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Esonero di storia contemporanea mod. A2

“La seconda rivoluzione industriale”

Crisi e protezionismo

Tra il 1870 e il 1914 l’economia capitalistica subì una serie di trasformazioni di tale profondità e di tale portata da giustificare, in riferimento a questo periodo, la “seconda rivoluzione industriale”.

Definizione di sovrapproduzione e caduta dei prezzi

La crisi economica del 1873 segnò l’inizio di una nuova fase dello sviluppo industriale. Sebbene nata come crisi di sovrapproduzione, non provocò un vero e proprio crollo dell’economia: la prolungata diminuzione dei prezzi nei decenni successivi fu infatti il risultato dei progressi tecnologici e delle innovazioni organizzative che ridussero i costi di produzione.

La produzione industriale e gli scambi commerciali continuarono a crescere, così come il tenore di vita nelle città non peggiorò.

Al contrario, la riduzione dei prezzi e la maggiore forza delle organizzazioni dei lavoratori permisero ai salariati di mantenere, e in molti casi migliorare, il proprio potere d’acquisto.

Il settore dell’economia europea in cui la caduta dei prezzi si fece sentire con maggiore intensità e con effetti più drammatici fu senza dubbio quello agricolo.

Negli anni successivi, l’Europa fu travolta da una grave crisi agraria, dovuta alla concorrenza dei prodotti a basso costo provenienti dal Nord America, resa possibile dai progressi della navigazione a vapore.

Il rapido crollo dei prezzi agricoli, a partire dal 1879, danneggiò profondamente le campagne europee, in particolare quelle arretrate, dove si diffusero povertà, miseria e disoccupazione.

Solo le regioni più moderne dell’Europa centro-settentrionale, grazie all’introduzione di concimi chimici, nuove macchine agricole e migliori tecniche di coltivazione, riuscirono a limitare i danni.

La crisi provocò un massiccio esodo dalle campagne: milioni di europei emigrarono verso i paesi industriali e, sempre più numerosi, verso l’America del Nord, in paesi come Argentina e Brasile. Se inizialmente gli emigranti provenivano da paesi del Nord e dell’Ovest europeo, alla fine del secolo prevalsero quelli delle aree latine e slave, più duramente colpite e meno industrializzate.

Il protezionismo

Per contenere gli effetti economici e sociali della crisi, i governi europei adottarono politiche protezionistiche, imponendo dazi sui prodotti agricoli e industriali per difendere le produzioni interne. La Germania aprì la strada nel 1879, seguita da Russia, Italia e Francia. Contestualmente, gli Stati iniziarono a sostenere direttamente la grande industria, soprattutto attraverso commesse militari, inaugurando una nuova fase di intervento pubblico nell’economia.

Protezionismo/Liberismo: il liberismo è la dottrina che affida al mercato, senza intervento statale, la regolazione dell’economia, promuovendo il libero scambio tra paesi. Contrapposto al protezionismo, che impone dazi per difendere la produzione nazionale, il liberismo si fonda sulle teorie di Adam Smith, unendo libertà economica e politica. Ebbe il suo apice a metà Ottocento, dopo l’abolizione del dazio sul grano in Inghilterra (1846), ma declinò dagli anni ’70 dell’Ottocento con il ritorno del protezionismo e dell’intervento statale. Dopo la crisi del 1929 sembrò tramontato, ma nel secondo dopoguerra rinacque con il neoliberismo di Hayek e Friedman.

Declino della Gran Bretagna e la seconda rivoluzione industriale

Alla fine del XIX secolo la Gran Bretagna, pur restando il paese leader del liberoscambismo e principale esportatore mondiale, subì una perdita di primato economico e industriale a favore di Germania e Stati Uniti. La crescita economica di questi due paesi era infatti protetta da barriere doganali e ciò ridusse gli sbocchi commerciali britannici e superò le industrie inglesi in settori strategici come acciaio, chimica ed elettricità.

Alla perdita del primato industriale e alla riduzione dei suoi spazi commerciali in Europa, la Gran Bretagna reagì rinsaldando e ampliando il suo già vasto impero d’oltremare e intensificando gli scambi con le colonie.

Parallelamente, per far fronte alla concorrenza e ai prezzi calanti, nacquero grandi consorzi industriali: cartelli, pools e trust, che in alcuni casi portarono a monopoli. Le banche giocarono un ruolo chiave, finanziando i colossi industriali e creando un intreccio stabile tra industria e finanza, fenomeno definito dagli economisti marxisti come capitalismo finanziario.

La seconda rivoluzione industriale, a cavallo tra XIX e XX secolo, introdusse anche nuovi settori trainanti: acciaio, chimica, elettricità e motore a scoppio, sostituendo cotone, ferro e carbone della prima rivoluzione.

  • Acciaio: Nuove tecniche di produzione, come il metodo Bessemer, il forno Martin-Siemens e il procedimento Gilchrist Thomas, permisero una produzione rapida ed economica. L’acciaio trovò applicazioni in ferrovie, navi, macchine industriali, utensili e infrastrutture, aprendo la strada a grandi edifici e ponti. Icone di quest’epoca furono il Tower Building di New York (1889) e la Torre Eiffel a Parigi (1889).
  • Industria chimica: Coprì un’ampia gamma di settori, dalla siderurgia alla carta, dai coloranti artificiali (sperimentati dal 1870) agli esplosivi (brevetto della dinamite di Alfred Nobel, 1875), dai concimi ai medicinali e alla gomma (pneumatico di Dunlop, 1888). Anche l’alimentare beneficiò della chimica, con metodi innovativi di conservazione, sterilizzazione, inscatolamento e refrigerazione, permettendo la distribuzione di cibi deperibili su lunghe distanze e riducendo il rischio di carestie.

Motore a scoppio e petrolio

La seconda metà dell’Ottocento vide la nascita del motore a combustione interna, frutto di studi e sperimentazioni. Nel 1876 Nikolaus Otto realizzò un motore a quattro tempi; successivamente Gottlieb Daimler e Carl Benz montarono motori a scoppio su veicoli a ruote, creando le prime automobili nel 1885. Il carburante era la benzina, mentre nel 1897 Rudolf Diesel inventò il motore a gasolio. La diffusione dell’automobile fu lenta, ma sufficiente a stimolare l’estrazione del petrolio, concentrata soprattutto negli Stati Uniti. I prodotti petroliferi, pur costosi rispetto al carbone, iniziarono a essere impiegati anche come combustibili, lubrificanti e per l’illuminazione.

L’elettricità e le nuove tecnologie

L’elettricità, studiata fin dai tempi di Volta, divenne tra il 1860 e il 1880 una nuova fonte di energia grazie a dinamo, generatori e accumulatori, e trovò applicazione in illuminazione, riscaldamento e motori elettrici. La lampadina di Thomas Edison (1879) e la costruzione delle prime centrali termiche in Europa e negli Stati Uniti segnarono l’inizio dell’industria elettrica. L’elettricità fu impiegata anche nei trasporti (tramvie) e in industria chimica e metallurgica. L’energia idraulica venne sfruttata dove il carbone scarseggiava, come nel Nord Italia.

Comunicazioni e intrattenimento

Nuove invenzioni legate all’elettricità rivoluzionarono comunicazioni e tempo libero: il telefono (Antonio Meucci, perfezionato da Bell), il grammofono (Edison, 1876) e il cinematografo (fratelli Lumière, 1895) preannunciarono sviluppi tecnologici e culturali del XX secolo.

Medicina e igiene

La medicina si trasformò in scienza basata su igiene, microscopia, farmacologia e organizzazione ospedaliera. La diffusione di pratiche igieniche, l’individuazione dei microrganismi da parte di Pasteur e Koch, e la nascita dei policlinici con reparti specializzati migliorarono la cura e la prevenzione delle malattie. La chimica favorì lo sviluppo di nuovi farmaci, dall’anestesia all’aspirina, fino agli insetticidi come il DDT, dando impulso all’industria farmaceutica.

Crescita demografica e transizione

I progressi in medicina, igiene e alimentazione aumentarono la vita media da 30-35 a 50 anni e portarono la popolazione europea da 270 milioni nel 1850 a 425 milioni nel 1900. Questo aumento fu dovuto soprattutto alla diminuzione della mortalità, mentre la natalità diminuì gradualmente, segnalando la transizione demografica, con famiglie più piccole e pianificate, tipica dei paesi industrializzati. Anche Asia e Africa registrarono incrementi demografici, seppure più limitati rispetto all’Europa.

5. “Gli imperi coloniali”

L’imperialismo e il nuovo colonialismo

Negli ultimi decenni dell’Ottocento, l’espansione europea nel mondo raggiunse il suo apice, dando vita a quella che oggi chiamiamo età dell’imperialismo.

A differenza della colonizzazione tradizionale, guidata dalle grandi compagnie mercantili, il nuovo colonialismo fu promosso dai governi come strumento di politica nazionale, frutto di interessi commerciali, controllo politico e sfruttamento economico.

La supremazia tecnologica europea, soprattutto in armamenti e trasporti, permise alle potenze di occupare vasti territori in Africa, Asia e Pacifico.

Tra il 1876 e il 1914 la Gran Bretagna ampliò il suo impero di 11 milioni di km2, raggiungendo 30 milioni di km2 totali, mentre la Francia acquisì 10 milioni di km2. Anche Germania, Belgio, Italia, Stati Uniti e Giappone parteciparono alla competizione coloniale.

Le motivazioni economiche furono centrali: le colonie fornivano materie prime a basso costo, nuovi sbocchi commerciali e opportunità di investimento per capitali finanziari.

Le motivazioni politico-ideologiche furono altrettanto rilevanti: nazionalismo, politica di potenza, razzismo e spirito missionario giustificavano l’espansione. In Gran Bretagna, scrittori e politici come Chamberlain promuovevano il mito della «razza dominatrice» e il «fardello dell’uomo bianco», ossia la missione di civilizzare i popoli non europei. Spesso l’azione coloniale rispondeva anche alla necessità di contrastare l’iniziativa di potenze rivali.

Negli ultimi decenni dell’Ottocento l’espansione coloniale europea in Africa conobbe uno sviluppo straordinario: se nel 1870 i territori controllati dai paesi europei rappresentavano appena un decimo del continente, meno di quarant’anni dopo superavano i nove decimi.

Francia, Portogallo e Gran Bretagna ampliarono i loro possedimenti rispettivamente in Algeria e Senegal, Angola e Mozambico, e nella Colonia del Capo. Parallelamente, crebbe l’attività missionaria, soprattutto nelle nuove zone di colonizzazione dell’Africa centrale e meridionale, con la Chiesa cattolica che collaborò con Francia, Belgio e Italia inviando missionari per sostenere le imprese coloniali.

L’Africa settentrionale: Tunisia ed Egitto

Tra la fine del 19° secolo e l’inizio del 20°, le mire espansionistiche coloniali dell’Europa si rivolsero con forza verso l’Africa.

Nel 1881 la Francia occupò la Tunisia, mentre l’anno successivo la Gran Bretagna intervenne in Egitto. Entrambi i paesi, pur formalmente parte dell’Impero Ottomano, erano di fatto autonomi e rivestivano grande importanza strategica ed economica per le potenze europee.

La Tunisia era rivendicata dalla Francia, già padrona della vicina Algeria, nonostante la presenza di consistenti interessi italiani. L’Egitto aveva acquistato un’importanza fondamentale per la Gran Bretagna dopo che, nel 1869, era stato aperto il Canale di Suez tra il Mediterraneo e il Mar Rosso, che permetteva di raggiungere rapidamente l’Asia, e i possedimenti britannici in India, senza dover più circumnavigare l’intero continente africano.

Negli anni ’70 sia l’Egitto sia la Tunisia si erano lanciati in ambiziosi programmi di modernizzazione che però avevano finito per provocare il dissesto delle finanze e così, proprio per tutelarsi contro il rischio di una bancarotta, Francia e Gran Bretagna, principali paesi creditori, scelsero la strada dell’intervento militare.

La prima a muoversi fu la Francia che, avendo avuto mano libera dalle altre grandi potenze nel congresso di Berlino del 1878 [cfr. 3.4], trasse pretesto da un incidente avvenuto nel 1881 alla frontiera con l’Algeria per inviare un contingente militare a Tunisi e imporre al bey un regime di protettorato.

Gli avvenimenti tunisini ebbero immediate ripercussioni in Egitto, dove la nascita di un forte movimento nazionalista, guidato dal colonnello Arabi Pascià, sembrò mettere in pericolo non solo il recupero dei crediti esteri, ma anche il controllo internazionale sul Canale di Suez.

Nell’estate 1882, in seguito allo scoppio di moti anti-europei ad Alessandria, il governo britannico inviò in Egitto un corpo di spedizione che, attraverso la forza, assunse il controllo del paese. Da allora l’Egitto, pur conservando la sua indipendenza formale, divenne di fatto una sorta di colonia britannica.

Ben presto la Gran Bretagna partecipò anche ad un conflitto in Sudan, un vasto territorio sotto il controllo egiziano. La causa fu una rivolta guidata dal Mahdi Mohammed Ahmed, un influente leader islamico che mirava a stabilire una teocrazia musulmana estesa a tutto il mondo arabo. Il Mahdi lanciò una guerra santa contro le forze anglo-egiziane, sconfiggendole, conquistando Khartum nel 1885 e fondando un proprio Stato. Tuttavia, ben presto, i britannici riuscirono a rovesciare questo Stato e a riprendere il controllo nel 1898.

La conquista belga del Congo

L’azione unilaterale della Gran Bretagna in Egitto suscitò il risentimento della Francia e contribuì a scatenare la corsa alla conquista dell’Africa centrale.

Nel bacino del Congo, re Leopoldo II del Belgio, attraverso l’Associazione internazionale africana fondata nel 1876 con scopi apparentemente umanitari, costruì un vero e proprio impero personale.

Ciò che spinse re Leopoldo a cercare uno sbocco sull’Atlantico e ad entrare in conflitto con il Portogallo fu la scoperta di giacimenti minerari nel Katanga.

Il Portogallo, infatti, rivendicava la foce del Congo in continuità con il possedimento della colonia angolana.

La conferenza di Berlino e la spartizione dell’Africa

Nel 1884-85 Bismarck convocò a Berlino una conferenza internazionale per regolamentare la spartizione dell’Africa, in particolare la questione del Congo.

Fu stabilito il principio dell’occupazione effettiva come unico titolo valido per rivendicare un territorio, sebbene in pratica questo lasciasse ampi margini di ambiguità, favorendo un’accelerazione della corsa coloniale.

La conferenza riconobbe a re Leopoldo II del Belgio la sovranità personale sul vasto territorio dello Stato libero del Congo, con uno sbocco sull’Atlantico, mentre la Francia ottenne i territori sulla riva destra del fiume Congo. La Germania ricevette il protettorato su Togo e Camerun, la Gran Bretagna il basso Niger (oggi Nigeria) e la Francia l’alto corso del fiume, espandendosi poi nel Sahara fino al bacino del Congo e al Mediterraneo.

L’espansione britannica in Africa orientale

La Gran Bretagna non si oppose alle conquiste francesi, che considerava di scarso interesse, e, tra il 1885 e il 1995, concentrò invece le sue mire sull’Africa sud-orientale, fondamentale per il controllo dei traffici mercantili dell’Oceano Indiano, decidendo di occupare Kenya e Uganda.

L’obiettivo era collegare i possedimenti meridionali a quelli del Nilo, assicurandosi un dominio ininterrotto dall’estremità meridionale a quella settentrionale del continente. Questo progetto incontrò però l’opposizione della Germania e tale disputa fu regolata attraverso un accordo sottoscritto nel 1890, con il quale la Gran Bretagna riconosceva le colonie tedesche a est del Lago Tanganika e a sud del Lago Vittoria in cambio del reciproco riconoscimento dell’isola di Zanzibar e del controllo sull’alto Nilo, essenziale per la sicurezza egiziana.

Tensioni tra Francia e Gran Bretagna

Alla fine del 19° secolo, le ambizioni coloniali britanniche e francesi si scontrarono nella regione del Sudan, dove nel 1898 l’incontro tra truppe britanniche e francesi a Fashoda rischiò di sfociare in un conflitto armato.

Tuttavia l’esercito francese era totalmente impreparato per sostenere un conflitto e per questo il governo francese ritirò le truppe, aprendo la strada a una distensione e a future intese tra le due potenze.

All’inizio del 20° secolo, la spartizione dell’Africa era pressoché completata: rimanevano indipendenti solo Liberia, Impero etiopico, Libia, Marocco e le repubbliche boere del Sudafrica. Il resto del continente era diviso in colonie e protettorati, spesso con confini arbitrari, ignorando le realtà etniche e tribali locali. In Africa meridionale, l’espansione britannica si scontrò con il nazionalismo boero, generando un conflitto coloniale tra due popoli europei.

I boeri erano i discendenti degli agricoltori olandesi che nel ’600 avevano colonizzato la regione del Capo di Buona Speranza – che fu denominata Colonia del Capo –, ai quali si erano aggiunti immigrati ugonotti francesi, ed erano caduti sotto la sovranità della Gran Bretagna quando questa aveva ottenuto la colonia al tempo delle guerre napoleoniche.

I boeri si erano trasferiti verso nord durante il Grande Trek,

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

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