TECNOLOGIA MECCANICA
INTRODUZIONE GENERALE
Manufacturing system: termine con cui si vuole descrivere e introdurre i vari processi che
permettono di produrre qualsiasi cosa a livello industriale.
Fin dall’antichità l’uomo ha disposto di alcune tecnologie, più o meno evolute, che però lo hanno
sempre contraddistinto dagli altri animali.
Il materiale e processi produttivi che li caratterizzano hanno dettato le capacità della nostra specie
tanto che è il nome del materiale più utilizzato durante un periodo a dare il nome alla specifica
età, ad esempio età del bronzo, dell’oro, dell’acciaio….
Ovviamente con lo sviluppo del materiale l’uomo ha anche introdotto via via tecniche di
lavorazione più complesse. Gli uomini primitivi erano in grado già di praticare piccole fusioni anche
se questa abilità la appresero con efficienza greci e romani che ne fecero un punto di forza, per poi
passare però nel tempo alla deformazione plastica dei metalli che prese campo nel Medioevo e poi
tecnologie sempre più complesse e ad alta produttività che portarono poi nella seconda metà del
700 alla prima rivoluzione industriale.
Oggi il progresso è tale che siamo giunti all’industria 4.0 o quarta rivoluzione industriale.
La prima industrializzazione riguardava principalmente la meccanizzazione del processo
produttivo, ovviamente questa fu possibile grazie all’introduzione del motore prima a vapore e poi
a scoppio che portarono alla prima rivoluzione; la seconda rivoluzione si basò sull’introduzione
della produzione in serie effettuata da Ford che sviluppo un modello di industria ad altra
produttività mentre nella seconda metà del 900 si ebbe una progressiva introduzione dei
computer nell’ambito produttivo, che automatizzò gran parte dei processi di fabbrica dando il via
all’industria 3.0, fino ad arrivare ad oggi, con la quarta rivoluzione industriale caratterizzata dalla
connessione delle macchine.
Per connesse si intende lo sviluppo di un’intelligenza distribuita tale da permettere la decisione
autonoma, anche se in parte al macchinario stesso. Quest’ultimo è infatti in grado di trovare
processi alternativi e ha piccole proprietà di problem solving.
L’ingegneria di produzione è una disciplina dell’ingegneria che si occupata delle diverse pratiche di
produzione e della ricerca e dello sviluppo di sistemi, processi, strumenti e attrezzature.
La tecnologia di produzione fornisce gli strumenti che consentono la produzione di tutti i beni di
produzione.
PROCESSI PRODUTTIVI
Per processo produttivo si
intende l’insieme delle fasi di
produzione, composto in
genere da più stadi, in cui a
partire da un semilavorato o
un materiale grezzo prende
forma il prodotto finito
Operazioni di trasformazione
(processing operations) :
trasformano un materiale dallo stato grezzo a uno stato finito
Attività di montaggio (assembly operations / joining processes): unione di due o più componenti
per creare un nuovo prodotto Processo di modellatura (shaping process):
trasformazione della forma di un materiale da
uno stato di completamento grezzo ad uno stato
più avanzato o finito
Aspetti tecnologici: applicazione di processi fisici o chimici con il
fine di modificare la geometria, le proprietà, e/o l’aspetto di un
materiale grezzo per produrre componenti o prodotti finiti
Aspetti economici: trasformazione di un materiale grezzo in
elementi dal valore economico superiore tramite uno o più
processi e/o operazioni di assemblaggio
L’industria è l’insieme delle imprese e delle organizzazioni che
producono o forniscono beni e servizi
Materiali
Alcuni prodotti sono formati da un solo materiale, mentre altri da più di uno
I materiali a loro volta si dividono in:
- Metalli
- Ceramici
- Polimeri
- Loro unioni (compositi)
I ceramici sono fragili ma resistenti, i polimeri sono elastici, mentre i metalli sono una via di mezzo
tradi essi.
Con il passare del tempo, si vengono ad utilizzare materiali compositi che sono formati a partire da
coppie di materiali di diverse categorie viene introdotto un nuovo elemento di progettazione,
ossia la progettazione del materiale stesso.
Lo svantaggio dei materiali compositi è che sono più difficili da riciclare, poiché il riciclaggio di tali
materiali risulta più costoso.
Negli ultimi anni si stanno sviluppando dei materiali intelligenti, ossia materiali dotati di una o più
proprietà che possono essere modificate e controllate con stimoli esterni.
Capacità produttiva (volume produttivo): massima
quantità di prodotti che un impianto può produrre in un
dato periodo di tempo (generalmente un anno) nelle
condizioni operative assunte
Capacità di processazione tecnologia: processi di
produzione sono adatti a determinati materiali quindi,
specializzandosi in determinati processi, l’impianto è
anche “specializzato in certi materiali”
DISPOSIZIONE DEGLI IMPIANTI (FACILITIES LAYOUT)
Project Shop
Prevede che l’azienda operi per PROGETTI, quindi si lavora ad
un solo prodotto per volta e sono i processi ad alternarsi
intorno al prodotto. E’ presente una forte customizzazione e
flessibilità dei processi e il personale è molto qualificato.
L’efficienza non è molto alta e i tempi di produzione sono
lunghi.
Il prodotto viene quindi direttamente realizzato per intero e
sono i macchinari e il personale a spostarsi intorno ad esso.
Nel metodo project work, il prodotto rimane “fermo” al centro del sistema produttivo e le persone
vanno ad operare sul prodotto muovendosi intorno all’oggetto.
Usata solitamente per oggetti molto grandi come aerei, navi, treni etc. questa forma di processo
produttivo permette una fortissima customizzazione del prodotto finale in funzione dell’esigenza
dei compratori.
L’azienda produce bene e in maniera estremamente efficace in termini di qualità, ma in questo
sistema ci sono delle pecche: per eseguire infatti alcune operazioni occorre personale qualificato
che ha costi elevati in termini di mano d’opera ed estremamente difficile da sostituire talvolta per
cui non abbiamo un elevata resilienza.
Oltretutto questo metodo rallenta molto il ritmo produttivo (poco efficiente) in quanto, non
permette a più operai di lavorare allo stesso oggetto ma questi si devono fare piano piano avanti
seguendo una serie di step.
La miglior nota positiva di questa metodologia produttiva però resta l’alta flessibilità dove con
flessibilità si intende la capacità di convertire la tipologia della produzione. Questa tecnica
produttiva è ancora la più vicina esistente all’artigianato e resta poi anche la migliore in termini di
aggiornamento in quanto non è necessario acquistare quasi mai nuovi macchinari, ma
semplicemente istruire gli operai.
Flow Line and Transfer Line
È quella che viene chiamata in gergo “catena di montaggio”,
ovvero l’opposto del project shop. Le macchine e il personale
sono organizzati solo per fare una specifica lavorazione; i
prodotti in produzione seguono dei percorsi prefissati, spesso
con elevata automazione e si cerca di eliminare i tempi morti.
Non è caratterizzata dalla flessibilità ma c’è un’elevatissima
produzione.
È caratterizzato da un flusso di materiale unidirezionale, in cui i
lavori sono definiti da una serie e una sequenza di lavorazioni uguali predeterminata
È un metodo di lavoro molto efficiente ma estremamente rigido, quindi un minimo problema nel
flusso può arrestare l’intera produzione.
La metodologia flow line invece prevede che il prodotto entri su un nastro scorrevole e che
attraverso una serie di macchinari in serie ne esca completo.
Il problema di tale metodo produttivo è la bassa customizzazione per cui non è molto flessibile alle
esigenze del singolo compratore. Rinunciando a questo però, tale sistema raggiunge la massima
produttività.
Il problema fondamentale si ribadisce, resta comunque la scarsa variabilità per cui solitamente
queste catene di produzione dette linee di produzione non sono riutilizzabili e pertanto nascono e
muoiono con un unico scopo senza la possibilità di poter essere riorganizzate.
L’esempio più grande sono le linee di produzione di un’auto, ad esempio, che non sono
assolutamente convertibili.
Le linee di produzione sono in sostanza estremamente inflessibili. Si hanno in questa maniera però
bassi costi di produzione a fronte di un investimento inziale, talvolta anche molto grande.
Questo sistema produttivo diventa inutilizzabile quando la complessità o la dimensione del
prodotto diventa troppo elevata per cui non siamo più in grado di creare una catena produttiva
efficiente.
Job Shop
È una soluzione a metà strada tra la flow line e il project shop
Le macchine sono organizzate per tipologie e si creano quindi dei
percorsi (non prefissati e fissi) per produrre oggetti di elevata
variabilità, ossia ogni tipo di prodotto segue il suo “percorso” da
una macchina all’altra.
C’è una perdita di efficienza rispetto alla catena di montaggio ma
si guadagna notevolmente in termini di flessibilità
Si hanno tuttavia 2 problematiche:
- Problema logistico è più complesso
gestire un’azienda del genere e si creano
tempi di attesa più lunghi
- Problema efficienza c’è una minore
efficienza perché le singole macchine non
sono fatte per seguire una sola tipologia di
lavorazione, tuttavia sono strategie molto
resilienti, poiché se una macchina può
essere sostituita velocemente con un’altra e
posso modificare il numero e la disposizione delle varie macchine senza particolare fatica e
impedimenti
La tracciabilità del prodotto risulta difficile.
A metà strada tra le due metodologie precedenti si colloca il Job Shop.
In tale modello organizzativo, i settori industriali sono separati in reparti in funzione della
lavorazione che eseguano (ad esempio potremmo avere il reparto tornitura, il reparto fresatura, il
reparto brocciatura etc.) e per ogni reparto sono presenti un numero consistente di macchine,
strettamente relazionato alle esigenze produttive dell’azienda.
Nel Job Shop si creano dunque dei percorsi che permettano di produrre quasi in serie, ma con
maggior flessibilità.
I problemi in questo caso diventano dunque di tipo logistico e non solo inteso come organizzazione
dello spazio aziendale: il problema maggiore risiede nel fatto che l’oggetto deve seguire un certo
processo e per farlo deve spostarsi da un reparto ad un altro, questo non solo rallenta la produzione,
ma crea, se gestito nella maniera scorretta, confusione in azienda.
Un altro problema considerevole è cosa avviene nel caso di aumento della domanda di produzione,
per avere maggiore flessibilità produttiva un’azienda Job shop sacrifica parte della sua efficienza in
termini di tempo di produzione.
Questo significa anche essere meno flessibili sugli ordinativi, in quanto se si ha un aumento della
richiesta di produzione i vari prodotti a ogni lavorazione in ogni reparto dovranno mettersi in coda
rallentando la produzione o alzando i costi (in quanto si dovranno pagare turni straordinari alla
mano d’opera).
Al contrario però di una flow line, il job shop è una strategia molto resiliente per cui se una macchina
si rompe altre la sostituiscano, rallentando sì, ma senza mai fermare la produzione.
Questo vantaggio non è presente nella flow line dove, se ci troviamo ad avere a che fare con la
rottura di un macchinario della serie siamo costretti a interrompere quella linea produttiva.
Altro vantaggio rispetto al modello più sequenziale della flow line è che queste tipologie di
produzione si aggiornano più facilmente: in una line transfer non ha senso aggiornare i macchinari
per due motivi, primo perché una linea produttiva non è riutilizzabile una volta che avremo
terminato di produrre quel modello e secondo perché dovrei aggiornare non uno ma tutti i
macchinari della serie per avere un effetto gradito.
Nella azienda job shop aggiornare i macchinari mi aiuta invece a ridurre a mano a mano i carichi di
lavoro.
Cellular system
È caratterizzato da piccole linee di produzione per gruppi e
famiglie di prodotti.
Si usa quando si vogliono raggruppare sequenze di
lavorazione che sono comuni a più prodotti.
Risulta essere quindi un ibrido tra il job shop e la transfer
line.
Non ci sono flussi tra una cella e un’altra, sono indipendenti
In questa tipologia invece di sistema produttivo è il lavoro per processi ad essere raggruppato e
non i macchinari. Se una oggetto deve essere per esempio brocciato, fresato e forato posso creare
un piccolo reparto (massimo 6 macchine nei sistemi più complessi) riservato a tale processo per
poi trasferire il prodotto in altri parti dell’azienda. Ancora una volta qui resta il problema della
logistica della sequenza produttiva. Il sistema in questione è dunque un misto tra un job shop e
una line transfer, che sacrifica un po’ di flessibilità rispetto al primo per guadagnare efficienza
produttiva sul secondo. Rispetto al job shop ovviamente perde anche in capacità di aggiornamento
e resilienza.
ASPETTO DEI COSTI
Nelle aziende si fa solitamente distinzione su due tipologie di costi, i così detti costi fissi e i costi
variabili:
Il costo fisso è quella parte di investimento iniziale da fare per avviare la produzione; non vi
rientrano in questi costi però la mano d’opera la quale solitamente è già presente in azienda e
pagata ad ore piuttosto che a lavoro svolto e neanche il materiale per la produzione dal cui
successivo trattamento andiamo ad ottenere il guadagno.
Dobbiamo andare a considerare piuttosto nei costi fissi gli acquisti dei macchinari necessari
all’implementazione della linea produttiva.
Il costo fisso è indipendente poi dal numero di pezzi che voglio produrre, mentre il costo variabile
ne dipende fortemente.
Un nuovo prodotto viene ideato in base alla richiesta del mercato. Qualunque prodotto avrà un
suo ciclo di vita. Questo parte dall’idea del prodotto sulla base di una ricerca di mercato.
Tale idea, dopo un’analisi approfondita e affinamenti successivi, viene tradotta in un progetto
preliminare basato su una specifica tecnica.
Il progetto preliminare viene trasformato in un progetto esecutivo, eliminando e selezionando le
soluzioni per tutti gli aspetti del prodotto.
Al progetto segue la preparazione dei disegni, dai quali si procede con la decisione dei cicli di
fabbricazione nonché alla definizione del fabbisogno dei materiali.
Successivamente si passa alla pianificazione del prodotto, ossia la definizione della miglior
gestione delle risorse produttive disponibili al fine di produrre la quantità di prodotto stabilito in
base alle previsioni di vendita o ai termini di consegna concordati.
In sostanza possiamo dire che, più una linea è automatizzata più è costosa in termini di
investimento iniziale.
Il sistema meno costoso quindi, in termini di costi fissi, è il project work che ha come investimento
fisso solo la ricerca e lo sviluppo di nuove tecnologie più moderne per invogliare i compratori a
sostituire o aggiornare i loro prodotti.
I costi variabili invece sono inversi per cui per poche unità da produrre un project work va bene,
ma all’aumentare del numero la cosa degenera e piano piano i costi vanno ad aumentare.
Quando i costi in funzione del numero di pezzi aumentano e superano il costo dell’investimento
inziale del sistema più automatizzato allora conviene o conveniva supportare la spesa iniziale.
CICLO DI VITA DI UN PRODOTTO
Il ciclo di vita di un prodotto, essenzialmente meccanico, ma generalmente valido per ogni altra
tipologia di produzione, comincia sempre con un’analisi del mercato da parte della azienda che
successivamente commissiona dunque la progettazione dell’oggetto in questione.
Questa fase viene chiamata anche engineering design e termina con la realizzazione su CAD del
progetto con un disegno in 3D che ci permette di pianificare poi il ciclo produttivo, la scelta del
materiale il processo ed eventualmente definire quindi un prezzo di lancio.
Successivamente da progetto preliminare si passa a progetto esecutivo per cui si comincia l’attività
di ricerca e sviluppo a fini sia qualitativi, che di sicurezza che estetici per cercare di rendere il
prodotto il più competitivo possibile sul mercato.
In questo processo vengono costruiti diversi prototipi per studiare e testare il prodotto finale
una volta raggiunta questa condizione si comincia a studiare i processi produttivi per la
costruzione e fabbricazione dei componenti scegliendo anche quali acquistare da terzi e quali
produrre in autonomia.
Tale fase è chiamata design for manufacturing, durante il quale si cerca di analizzare le difficoltà
tecnologiche cercando di abbattere i costi e produrre al meglio l’oggetto.
Successivamente si passa allo studio del design for assembly che si occupa di definire il sistema
produttivo migliore per la produzione o assemblaggio delle componenti del prodotto finale.
Si prosegue poi in realtà con una serie di studi diversi che ci devono fornire le indicazioni di
utilizzo, smaltimento, smontaggio e quant’altro di un prodotto.
Uno studio che prende sempre più importanza negli ultimi anni è il design for sustainability che
indica l’impatto ambientale dell’oggetto ed eventualmente come riciclarlo e riutilizzarlo.
Una volta raggiunto l’immissione sul mercato il prodotto viene sottoposto ai clienti che a
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