Introduzione
Nella Vita Nova Dante dice che tutti i poeti devono leggere e saper spiegare quello che
scrivono, il prosimetro si compone infatti di sezioni poetiche e sezioni esegetiche a riprova di
tale visione.
Lo scopo del corso è interpretare i testi, capirne il significato sia per quanto riguarda la
lingua, il lessico, che per quanto riguarda la sintassi. La prima fase è capire il senso del
testo, poi bisogna andare oltre. Il senso dei testi non è definitivo, non è fissato una volta per
tutte, ma è un senso che si modifica nel tempo e che cambia anche a seconda dei lettori, un
testo è aperto, ha tante letture nel tempo, l’esempio di Dante è uno dei più immediati: è stato
letto dai suoi contemporanei a noi, ma è stato interpretato differentemente a seconda del
lettore. I lettori del tempo avevano una concezione della vita differente dalla nostra, molto
più metafisica, trascendente, tesa verso l’aldilà, con la considerazione della vita terrena
come un breve momento di transito, oggi la convenzione è cambiata. Ciò che era una volta
innegabile, ovvio, incontrovertibile, oggi si mette in discussione, quindi oggi si cercano e si
trovano altri messaggi, altre tematiche.
Problema del rapporto tra la vita e la morte, fondamentale per l’uomo, essere determinato
proprio da questo, non siamo eterni, se fossimo eterni la nostra prospettiva cambierebbe
anche sulla letteratura stessa. Dante nella sua opera parla soprattutto di questo tema, la
Commedia non è altro che un dialogo tra un vivo e dei morti, che per Dante sono ancora vivi
perché la vita vera è quella ultraterrena. La lettura è anch’essa un dialogo tra noi e dei morti,
silenziosi, con cui non si può parlare. La letteratura è un modo per vincere la morte.
Una volta la letteratura moderna e/o contemporanea si faceva partire dal ‘700.
Contemporanea in realtà è ingannevole perché raramente si parla di autori veramente
contemporanei. I modernisti e contemporaneisti si occupano principalmente del Novecento
ormai.
Le foreste nella letteratura
Corso dedicato alla foresta come spazio reale e simbolico, testi letterari che hanno come
sfondo il paesaggio della foresta in senso molto lato, può essere sia la selva oscura
dantesca che un bosco, ma anche più che per il suo valore reale il suo valore simbolico.
Vedremo le metamorfosi della foresta in letteratura lungo un arco cronologico che va dal
Medioevo al Novecento. La foresta ha una lunga storia e tradizione nella letteratura italiana,
un po’ per il modello dantesco, base per gli autori fino alla contemporaneità. I luoghi nella
letteratura non sono solo uno sfondo su cui si svolgono le vicende, hanno una funzione più
profonda, sia a livello simbolico che a livello narrativo, determinano certi aspetti della
vicenda. Ad esempio la foresta non è solamente lo spazio del peccato in cui Dante si trova
smarrito all’inizio della Commedia, ma è qualcosa che il protagonista deve vincere, che si
rivela qualcosa di ostile, così come nei poemi cavallereschi i protagonisti dovevano mettere
alla prova il loro coraggio battendosi con i mostri. Le fiere dantesche sono una trasposizione
di quei mostri. Sin dalle origini la foresta è lo spazio che rappresenta il luogo selvaggio in cui
non valgono le regole della civiltà, la quale invece si contrappone alla foresta, alla “selva
selvaggia” per citare Dante, che in questa specie di tautologia sottolinea il senso del
selvaggio. Il selvaggio fin dalle origini si lega allo spazio della selva, invece la civiltà si
concretizza fisicamente nella città, regolata da leggi. Nella foresta tali leggi non valgono più,
1
dunque ci si trova di fronte alle fiere, ai mostri, ai briganti, a coloro che non seguono le
regole della città. Non si tratta di fare bianco e nero ma di analizzare la relazione tra questi
poli complementari. Oggi siamo molto più civilizzati rispetto all’uomo del medioevo ma siamo
ancora depositari della categoria del selvaggio (cfr. eventi odierni, guerre,...). La foresta non
è solo un luogo ma può essere anche un tema, il quale si metamorfizza e si modella negli
anni e nelle letterature.
Noi mettiamo aggettivi alle varie letterature in base alla collocazione geografica, ma la
letteratura in realtà è unica. I grandi autori da Dante a Shakespeare fanno parte della
letteratura mondiale, la weltliteratur, per usare un termine di Goethe, la letteratura del
mondo.
Foresta luogo associato al male, alla perdizione, all’oscurità, al peccato. I simboli però non
hanno un valore definito una volta per tutte, i simboli cambiano, come ci insegna anche
Freud, il simbolo è qualcosa di ambivalente, polivalente, che ha più significati che possono
essere anche opposti.
La selva presuppone un'idea di smarrimento fin dai tempi di Dante, la Commedia inizia
proprio con la via smarrita nella selva oscura, che indica anche dunque il bisogno di trovare
una direzione, che Dante trova grazie a Virgilio, strumento della volontà divina.
Elias Canetti
Nato nel 1905 morto nel 1994, Canetti ha scritto tantissimo, un romanzo, tanti saggi, tanti
diari, alla fine del Novecento sono stati pubblicati 4 volumi della sua autobiografia, ha vinto il
Nobel nel 1981, scrittore di grande rilievo europeo che si pone al centro del modernismo
europeo. Scrittore in lingua tedesca che non era neanche la sua lingua originale, egli
apparteneva a una famiglia ebraica che parlava la lingua degli ebrei sefarditi, con l’avvento
del nazismo è costretto a emigrare in Gran Bretagna. Nonostante i tanti anni trascorsi nel
mondo anglosassone non ha mai scritto in inglese, ha deciso di rimanere fedele alla lingua
che apprese da molto giovane. Ha scritto un grande romanzo, Auto da fé, termine con cui si
indicavano i processi per eresia medievali e rinascimentali, uno dei più grandi romanzi
novecenteschi. Protagonista un professore che vive in una biblioteca piena di libri isolato
dalla realtà, libro che tocca quello che era un punto per Canetti importante, riflettere sulla
funzione dell’intellettuale rispetto alla realtà, uno che vive di romanzi che rapporto ha con la
realtà? Qual è la funzione dello scrittore? Per Dante che vive in un’epoca in cui vigeva un
sistema di valori fissi e convenzionali lo scopo era indicare la via per la redenzione, per gli
scrittori che vivono nell’epoca delle due guerre mondiali non è così semplice trovare uno
scopo. Ha scritto molti saggi su scrittori anche italiani. Titolo approvato dallo scrittore stesso
che aveva contatti con l’editore italiano. Leggere significa imparare a riflettere sulle parole,
capire che le parole sono strumenti complicati che possono fare bene ma possono fare
anche male, bisogna avere coscienza di ciò, coscienza delle parole. Canetti ha vissuto a
pieno l’atmosfera del Secolo Breve.
Si comincia da una riflessione sulla parola scrittore, Pascoli diceva che il poeta deve essere
come un fanciullo che parla delle cose come se le vedesse per la prima volta, per studiare
letteratura dobbiamo fare lo stesso, analizzare le parole andando al di là del loro uso
comune e quotidiano. 2
Canetti osserva che la parola scrittore si usa con una certa difficoltà, che ha perso la sua
funzione, il suo ruolo nella società. Canetti parla a ragion veduta perché lui è proprio uno di
quegli scrittori. Canetti vuole mostrare che invece esiste ancora il ruolo, la missione dello
scrittore, missione che è più di ruolo, è qualcosa di cui qualcuno è investito per beneficiare
gli altri, Dante si sentiva investito da Dio. Arriva a dire questo raccontando un aneddoto,
recentemente si è imbattuto per caso nella seguente annotazione di un autore anonimo, un
appunto che reca la data del 23 agosto 1939, una settimana prima dello scoppio della
Seconda Guerra Mondiale, e suona così: “Comunque è finita. Se io fossi davvero uno
scrittore, dovrei essere capace di impedire la guerra”. La sua idea di missione dello scrittore,
colui che usa le parole come “armi”, sarebbe quella di impedire la guerra. Magari questo
scrittore non esiste neppure, potrebbe essere una finzione letteraria, qualcosa di inventato
per esprimere la sua opinione. Inizialmente questa frase gli sembra un’assurdità arrogante,
un sogno irreale. Si chiede che differenza ci sia tra questa frase declamatoria e quelle usate
per la propaganda politica a favore della guerra, elemento in più, ci dice che le parole
possono anche portare alla guerra, la retorica gioca un ruolo fondamentale. Inizialmente
Canetti reagisce con fastidio e sorpresa, ma poi la prospettiva cambia. Nelle giornate
successive (notare la dimensione narrativa), si accorge con stupore che non riesce a
scordare quella frase, riflette e rimugina (quello che noi dobbiamo imparare a fare con le
parole). Nel Medioevo si usava il verbo ruminare → stare sulle parole, riflettere su di esse.
Non a caso il Medioevo è un’epoca di grandi commentatori. Comincia nel passo di Canetti
un termine, responsabilità nei confronti della realtà. Lo scrittore non fugge dalla realtà, anche
se inventa dei mondi, anzi quanto più inventa mondi immaginari, quanto più vuole presentarli
come reali. Uno scrittore ha una coscienza, una responsabilità, ed entra in dialogo con il
lettore, che è trascinato in questo rapporto. La parola scrittore è spesso collegata a una fuga
dalla realtà, per questo si era slabbrata. Invece ovviamente la missione dello scrittore è
molto più ampia. Lo scrittore si assume la responsabilità delle parole che dice. Il punto più
importante per Canetti è che lo scrittore è il custode delle metamorfosi, mette insieme
custode, custodire, osservare, tramandare, le metamorfosi, che invece sono i cambiamenti,
le trasformazioni, è quindi una specie di antitesi, di ossimoro. Lo scrittore è colui che è
capace di conservare qualcosa che è in continuo movimento. Ogni scrittore ha un dialogo
con il passato e con il futuro, egli è in primo luogo un lettore, Dante riprende Virgilio,
Leopardi Orazio, Mosco, Bione. Tutti gli scrittori riprendono le parole del passato, le
tramanda e le rinnova. Lo scrittore farà propria l’eredità letteraria dell’umanità e la
tramanderà. Canetti fa due esempi, due grandi modelli di letterature:
- Le Metamorfosi di Ovidio, grande poema eziologico elegiaco, raccolta di tanti miti
che hanno in comune l’elemento della metamorfosi, della trasformazione, esso
rappresenta un grande modello di letteratura come trasformazione di storie.
- L’Odissea di Omero, poema epico di avventure, di viaggi. Grande modello di storie
raccontate, Odisseo deve affrontare 10 anni di peripezie prima di rientrare in patria, è
quindi un poema sulle avventurose metamorfosi di un uomo.
Possiamo aggiungere una piccola postilla, nel Canto XVI dell’Inferno Ulisse è uno dei
dannati che racconta come sarebbe morto con i suoi compagni dopo la fine della storia
narrata da Omero. Le metamorfosi non finiscono mai. 3
Dante Alighieri
Divina Commedia
Inferno, canto I
In Dante vi è la consapevolezza di essere a un punto cruciale per la nascita della letteratura
italiana. La tradizione dei commenti della Commedia ha una tradizione antichissima,
comincia dai contemporanei di Dante. i singoli canti e le singole cantiche, che Dante inizia a
scrivere dopo l’esilio, circolavano perché trascritti manualmente dai lettori. Mentre
cominciavano a circolare già tra i contemporanei si capisce la levatura dell’opera. Dante fu
costretto al sequestro di tutti i suoi beni a Firenze, egli non vi tornerà più, anche se poi fu
perdonato, egli si rifiutò per orgoglio. Tuttavia, anche a Firenze si riconosce il valore della
sua opera, tra i primi commentatori di Dante vi è lo stesso Boccaccio. I primi commentatori di
Dante furono i suoi figli Jacopo e Pietro Alighieri. Usare il commento di Emilio Pasquini.
- Terzine di endecasillabi a rima incatenata, le terzine sono come anelli di una catena
che si uniscono tra di loro. Schema rimico: ABA BCB CDC DED, ecc.
- Proemio della Commedia, struttura del poema: 1+33+33+33=100
- Tre numero simbolico, Padre, Figlio e Spirito Santo. Dante ha caro il numero tre, e
anche nella scansione dei versi emerge un ritmo che rimanda a questa scansione.
- Nella prima terzina ci dà la situazione, la seconda è una specie di commento a quella
situazione, quello che Dante pensa.
Ci sono due Danti nella Commedia, il Dante che ha compiuto quell’avventura e il poeta che
lo sta raccontando, stessa persona in momenti diversi, Dante vecchio poeta che ha
compiuto l’esperienza e Dante giovane personaggio che è all’inizio dell’esperienza. Tale
sdoppiamento ha un riscontro nel testo, mi ritrovai Dante poeta che racconta del Dante
personaggio e narra al passato remoto. Il ritmo è scandito da questa alternanza. Vi è una
narrazione e vi è anche un personaggio che la commenta. Vi è da una parte il gusto della
narrazione che Dante recupera dalla lunga tradizione dei poemi epici, la Commedia è un
poema narrativo, non propriamente epico, ma epico per i greci e i latini voleva dire un
poema che raccontava delle storie, un poema narrativo, di conseguenza in un certo senso
epico. Dante ricorda e riflette e rivive le sensazioni vissute perché anche il lettore deve
essere coinvolto. Non vi è solo una dimensione didascalica, di insegnamento, altrimenti
avrebbe scritto un trattato, il Convivio, che in realtà aveva anche cominciato a scrivere prima
della Commedia ma poi aveva lasciato incompiuto perché pensava che tale modalità
risultasse insufficiente, lui era poeta e voleva essere poeta. Parla anche con pathos, quindi
trasmette emozioni.
Prima di tutto Dante vuole presentarci un personaggio che è come noi, il suo obiettivo è che
i lettori si identifichino con lui. Vuole che la storia arrivi a tutti, vi è dunque un ulteriore
sdoppiamento di livello, non è solo una storia individuale ma vuole essere una storia
universale, ha valore allegorico.
Le parole utilizzate da Dante sono polisemiche, hanno più significati.
- I verbi performativi sono verbi che nel momento stesso in cui dicono qualche cosa
la realizzano come azione, es. il prete che dice vi dichiaro marito e moglie, prometto
di fare qualcosa. “Come fare cose con le parole” libro di un linguista famoso. La
retorica anticamente era l’arte di persuadere, persuadere qualcuno a fare qualcosa. 4
Il termine selva (v.2) è sicuramente la chiave di ingresso al poema, rappresenta un’arché. un
modello originario per tutti gli autori che riprendono questo tema. Al valore letterale di selva
si sovrappone (per riverbero del verso seguente) quello allegorico, “la selva erronea… di
questa vita” (Conv., IV, XXIV, 12), Dante nel Convivio aveva già usato il termine selva come
metafora della vita, è vero che selva → il labirinto del peccato o (rispetto a Dante
personaggio) il suo traviamento individuale, ma vuol dire prima di tutto vita, la vita dell’uomo,
una vita di errori, in cui l’uomo è costantemente messo alla prova. In questo caso l’errore è
qualcosa di più di un semplice sbaglio, riguarda la dimensione morale. La selva è erronea
perché ci porta a sbagliare strada. Riferimento mitologico ad Eracle al bivio, grande mito
dell’antichità, Eracle mito della forza, tra le tante sue avventure si trova di fronte a un bivio,
la strada si biforca, da una parte c’è una strada che sale, difficile e impervia, dall’altra una
strada agevole in discesa, Simbolo Y. La strada che va su piena di difficoltà è quella della
virtù, quella che è in discesa più agevole è quella del vizio. La strada in salita è più faticosa
ma porta a un premio, quella in discesa invece porta a una punizione. Dante in questo caso
è già dentro al male ed è vicino alla conseguenza del male, ovvero la dannazione, la perdita
di se stesso. La selva è il labirinto del peccato secondo il commentatore, labirinto mito
dall’origine antica, labirinto di Cnosso in cui è difficile trovare la strada, ci si perde facilmente,
caratteristiche delle foreste che non ti fanno vedere la via d’uscita. Dante è nel peccato, c’è il
Dante peccatore ma c’è anche il Dante rappresentante di tutta l’umanità peccatrice. Dante
racconta che ha avuto un grande traviamento soprattutto dopo la morte di Beatrice, parla di
qualcosa che è avvenuto realmente nella sua vita, e indica agli altri uomini come si fa a
uscire da tale traviamento, dal peccato. Immagine della selva tipica della letteratura cristiana
quindi chiaramente riconoscibile nel suo allegorismo.
- Selva oscura (v.2), concetto di oscurità allegoria del peccato, del male,
dell'allontanamento dalla retta via, la privatio boni agostiniana. La retta via è la vita
che segue le leggi della morale cristiana, evitando il vizio, chi segue i comandamenti
della Chiesa potrà avere la vera vita eterna che è il Paradiso. Selva definisce il luogo
dove si trova Dante e dove si trova anche il lettore che segue la narrazione, oscura è
letteralmente qualcosa che si vede poco, di indefinito.
- Selvaggia (v. 5) è un aggettivo che di fatto non aggiunge molto, però in questo caso
avendo questa radice comune costituisce una figura etimologica e anche a livello
sonoro una ripetizione, vi è un rafforzamento di questa caratteristica che forse non
percepivano all’inizio. Prima di tutto c’è l’oscurità.
- Diritta (v.3) vuol dire qualcosa di più del suo valore letterale, vuol dire essere caduti
nel peccato, esserci allontanati dalla via luminosa in cui Dante poteva trovare la
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Letteratura italiana 1
-
Riassunto Letteratura Italiana 1
-
Letteratura italiana 1
-
Domande aperte Letteratura italiana