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Capitolo 3

L’analisi geografica del processo economico: teorie e modelli

3.1 Le teorie classiche dell’organizzazione spaziale

Le basi di una teoria geografica sulla localizzazione delle attività economiche furono gettate dalle innovative ricerche di alcuni economisti geografi tedeschi, tra i quali vanno ricordati Johann Heinrich Von Thünen (1783-1850), Alfred Weber (1868-1968) e Walter Christaller (1893-1969) che elaborarono i primi modelli teorici sull’organizzazione dello spazio economico relativo alle modalità della distribuzione spaziale del settore primario (posizione delle colture agricole), del settore secondario (le industrie) e terziario (le aree di mercato).

Sono teorie che si basano sulla ricerca di regolarità, di leggi generali di spiegazioni valide per ogni analisi, e che si differenziano dalle teorie economiche classiche e neoclassiche per la loro spazialità. In queste teorie, e nei rispettivi modelli, i fenomeni avvengono in uno spazio astratto, ma l’obiettivo è quello di individuare le modalità e i criteri della localizzazione per ottenere i migliori risultati economici.

Ad esempio, Von Thünen studia la localizzazione delle diverse colture agricole attorno a un mercato; Weber studia la localizzazione ottimale delle imprese e Christaller studia come si dispongono nello spazio le città a seconda delle loro funzioni e della loro gerarchia. Teorie che affondano le radici sulle osservazioni dirette, empiriche di uno stesso territorio (la Germania) anche se si differenziano storicamente rispetto all’oggetto di studio.

Infatti, gli studi sulla rendita di posizione agraria di Von Thünen, considerato il padre dell’economia spaziale, affondano le loro radici in un paesaggio rurale, ancora dominato dalle campagne e dalle attività agricole. Invece le teorie di Alfred Weber sono state formulate in un paesaggio già modificato dalle attività industriali. Successivamente il lavoro sulla «teoria delle località centrali» parte dallo studio di un paesaggio dove le attività terziarie, tipiche e caratterizzanti dei centri urbani, stavano espandendosi e rafforzandosi assieme alle attività industriali.

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Queste teorie, con i relativi modelli di analisi spaziale, hanno come denominatore comune il «fattore distanza», nel senso che la distanza rappresenta un criterio decisivo per la localizzazione spaziale delle attività economiche (agricole, industriali e urbane). Proprio perché in questi modelli le scelte localizzative sono prese in maniera tale da ridurre i costi di trasporto, ovvero l’attrito esercitato dalla distanza. Infatti tra distanza (dal mercato) e costo di trasporto (dei prodotti) si suppone una relazione lineare: all’aumentare della distanza dal centro di mercato, il costo di trasporto aumenta in maniera direttamente proporzionale.

3.1.1 La distribuzione delle colture agricole e la rendita fondiaria

Nei primi anni dell’Ottocento l’economista tedesco Von Thünen utilizzando le sue conoscenze di proprietario fondiario osservò come le distinte colture agricole si localizzassero attorno ai mercati formando degli anelli concentrici per massimizzare la rendita agraria. Von Thünen ipotizzò che la rendita agraria possa efficacemente rappresentare il valore di uso del suolo e che questo valore non dipenda unicamente dalla sua maggiore o minore fertilità (come affermava Ricardo) ma anche dalla posizione delle colture rispetto al mercato.

Dunque, nella teoria di Von Thünen il suolo agricolo possiede un valore di mercato che dipende dalla fertilità e dalla sua posizione geografica e in particolare dalla sua accessibilità al luogo di mercato; accessibilità che è misurata dalla distanza-costo di ciascuna coltura rispetto al mercato.

Lo scopo principale di ogni imprenditore era quello di massimizzare la rendita agraria ma per ottenere questo obiettivo era necessario ridurre il costo di trasporto dei prodotti agricoli. Questo perché, a differenza di oggi, il costo di trasporto delle merci era decisamente molto alto con lunghi tempi di percorrenza e notevoli difficoltà. Un obiettivo che è rimasto strategico almeno fino alla metà del Novecento quando la rivoluzione tecnologica applicata ai trasporti ha ridotto sensibilmente i costi e i tempi di trasporto cambiando radicalmente gli scenari e i criteri delle scelte di localizzazione.

Pertanto Von Thünen studiò come agisce il costo rappresentato dalla distanza sulle scelte dei coltivatori al fine di individuare la disposizione ottimale delle diverse colture agricole rispetto al mercato. Le ipotesi sulle quali si basa il modello sono:

  • Lo spazio è astratto, uniforme e isotropico, cioè non ci sono ostacoli o barriere alla circolazione delle derrate. L’esempio è quello di una pianura dove le condizioni climatiche e di fertilità sono uguali ovunque, ne consegue che i costi di produzione agricola sono uguali per ogni agricoltore;
  • Al centro di questa pianura vi è una città che rappresenta l’unico luogo di mercato;
  • Non vi è la possibilità di scambi commerciali con altri Paesi (lo Stato è isolato);
  • L’obiettivo è quello di massimizzare i profitti;
  • Il mercato è di concorrenza perfetta.

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Formulate queste ipotesi di partenza, la rendita (R) dell’agricoltore sarà data dalla differenza tra ricavi e costi. I prezzi quindi dipenderanno dai costi di produzione, che però sono considerati uguali ovunque, e dai costi di trasporto, gli unici sui quali l’agricoltore può agire per ridurli. Ne deriva che la distanza dalla città-mercato diventa il fattore di differenziazione e di organizzazione dello spazio agricolo nel quale le diverse colture si localizzeranno e in maniera tale perseguire l’obiettivo di minimizzare i costi di trasporto per massimizzare più possibile la rendita agraria.

La formula è la seguente:

Rp = R(p-c) - Rtd

Rp = rendita di posizione
R = rendimento (per ettaro)
P = prezzo (regime di concorrenza)
c = costo di produzione (uniforme nello spazio omogeneo)
Rtd = costo di trasporto unitario costante, in funzione della distanza (d) che pertanto rappresenta la variabile indipendente.

Figura 3.1
Il modello di Von Thünen

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Questa equazione può essere rappresentata graficamente (Figura 3.1) distinguendo quattro anelli con colture diverse e distanze diverse rispetto al luogo di mercato, anelli che rappresentano altrettante curve di rendita agraria: 1) ortofrutticoltura, necessariamente vicina per rifornire giornalmente l’ampio mercato urbano; 2) boschi, una scelta motivata dalla considerazione che il legname all’epoca era una risorsa primaria, poiché rappresentava la materia prima delle attività economiche; 3) colture intensive (seminativi); 4) colture estensive e allevamento.

Le critiche mosse a questo modello sono state quelle della scarsa rispondenza con il paesaggio agricolo reale, poiché il modello è immerso in uno spazio astratto e indifferenziato, dove ogni condizione è uguale ovunque. Infatti Von Thünen per differenziare lo spazio introdusse all’interno dello Stato isolato un fiume navigabile per facilitare i trasporti e ridurne il costo. Le conseguenze nell’organizzazione dello spazio e nelle curve di rendita di una via fluviale comportano una modifica degli anelli che si dispongono quasi paralleli al fiume in virtù della migliore accessibilità (Figura 3.2).

Figura 3.2
Il modello di Von Thünen con la rendita modificata dal fiume.

Il merito di questo modello deduttivo e della sua teoria è quello di aver indicato che la rendita non dipende soltanto dalla fertilità del suolo e dalla dotazione di risorse naturali ma anche dalla posizione geografica, cioè dalla distanza tra il luogo di produzione e il luogo di mercato.

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Una regola geoeconomica basilare.

Il concetto di rendita di posizione è stato ripreso e attualizzato nell’ambito della Regional Science: svincolandolo dalla localizzazione delle singole colture agricole, è stato reso centrale nella spiegazione delle differenti modalità organizzative dello spazio umano (come ad esempio la rendita di posizione delle attività urbane). L’ipotesi di fondo è quella che il valore economico del suolo sia determinato dalla posizione geografica e dalla sua accessibilità nello spazio: rurale, urbano, centrale, periferico, pianura, collina, montagna.

La regola generale è che, all’aumentare della distanza dal centro urbano, la rendita di posizione diminuisce. L’inclinazione della rendita dipende dal coefficiente angolare che è determinato dalla tipologia di uso del suolo.

3.1.2 La localizzazione industriale

Weber intende capire quali siano i criteri per trovare l’ottima localizzazione delle attività industriali e parte dalla constatazione che le industrie tendono a localizzarsi dove il costo di produzione è minore. Inizia distinguendo tra il costo di produzione delle merci, formato da una parte che è uguale per l’intero territorio considerato (imposte, salari, tassi di interesse del capitale, ecc.) e il costo di produzione che varia a seconda dei luoghi e quindi della localizzazione, quali ad esempio i costi di trasporto sia nella fase della produzione (approvvigionamento delle materie prime necessarie all’attività industriale) sia nella fase della distribuzione (per trasportare le merci al mercato).

Anche nel modello weberiano il costo di trasporto rappresenta la variabile fondamentale da minimizzare per massimizzare il profitto. Ma il modello di spazio geoeconomico delle attività industriali ideato da Weber è uno spazio più complesso rispetto al modello agricolo perché opera all’interno di uno spazio teorico triangolare che ha per vertici i luoghi di approvvigionamento delle materie prime (energia, minerali), i luoghi di produzione (dell’industria), e i luoghi del consumo (mercato).

Cercare l’ottima localizzazione per l’impresa, quella che riesce a minimizzare i costi di trasporto di approvvigionamento e di distribuzione rappresenta l’obiettivo della teoria weberiana; questo primo criterio localizzativo è detto «orientamento ai trasporti». Per rendere più aderente alla realtà economica il suo modello Weber introduce due ulteriori distinzioni riguardo alla distribuzione delle materie prime con la differenza tra materie prime ubicate, cioè quelle più rare nella superficie terrestre, presenti soltanto in alcuni luoghi (per esempio le risorse energetiche e quelle minerarie), e materie prime ubiquitarie, che invece sono più diffuse e disponibili quasi ovunque (per esempio l’acqua, la sabbia, argilla).

La seconda differenziazione riguarda le modalità di utilizzo delle materie prime nel processo produttivo con la distinzione tra materiali netti, il cui peso entra per intero nel processo produttivo (per esempio la carta, l’oro), e materiali lordi, quelli che perdendo parte del loro peso nel processo produttivo entrano soltanto in parte nel peso del prodotto finito (gli scarti della lavorazione).

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Ne deriva un triangolo localizzatore che ha per vertici i «luoghi delle materie prime», i «luoghi dell’energia» e i «luoghi del consumo»; un triangolo che delinea lo spazio entro il quale l'imprenditore deve scegliere attentamente la localizzazione ottimale per la sua impresa, cioè quello che corrisponde al «punto del minimo costo trasportazionale», necessario per ridurre i costi di trasporto totali, massimizzando pertanto i profitti (Figura 3.3).

Figura 3.3
Triangolo localizzatore.

Le ipotesi che sottostanno al modello weberiano della localizzazione industriale sono le seguenti:

  • Lo spazio è isotropico;
  • Il costo di trasporto è supposto variare in funzione lineare della distanza e del peso dei materiali;
  • Gli imprenditori operano in un mercato di concorrenza perfetta.

Nella sua formulazione semplificata, il triangolo localizzatore avrà un vertice che corrisponde al luogo, ovvero alla fonte delle materie prime (M1), un secondo vertice che corrisponde al luogo di approvvigionamento dell’energia (M2) e il terzo vertice che corrisponde al luogo del consumo e del mercato, cioè alla città (C). Il punto dell’ottima localizzazione per la produzione (L) si collocherà all’interno di questo triangolo, ma dove esattamente?

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Dipende dalla tipologia produttiva dell’industria: a) nel baricentro del triangolo localizzatore, se i costi di trasporto delle materie prime, dall’energia e del mercato si equivalgono, un’ipotesi astratta decisamente poco aderente alla realtà concreta; b) vicino alle fonti delle materie prime (M1), se queste perdono peso nella fase del processo produttivo; oppure vicino alla città-mercato (C), se i prodotti finiti aumentano di volume rispetto alle materie prime impiegate.

Per individuare l’area dell’ottima localizzazione Weber introduce il concetto di isodapana (dal greco isos, ‘uguale’, e dapàne, ‘spesa’) cioè una linea che unisce tutti i punti aventi lo stesso costo di trasporto totale (Figura 3.4). Le isodapane si ottengono sommando i valori delle isotime (dal greco isotimos, ‘di uguale valore’), linee che congiungono tutti i punti che hanno lo stesso costo di trasporto a partire dai luoghi delle materie prime (M1) dalle fonti energetiche (M2) e dal Mercato (M). Le isotime (o isolinee) formano delle circonferenze perché nel modello weberiano lo spazio è considerato isotropico.

Figura 3.4
Isodapane, isotime e triangolo localizzatore.

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Inoltre, anche Weber rese più complesso il modello per renderlo più aderente alla realtà sostituendo al triangolo localizzatore un poligono localizzatore nel caso della presenza di più di 3 luoghi di approvvigionamento (di materie prime e di energia). In questo caso, l’obiettivo è quello di trovare non più un punto ottimale ma una più ampia area localizzativa ottimale.

La teoria localizzativa weberiana offre una spiegazione, quella orientata a minimizzare il costo di trasporto, che descrive bene i criteri localizzativi che sono stati adottati soprattutto dall’industria pesante (siderurgia), caratterizzata da alti rapporti del peso e del valore sia delle materie prime sia dei prodotti finiti, mentre altre industrie leggere (tessile, manifatturiera) sono state avvantaggiate dalla vicinanza al mercato e alla manodopera.

Pertanto Weber, per rendere ancora meno astratto il suo modello caratterizzato dallo spazio isotropico, immaginò che sulle scelte dell’ottima localizzazione industriale potessero influire altri fattori (oltre al costo di trasporto), quindi aggiunse due ulteriori orientamenti che gli imprenditori dovrebbero considerare nel momento della scelta dell’ottima localizzazione. Il primo riguarda l’orientamento al lavoro, cioè le differenze salariali del costo del lavoro che si traducono in risparmi nel costo della manodopera, supponendo anche che la manodopera non sia distribuita in maniera uniforme nello spazio, ma tenda a concentrarsi in alcune aree.

Il secondo riguarda l’orientamento all’agglomerazione, cioè i vantaggi economici (risparmi) che si ricavano dall’agglomerazione che le industrie ottengono quando si localizzano le une vicino alle altre.

In altri termini, la contiguità e la vicinanza rappresentano per le industrie dei vantaggi sia di integrazione sia di specializzazione, così come vi possono essere dei risparmi che dipendono dalla vicinanza con le altre attività terziarie, i servizi e le reti di trasporto. Anche il modello weberiano è un modello che presuppone ipotesi e vincoli molto restrittivi e quindi poco realistici ma ha gettato le basi degli studi sulle scelte localizzative industriali: studi e modelli sono poi proseguiti diventando sempre più complessi e aderenti alla realtà.

Ad esempio, D.M. Smith, partendo dal modello weberiano ha introdotto alcune modifiche più concrete immaginando che alle imprese interessi identificare un’area di produzione (non soltanto un punto ottimale) e introducendo nel modello anche l’effetto delle politiche pubbliche che possono incentivare e facilitare la localizzazione delle imprese rendendo più attrattiva un’area, oppure possono disincentivare ulteriori localizzazioni in aree già sature (Figura 3.5).

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Figura 3.5
Modello di Smith della localizzazione industriale con gli effetti dell’intervento pubblico (1971).

3.1.3 La Central Place Theory

Nel periodo tra le due guerre mondiali il geografo tedesco Walter Christaller formulò la teoria dei luoghi centrali per individuare i criteri geoeconomici sottostanti alla localizzazione dei centri (città) che offrono attività terziarie (beni e servizi). Christaller nella sua teoria intende spiegare le leggi che guidano la distribuzione spaziale delle città (i luoghi centrali) e perché le città più grandi offrono l’intera gamma dei servizi e dei beni (dai più rari fino a quelli più diffusi e comuni) e altre più piccole offrono soltanto beni e servizi essenziali.

In sintesi, la teoria delle località centrali studia l’organizzazione spaziale degli insediamenti umani spiegando quali sono i criteri della localizzazione di beni e servizi così come il rango delle città.

Il modello christalleriano si basa sulle seguenti ipotesi:

  • Lo spazio deve essere omogeneo e isotropico;
  • I costi di trasporto sono direttamente proporzionali alla distanza percorsa dai consumatori;

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  • Il mercato è di concorrenza perfetta;
  • L’offerta opera all’interno di un mercato dove l’unica condizione vincolante è data dall'esistenza di una soglia che rappresenta la quantità
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-GGR/02 Geografia economico-politica

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