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Psicologia dell'apprendimento e dell'educazione

Psicologia dello sviluppo e dell'educazione

In generale la psicologia è una scienza che studia il comportamento e i processi mentali dell’uomo. Scomponendo questa definizione si possono notare delle caratteristiche della psicologia:

  • In quanto scienza, utilizza un metodo, che è il paradigma falsificazionista (cioè un metodo attraverso cui la scienza procede per falsificazione delle teorie esistenti a favore di nuove ipotesi).
  • Per comportamento si intende qualsiasi manifestazione che può essere misurata, cioè può essere usato come parametro per cogliere il funzionamento mentale.
  • Per processo mentale si intende ciò che sottende i comportamenti sulla realtà che permettono di apprendere, comprendere, agire e attribuire significati.

Diverso invece è la psicoanalisi, la quale non è una scienza (anche se si sta valutando), perché non utilizza il metodo scientifico usato dalla psicologia.

La psicologia dello sviluppo è una scienza che studia i cambiamenti sistematici che caratterizzano l'evoluzione psicologica di ciascun individuo nel corso della vita. In particolare questa scienza:

  • Si focalizza sui processi.
  • Ha una prospettiva dinamica situata nel tempo e probabilistica.
  • Riguarda l'intero ciclo della vita.

La psicologia dell'educazione è una scienza che si occupa di comprendere e sostenere i processi di insegnamento e di apprendimento dove per apprendimento si intende:

  • Interiorizzazione: cioè ciò che entra a far parte del bagaglio di conoscenze e arriva a modificare chi siamo.
  • Qualcosa che si costruisce: cioè abilità psicologiche di base e complesse.
  • Qualcosa che resta: cioè ciò che si impara a memoria.

La natura dei cambiamenti che ha caratterizzato lo sviluppo umano sono due e agiscono contemporaneamente:

  • Natura quantitativa: lo sviluppo è un accrescimento di cambiamenti nel tempo.
  • Natura qualitativa: lo sviluppo implica la comparsa di nuove capacità o la trasformazione di capacità già esistenti.

I processi che portano tali cambiamenti sono stati oggetti di discussione da parte di numerosi ricercatori; infatti secondo:

  • I comportamentisti sono i fattori ambientali ad innescare tali cambiamenti in quanto sostengono che lo sviluppo sia dettato dall’ambiente che influenza l’individuo.
  • Gli innatisti ci sono determinati fattori genetici in quanto sostengono che lo sviluppo è mosso da fattori innati ed è dettato dalla maturazione dell’individuo.
  • I cognitivisti lo sviluppo è dato da tutti e due i processi in quanto sostengono che lo sviluppo sia dettato dall’incontro di fattori innati e ambientali.

Questi cambiamenti possono essere:

  • Continui: comprende quelli quantitativi, in cui una abilità aumenta in modo continuo nel tempo.
  • Discontinui: comprende quelli qualitativi, in cui una abilità cambia nel tempo creando una discontinuità nello sviluppo.

Le emozioni

Storicamente il termine “emozione” è stato contrapposto alla cognizione (che riguarda l’elaborazione di informazioni, il pensiero, il ragionamento ecc.), la quale era considerata come un elemento più importante rispetto all’emozione perché i ricercatori sostenevano che la cognizione fosse vissuta come un processo di ordine superiore imposta a un corpo; ora, invece, sia la cognizione che l’emozione sono poste sullo stesso piano.

Quando si parla di emozione ci si riferisce al fatto che:

  • L’emozione è una risposta specifica all’ambiente, in quanto le emozioni sono numerose e il cervello capta e agisce in base all’evento.
  • Si manifesta attraverso dei cambiamenti somatici, che sono sia esterni che interni all’organismo.
  • Identifica un evento come rilevante, e di conseguenza la mente compie una valutazione della sua valenza edonica (cominciando a dare delle indicazioni sul comportamento conseguente).
  • Modifica il normale stato di quiete dell’organismo, che si esprime con:
    • L’impulso all’azione.
    • Specifiche reazioni fisiologiche interne.

L’emozione, quindi, è una esperienza complessa, multidirezionale e processuale che media il rapporto tra ambiente e organismo e svolge un ruolo di organizzazione cognitivo-affettivo. In quanto complesse, le emozioni presentano diverse dimensioni:

  • Motivazionale: riguarda la regolazione del comportamento in relazione ai desideri.
  • Fisiologica: riguarda le specifiche reazioni corporee connesse a diverse emozioni.
  • Espressivo-comunicativa: cioè la presenza di configurazioni facciali e manifestazioni non verbali.
  • Sociali: le emozioni nascono da condizioni sociali che derivano dal contesto e dalle reazioni.
  • Cognitiva: cioè la valutazione e attribuzione di significato alle reazioni che stimola l’individuo a far fronte agli eventi.

Riguardo ai processi e alle tappe di sviluppo delle emozioni si è creato una questione che ha prodotto due prospettive:

  • Teoria della differenziazione emotiva: elaborata da Soufre, questa teoria sostiene nel suo percorso di vita, il bambino:
    • Al primo mese presenta uno stato di eccitazione indifferenziata.
    • Al secondo mese emergono dei precursori delle emozioni (come il pianto, sorriso endogeno, trasalimento).
    • Dal terzo mese si sviluppano le prime emozioni.
    • Al quarto mese emerge il sistema piacere-gioia, in cui il sorriso endogeno diventa un sorriso sociale.
    • Ai sei mesi si sviluppano il sistema circospezione-paura (in cui il trasalimento si trasforma in paura) e il sistema frustrazione-rabbia (in cui la delusione si evolve in collera).
  • Teoria differenziale delle emozioni: elaborato da Izard, con questa teoria si sostiene che le emozioni sono forme di organizzazione che motivano il comportamento e l’affetto. Inoltre le emozioni fondamentali sono:
    • Innate.
    • Precocemente differenziate.
    • Legate allo sviluppo cognitivo.
    • Universali, in quanto le emozioni di base sono identiche a tutte le culture che poi si differenziano successivamente in base alla cultura e alla società di appartenenza.

Nonostante queste discordanze prodotte dalle due teorie, ci sono delle accordanze sulle tappe di sviluppo delle emozioni e in particolare:

  • Dai 0 ai 2 mesi, il neonato presenta delle reazioni emotive innate, in quanto legate a processi biologici per la sopravvivenza, che non hanno un valore comunicativo ma sono delle manifestazioni.
  • Dai 2 ai 12 mesi, grazie all’interazione sociale si sviluppano delle emozioni con valore comunicativo dove nel primo anno di vita le emozioni si delineano con la nascita della:
    • Circospezione
    • Collera
    • Sorriso sociale
    • Paura dell’estraneo, cioè un timore nei confronti degli estranei che porta a creare un legame speciale con i genitori.
  • Dai 4 ai 5 anni, il bambino incomincia a formare una struttura dove le emozioni possono essere differenti e si basano sulla realizzazione dei propri desideri. Inoltre il bambino sviluppa la capacità di individuare le cause delle emozioni.
  • Dai 6 anni, le emozioni possono basarsi sulla realizzazione delle proprie credenze e si possono provare due emozioni diverse in sequenza in uno stesso evento.
  • A 8 anni, il bambino incomincia a provare due emozioni contemporaneamente.
  • Dai 10 ai 12 anni, il bambino possiede un completo sviluppo delle emozioni morali e sociale, cioè emozioni che derivano dall’acquisizione delle norme morali.
  • Nel periodo adolescenziale, il ragazzo impara a valutare le cause ed effetti e gestire le emozioni nelle relazioni sociali. Rispetto agli adulti, il ragazzo ha livelli intensi di emozioni facendo molta fatica a controllarli perché la parte razionale ancora non è in grado di trovare una soluzione mentre gli adulti fanno meno fatica in quanto le loro emozioni sono interconnesse.

Perché le emozioni sono parte integrante dell'apprendimento?

La comprensione scientifica dell’influenza delle emozioni sul pensiero e sull’apprendimento ha subito una profonda trasformazione negli ultimi anni; in particolare circa vent’anni fa, una rivoluzione ha ribaltato le prime idee secondo cui le emozioni interferirebbero con l’apprendimento, rivelando invece che emozione e cognizione sono supportate da processi neuronali interdipendenti (verificato anche dalle neuroscienze affettive) e quindi è impossibile costruire pensieri o ricordi senza delle emozioni.

Inoltre il processo di apprendimento è stato studiato come un modello di memoria, che comporta ad una acquisizione passiva di informazioni, mentre oggi viene considerato come un processo molto attivo perché quando impariamo, si attiva un processo dinamico tra percezione, azione e cognizione che permettono uno sviluppo del nostro comportamento.

Quest’intuizione ha ottenuto importanti conseguenze per l’istruzione e per l’educazione perché fa accedere a numerose questioni riguardanti come, quando e perché gli studenti imparano in maniera significativa oppure come la tecnologia possa modellare l’apprendimento.

Sulla base di queste scoperte, per le neuroscienze le emozioni sono programmi di azione che si sono evoluti come estensione dei meccanismi di sopravvivenza che comprendono:

  • Valutazione cognitiva degli eventi.
  • Tendenza a compiere azioni.
  • Espressività
  • Attivazione neurofisiologica.

Un aspetto rilevante per l’educazione sono le emozioni complesse, cioè delle costruzioni mentali che non riguardano il contesto fisico reale, che hanno un elemento di interpretazione cognitivo soggettivo (ovvero l’interpretazione di ciò che sta accadendo) accompagnato da reazioni che avvengono nel corpo; provare queste emozioni organizza la nostra socialità e la nostra moralità. Queste emozioni complesse hanno a che fare con ciò che pensiamo di conoscere sul mondo, alla luce delle nostre esperienze passate e future.

La comprensione profonda di qualsiasi materia scolastica, tradizionalmente considerata come non emotiva, dipende dalla possibilità di fare delle connessioni emotive tra i concetti: in particolare è stato osservato che quando i matematici osservano delle equazioni (che per loro sono bellissime) si attivano delle regioni sensoriali ed emotive che si attivano durante esperienze di percezione di altre bellezze. Questo suggerisce che l’apprendimento significativo (ovvero un’acquisizione di informazioni che durano nel tempo) ha a che fare con l’aiuto che si può fornire agli studenti nel connettere le loro esperienze con le loro competenze matematiche al fine di un apprendimento utile.

La particolarità dell’apprendimento significativo, che è diverso dalla memoria in quanto quest’ultima permette di acquisire informazioni che rimangono per poco tempo nella mente, è che l’apprendimento significativo permette di mettere insieme sia la cognizione, le emozioni e la percezione sensoriale che inducono a dei cambiamenti corporei e mentali. Di conseguenza ciò porta a:

  • Focalizzare l’attenzione su ciò che si sta facendo, con un conseguente miglioramento delle performance individuali.
  • Apprendere per associazioni.
  • Rievocare ricordi significativi, che porta a rivocare le sensazioni provate.

Le emozioni non sono un qualcosa di diverso rispetto alle capacità cognitive, ma diventano loro stesse delle capacità.

Sento, dunque apprendo

Recenti scoperte nel campo delle neuroscienze delle emozioni hanno evidenziato delle connessioni tra funzioni emotive e cognitive in grado di trasformare la comprensione dell’apprendimento; in particolare le connessioni tra processi decisionali, funzionamento sociale e ragionamento portano una svolta nello sviluppo della moralità umana.

La biologia contemporanea rivela che gli esseri umani sono creature emotive e sociali, ma coloro che operano in contesti educativi non si rendono conto che le capacità cognitive non operano come sistemi razionali; al contrario, qualsiasi insegnante competente riconosce che le emozioni influenzano le prestazioni e gli apprendimenti degli studenti.

Tuttavia si sostiene che la relazione tra apprendimento, emozioni e condizione fisica si intrecci con la nozione di apprendimento. Ciò non significa che le emozioni governino la nostra cognizione, ma si tratta di riconoscere che lo scopo originario dell’evoluzione è quello di gestire la nostra fisiologia (ottimizzando la sopravvivenza); se si considera che tale scopo comporta anche la modifica dello stato mentale, allora ci si può rendere conto di quanto le emozioni sono intrecciate con il pensiero.

Ma c’è un altro livello da considerare relativo al problema della sopravvivenza e dello sviluppo, ovvero via via che le menti diventano sempre più complesse, il problema diventava anche quello di gestire le interazioni sociali. L’evoluzione delle società umane ha prodotto un contesto sociale e culturale complesso dove progredire all’interno vuol dire che le nostre azioni si verificano al di fuori della nostra realtà socialmente costruita.

Nonostante in quest’ultimo stadio evolutivo i concetti di sopravvivenza e di sviluppo vadano interpretati nel contesto sociale e culturale, le menti umane portano l’evidenza dello scopo originale (ovvero agire per la sopravvivenza); questa conclusione indica nuove direzioni per comprendere il collegamento tra biologia, apprendimento e cultura.

Per capire questo, negli anni ’80 lo studio dei sistemi celebrali inclusi al comportamento era dominato da un approccio top-down, in cui i processi di apprendimento erano concepiti come sistemi di ordine superiore (sottovalutando il ruolo fondamentale nel dirigere il comportamento e il pensiero razionale). Allora, in un contesto di ricerca, divenne evidente che il comportamento irrazionale di pazienti neurologici, che avevano subito lesioni nel lobo frontale, non poteva essere spiegato invocando meccanismi cognitivi.

Il modo classico per spiegare i sintomi di questi pazienti era quello nell’ipotizzare che qualcosa fosse compromesso, e che non permetteva a loro di prendere decisioni in modo razionale; nel corso del tempo si scoprì, invece, che i disturbi nell’ambito delle emozioni potevano fornire una migliore spiegazione delle loro scarse capacità di decisione. Infatti a causa della compromissione di evocare emozioni associate a determinate situazioni passate, i pazienti non erano più in grado di selezionare la risposta appropriata.

Sono poi state effettuate delle indagini su pazienti adulti con danni celebrali emersi nell’infanzia, che hanno rivelato una differenza sostanziale con l’indagine precedente: nonostante entrambi i gruppi siano in grado di ragionare su problemi cognitivi tradizionali, i pazienti con danni emersi dall’infanzia sembrano non aver mai appreso le regole che guidano il comportamento sociale. Questi pazienti potrebbero soffrire per la perdita del timone emotivo (ovvero la capacità di manipolare le situazioni, producendo apprendimento di norme relative al comportamento sociale) che comporta l’incapacità di cogliere la portata emotiva delle esperienze.

Assumendo una prospettiva evoluzionistica, il cervello si è evoluto sotto numerose pressioni per far fronte al problema di sopravvivenza e rispondere in modo conforme (attuato attraverso il meccanismo delle emozioni). Questa capacità di coping (cioè delle strategie che le persone attuano in situazioni stressanti sia a livello cognitivo che comportamentale) si rivela in modi semplici negli organismi semplici e in modi articolati nelle menti complesse, che sono attuate dalla gestione della vita all’interno di una cultura e utilizzano strategie emotive.

Quindi le emozioni sono una forma base di processo decisionale che consentono agli individui di rispondere in modo adeguato a differenti situazioni (dove più gli individui si sviluppano, più affinano le loro pozioni comportamentali e cognitive).

In linea generale, cognizione ed emozione sono considerate come due aspetti interrelati del funzionamento umano; nonostante sia molto importante distinguere questi due aspetti, preservare questa dicotomia può oscurare il fatto che le emozioni comprendono la cognizione così come poi gli aspetti della cognizione sono influenzati dalle emozioni.

Questa relazione tra cognizione ed emozione può essere rappresentata attraverso un diagramma dove l’unione tra questi due elementi danno vita al pensiero emotivo. In particolare il pensiero emotivo comprende i processi di apprendimento e di memoria (in contesti sociali e non sociali), da cui si dispiega la creatività (un mezzo per sopravvivere e prosperare in un contesto sociale e culturale) attraverso modalità di riconoscimento di situazioni complesse o di risposte innovative.

All’interno del diagramma, nella parte destra, il ragionamento di livello superiore e il pensiero razionale contribuiscono alle emozioni sociali e morali (i quali costituiscono l’etica); nella direzione opposta, certi tipi di pensiero emotivo possono imporsi sull’evidenza razionale per produrre quel tipo di decisione di natura morale che è contenuto alle nozioni intuitive di buono e cattivo.

Nella parte sinistra del diagramma, gli aspetti corporei delle emozioni sono rappresentati da un ciclo continuo che lega il pensiero emotivo al corpo e viceversa. I pensieri emotivi, coscienti o non coscienti, possono alterare lo stato del corpo in modi diversi e, a loro volta, le percezioni corporee possono influenzare il pensiero.

In aggiunta il supporto alle relazioni tra corpo, emozioni e cognizione proviene dalla ricerca neurobiologica, in cui l’induzione dell’emozione causa cambiamenti mentale.

In conclusione l’obiettivo di questo diagramma non è...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Simone-Murdaca di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dello sviluppo e dell'apprendimento e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Valle Annalisa.
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