Hannah Arendt
Hannah Arendt
Hannah Arendt è una delle più importanti filosofe e teoriche della politica
del Novecento. La sua riflessione nasce dall’esperienza diretta dei grandi
eventi che hanno segnato il secolo scorso: l’ascesa del nazismo,
l’antisemitismo, la Seconda guerra mondiale e la Shoah. Le sue opere
cercano di comprendere come sia stato possibile che un regime totalitario
arrivasse a sterminare milioni di persone e, allo stesso tempo, propongono
una nuova idea di politica fondata sulla libertà, sulla pluralità e sulla
partecipazione attiva dei cittadini.
Arendt nasce nel 1906 in una famiglia ebrea tedesca. Fin da bambina vive
il clima di crescente antisemitismo presente in Germania e, con l’avvento
del nazismo, la sua vita cambia radicalmente. Inizia a impegnarsi a favore
della comunità ebraica e a collaborare con reti di sostegno agli ebrei
perseguitati. Nel 1933 viene arrestata dalla Gestapo e rimane in carcere
per otto giorni. Dopo la liberazione riesce a fuggire in Francia.
Nel 1935, con l’entrata in vigore delle Leggi di Norimberga, perde la
cittadinanza tedesca. Anche in Francia, però, la situazione degli ebrei resta
difficile e Arendt denuncia l’atteggiamento spesso troppo accondiscendente
delle autorità francesi nei confronti della politica nazista. Durante questi
anni continua a scrivere sull’identità ebraica, sull’antisemitismo e sul futuro
dello Stato di Israele.
Nel 1943 apprende l’esistenza non solo dei campi di concentramento, ma
anche dei campi di sterminio. Questa scoperta rappresenta un momento
decisivo del suo pensiero: comprende che il nazismo non mira
semplicemente a perseguitare gli oppositori, ma all’eliminazione
sistematica di interi popoli. Da qui nasce la necessità di capire le origini di
un fenomeno politico così nuovo e distruttivo.
Nel 1951 pubblica Le origini del totalitarismo, una delle sue opere più
importanti. Sebbene il termine “totalitarismo” fosse già utilizzato, Arendt è
la prima a svilupparne un’analisi filosofica e politica approfondita. Il suo
obiettivo è spiegare come siano potuti nascere regimi come il nazismo e lo
stalinismo e perché essi siano diversi da tutte le forme di governo
precedenti.
Successivamente la sua riflessione si concentra sul problema del male
politico e del cosiddetto “male radicale”. A questa ricerca risponde con Vita
activa (1958), in cui propone una nuova concezione della politica. Secondo
Arendt, ciò che rende davvero umani è la capacità di agire insieme agli
altri. La politica non coincide con il dominio o con la forza, ma nasce dalla
collaborazione tra persone libere e diverse. Per questo motivo pone al
centro del suo pensiero il concetto di pluralità, cioè la presenza di individui
differenti che costruiscono insieme lo spazio pubblico.
Un altro concetto fondamentale è quello di azione. Agire significa dare
origine a qualcosa di nuovo, creare l’imprevisto e inaugurare un nuovo
inizio. Questa idea è strettamente legata al concetto di natalità: ogni
nascita rappresenta la possibilità di un nuovo inizio e di un cambiamento.
La natalità si contrappone alla logica della morte propria del nazismo e
anche alla concezione di Heidegger dell’uomo come “essere per la morte”.
Per Arendt, invece, la caratteristica fondamentale dell’essere umano è la
capacità di iniziare qualcosa di nuovo.
Nel 1963 pubblica due opere molto importanti: La banalità del male e Sulla
rivoluzione. Nel primo libro, nato dal processo al criminale nazista Adolf
Eichmann, Arendt sostiene che il male può essere compiuto anche da
persone apparentemente comuni, incapaci di riflettere criticamente sulle
proprie azioni. Da qui nasce la celebre espressione “banalità del male”.
In Sulla rivoluzione affronta invece il rapporto tra politica, violenza e libertà.
Per Arendt la politica autentica è l’azione condivisa tra cittadini liberi;
quando una persona impone la propria volontà attraverso la violenza, la
politica viene meno. La rivoluzione, quindi, è importante non perché genera
conflitti, ma perché può fondare un nuovo ordine politico basato sulla
libertà.
Le rivoluzioni moderne sono caratterizzate dall’idea di novità: rompono con
il passato, aprono uno spazio politico nuovo e cercano di costruire
istituzioni capaci di garantire la libertà. La libertà, per Arendt, non consiste
semplicemente nell’assenza di costrizioni o nell’autonomia individuale, ma
nella possibilità concreta di partecipare alla vita politica insieme agli altri.
Per questo motivo critica la distinzione proposta da Isaiah Berlin tra libertà
positiva e libertà negativa, ritenendola insufficiente per comprendere il
significato autentico della libertà politica. Inoltre si distanzia anche dalla
tradizione marxista, che considera la Rivoluzione francese il modello della
rivoluzione moderna.
Arendt, invece, attribuisce un valore particolare alla Rivoluzione americana,
che considera un esempio più riuscito di fondazione di uno Stato libero. In
questa prospettiva collega la Rivoluzione americana al pensiero di
Montesquieu, fondato sulla divisione dei poteri e sulle istituzioni, mentre
associa la Rivoluzione francese al pensiero di Rousseau e di Sieyès,
mettendone in evidenza i limiti.
La tesi centrale del testo di Arendt è che la rivoluzione americana
rappresenta una novità assoluta nella storia politica, perché riesce a
superare la tradizionale idea di sovranità. Mentre fino ad allora il potere era
sempre ricondotto a un unico soggetto sovrano, nella Costituzione degli
Stati Uniti esso viene distribuito tra più centri e trova il suo fondamento
nella Costituzione stessa. I Padri fondatori, infatti, crearono il governo
federale senza annullare i poteri degli Stati federati: il nuovo potere si
aggiungeva ai precedenti invece di sostituirli. In questo modo la
Costituzione divenne la vera fonte del potere politico. Essa, inoltre, era una
Costituzione rigida, non modificabile dalla semplice volontà delle
maggioranze, e proprio per questo garantiva una libertà stabile e duratura.
La rivoluzione francese, invece, segue una logica completamente diversa.
Pur abbattendo la monarchia assoluta, non elimina il principio della
sovranità, ma ne cambia semplicemente il titolare: al posto del re viene
posta la volontà generale della nazione. Secondo Arendt, quindi, la Francia
non supera davvero l’assolutismo, ma sostituisce l’assolutismo monarchico
con quello della volontà popolare. La Costituzione non viene concepita
come un limite al potere, ma come il prodotto della volontà della nazione e,
proprio per questo, può essere continuamente modificata. Da qui deriva,
almeno in parte, l’instabilità costituzionale che caratterizza la storia
rivoluzionaria francese.
Per spiegare questo problema Arendt si confronta con la teoria del potere
costituente elaborata da Sieyès. Durante la Rivoluzione francese gli Stati
Generali, pur essendo stati eletti con un mandato preciso, si trasformano
prima in Assemblea nazionale e poi in Assemblea nazionale costituente,
attribuendosi un potere che formalmente non possedevano. Essi rompono
quindi con la legalità dell’Antico Regime e Sieyès cerca di giustificare
questo passaggio distinguendo tra potere costituente e poteri costituiti. Il
potere costituente appartiene alla nazione, che ha il diritto originario di
darsi una Costituzione, mentre i poteri costituiti sono quelli creati dalla
Costituzione stessa.
Secondo Arendt, però, questa distinzione non risolve realmente il
problema. Se il potere costituente continua ad appartenere alla nazione,
esso può sempre essere nuovamente convocato. Di conseguenza anche la
Costituzione può essere continuamente modificata o sostituita e perde
quella stabilità che dovrebbe invece caratterizzarla. Nell’intenzione di
Sieyès la distinzione avrebbe dovuto limitare il potere, ma nella realtà non
è stata capace di impedirne la concentrazione. Lo dimostrano gli eventi
della Rivoluzione francese, con l’ascesa dei giacobini, il predominio del
Comitato di Salute Pubblica e la proclamazione dello stato d’emergenza.
Tutti que
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