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Letteratura italiana, modulo 1

Nella parte finale delle "Città invisibili" di Calvino, in cui vengono descritte città invisibili/immateriali - tutto l'opposto delle nostre reali città, l'inferno viene definito ciò che viviamo tutti i giorni stando insieme, e non quel mondo astratto che pensiamo che sia. Si tratta di un dialogo tra due personaggi, Marco Polo e Kublai Khan, imperatore del regno dei Tartari, i quali quando parlano di quelle città non riescono a farne una sintesi, una descrizione. La città è legata alle sensazioni, un qualcosa di labile che si perde subito e che quindi non può essere propriamente facile da descrivere.

Modalità per non soffrire dell'inferno

Il primo modo per non soffrire di questo inferno è accettarlo, diventarne parte (un po' come fa Winston in 1984 di Orwell) immersione totale nell'inferno che ci porta, a un certo punto, a non vederlo più. Il secondo modo esige un apprendimento continuo, identificare ciò che nell'inferno non è inferno, e fare in modo che questo duri nel tempo, non rimanendo a un certo punto assoggettato. Ovviamente, si tratta di uno sforzo rischioso e difficile, perché si tratta di riflessione e critica riguardo al mondo che ci circonda, si tratta di apprendimento continuo, vuol dire lavorare, in modo da leggere e interpretare il reale, il mondo che ci circonda, per riuscire anche – a un certo punto – a farne parte, e questo non è assolutamente scontato.

Il potere della letteratura

Il professor Raimondi, uno degli italianisti italiani più famosi, diceva che di solito le persone hanno 3/4/5 figure che hanno il potere di cambiare le nostre vite (amici, famigliari, soggetti importanti), perché toccano quelle emozioni insite dentro di noi che ci fanno cambiare direzione. Questo, ovviamente, vale anche per i libri, i classici soprattutto, la letteratura, testi quindi che hanno la possibilità di raccontare addirittura qualcosa riguardo noi, anche se appartenenti a tempi lontani. Si tratta, quindi, di testi sempre attuali, che ci appartengono sempre in un modo o nell'altro, che ci toccano e ci permettono di leggere quello che è normale ma anche quello che non è normale (si pensi a Vitangelo Moscarda che alla fine viene chiuso in un manicomio, sceglie di essere nessuno, guarda fuori dalla finestra e può per la prima volta in vita sua percepire la vita vera da fuori). Il punto è, guardare le cose da un altro punto di vista e mettersi in gioco (Keats in Dead Poets Society), ribellarsi alle regole che ci impongono di essere tutti uguali e assoggettati, sviluppare una competenza critica tutta nostra.

La riflessione su colpa ed espiazione

Per questo noi andiamo a riflettere sui tempi della colpa e dell'espiazione, soprattutto in relazione al corpo, alla mente, alla giustizia, alla parola.

Boccaccio & Decameron

Giovanni Boccaccio

Boccaccio nasce nel 1313 a Certaldo o Firenze da una donna di identità non accertata e da Boccaccino di Chellino, un agiato mercante. Quest'ultimo lo avvia agli studi con l'intenzione di indirizzarlo al suo stesso lavoro. Ben presto, però, emerge la sua vocazione letteraria, che si manifesta in realtà molto precocemente anche grazie alle influenze dell'amico Cino da Pistoia, giurista poeta e amico di Dante e Petrarca. Infatti, Boccaccio scrive i suoi primi componimenti poetici quando non aveva ancora compiuto 7 anni.

Nel 1320 nasce il suo fratellastro Francesco, mentre 7 anni dopo compie con il padre un viaggio a Napoli per lavoro, mediante il Banco dei Bardi, potenti banchieri fiorentini, proprio per addentrarlo nel mondo di quel lavoro; infatti, lo induce agli studi di diritto canonico, ma la vocazione letteraria avrà la meglio su di lui. Non a caso quelli napoletani sono anni di intense letture: classici latini e greci, produzione cortese-cavalleresca, l'opera dantesca tantissimo.

Per la sua intelligenza viene accolto alla corte di Roberto II d'Angiò conoscendo così molte persone importanti. A Napoli, nella Chiesa di San Lorenzo durante un Sabato Santo, incontra una donna importante che indicherà con lo pseudonimo di "Fiammetta", di cui si innamora immediatamente. Si scoprirà in seguito che si trattava di una certa Maria, figlia di re Roberto d'Angiò, già sposata con un conte. A questo punto il padre si trasferisce a Parigi così che Giovanni possa dedicarsi più liberamente alla sua vocazione letteraria, tanto che inizia ad entrare in contatto con la poesia di Petrarca.

A un certo punto la compagnia dei Bardi entra in crisi e Boccaccio è costretto così a ritornare a Firenze, dove intanto si sta iniziando a sviluppare la peste nera che causerà la morte del padre e suoi numerosi amici (1348) – qui inizia a scrivere il Decameron. A Firenze incontra per la prima volta Petrarca, e rimane costretto a rimanere a Firenze per amministrare il patrimonio della famiglia, per poi adattarsi alla vita borghese dove si fa conoscere grazie alle sue doti culturali e diplomatiche.

L'epidemia di peste lo conduce a una riflessione spirituale profonda, infatti la letteratura non sarà più, per lui, un'attività solo finalizzata al piacere del lettore ma un vero e proprio impegno morale e religioso – come vedremo nel caso del Decameron. Nel frattempo, gira anche per Ravenna, Rimini, Venezia, Napoli, Padova, Milano, tanto che viene nominato ambasciatore in Lombardia. Tuttavia, a un certo punto a causa di alcune congiure governative, Boccaccio viene messo in cattiva luce, perciò, decide di ritirarsi a Certaldo, in piena crisi religiosa, motivo per cui inizia a dedicarsi esclusivamente ad attività spirituali e a ripudiare le sue opere profane al fine di salvarsi l'anima nell'aldilà. Petrarca poi lo tranquillizzerà, facendogli capire che non vi è contrasto tra fede cristiana e amore per la poesia. In una lettera, dichiara proprio di essersi adattato volentieri alla vita di campagna. Prima di morire, compone un commento alla commedia dantesca, che lui studia e ama moltissimo, ma non riesce a completarla, perché si spegne improvvisamente e in povertà nel 1375 a Certaldo.

Opere di Boccaccio

  • Le Rime
  • Il Filocolo (fatica d'amore)
  • Caccia di Diana (Diana e Venere)
  • Filostrato (vinto d'amore, Criseida)

Addirittura, Boccaccio è soggetto e oggetto di studio in moltissime università del mondo; potremmo menzionare il Boccaccio Project della Brown University nel Rhode Island, che ormai da anni ha costruito un sito web dove si possono trovare tutte le informazioni relative alla sua magna opera. Nel periodo giovanile la formazione culturale del Boccaccio avvenne entro una mondana società aristocratico-borghese (da autodidatta) e non nel severo ambito delle università e delle biblioteche. Egli appare costantemente rivolto verso la rappresentazione (psicologica e realistica) della concretezza della vita quotidiana borghese, con i suoi vizi e le sue virtù (cosa che non interessò né Dante né Petrarca). Boccaccio rimase per lo più estraneo ai temi etico-religiosi.

Fiammetta non è la donna angelicata degli stilnovisti e di Dante, né una creatura superiore come Laura per il Petrarca, ma una donna completamente terrena e sensuale, che si lascia corteggiare e sedurre, che tradisce con relativa disinvoltura. Nelle opere giovanili vi è molta autobiografia, intessuta però non tanto di fatti quanto piuttosto di stati d'animo. Accentuato è l'elemento passionale e romanzesco. Boccaccio esalta l'intelligenza che aiuta a superare tutte le difficoltà; ammira gli atteggiamenti magnanimi, generosi. La società borghese ch'egli descrive è amante della galanteria-eleganza-cortesia-compagnie piacevoli e intelligenti. Il Boccaccio riflette, poi, la transizione dalla società feudale alla società borghese.

I due motivi di fondo: amore e intelligenza

Nel mondo infinitamente vario del Decameron due motivi ricorrono e prevalgono, quasi cardini, su cui quel mondo ruota: l'Amore e l'Intelligenza; il primo è sentito e celebrato dal Boccaccio come una forza naturale, incoercibile e di per sé sana; ma, anche quando le storie d'amore sono assai audaci, non si può parlare di oscenità, perché l'attenzione e l'interesse dello scrittore sono rivolti non all'amore in sé come vicenda sessuale, ma piuttosto al comportamento, alla psicologia dei protagonisti. Quanto all'intelligenza, il Boccaccio la concepisce come "virtù" che conosce e appaga gli istinti e che permette di trarre profitto dalle situazioni, grazie alla prontezza dell'intuizione e dell'azione, in questo modo che può ben definirsi il regno dell'imprevisto. E ai beffati non va mai la simpatia del Boccaccio, proprio perché sprovvisti di questa "virtù". (Si vedano le novelle di Calandrino e l'elitropia, Calandrino e il porco, Frate Cipolla).

Realismo

Amore e Intelligenza, come del resto tutti gli altri elementi di cui è costituito il tessuto del Decameron, trovano la loro concreta identità nel Realismo del Boccaccio; non restano cioè concetti astratti, ma si incarnano in precisi tipi umani e in precise situazioni; lo spirito d'avventura non si risolve mai in un gioco vano e illusorio, ma si innesta e si ravviva nella rappresentazione psicologica dei personaggi; i protagonisti delle novelle non saprebbero vivere in un'atmosfera sospesa ed astratta: il loro mondo è sempre reale e concretamente raffigurato (si vada ad es. la novella Andreuccia da Perugina). È proprio per questa generale intonazione realistica dell'opera che le vicende tragiche e sublimi non si perdono nel nebuloso e nel fango, mentre quelle fiabesche sono piene di naturalezza e quelle comiche, pur non rinunciando alle punte più vivace ed ardite, non degenerano mai nel buffonesco gratuito. Del resto, il realismo del Boccaccio consiste, in fondo, nella scoperta che la realtà di ogni giorno, osservata con intelligenza e fantasia, offre fatti meravigliosi, senza bisogno di inventare situazioni di un romanzesco innaturale.

Moralità

Alla varia realtà quotidiana e soprattutto alla varia e sempre sorprendente psicologia umana, il Boccaccio si accosta non con la preoccupazione di ammonire e correggere (come invece fa Dante), ma con l'animo di chi accetta serenamente la vita nelle sue infinite manifestazioni, pronto ad ammirare la virtù intelligente dei pochi, ma anche a sorridere con indulgenza del gretto egoismo dei più. Il Boccaccio, insomma, non si sforza di correggere e indirizzare i costumi alla luce di un ideale trascendente, ma si appaga di osservare ed indagare le ragioni degli atti umani. È, quella del Boccaccio, una positiva e sana moralità, che afferma, tra l'altro, la legittimità degli istintivi negati o repressi dell'ascetismo medioevale.

La società del '300 e il Boccaccio

Il Boccaccio indubbiamente partecipa alla mentalità della società borghese del suo tempo, esaltando, con essa, le nuove virtù dell'operosità e dell'ingegno (Ser Cappelletto e Cisti fornaio, tanto diversi, possono essere considerati gli eroi di questa società); ma con essa il Boccaccio non si identifica totalmente: sono infatti evidenti, qua e là, un misurato rimpianto per il mondo cavalleresco e l'esaltazione degli ideali cortesi, che il Boccaccio vorrebbe fossero fatti propri dalla nuova classe borghese, attiva e spregiudicata protagonista della storia del suo tempo.

Lingua ed arte

Il Boccaccio attinge, con perfetta aderenza alle situazioni delle novelle, tanto al linguaggio comune e perfino plebeo, quanto a quello eletto letterario. Il periodo boccaccesco fluisce, di solito, ampio e complesso, ma non risulta mai forzato ed oscuro; ma, quando le circostanze lo richiedano, specie nelle battute dei vivaci dialoghi, esso è sostituito da un periodare più rapido ed incisivo. Indipendentemente dalla poetica professata (sulla scorta di Orazio: arte = dialettica + utilità) e indipendentemente dai risultati raggiunti (modesti nelle opere minori, notevoli nel Decamerone), il Boccaccio è lo scrittore del '300 che più si avvicina al moderno sentimento della poesia che si appaga di sé e che non persegue fini extra-artistici.

Il Decameron

Il Decameron di Giovanni Boccaccio, scritto tra il 1348 e il 1360, può essere considerata la prima grande opera narrativa in prosa della letteratura italiana. Si tratta di una raccolta di novelle tenuta insieme da una cornice narrativa: dieci ragazzi decidono di fuggire da Firenze, devastata dalla peste, per rifugiarsi in una villa in campagna. Per passare il tempo decidono di raccontare una storia ciascuno ogni giorno per dieci giorni (deca dieci, mera giorno), ogni giorno viene eletto un re o una regina che decide il tema della giornata di novelle da raccontare. La cornice serve a presentare la varietà del mondo mostrato nelle novelle in modo ordinato e bilanciato.

Il manoscritto del Decameron

In realtà, noi conosciamo l'arco temporale in cui l'opera era già in circolazione, abbiamo dei testimoni, ma non abbiamo un manoscritto che accompagni la volontà dell'autore, cosa invece opposta di quanto accade, ad esempio, nel caso del Canzoniere di Petrarca. L'unica fonte di cui siamo venuti a conoscenza è il Codice Hamilton 90, ad oggi conservato nella Biblioteca di Stato di Berlino dopo essere passato tra le mani di studiosi come Bembo, commissionato da Boccaccio stesso negli ultimi anni della sua vita. Tale documento è composto da una scrittura semigotica, esattamente quella che utilizzava Petrarca e quindi anche Boccaccio. La tipologia semigotica era, al tempo, quella più leggibile e che quindi permetteva una lettura più efficace.

A un certo punto, però, se ne perdono le tracce, fin quando viene visto da Pietro Bembo ('prose della volgar lingua', Umanesimo, poeta e umanista italiano che sosteneva che il volgare illustre doveva essere il principale modo di scrittura per i letterati italiani, lasciando il latino in secondo piano per i popolani) il quale ne parla ma senza considerarlo un originale, ossia quello proprio licenziato da Boccaccio. Perché? Perché al suo interno vi erano moltissimi errori, ad esempio in alcune novelle dell'Hamilton 90 i nomi propri dei personaggi vengono travisati, distorti (Marato/Marito nella settima novella della seconda giornata, quella di Alatiel). In realtà, sono proprio questi errori di copiatura e la qualità non ottima a identificare nella copia hamiltoniana un esemplare autentico seppur forse mai licenziato dall'autore (perché Boccaccio era un pessimo copista ma comunque l'opera era sua, quindi non potrebbe mai aver commesso tutti quegli errori).

Alla fine degli studiosi si sono resi conto che non era questione di errori da parte del licenziatore, ma delle spaccature della membrana su cui il testo era stato scritto. A causa di ciò i copisti del '400 avevano provato a riscrivere di sopra, di sanare, le parti mancanti causa degli errori. Così, nel 1962 il critico letterario Vittore Branca conferma la teoria secondo la quale quello è il manoscritto licenziato da Boccaccio, quello che proprio ha avuto lui stesso tra le mani; quindi, il 90% delle edizioni odierne portano con sé quel manoscritto. Addirittura, in alcuni vi erano anche delle immagini, quindi Boccaccio nel medioevo aveva già scoperto il potere delle immagini raccontandoci le vicende ma facendocele al contempo anche vedere (approccio diverso, anche oggi si preferisce spesso la visione di una serie televisiva alla lettura di un libro) = gestite dell'autore ma coniate da un'altra figura = idiografo (non di mano dell'autore ma da lui sorvegliata).

Tipologie di manoscritti

Principalmente, quindi, abbiamo 4 tipi di manoscritti. L'Hamilton 90, il più importante perché autografo, il Parigino Italiano 482 sotto sorveglianza dell'autore, il Frammento Magliabechiano conservato a Firenze con l'aggiunta di diverse componenti e introduzioni, il Vitali 26 conservato a Piacenza ma abbastanza incompleto. Infine, parliamo del Codice Mannelli, detto L'OTTIMO, sempre cartaceo conservato nella Biblioteca Medicea di Firenze, nel quale appunto Mannelli ha ricostruito le parti perdute dell'Hamilton 90 attraverso diverse annotazioni, congetture, battute, commenti = apografo (trascrizione di un manoscritto copia fedele dell'originale).

La peste

L'arrivo della peste cambiò per sempre il modo in cui l'uomo del XIV secolo comprendeva la sua relazione con il mondo che lo circondava. Molti credevano che questa vasta distruzione umana fosse una sorta di punizione divina tipo diluvio universale. Questa prospettiva consentiva, tra l'altro, di concentrare lo sviluppo letterario sul rapporto dell'uomo con il suo ambiente, gettando anche così nuova luce sulla diversione della Brigata, che prova a creare la propria utopia in un mondo incerto e malvagio. Secondo Glending Olson, critico letterario inglese, la macabra cornice del Decameron agisce come un'ottima convenzione letteraria che fornisce un contrasto drammatico tra l'immaginario della peste e l'immaginario utopico giardino verso cui fuggono i componenti della Brigata. Dunque, la cornice non è solo evasione, ma anche terapia.

Diversi interessantissimi trattati medici del tempo avevano 3 obiettivi principali in risposta alla peste: affrontarne le cause prima di tutto, prescrivere trattamenti esclusivi agli infetti, impedire la diffusione. Per evitare la peste bisognava quindi sfuggire a chi porta la peste, preferibilmente passando il tempo libero in giardini con piante profumate, viti e salici, fiori, mentre si canta, balla e si conversa. Probabilmente Boccaccio avrà preso ispirazione da tali trattati. Il fatto stesso di lasciare la città per rifugiarsi in campagna, infatti, è anche legato al fatto che la morte era ormai ovunque a Firenze; quindi, questo implica anche l'elemento psicologico derivante dall

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher marss05 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Michelacci Lara.
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