UNO, NESSUNO E CENTOMILA
Quest’opera appartiene, ovviamente, al genere del romanzo; si tratta però di
un tipo di romanzo innovativo, che si distingue dalle tipologie precedenti come
quella romantica o verista, è un romanzo innanzitutto psicologico. In esso il
protagonista, Vitangelo Moscarda, ha un’importanza assoluta e scrive,
rivolgendosi anche al lettore, in prima persona. Può essere considerato un
romanzo compiuto nella forma e incompiuto nella sostanza nel senso che in
esso le riflessioni del protagonista offuscano la trama e rallentano il ritmo
narrativo. Ciò che ha rilievo è la vita interiore del protagonista e non i fatti, che
servono soltanto come pretesto. La tematica preponderante è la frantumazione
dell’io, fulcro della filosofia pirandelliana. Tutto sembra finalizzato a dimostrare
la relatività e la soggettività dell’esistenza umana. Dopo aver appreso dalla
moglie di avere il naso storto, il protagonista sarà soggetto a una perdita
d’identità, egli non riesce più a pensare a se stesso univocamente né a
riconoscersi nelle maschere molteplici, diverse e fra loro inconciliabili che gli
altri gli attribuiscono e si lancia in una spietata distruzione delle false immagini
di sé. Avendo quindi appreso che essere centomila significa dunque essere
nessuno, approda ad una totale estraniazione ed alienazione da sé. Dal punto
di vista letterario il libro occupa un posto importante nella letteratura del primo
Novecento anche perché presenta tematiche tipiche di quell’epoca, quali
l’inettitudine, lo smarrimento d’identità, la follia e il malessere psichico.
Il protagonista è Vitangelo Moscarda (Gengè per gli amici), figlio scansafatiche
di un banchiere usuraio dal quale ha ereditato la banca che gli permette di
vivere di rendita.
Tutta la vicenda prende avvio da un evento insignificante, lo scrutarsi allo
specchio del protagonista e la scoperta di un difetto, il naso che pende verso
destra. Vitangelo non aveva mai notato questo particolare, è la moglie che
glielo sottolinea. La scoperta del difetto del naso, seguita poi da altri difetti che
la moglie gli fa notare, come le sopracciglia che sembrano due accenti
circonflessi, l’attaccatura delle orecchie, la diversità della gamba destra
rispetto alla sinistra, scatenano una crisi di identità, Vitangelo si rende conto
che la moglie e le persone intorno a lui hanno un'immagine della sua persona
completamente diversa da quella che egli si è fatto di sé stesso.
Decide quindi di cambiare vita per scardinare l'immagine stereotipata che gli
altri hanno di lui, alla ricerca della sua vera identità.
Lui che non si era mai occupato della banca decide, fra lo sbigottimento degli
impiegati e dei soci e, nonostante l'opposizione dell'amministratore Quantorzo,
che gestisce gli affari di famiglia dopo la morte del padre di Vitangelo, di
gestire direttamente la banca e i beni paterni. Sfratta un certo Marco di Dio da
una casa di sua proprietà per poi regalargli l’appartamento. Poi, per liberarsi
della nomea che gli è stata attribuita dai compaesani di figlio dell’usuraio, si
ripropone di liquidare la banca.
La moglie, i famigliari e gli amministratori della banca, per impedirgli di
dilapidare tutte le sue sostanze, lo vogliono interdire per infermità mentale.
Moscarda riceve allora la visita di Anna Rosa, un'amica della moglie, inviata nel
tentativo di per cercare di ricondurlo alla ragione. La donna, sconvolta dal suo
modo di ragionare e preda di un inspiegabile raptus, gli spara un colpo di
pistola. Al processo però, anche grazie alla deposizione di Moscarda, viene
assolta.
Vitangelo devolve tutti i suoi beni per la costruzione e la gestione di un
manicomio per poveri indigenti, in cui è stesso si ritira a vivere. Nell’ospizio
Vitangelo si sentirà finalmente libero da ogni regola e della prigione
dell’identità.
Analisi e commento
L’inettitudine e la liberazione dalla prigione della forma
Uno nessuno centomila è l’ultimo romanzo pirandelliano, viene pubblicato nel
1925 ma Pirandello vi stava lavorando già da circa quindici anni, alternando la
stesura dell’opera all’attività di autore teatrale. La lunga elaborazione di Uno
nessuno centomila vede la pubblicazione di alcuni brani nel 1915 e la prima
edizione completa sulla rivista “La fiera letteraria” tra il dicembre ’25 e il
giugno ’26.
La narrazione consiste in un ininterrotto monologo, costituito da riflessioni,
divagazioni, interruzioni, degressioni del protagonista: Vitangelo Moscarda.
L’incipit del libro è spiazzante: un’azione banale e ordinaria come guardarsi allo
specchio porta ad una scoperta inattesa che scatena lo svolgimento della
vicenda.
Anche il protagonista di questo ultimo libro di Pirandello, è un inetto come il
Pascal del Fu Mattia Pascal. Vitangelo Moscarda è infatti uno scioperato figlio di
papà che come Pascal non si riconosce nel proprio corpo e che si è sposato per
imposizione altrui.
Tuttavia Moscarda a differenza di Pascal non si adegua ad assistere
passivamente a quella che definisce la “pupazzata” quotidiana che è la vita,
ma va alla ricerca di una soluzione che lo riscatti dalla condizione di inetto. Le
modalità del riscatto avvengono attraverso 2 fasi:
La prima è l’abolizione della coscienza di sé e della propria identità Moscarda
prova inizialmente a liberarsi della prigione della forma, ma non ci riesce.
Constata che i pregiudizi sono inamovibili e che ogni tentativo di darsi
un’identità irrigidisce la persona in una sorta di maschera, impedendogli di
essere altro. Il nome, che viene definito non a caso un’epigrafe funeraria, e la
forma che ci imprigiona in uno schema, stabiliscono limiti precisi e rigidi e
schiacciano la vita che è flusso e movimento. Allora Moscarda realizza che per
vivere veramente non bisogna essere più nessuno, afferma deliberatamente di
non voler essere più nessuno ed arriva a rifiutare il proprio nome. Il primo
passo per il riscatto dall’inettitudine è il rifiuto di ogni identità individuale e di
fissarsi in qualsiasi forma parziale e convenzionale. il secondo è l’abbandono
mistico al flusso della vita nella natura. Moscarda rifiutando la schiavitù della
maschera e la trappola dell’identità, basati sulle convenzioni del vivere
dell’uomo, approda ad una soluzione utopica ma assurdamente positiva:
annullare se stessi immergendosi nel flusso vitale di una comunione profonda
con la natura, lontano dalla città, simbolo dell’alienazione e dell’artificialità.
Il romanzo ha dunque una conclusione positiva: il percorso di affrancamento da
una condizione di profondo malessere (l’inettitudine legata al problema
dell’identità) si conclude con una fuga dalla forma per entrare nella vita, ovvero
una fuga dalla società per entrare nella natura.
Stile
Uno nessuno centomila rivela dal punto di vista formale soluzioni innovative e
l’influsso dell’attività teatrale di Pirandello. La narrazione, come nel Fu Mattia
Pascal è retrospettiva e condotta dal punto di vista soggettivo e parziale de
protagonista. E’ un monologo in cui vi è una richiamo frequente ad un
interlocutore immaginario.
Con quest’opera Pirandello porta alle estreme conseguenze la destrutturazione
delle forme narrative tradizionali, è una specie di anti-romanzo, in cui una voce
narrante, riflette tra sé e sé, dissolvendo la tradizionale concatenazione dei
fatti. Per questo motivo si avvicina alle esperienze narrative di Proust, Joyce e
Svevo che andavano affermandosi negli anni Venti.
L’impostazione è quella di un romanzo-saggio in cui la parte della riflessione e
della componente argomentativa, volta a dimostrare la tesi proposta, prevale
nettamente sulla parte narrativa.
Nell’opera pirandelliana si può osservare una riflessione continua e specifica
sulla libertà individuale, un filo rosso che si dipana progressivamente e che
conduce alla particolarissima conclusione di Uno, nessuno e centomila.
Quest’indagine sulla libertà, un’indagine fondamentalmente psicologica, [1] si
risolve con la demolizione della gabbia dell’uomo stesso, con la distruzione di
ogni sua fissa e positiva identità, attraverso una specifica operazione descritta
puntualmente nel romanzo del 1925: la decostruzione della temporalità della
coscienza e la perdita volontaria della memoria. Nella prima fase della sua
esperienza letteraria Pirandello tende ad individuare i principali impedimenti
alla libertà umana nel sistema socioculturale borghese che opprime l’individuo;
la sua critica è, in termini politico-filosofici, un’aggressione all’uomo “borghese”
finalizzata alla liberazione dell’uomo “reale”. Successivamente, Pirandello
indirizza la sua attenzione al “mondo interno” dell’uomo e lascia emergere la
congerie di fantasmi che affollano la psiche. Anche per questo, la filosofia e
l’arte dello scrittore agrigentino che erano sembrate al regime fascista ottimi
strumenti di demolizione del sistema dei valori borghesi, non saranno più
considerate così funzionali al fascismo, che vuole invece costruire il suo mito di
uomo contadino e coraggioso. Tanto che Giovanni Gentile scriverà che in
Pirandello “si trova un idealismo solipsistico e scettico, e un relativismo
vertiginoso che scrolla il mondo della fede e dell’azione, e getta l’uomo in una
solitudine infinita e paurosa” (in Quadrivio, 20 dicembre 1936, citato in Livio
1976, 136).
Più precisamente, proveremo a seguire le riflessioni di Pirandello tenendo
presente la categoria della temporalità quale strumento ermeneutico
essenziale perché, al di là dei processi razionali ed emozionali, la definizione
dei modi di essere dell’uomo, oltre che le sue declinazioni patologiche, si
fondano proprio sulla considerazione della temporalità, fino al punto che
possiamo affermare che tempo e soggettività sono la stessa cosa. Lungo tale
direttrice d’indagine, risultano particolarmente interessanti e proficue le
riflessioni sulla temporalità che la psichiatria ad orientamento fenomenologico
ha condotto; questa psichiatria ha ragionato accuratamente sul rapporto tra
coscienza e tempo e ha ricavato conclusioni dall’esame dell’alterazione delle
strutture temporali della vita psichica nelle fondamentali patologie
psichiatriche. Lasciamo spiegare a Minkowski, che più di tutti ha pensato
sull’importanza del tempo nell’esistenza umana, il criterio principale che guida
la nostra analisi:
Ma in generale rimane ancora qualcosa dello psichismo se togliamo uno dopo
l’altro le idee, i sentimenti, le volizioni, e la struttura di cui stiamo parlando non
è un semplice mito? Sì, qualcosa rimane, rimane anzi qualcosa di essenziale,
rimane il modo in cui l’io vivente si pone in rapporto al tempo e allo spazio, non
evidentemente in rapporto al tempo misurabile e allo spazio geometrico, ma al
tempo e allo spazio che, pur privati del loro contenuto concreto e materiale,
non solo non sono forme morte, ma si dimostrano al contrario, come sappiamo,
pieni di vita.
È nell’analisi fenomenologica di questi rapporti spazio-temporali dell’io vivente
che dovremo ricercare la base dell’aspetto strutturale dei disturbi mentali.
Ricordiamo che, nella riflessione di Minkowski, anche lo spazio va inteso in
senso temporale.
Con questo non vogliamo intendere che la produzione letteraria sia da leggersi
al pari di un delirio psicotico, anche se non sarebbe del tutto assurdo, ma
vogliamo semplicemente suggerire che anche i risultati di certa psicologia più
“lontana” dalla psicanalisi freudiana possono essere utilizzati nella teoria e
nella critica filosofico-letteraria, forse anche con più legittimità perché è vero
che “la fenomenologia non pretende di spiegare ma di chiarire l’esperienza
psichiatrica, vale a dire renderla trasparente nell’essenza” (Tatossian 2003, 11).
Prima di ogni psicanalisi c’è da descrivere quel che accade con tutta l’esattezza
di cui siamo capaci, soprattutto in riferimento agli elementi costitutivi della
coscienza umana.
Come ogni itinerario di ricerca psicologica, anche quello intrapreso dai
“pirandelliani”, è il viaggio verso la costruzione di un sé autentico, e
l’autenticità, lo stesso Moscarda ce lo racconta sin dall’inizio del romanzo, è
una “liberazione” che coincide con la “pazzia”. L’evento psicopatologico, che
potremmo definire l’esperienza più autentica dei personaggi pirandelliani,
comincia in quei momenti in cui essi escono fuori, si “liberano” da loro stessi: è
il ben noto “strappo nel cielo di carta”, che per Moscarda è lo specchio nel
quale vedrà riflessa una delle sue tante immagini. [5]
[5] Nello specchio, infatti, ci si guarda dall’esterno: “Il compito affidato alla
superficie speculare è quello di ‘vedersi vivere’: compito a prima vista mal
posto, giacché come appunto nota Vitangelo non ci sentiamo mai tanto a
disagio e imbarazzati come quando ci cogliamo, magari per caso, allo specchio.
Ma in effetti all’atto dello specchiarsi è affidato soprattutto un ruolo negativo:
quello di uscir fuori, di straniarci dalle parti artificiali in cui siamo collocati:
dall’esercizio dell”avere’, potremmo anche dire, per avviarci piuttosto a quello
dell”essere’.” (Barilli 2003, 213). La storia della letteratura raramente offre la
descrizione di questi momenti, e le occasioni in cui ci riesce, come accade ad