FARMACOLOGIA II
FARMACOLOGIA II
FARMACOLOGIA II
L’agonista è una molecola che si lega al recettore con elevata affinità e, una volta legata, è in grado di
stimolare una risposta biologica. L’affinità rappresenta la capacità della molecola di legarsi al recettore
e dipende dalla complementarità strutturale tra agonista e recettore; quando l’affinità è elevata il
legame avviene a basse concentrazioni di farmaco, generalmente nell’ordine del nanomolare o
inferiore. Questo è un aspetto fondamentale nello sviluppo dei farmaci, perché molecole con bassa
affinità richiederebbero concentrazioni molto elevate per ottenere un effetto, con conseguente
aumento degli effetti collaterali e limiti pratici anche nella formulazione, come la dimensione della
compressa.
L’antagonista è una molecola che si lega al recettore ma non induce alcuna risposta biologica. Anche
nel caso degli antagonisti il concetto centrale è l’affinità: se devono competere con un agonista
endogeno, devono possedere un’affinità simile, altrimenti la competizione non avviene in modo
efficace. All’aumentare dell’affinità dell’agonista endogeno, l’antagonista deve avere affinità adeguata
per riuscire a occupare il recettore; se l’affinità dell’antagonista è minore, sarà necessaria una quantità
maggiore di farmaco per ottenere lo stesso effetto competitivo. L’effetto dell’antagonista non consiste
quindi in un’azione propria sul recettore, ma nella riduzione della probabilità che il recettore venga
occupato dall’agonista. Antagonista da risposta 0 La differenza fondamentale tra agonista e
antagonista non risiede nell’affinità, poiché entrambi possono legarsi al recettore con elevata affinità
ed entrambi possono essere reversibili o, più raramente, irreversibili, ma sta nell’attività intrinseca.
L’agonista possiede attività intrinseca ed è in grado di produrre una risposta, mentre l’antagonista non
ha attività intrinseca (intrinsecamente non porta a effetti). Un agonista puro può generare una risposta
che va da zero fino all’effetto massimale, raggiungendo il 100% della risposta quando tutti i recettori
sono occupati. L’antagonista, invece, pur legandosi al recettore, non produce effetto diretto; il suo
effetto farmacologico deriva esclusivamente dalla competizione con l’agonista, riducendone l’azione
(riduce la possibilità che il recettore venga occupato dall’agonista).
Un esempio applicativo è rappresentato dall’ipertensione. Se l’aumento pressorio è dovuto a un
incremento della concentrazione di un mediatore endogeno, come l’angiotensina II, l’uso di un
antagonista del suo recettore riduce la probabilità di legame dell’angiotensina II al suo recettore,
diminuendo la vasocostrizione e quindi la pressione arteriosa. Se invece la forma ipertensiva non
dipende da un aumento di angiotensina II, l’antagonista non produce effetto significativo, perché non
vi è un agonista da contrastare. Questo evidenzia come l’antagonista, di per sé, non possieda attività
intrinseca ma agisca solo opponendosi all’agonista. Gli agonisti parziali si distinguono dagli agonisti
puri perché, pur legandosi al recettore, non sono in grado di produrre una risposta massimale anche
quando occupano tutti i recettori disponibili. L’agonista puro, aumentando la concentrazione,
determina un incremento della risposta fino a raggiungere un plateau corrispondente alla risposta
massima. L’agonista parziale, invece, raggiunge un plateau inferiore al 100%, indipendentemente dalla
concentrazione. Questo fenomeno non dipende dall’affinità ma dall’attività intrinseca della molecola.
Un agonista parziale può avere affinità elevata quanto un agonista puro, ma generare comunque una
risposta inferiore. Quando è presente insieme all’agonista endogeno, l’agonista parziale poco potente
(es. da risposta del 10%) può comportarsi funzionalmente da antagonista, perché occupa i recettori
impedendo all’agonista endogeno puro di legarsi, ma produce una risposta minore (competono).
Questo principio ha applicazioni terapeutiche, ad esempio nello scompenso cardiaco congestizio, dove
alcuni beta- bloccanti inizialmente considerati antagonisti, come l’oxprenololo, si sono rivelati agonisti
parziali poco potenti: la loro debole attività agonista può risultare vantaggiosa perché riduce
l’eccessiva stimolazione senza abolire completamente l’attività del recettore.
La risposta farmacologica dipende anche dalla densità (numero) dei recettori nel tessuto in cui sono
espressi. L’effetto di un agonista aumenta con l’aumentare della sua concentrazione perché aumenta la
probabilità di incontro e di legame tra agonista e recettore; allo stesso modo, maggiore è il numero di
recettori disponibili, maggiore è la probabilità che avvenga l’interazione. L’interazione 001
FARMACOLOGIA II
FARMACOLOGIA II
agonista-recettore deve quindi essere sempre considerata come un evento probabilistico dipendente sia
dalla concentrazione del farmaco sia dal numero di recettori presenti.
I tempi di risposta degli agonisti dipendono dal tipo di recettore coinvolto:
- I recettori nucleari sono i più lenti, perché l’agonista attraversa la membrana cellulare, si lega al
recettore citosolico che migra nel nucleo o direttamente al recettore nucleare e il complesso agisce
come fattore di trascrizione inducendo la sintesi di nuove proteine; questo processo richiede ore ed
è tipico degli ormoni steroidei come ormoni sessuali, glucocorticoidi e mineralcorticoidi.
- I recettori accoppiati a proteina G hanno tempi intermedi, con risposte nell’ordine dei secondi o
frazioni di secondo, perché attivano sistemi di secondi messaggeri intracellulari.
- I recettori più rapidi sono quelli ionotropici, che agiscono in millisecondi, come il recettore nicotinico
dell’acetilcolina o alcuni recettori del glutammato come NMDA. In questi casi il recettore è un
canale ionico: l’apertura del canale permette il passaggio di ioni secondo gradiente elettrochimico.
Nel caso di canali del sodio, la concentrazione di Na extracellulare è molto più elevata rispetto a
quella intracellulare (il potenziale di membrana a riposo è debolmente negativo, nella cellula
piccola prevalenza cariche -), quindi l’apertura del canale provoca ingresso di cariche positive (si
spostano da alta concentrazione a bassa concentrazione), riducendo la negatività del potenziale di
membrana e determinando depolarizzazione (si inverte il potenziale che diventa positivo, dato che
entrano cariche +). Nella fibra muscolare scheletrica, l’attivazione del recettore nicotinico da parte
dell’acetilcolina induce ingresso di sodio, depolarizzazione della membrana e successiva apertura
dei canali del calcio voltaggio-dipendenti; l’ingresso di calcio rappresenta il segnale che avvia la
contrazione muscolare.
Il sistema nervoso vegetativo è il sistema che controlla le funzioni involontarie dell’organismo, cioè tutte
quelle attività che prescindono dalla nostra volontà cosciente. Si contrappone al sistema somatico, nel
quale un motoneurone raggiunge il muscolo scheletrico e, attraverso la sinapsi neuromuscolare,
rilascia acetilcolina sul recettore nicotinico determinando la contrazione (pre-sinapsi nervosa libera
neurotrasmettitori su componente muscolare). Il sistema nervoso vegetativo regola la velocità di
conduzione cardiaca, la forza di contrazione del cuore, la regolazione vasomotoria (con
vasodilatazione o vasocostrizione differenziata nei vari distretti), il lume bronchiale, le secrezioni e il
rimescolamento intestinale: tutte funzioni finemente controllate e coordinate, spesso con risposte
rapide, mediate in gran parte da recettori accoppiati a proteina G. Uno stesso mediatore può regolare
più funzioni a livelli diversi. Per esempio, un agonista colinergico può aumentare la motilità intestinale,
stimolare le secrezioni digestive, indurre broncocostrizione e modulare il tono vascolare.
Tradizionalmente il sistema nervoso vegetativo si distingue in ortosimpatico (simpatico) e
parasimpatico, che esercitano spesso effetti opposti sugli stessi organi. A livello oculare, ad esempio, si
ha midriasi (dilatazione pupillare) o miosi (costrizione pupillare) in base al sistema prevalente. Nel
sistema cardiovascolare, durante attività fisica o situazioni di allerta, aumenta la performance cardiaca
e la pressione arteriosa per garantire un adeguato apporto di ossigeno e glucosio ai muscoli.
- L’ortosimpatico è classicamente definito sistema della “lotta o fuga”. In una situazione di pericolo,
come un’aggressione improvvisa (es. tigre pronta a assaltare la preda), si osserva midriasi, aumento
della frequenza e della contrattilità cardiaca (per trasporto ossigeno e glucosio ai tessuti di
interesse), incremento della pressione arteriosa e broncodilatazione per favorire l’ossigenazione. Si
verifica una redistribuzione del flusso ematico: la vascolarizzazione dell’apparato digerente viene
ridotta perché il sangue è prioritariamente destinato ai muscoli scheletrici. Tutti sintomi che
servono a migliorare la performance. In condizioni di stress o tensione emotiva vengono rilasciate
catecolamine, come la noradrenalina, con effetti sia centrali sia periferici coerenti con uno stato di
attivazione ortosimpatica (per questo non dormo e digerisco bene), in generale è il sistema che
governa attività fisica e psichica (ora definisco il sistema ortosimpatico colui che controlla le
situazioni di performance psicofisica). 002
FARMACOLOGIA II
FARMACOLOGIA II
- Il parasimpatico rappresenta funzionalmente il sistema opposto all’ortosimpatico, centrato sul riposo
e della digestione. È prevalente durante il sonno e nelle condizioni di recupero energetico. Esiste
inoltre una branca enterica, strettamente connessa al parasimpatico, che costituisce una
componente fondamentale nel controllo locale della motilità e delle secrezioni gastrointestinali.
(Sinapsi muscarinica)
In molti casi esiste un antagonismo funzionale: ciò che è stimolato dall’ortosimpatico è spesso inibito
dal parasimpatico e viceversa. La frequenza cardiaca, ad esempio, non è regolata da un semplice
interruttore acceso/spento, ma dal bilanciamento continuo tra il tono simpatico e quello
parasimpatico. In condizioni di riposo prevale il tono parasimpatico, con riduzione della frequenza
cardiaca; durante l’attività fisica aumenta il tono simpatico e si riduce quello parasimpatico.
Un esempio di regolazione opposta riguarda una ghiandola endocrina che produce pepsinogeno:
l’acetilcolina (parasimpatico), agendo su recettori muscarinici M3, stimola la produzione e secrezione di
pepsinogeno, mentre la noradrenalina (ortosimpatico) legandosi ai recettori adrenergici sulla stessa
ghiandola, ne inibisce la produzione e attività. A seconda della condizione fisiologica, come
alimentazione o esercizio fisico, prevale uno dei due sistemi.
Se si vuole aumentare l’attività cardiaca con un farmaco posso usar 2 strategie:
1. Una strategia è utilizzare un agonista dei recettori β1 adrenergici, localizzati nel cuore e mediatori
degli effetti dell’ortosimpatico, così da potenziare frequenza e contrattilità.
2. Tuttavia, poiché esiste antagonismo funzionale, si può ottenere un effetto simile anche bloccando il
sistema opposto: l’acetilcolina, agendo sui recettori muscarinici M2 cardiaci, riduce la frequenza; un
antagonista muscarinico che blocchi questi recettori rimuove l’inibizione parasimpatica e determina
un aumento della frequenza cardiaca (ho effetto stimolatorio).
Si può quindi intervenire sia stimolando direttamente un recettore che media l’effetto desiderato, sia
bloccando il recettore che media l’effetto opposto. (Posso usare anche altre strategie)
L’uso di antagonisti muscarinici comporta però effetti diffusi, poiché i recettori muscarinici sono
ampiamente distribuiti. A livello oculare il blocco dell’acetilcolina impedisce la miosi e provoca midriasi.
A livello gastrointestinale si ha riduzione della motilità e delle secrezioni, con rallentamento della
progressione del contenuto intestinale, aumento del riassorbimento di acqua e possibile insorgenza di
stipsi. A livello cardiaco, il blocco dei recettori muscarinici può determinare aumento della frequenza.
Questo dimostra come l’intervento farmacologico sul sistema nervoso vegetativo richieda attenzione,
poiché la modulazione di un singolo recettore può produrre effetti multipli in diversi organi.
Perché vi sia motilità intestinale deve essere presente un recettore a livello della muscolatura liscia. Il
muscolo liscio è presente non solo nell’intestino, ma anche nei vasi, nei bronchi, nella vescica, negli
ureteri. Dal punto di vista funzionale il principio è semplice: l’aumento della concentrazione
intracellulare di calcio determina contrazione. Nel muscolo liscio, quindi, contrarre significa aumentare
il calcio citosolico. Il calcio può aumentare per ingresso dall’esterno attraverso canali di membrana
oppure per mobilizzazione dai depositi intracellulari. È un secondo messaggero fondamentale e
pleiotropico (coinvolto in molte funzioni): interviene nella contrazione del muscolare, nell’esocitosi
(nelle terminazioni presinaptiche la depolarizzazione apre canali del calcio voltaggio-dipendenti, il
calcio entra, le vescicole si fondono con la membrana e rilasciano il mediatore), nell’attivazione di
numerosi enzimi calcio-dipendenti come alcune protein chinasi (pka calcio-dipendenti), la fosfolipasi
A2 (che libera acido arachidonico dai fosfolipidi di membrana) e molti altri sistemi coinvolti anche in
proliferazione e morte cellulare in particolare mediati da endonucleasi e caspasi, inclusi meccanismi
mitocondriali. Il calcio è quindi un mediatore chiave che partecipa a molte reazioni cellulari. (Aumento
di calcio porta sempre a un effetto eccitatorio)
Proprio perché coordina tante funzioni, la sua regolazione è estremamente sofisticata. A riposo la
concentrazione intracellulare di calcio è molto bassa, nell’ordine dell’alto nanomolare (circa 100 nM).
L’aumento avviene in microdomini cellulari per tempi brevissimi, nei millisecondi, e poi il calcio viene
rapidamente sequestrato o espulso, evitando un’attivazione indiscriminata di tutti i processi 003
FARMACOLOGIA II
FARMACOLOGIA II
calcio-dipendenti (per questo è necessaria una regolazione fine). I principali depositi intracellulari sono
il reticolo sarcoplasmatico nelle cellule contrattili/muscolari e il reticolo endoplasmatico nelle altre
cellule. All’esterno della cellula la concentrazione di calcio è molto più alta, circa 1 mM, quindi di circa
quattro ordini di grandezza
superiore rispetto all’interno. Quando si aprono canali del calcio voltaggio-dipendenti, l’ingresso è
massivo per il forte gradiente elettrochimico (data l’elevata differenza di concentrazione).
Non tutte le cellule esprimono gli stessi canali in uguale quantità. Il cardiomiocita, ad esempio,
possiede numerosi canali del calcio voltaggio-dipendenti; nel muscolo liscio questi sono presenti ma in
minor quantità e la contrazione di Ca dipende in larga parte dalla mobilizzazione del calcio
intracellulare.
Nel muscolo liscio il calcio liberato può attivare il recettore della rianodina (ryanodine receptor),
generando un fenomeno di calcio-indotto da calcio: l’IP3 libera calcio dal reticolo e il calcio rilasciato
può ulteriormente stimolare il recettore della rianodina amplificando il segnale. Nel muscolo cardiaco e
scheletrico, invece, il meccanismo è fortemente legato all’ingresso di calcio attraverso canali
voltaggio-dipendenti che attivano poi il recettore della rianodina.
Nel muscolo liscio sotto controllo parasimpatico, l’acetilcolina si lega al suo recettore muscarinico di
membrana accoppiato a proteina Gq. L’attivazione della proteina Gq stimola la fosfolipasi C, che
scinde il fosfolipide di membrana PIP2 portando alla formazione di IP3. L’IP3 si lega ai propri recettori
sul reticolo endoplasmatico o sarcoplasmatico, determinando liberazione di calcio nel citosol.
L’aumento del calcio intracellulare induce la contrazione del muscolo liscio. Il calcio liberato può inoltre
potenziare ulteriormente il rilascio attraverso i recettori della rianodina, amplificando il segnale. (Il
risultato finale è la mobilitazione di calcio)
Questo meccanismo è alla base della regolazione della motilità gastrointestinale: l’agonista
(acetilcolina) si lega al recettore metabotropico, si attiva il sistema Gq–fosfolipasi C–IP3, aumenta il
calcio intracellulare (che può andare a liberare ulteriore calcio) e si ha contrazione della muscolatura
liscia. Lo stesso schema vale in altri distretti parasimpatici: nei bronchi la liberazione di calcio provoca
broncocostrizione, nell’occhio miosi, nella vescica contrazione del detrusore e svuotamento,
nell’intestino aumento della peristalsi. Questo rappresenta un esempio tipico di recettore
metabotropico accoppiato a proteina Gq: la via di segnalazione culmina nella produzione di IP3, nella
mobilizzazione del calcio da siti sensibili all’IP3 e nel coinvolgimento del recettore della rianodina, con
aumento del calcio citosolico e contrazione. Anche nell’ortosimpatico esistono recettori accoppiati a
proteina Gq. Un esempio è il recettore adrenergico α1 presente sulla muscolatura liscia vascolare. La
noradrenalina, legandosi a questo recettore, attiva la proteina Gq, stimola la fosfolipasi C, produce IP3,
libera calcio e induce contrazione del muscolo liscio vasale, con aumento delle resistenze periferiche e<
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.