a Beppe Grillo
Un concetto inafferrabile? Il populismo e il “complesso di Cenerentola”
Difficoltà di una definizione: per l'ampia estensione geografica (non c'è quasi paese in cui non si sia creduto di rilevarne le tracce) e cronologica del fenomeno (i più tendono a datarne l'avvio al tardo '800 identificandone i prototipi nel People’s Party statunitense e nel narodnicestvo russo, ma la ricerca delle radici ha spinto a considerare “proto-populiste” persino le rivolte contadine medievali), dalla poliedricità che lo ha portato a presentarsi a seconda delle circostanze nelle vesti di movimento, regime, stile discorsivo, strategia politica, schema ideologico, espediente retorico, stato d’animo, atteggiamento psicologico, corrente di idee, clima di opinione, nonché dalla capacità “camaleontica” (Taggart) di adattarsi ai più diversi contesti, attraversando l'abituale linea di demarcazione tra la destra e la sinistra e assumendo forme specifiche diverse a seconda delle circostanze e delle opportunità che la situazione offre ai suoi interpreti.
I contributi a questa opera di chiarificazione per giungere a una definizione si sono orientati in varie direzioni. Francisco Panizza ha suggerito di raccoglierli intorno a tre principali approcci:
- Generalizzazioni empiriche, che presuppongono l’esistenza di un elemento comune nelle manifestazioni del fenomeno e puntano a costruire in base ad esso una tipologia.
- Spiegazioni storiciste, si collocano gli studi che vincolano il populismo a un preciso periodo, a una dinamica economico-sociale o a un determinato insieme di circostanze storiche.
- Interpretazioni sintomatiche, incorporano alcuni dei tratti caratterizzanti rilevati dagli altri due approcci ma li includono in un nucleo analitico che ha alla base la costituzione del popolo come attore politico e la sua collocazione in posizione antagonistica rispetto a un “altro” all’interno di una rappresentazione dicotomica della società.
Interventi ispirati a tutte e tre le impostazioni citate caratterizzano il primo sforzo di riflessione scientifica collettiva sul tema compiuto dai partecipanti al simposio, “To Define Populism”, organizzato dalla rivista “Government and Opposition” presso la London School of Economics and Social Sciences nel maggio 1967, considerato l’inizio della discussione per giungere a un’individuazione più precisa degli elementi costitutivi del fenomeno.
Il populismo non si è storicamente identificato in un tipo omogeneo di regime politico, non ha presentato contenuti identici in tutti i movimenti e non può essere ricondotto né a una articolata visione del mondo né a un programma politico condiviso da tutti i suoi esponenti; ma ciò non rende impossibile coglierne un’essenza unitaria. Se Donald MacRae riteneva che si potesse parlare di un’ideologia populista, Peter Wiles gli replicò che si trattava di una sindrome e non di una dottrina; se Kenneth Minogue privilegiò la sua dimensione di movimento politico, Angus Stewart puntò sull’individuazione dei connotati sociali che gli conferivano una pacifica identità. Ma fu al momento di tirare le somme del dibattito che emerse quella convinzione dell’impossibilità di una definizione univoca che ha serpeggiato da allora in poi.
La sintetizzò in una formula destinata a godere di enorme successo Isaiah Berlin, quando accennò al rischio che la pretesa di identificare un tipo puro di populismo potesse assoggettare gli studiosi al “complesso di Cenerentola”, cioè alla frustrazione che derivava dal non riuscire a trovare nella realtà oggetti perfettamente rispondenti ai requisiti stabiliti dalla teoria; per dissuadere gli studiosi dal perseverare nella ricerca di un'essenza del populismo capace di rendere conto di tutti i fenomeni che a quella parola venivano associati.
Complesso di Cenerentola: una metafora interpretativa
“Complesso di Cenerentola”: esiste una scarpa, la parola “populismo”, per la quale da qualche parte esiste un piede. Ci sono molti tipi di piedi che quasi le si adattano, ma non dobbiamo essere ingannati da questi piedi che quasi si adattano. Significato: nessuno sforzo di definizione teorica di un concetto può avere un esito positivo se non concorda con i risultati dell’osservazione empirica. La metafora cela due problemi: da un lato la ricerca dell’essenza del populismo (la scarpa), dall’altro l’individuazione dei fenomeni a cui l’uso del termine è stato collegato (il piede). Senza l’uno non sarebbe stato ovviamente possibile andare alla ricerca dell’altro. Forse questo complesso ha a che vedere con una rimozione?
Seguendo un suggerimento di Canovan è lecito avanzare l'ipotesi che quel rimosso corrisponda all'incapacità di una larga maggioranza dei ricercatori di emanciparsi dal pregiudizio che consiste nel rifiutarsi di considerare il populismo come un oggetto normale e ordinario di analisi, e di accostarvisi con il bagaglio di prevenzioni e pregiudizi valutativi. Al populismo è stata negata l’inclusione nel novero delle correnti politiche significative dell’epoca contemporanea, rimproverandogli l’assenza di una formulazione organizzata e coerente dei fondamenti sui quali poggia; considerate bizzarre parentesi, destinate a richiudersi rapidamente, senza lasciare tracce significative; si parla dei suoi successi come conseguenze di un’infezione, equiparandolo a una malattia di cui si dovrebbero individuare i sintomi allo scopo di poter curare. Si è negata addirittura l’esistenza sostituendolo con altri termini: antipolitica, demagogia, radicalismo democratico; o una maschera utilizzata per nascondere la vera natura dei fenomeni.
Definizioni e interpretazioni del populismo
Shils: nel populismo si esprime un’ideologia che “proclama che la volontà del popolo in quanto tale detiene una supremazia su ogni altra norma e sulla volontà di qualunque altro strato sociale, e identifica la volontà del popolo con la giustizia e la moralità” ed esprime il desiderio di una relazione diretta fra popolo e governanti, non mediata da istituzioni. Da allora in poi, la convinzione che l'appello al popolo, considerato la pietra angolare di un ordine equo e legittimo, stia al centro di ogni manifestazione politica di questo fenomeno si è trasformata in un luogo comune.
MacRae: si trovò isolato nel sostenere la necessità, se si vuole comprendere il populismo, di trattarlo come un’ideologia. La sottolineatura dell'importanza attribuita dai populisti all'appartenenza a un contesto locale e della loro propensione a imputare a complotti di estranei le difficoltà incontrate dalla gente semplice nella vita quotidiana portava la sua nozione di ideologia a trasformarsi in una teoria della personalità che eleggeva a modello un uomo che poteva sviluppare la propria libertà solo rifugiandosi nell’uniformità sociale e nell’identità di carattere con i suoi simili.
Wiles: “populista” può definirsi ogni credo o movimento basato sulla premessa secondo cui la virtù risiede nella gente semplice, e nelle sue tradizioni collettive, sostenne che da tale premessa deriva una sindrome politica composta da una molteplicità di sintomi: il carattere moralistico e non programmatico; il rifiuto delle burocrazie e della disciplina di partito; la vaghezza dei referenti ideologici; l'affidamento a capi dotati di qualità fuori dall'ordinario; la diffidenza verso gli intellettuali, il potere finanziario e qualunque altro settore dell'establishment; una coscienza sociale conciliativa e cooperativa; l'opposizione agli squilibri socioeconomici causati dalle istituzioni; un isolazionismo ostile al militarismo, seppur non pacifista in senso proprio; un temperato razzismo, che si esprime nel richiamo privilegiato alle tradizioni etniche ancestrali.
Worsley: dimensione della cultura politica che comporta l'adesione a due principi cardinali: la supremazia della volontà del popolo su ogni prescrizione istituzionale e il desiderio di una relazione diretta fra popolo e leadership. Questi principi si traducevano a suo avviso in una credenza quasi religiosa nelle virtù della incorrotta gente comune, in una rappresentazione omogenea e anti-classista della società, nell’insistenza sul conflitto tra l’uomo della strada e il mondo circostante e nel risentimento verso l’ordine imposto dalla classe dirigente che è lì da tanto tempo, che si ritiene abbia un monopolio del potere. L’influenza politica di questo insieme di convinzioni era palese nei molti regimi del Terzo mondo nati sulla scia della decolonizzazione che si sforzavano di metterle in atto servendosi di un partito unico o dominante, volto all'integrazione comunitaria delle masse nella nazione. “Il populismo è certamente compatibile con la democrazia, sebbene ciò sia spesso negato; si schiera a favore dei diritti delle maggioranze”.
Minogue: distinguere l'ideologia populista, che esprime le correnti più profonde del movimento, dalla sua retorica, che può essere plagiata in qualunque ambito a seconda delle necessità.
Stewart: dopo aver riscontrato tre modi per accostarsi allo studio del populismo, considerandolo o come un sistema di idee o come un insieme di fenomeni storici distinti o come il prodotto di determinati tipi di situazioni sociali, optò per la terza di queste vie ”un idealtipo di relazione sociale”, la cui unità deriva da un'identità di situazioni. Considerato una particolare risposta ai problemi posti dalla modernizzazione e alle sue conseguenze e, più specificamente, un tentativo di rivitalizzare l'integrazione sociale, in società modernizzate o in via di divenire tali, sulla base del richiamo a valori tradizionali, presentandosi nelle vesti sia di movimento, sia di ideologia.
Berlin: ha cercato di sintetizzare gli spunti emersi sostenendo che da essi si potevano enucleare sei caratteristiche basilari del populismo:
- Un’idea di società coesa che si apparentava da vicino alla comunità organica descritta da Tonnies.
- Una fiducia riposta più nella società che nello Stato.
- La preoccupazione, e la conseguente volontà, di riportare il popolo alla perduta armonia con l'ordine naturale.
- Un orientamento a riproporre nostalgicamente una serie di valori legati ai tempi antichi.
- La convinzione di parlare in nome della maggioranza della popolazione.
- La tendenza a manifestarsi in contesti sociali nei quali è già in corso un processo di modernizzazione.
Ludovico Incisa di Camerana: ammette che al fenomeno non corrisponde un’elaborazione teorica e si preferisce parlare di formule politiche per le quali fonte d’ispirazione è il popolo considerato come aggregato sociale omogeneo e come depositario esclusivo di valori positivi. Dell’ideologia il populismo svolge una delle funzioni tipiche ogniqualvolta emerge a seguito di una crisi politica e/o sociale, l’habitat in cui la sua forza di attrazione si dispiega in modo più efficace, utilizzando il richiamo anticlassista per cancellare le tracce dei conflitti sociali e restituire omogeneità. Ciò si è verificato in particolare in alcuni dei paesi latinoamericani, nei quali il “nazional-populismo”, è servito da base alla mobilitazione politica di ampi settori di popolazione.
Famiglie populiste e studi accademici
Canovan: distingue due grandi famiglie populiste, una connessa al radicalismo rurale (movimenti ottocenteschi russo e statunitense) e l’altra di carattere politico, che si estende ai dispositivi di democrazia diretta quali il referendum, alle mobilitazioni di passioni di massa, alle idealizzazioni dell’uomo della strada, o ai tentativi dei politici di tenere insieme traballanti coalizioni nel nome “del popolo”. L’autrice riscontra nei soggetti studiati la presenza di due elementi: accanto all’esaltazione del popolo già individuato da Shils si colloca l’anti-elitismo. Sfiducia nei politici di professione, nella politica competitiva e nell’azione delle elaborate strutture istituzionali, a cui fa da contraltare il desiderio di affidarsi a un leader estraneo ai partiti, capace di raccogliere attorno a sé l’intero popolo e disposto a offrirsi di tutelarne gli interessi. È inoltre la prima che individua un pregiudizio accademico come limite allo studio a-valutativo, gli intellettuali considerano volgare il populismo quindi lo vogliono lasciare in secondo piano; contesta il fatto che si debba eliminare il populismo perché non c’è né una versione unica (ci sono anche tanti socialismi, liberalismo ma a nessuno è venuto in mente di dire che non esistono).
Le interpretazioni via via proposte dagli specialisti si focalizzano intorno ai due poli di un’alternativa definitoria. Da un lato, si collocano quelli che recepiscono il populismo come costruzione simbolica, che presiede e orienta i comportamenti concreti di soggetti politici, come i partiti e i movimenti e quindi vi riconoscono i connotati di un’ideologia o di una visione del mondo o di una forma mentis. Dall’altro, coloro che riducono il fenomeno alla manifestazione di mero stile di azione, che non deve necessariamente trovare riscontri in una specifica declinazione ideologica.
Quanto al presunto carattere ideologico del populismo, nella nuova ondata di studi degli anni ’90 è parsa prevalere la convinzione espressa da Meno e Surel secondo cui di un’ideologia si può parlare, in questo ambito, soltanto a condizione di considerarla come un sistema cognitivo culturalmente e storicamente determinato, per il cui termine si possono esprimere interessi o risolvere tensioni sociali; altrimenti sarebbe meglio limitarsi a riconoscere nel populismo uno “schema ideologico” e un “registro discorsivo” basato sulla convinzione che il popolo è, politicamente, un’entità sovrana a cui spetta il monopolio della legittimità, che le classi dirigenti lo hanno tradito, e che pertanto è dovere del popolo restaurare il proprio primato e aspirazione al ritorno a un’età dell’oro della democrazia incarnata da un leader portavoce dell’autentico popolo.
Il populismo può essere inteso come un’ideologia, in quanto fornisce periodicamente alcuni vettori di senso che permettono di comprendere sia la situazione vissuta come critica sia le insufficienze delle strutture e degli schemi politici sperimentati, offrendo una soluzione ai problemi affrontati.
Mudde: il populismo dovrebbe essere descritto come un'ideologia che ritiene che la società sia separata in due gruppi omogenei e antagonistici, “il popolo puro” contro “la corrotta élite”, e la politica dovrebbe essere un’espressione della volontà generale del popolo. Ideologia dal centro sottile, che esibisce un nucleo ristretto collegato ad una ristretta gamma di concetti politici. Mudde e Kaltwasser si sono poi avvicinati alla definizione di Tarchi scrivendo che il populismo appare come una sorta di mappa mentale per mezzo della quale gli individui analizzano e interpretano la realtà politica. Quando ci si deciderà ad ammettere che il populismo non è un’ideologia e non è soltanto uno stile di azione politica si sarà costituito un primo passo verso l'effettivo superamento del nocivo “complesso di Cenerentola”.
Canovan: il populismo è un’ideologia debole, anche se in possesso di un nucleo di valori costanti che ne rappresentano il cuore, e a cui assegna una priorità, sempre però facendo riferimento alla visione che Freeden ha delle ideologie, intese come mappe concettuali del mondo politico che ne facilitano la comprensione riducendone la complessità e servono da guide per l’azione.
Albertazzi e McDonnell: ideologia che contrappone un popolo virtuoso e omogeneo a un assortimento di élite e di pericolosi “altri” che sono descritti come intenti a spogliare il popolo sovrano dei suoi diritti, dei suoi valori, della sua prosperità, della sua identità e della sua voce. A indebolire la posizione di quanti sostengono che l’essenza del populismo è rapportabile a un’ideologia, «che propone di far risiedere la legittimazione politica nella esistenza di una "consonanza" fra le sedi del potere politico e il "popolo"», e concedendo gli attributi della sovranità solamente «a chi con il popolo possa considerarsi in sintonia (figura del leader)», stanno due dati evidenti. Da un lato, c’è l’inesistenza di un testo fondatore da cui i leader populisti possano trarre ispirazione o suggerimenti per personali interpretazioni. L’unico testo citato in questo campo di studi, La comunidad organizada è solo la trascrizione di un discorso del Generale Peron. Dall’altro lato, c’è da registrare la dichiarata e costantemente insofferenza di capi e seguaci populisti nei confronti della parola ideologia e di tutto ciò che essa evoca: intellettualismo, manipolazione dellementi, inganno (fumo, astrazione di gente che non ha nulla da fare, gli intellettuali).
Per meglio comprendere le ragioni di quanti si schierano su questo versante del dibattito, è opportuno seguire il consiglio di Chiapponi, il quale vi distingue due linee di approfondimento, la prima delle quali «allude a una modalità specifica della retorica o a una "logica" di costruzione del discorso politico», mentre «nella seconda l'attenzione si fissa soprattutto sui ruoli di leadership politica» e chiama in causa soprattutto gli aspetti della comunicazione diretta fra i capi populisti e i loro sostenitori: il linguaggio, l'immagine ricercata, la scenografia degli incontri pubblici e così via.
Laclau: populismo non è un fenomeno circoscrivibile, di cui sia possibile determinare un unico referente valido, bensì una logica sociale, i cui effetti coprono una varietà di manifestazioni.
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