PARTE 1: LE BASI DELLA GEOGRAFIA ECONOMICA
Geografia economica: definizione e oggetto di studio
La geografia economica studia la relazione tra ambiente, società ed economia. Le attività umane non si limitano ad adattarsi all’ambiente naturale, ma lo trasformano, rendendolo un territorio organizzato.
Per questo la geografia economica studia:
che cosa si trova in un luogo, dove si trova, quando si sviluppa e soprattutto perché si trova proprio lì.
Il tempo può essere:
• economico, cioè breve;
• storico, cioè legato alle generazioni;
• geologico, cioè molto lungo.
Può inoltre essere lineare, quindi irreversibile, oppure ciclico, come l’alternanza giorno/notte, le stagioni e i cicli naturali dell’ecosistema.
Anche lo spazio può essere:
• assoluto, cioè misurato in chilometri;
• relativo, cioè valutato in base a tempo, costo o accessibilità;
• percepito, cioè legato alla soggettività e all’esperienza delle persone.
Paleogeografia, geologia e clima
La paleogeografia studia le antiche configurazioni della Terra. Un concetto importante è la Pangea, un supercontinente che circa 290 milioni di anni fa comprendeva tutte le terre emerse ed era circondato da un unico grande
oceano, la Panthalassa.
Circa 200 milioni di anni fa, a causa della tettonica delle placche, la Pangea iniziò a frammentarsi, formando due grandi blocchi: Laurasia a nord e Gondwana a sud. La successiva separazione di questi blocchi ha portato
all’attuale disposizione dei continenti e degli oceani.
La geologia influenza anche la nascita degli Stati, delle società e delle economie moderne, perché le strutture sociali si sviluppano spesso attorno ai sistemi produttivi e allo sfruttamento delle risorse naturali.
Anche il clima ha avuto un ruolo decisivo. La Terra alterna da miliardi di anni fasi fredde e fasi calde. L’alternanza tra glaciazioni e periodi più miti ha influenzato l’evoluzione della vita e della specie umana.
Un esempio è il passaggio attraverso lo stretto di Bering: durante una glaciazione, il livello del mare era più basso perché molta acqua era trattenuta nei ghiacciai. Questo permise a gruppi di cacciatori-raccoglitori austro-
siberiani di raggiungere il continente americano. Quando il clima si riscaldò, i ghiacci si sciolsero, il mare risalì e lo stretto venne sommerso, isolando le popolazioni nelle Americhe.
Durante l’ultima glaciazione, tra circa 27.000 e 19.000 anni fa, la popolazione europea diminuì da circa 300.000 a 130.000 abitanti, ma la sopravvivenza non fu mai davvero in pericolo perché una parte del continente
mantenne un clima abbastanza mite.
Transizione all’agricoltura
La geografia del processo economico inizia soprattutto con la transizione all’agricoltura, che rappresenta una svolta fondamentale nella storia umana. Con essa l’uomo passa da nomadismo, caccia e raccolta a stanzialità e
produzione alimentare.
Questa transizione avviene circa 12.000 anni fa, con il disgelo, quando gli ecosistemi assumono una forma più simile a quella attuale. Intorno a 10.000 anni fa emerge un nuovo modello economico-sociale basato su:
• produzione agricola;
• residenza stabile nel villaggio;
• appartenenza a un territorio;
• identità collettiva legata a quel territorio.
Circa 6.000 anni fa, nella Bassa Mesopotamia, Uruk rappresenta una delle prime collettività fondate su un’agricoltura irrigua altamente organizzata.
Dalle bande allo Stato
Secondo l’antropologia funzionalista, le collettività umane attraversano quattro stadi principali:
La banda era un’organizzazione orizzontale, basata sulla reciprocità. Era composta da poche decine di membri e viveva di caccia e raccolta.
La tribù era ancora orizzontale e basata sulla reciprocità, ma comprendeva più famiglie e clan ed era guidata anche da un gruppo di saggi.
Il chiefdom introduce una struttura verticale e gerarchica, basata sulla redistribuzione. Viveva di agricoltura pluviale e pastorizia.
Lo Stato rappresenta una forma più complessa di organizzazione verticale, fondata su redistribuzione statale, tassazione, espansione demografica, agricoltura irrigua, commercio e poi industria.
Nei villaggi agricoli della Mezzaluna fertile, tra 6.000 e 7.000 anni fa, gli archeologi hanno trovato tracce di grandi depositi comuni di cereali. Ogni gruppo consegnava una parte del raccolto, che veniva conservata e
redistribuita in caso di carestia o siccità. Questo mostra il passaggio dalla semplice reciprocità delle bande a forme più complesse di governo e redistribuzione.
Agricoltura, sedentarietà e antropizzazione
Con l’agricoltura si sviluppano sedentarietà e stanzialità. Questo porta all’antropizzazione, cioè alla trasformazione dell’ambiente naturale in ambiente costruito o coltivato.
L’uomo non si limita più ad adattarsi alla natura, ma inizia a modificarla: abbatte foreste, devia fiumi, coltiva campi e costruisce villaggi permanenti.
Nelle società preindustriali quasi tutta la ricchezza deriva dalla terra, perché da essa provengono cibo e materie prime. Tuttavia l’agricoltura spesso garantisce solo la sussistenza. Per questo si sviluppa il commercio, che
permette di vendere il surplus e ottenere beni non producibili localmente, come oro, spezie e seta.
In questo modo nasce l’accumulazione, cioè la concentrazione di ricchezza e capitale. La terra diventa quindi sinonimo di ricchezza e potere: per questo molte guerre venivano combattute per conquistare territori fertili o
rotte commerciali.
Agricoltura irrigua, città e scrittura
L’agricoltura irrigua, basata su grandi canalizzazioni, aumenta molto le rese agricole. Questo produce più surplus, fa crescere i villaggi e porta alla nascita delle prime città e dei primi Stati.
Tra circa 5.800 e 5.000 anni fa, la tecnologia irrigua crea una grande quantità di surplus e una forte concentrazione di capitale sociale fisso, cioè infrastrutture idrauliche, sistemi produttivi, edifici residenziali e monumentali.
Nasce anche una popolazione urbana non direttamente agricola: artigiani, mercanti, sacerdoti e amministratori, mantenuti dal surplus prodotto dai contadini.
Questo processo sarebbe avvenuto per la prima volta nel delta dello Shatt al-‘Arab, alla confluenza tra Tigri ed Eufrate. Qui la concentrazione di ruoli diversi in uno spazio limitato produce una forte stratificazione sociale. In
questo contesto nascono anche procedure amministrative più complesse e la scrittura, inizialmente usata per funzioni pratiche come inventari, tasse, contratti e proprietà.
Produzione, commercio e specializzazione
La geografia economica non studia solo dove si trovano le cose, ma come l’interazione tra produzione e commercio crea ricchezza.
Ogni territorio ha caratteristiche proprie e tende quindi a specializzarsi nella produzione di certi beni, in base alle risorse disponibili e alle competenze locali. La specializzazione genera vantaggi assoluti e comparati.
Il vantaggio è che un territorio può produrre più di quanto consuma, vendere il surplus all’esterno e accumulare ricchezza locale.
Ci sono però anche rischi importanti:
• fragilità ecologica, se la monocoltura riduce biodiversità e impoverisce il suolo;
• salinizzazione, se l’irrigazione eccessiva rende sterile il terreno;
• dipendenza climatica, se tutta l’economia locale dipende da un solo prodotto;
• crisi di mercato, se diminuisce la domanda del bene in cui il territorio si è specializzato.
Tecnologia e sviluppo degli scambi
Per affrontare i problemi produttivi nasce la tecnologia, che aumenta la produttività agricola e commerciale.
Le innovazioni principali sono:
Metallurgia: il passaggio dal legno al ferro permette di arare terreni più duri, aumentare le rese agricole e produrre armi per il controllo del territorio.
Trasporti: cavallo, carro e vela riducono tempi, costi e limiti dello spostamento.
Scrittura: permette inventari, tasse, contratti commerciali e registrazione della proprietà privata; per questo è fondamentale nella nascita dello Stato.
Durante il Medioevo si verifica l’Optimum Climatico Medievale, un periodo di temperature più miti che favorisce raccolti abbondanti e sviluppo dei commerci. In questa fase gran parte della popolazione vive già in società
capaci di gestire agricoltura, tasse e mercati.
Dai circuiti commerciali alla supremazia europea
Prima del 1500 il mondo non aveva un unico centro economico, ma era diviso in otto circuiti commerciali interconnessi, che collegavano Cina, India, Medio Oriente e Mediterraneo.
Nel Cinquecento l’Italia diventa un centro importante degli scambi grazie alla posizione geografica e allo sviluppo economico di città come Venezia, Genova e Firenze, legate a commerci, banche e assicurazioni.
Successivamente gli olandesi creano le Compagnie delle Indie, che uniscono interessi privati e Stato. Le navi mercantili diventano anche navi armate, capaci di combattere, stipulare trattati e difendere monopoli
commerciali. Lo Stato garantisce loro un monopolio legale. Queste compagnie, però, furono anche coinvolte nella tratta degli schiavi.
Infine il Regno Unito vince la competizione commerciale e coloniale, usando anche la forza militare della British East India Company. Il baricentro dei traffici si sposta verso l’Asia, soprattutto verso l’India.
L’India era un grande produttore di tessuti di cotone di alta qualità, ma gli inglesi, attraverso forza militare e dazi doganali, indebolirono l’industria tessile indiana per costringere la popolazione ad acquistare tessuti prodotti
nelle fabbriche inglesi. L’India divenne così sia un mercato di consumo per i prodotti britannici, sia una fonte di materie prime come cotone grezzo, oppio e tè.
In questa fase, per la prima volta, il commercio accumula più ricchezza della proprietà terriera. Di conseguenza i mercanti, cioè la borghesia, diventano progressivamente più potenti dei nobili proprietari terrieri.
Prima globalizzazione e conquista coloniale
La Prima Globalizzazione consiste nella costruzione di un mercato geografico capace di collegare, attraverso scambi commerciali, tutte le principali aree del mondo conosciuto. Per la prima volta alcune imprese riescono a
operare contemporaneamente in più aree del pianeta.
Questo processo favorisce soprattutto lo sviluppo dell’Europa occidentale, che fino a quel momento era stata relativamente marginale e arretrata: importava molte innovazioni da altri popoli, come la bussola e la carta dalla
Cina e i numeri dagli Arabi. Con la scoperta delle Americhe e delle nuove rotte per l’Asia, l’Europa diventa invece protagonista dei traffici mondiali.
La conquista delle Americhe non dipese solo dalla superiorità militare europea, ma anche da uno shock biologico. Gli europei portarono con sé un biota, cioè l’insieme delle forme di vita di un’area geografica: animali, piante,
batteri e virus. Cavalli, mucche e maiali modificarono i paesaggi e danneggiarono le coltivazioni locali; alcune piante europee infestanti presero il sopravvento sulla flora locale; malattie come il vaiolo provocarono un
fortissimo crollo demografico tra le popolazioni native. Questo processo viene definito imperialismo ecologico.
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In questo contesto nascono le Neo-Europe, concetto elaborato dallo storico Alfred Crosby. Si tratta di territori colonizzati in cui gli europei riuscirono a riprodurre il proprio modello di vita, agricoltura e società. Questo fu
possibile soprattutto nelle aree a clima temperato, simile a quello europeo, dove piante e animali importati dall’Europa riuscirono ad adattarsi facilmente, garantendo ai coloni un grande surplus alimentare e quindi una forte
espansione demografica a danno dei nativi.
Le principali Neo-Europe furono: Nord America orientale, parte di USA e Canada, Australia sud-orientale e Tasmania, Nuova Zelanda, Argentina, in particolare Buenos Aires, Uruguay e Rio Grande do Sul in Brasile.
Fattori del successo coloniale
Il successo coloniale europeo dipese da più fattori.
Il primo fu il clima: nei territori temperati le coltivazioni europee potevano crescere bene. Inoltre gli europei portarono animali addomesticabili, utili sia come fonte di cibo sia come forza lavoro. Questi animali modificarono
l’ambiente, calpestando e mangiando la flora locale, spesso sostituita da erbe europee arrivate accidentalmente nei sacchi di sementi.
Il secondo fattore fu la tecnologia: gli europei disponevano di armi più avanzate, come polvere da sparo, armature metalliche e spade d’acciaio, mentre molte popolazioni locali usavano ancora armi in pietra o legno. A questo
si aggiungevano tecnologie di navigazione più efficaci.
Il terzo fattore fu la popolazione: alcuni territori erano poco abitati e, dove erano presenti popolazioni native, queste furono spesso sterminate da guerre, malattie e sfruttamento.
Il successo delle colonie dipendeva però anche da due aspetti economico-geografici fondamentali: distanza e ritorno economico. Le colonie che funzionavano meglio erano quelle collegate alla madrepatria da rotte
relativamente affidabili. Inoltre uno Stato investiva in una colonia solo se poteva ottenere un guadagno: oro e argento nell’America spagnola, zucchero nelle Antille, considerato “oro bianco”, schiavi, considerati “oro nero”,
oppure spezie.
Il fallimento della colonizzazione vichinga
La professoressa confronta la colonizzazione europea moderna con il tentativo dei Vichinghi, per mostrare che la tecnologia da sola non basta se mancano condizioni geografiche ed economiche favorevoli.
Intorno all’anno 1000, i Vichinghi guidati da Erik il Rosso e Leif Erikson raggiunsero Islanda, Groenlandia e Nord America. Erano navigatori molto abili, ma il loro tentativo di colonizzazione fallì.
Le cause furono diverse. Prima di tutto le colonie erano troppo isolate e lontane dalla Scandinavia, quindi era difficile ricevere aiuti e rifornimenti. Inoltre la rotta del Nord Atlantico era fredda, pericolosa e difficile da
percorrere, quindi la tecnologia di navigazione non era sufficiente a garantire collegamenti stabili.
Un altro limite fu la mancanza di surplus alimentare: in Groenlandia e in Nord America il clima era troppo rigido e i Vichinghi non riuscirono a sviluppare un’agricoltura stabile. Rimasero quindi legati ad allevamento e caccia,
senza produrre abbastanza cibo per sostenere una crescita demografica.
Infine, quei territori non offrivano beni abbastanza preziosi da giustificare i costi e i rischi del viaggio per la madrepatria. Per questo la colonizzazione non riuscì a consolidarsi.
Dall’economia agricola all’economia industriale
Il passaggio dall’economia agricola a quella industriale è uno dei momenti più importanti della storia moderna, perché permette di superare la trappola malthusiana.
Prima della Rivoluzione industriale, ogni aumento della produzione agricola era seguito da un aumento della popolazione. Quindi, anche se si produceva di più, il cibo disponibile per ogni persona rimaneva quasi uguale,
perché le bocche da sfamare aumentavano insieme alla produzione. Per questo il reddito pro capite restava sostanzialmente fermo per secoli.
L’industria cambia questo meccanismo: la produzione cresce in modo molto più rapido della popolazione. Questo avviene grazie al salto tecnologico e alla meccanizzazione, cioè al passaggio dal lavoro umano e animale al
lavoro delle macchine, in particolare con il vapore. La forza produttiva di un singolo operaio aumenta enormemente.
Le prime fabbriche si localizzano vicino alle materie prime e alle fonti energetiche, perché così si riducono i costi di trasporto. Da questa localizzazione strategica nascono grandi distretti industriali.
Le grandi trasformazioni dell’era industriale
L’era industriale produce sei grandi trasformazioni.
La prima è la crescita demografica, dovuta al calo della mortalità grazie a migliori condizioni igieniche, migliore alimentazione, maggiore disponibilità economica delle famiglie e scoperte mediche.
La seconda è la divergenza economica. Le prime potenze industriali furono Regno Unito, Francia, Germania e Stati Uniti. Secondo Maddison, tra il 1820 e il 2003 il reddito pro capite crebbe di 12 volte e mezzo nel Regno
Unito, di 17 volte nell’Europa occidentale, di 23 volte negli Stati Uniti, di 32 volte in Giappone, di 8 volte in Sud America, di 4 volte in India e di 3 volte e mezzo in Africa. Questo mostra che la crescita non fu uguale ovunque:
alcune aree si industrializzarono e si arricchirono molto più rapidamente di altre.
La terza trasformazione è la Seconda Globalizzazione, tra fine Ottocento e 1914. Grazie a ferrovie, navi a vapore, telegrafo e cavi sottomarini, le merci e le informazioni iniziano a circolare a costi molto più bassi. Il primo cavo
transatlantico viene posato nel 1866. Questo favorisce l’integrazione dei mercati mondiali, la convergenza dei prezzi, la cooperazione tra sistemi bancari e regole comuni per i pagamenti internazionali.
Per sostenere la crescita industriale, le potenze europee sfruttano le colonie in Africa e Asia. Con la Conferenza di Berlino del 1884-1885, l’Africa viene spartita tra le potenze europee. Le colonie servivano a fornire materie
prime a basso costo e nuovi mercati dove vendere i prodotti finiti. Molte regioni del Sud del mondo furono costrette alla monocoltura, cioè alla produzione di un solo bene, come caffè, gomma o cacao, destinato
all’esportazione verso l’Europa. Questo distrusse molte economie locali autosufficienti.
La quarta trasformazione è la nascita dei mercati interni nazionali. Prima dell’industrializzazione, le persone consumavano soprattutto ciò che veniva prodotto nel raggio di pochi chilometri. Con l’industria, invece, i beni
iniziano a circolare su scala nazionale grazie alle ferrovie, che riducono tempi e costi, e al telegrafo, che uniforma le informazioni. Prima il prezzo di un bene poteva essere molto alto in una città e basso in un’altra, perché
mancavano informazioni comuni; il telegrafo rende il mercato più trasparente e favorisce la convergenza dei prezzi.
Molti piccoli produttori scompaiono perché non riescono a competere con i prezzi bassi delle grandi fabbriche, che ormai possono spedi
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