1. Gli Italiani si inchinano al Milite ignoto
Il 4 novembre 1921 un treno speciale partì da Aquileia verso Roma con la salma del Milite ignoto,
un soldato senza nome scelto come simbolo di tutti i caduti della Prima guerra mondiale. Lungo il
tragitto folle numerose e silenziose lo salutarono come se in quel corpo anonimo ci fossero i propri
familiari morti al fronte. A Roma la salma fu tumulata nel monumento a Vittorio Emanuele II in
piazza Venezia, che da celebrazione del sovrano divenne l’Altare della Patria, sacrario nazionale.
Questo passaggio segnò una svolta: dal culto degli eroi individuali del Risorgimento si passò al
riconoscimento del sacrificio del soldato comune, capace di creare per un momento un sentimento
collettivo attorno al ricordo della guerra. Ma dietro quella cerimonia c’era un’Italia lacerata:
disoccupazione, carovita, conflitti sociali e politici, divisioni perfino sul significato della vittoria e
frustrazioni territoriali legate agli esiti dei trattati. Era un Paese in cui la democrazia liberale stava
entrando in crisi.
2. Un’età di profonde trasformazioni sociali
Tra 1917 e 1921 la Rivoluzione russa ebbe un forte impatto simbolico, ma l’Italia viveva già
trasformazioni profonde. La guerra spinse le donne fuori dalla sola dimensione domestica:
sostituirono gli uomini nei campi e nelle fabbriche e parteciparono in massa anche ai servizi,
creando nuove abitudini e una maggiore consapevolezza collettiva. La necessità di mantenere i
contatti con i soldati accelerò l’alfabetizzazione e ridusse molto l’analfabetismo; in trincea chi
sapeva insegnava a chi non sapeva, e a casa si affollarono scuole serali per leggere le lettere dal
fronte. I trasferimenti di massa e la mescolanza tra regioni favorirono una prima lingua italiana
popolare comune, visibile proprio nelle lettere dei soldati. Milioni di persone si spostarono, presero
il treno, conobbero luoghi nuovi: la geografia della guerra e della rivoluzione entrò nella vita
quotidiana e costrinse molti a “pensare con la propria testa”. Le prime proteste contro fame e guerra
nel 1917 furono spesso guidate dalle donne, poi nel 1918 si unirono anche gli uomini. Cambiarono
anche i consumi culturali: cinegiornali e cinema diffusero informazioni e immagini del fronte,
alimentando discussione pubblica. In questo clima e con l’esempio sovietico, una parte del mondo
del lavoro si convinse che la rivoluzione e una società nuova fossero possibili.
3. Proletari e capitalisti sono i due nemici della classe media
La classe media (artigiani, impiegati, piccoli commercianti, insegnanti) percepiva i cambiamenti
con paura e contraddizioni. Il progetto rivoluzionario proletario appariva come un incubo, mentre il
dopoguerra peggiorava le condizioni economiche con inflazione e disoccupazione. Il nazionalismo
e il tema della “vittoria mutilata” alimentarono rancore verso il governo; allo stesso tempo la società
di massa avvicinava forzatamente ceti diversi e rendeva visibile una modernità fatta di beni
desiderabili ma spesso inaccessibili ai piccoli borghesi. Il confine con il proletariato era sottile: il
timore di “scendere” di classe spinse molti a difendere segni e stili di vita anche quando erano solo
facciata. In questa insicurezza la classe media si sentiva stretta tra due nemici: da un lato la
rivoluzione socialista, dall’altro il capitalismo dei “pescecani” arricchiti con la guerra. Crebbe così
l’attrazione verso chi prometteva ordine e sicurezza, anche a costo di tollerare pratiche che
indebolivano la legalità.
4. I partiti di massa vincono le elezioni. Esplode il Biennio rosso
Alle elezioni del 16 novembre 1919 trionfarono i partiti di massa: Partito socialista e Partito
popolare di don Sturzo. I liberali rimasero influenti soprattutto tramite coalizioni, ma furono più
deboli e frammentati rispetto al passato. Il successo socialista fu interpretato dalle masse come un
segnale rivoluzionario e aprì il Biennio rosso (1919-1920). Nelle campagne milioni di braccianti,
organizzati nelle Leghe rosse, occuparono terre incolte o imposero contratti collettivi, spesso con
scontri durissimi; nel 1920 si firmarono migliaia di contratti che modernizzarono soprattutto al
Nord i rapporti di lavoro. Nelle città esplosero scioperi e agitazioni operaie; dopo le serrate degli
imprenditori arrivò l’occupazione delle fabbriche e l’idea di una gestione sul modello dei soviet.
Giolitti scelse la mediazione: concesse risultati importanti come le otto ore, aumenti salariali e
Commissioni interne. Tuttavia il progetto di controllo operaio rimase sostanzialmente irrealizzato:
ne uscì delusione tra i lavoratori e, al contrario, paura crescente nei ceti borghesi di un esito “alla
russa”.
5. Le sinistre sono indebolite dalle divisioni interne
Nonostante la forza numerica, il movimento operaio e il Psi non seppero guidare la crisi perché
divisi: i massimalisti attendevano il crollo della borghesia senza una strategia concreta; i riformisti
di Turati puntavano su trasformazioni graduali e democratiche; il gruppo legato a Gramsci e a
“L’Ordine Nuovo” insisteva su un partito disciplinato e sui consigli di fabbrica; Bordiga sosteneva
l’astensionismo e l’espulsione dei riformisti. Così anche la grande rappresentanza parlamentare
socialista risultò poco efficace, mentre i governi si reggevano su equilibri fragili tra liberali e
popolari. Il Psi, a differenza dei bolscevichi, non aveva esperienza rivoluzionaria e la crescita
rapidissima degli iscritti rese più diffici