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Capitolo 15: Valutare il capitale per determinare il reddito

Il bilancio pubblico svolge una funzione fondamentale di informazione rivolta a una molteplicità di destinatari, ciascuno portatore di interessi diversi, spesso anche contrastanti, ma accomunati dall’obiettivo condiviso del mantenimento di un equilibrio economico durevole nel tempo.

Tale equilibrio è raggiungibile solo se l’impresa riesce a remunerare tutti i fattori produttivi impiegati, garantendo al contempo la capacità di generare ricchezza in modo stabile e continuo nel tempo.

Per rispondere a questa finalità informativa, il bilancio deve quindi fornire un insieme minimo e selezionato di informazioni, utili e comprensibili a tutti i soggetti interessati.

In particolare, il bilancio ufficiale d’esercizio ha il compito di rappresentare due elementi fondamentali: da un lato, il capitale aziendale di funzionamento, nella sua composizione qualitativa e quantitativa e nelle sue variazioni; dall’altro, il reddito prodotto dalla gestione durante il periodo amministrativo, analizzato nelle sue componenti elementari e senza considerazioni sulla sua eventuale distribuzione.

La determinazione del reddito e del capitale di funzionamento a fine esercizio è un processo complesso, in particolare per quanto riguarda il reddito, che rappresenta l’aspetto economico della gestione e misura la capacità dell’impresa di creare ricchezza.

Esistono due principali procedimenti per calcolare il reddito d’esercizio: il procedimento indiretto (o sintetico) e quello diretto (o analitico).

Il procedimento indiretto parte dalla definizione di reddito come incremento del capitale d’impresa generato dalla gestione in un determinato periodo.

Si confronta quindi il valore del capitale all’inizio dell’esercizio, ad esempio al 1° gennaio, con quello alla fine, il 31 dicembre.

Tuttavia, tale metodo comporta la necessità di effettuare una complessa valutazione del capitale finale, composto da una molteplicità di elementi eterogenei: immobili, impianti, materie prime, prodotti finiti, denaro, crediti, debiti, ecc.

Inoltre, questo approccio non permette di comprendere pienamente la formazione progressiva del reddito, inteso come risultato di un insieme coordinato e continuo di operazioni di gestione.

Per superare tali limiti, si ricorre al procedimento diretto, che determina il reddito in modo analitico attraverso il confronto tra ricavi e costi.

L’applicazione di questo metodo impone però di identificare con precisione quali ricavi e quali costi siano effettivamente di competenza economica dell’esercizio.

A tal fine, non è sufficiente basarsi sul principio della competenza finanziaria, secondo cui un’operazione è registrata in contabilità solo se genera un movimento monetario, certo o presunto.

È invece necessario riconvertire i valori secondo la logica della competenza economica, per cogliere le variazioni di ricchezza effettivamente prodotte nel periodo.

Una valida soluzione per operare questa riconversione è fornita dalla cosiddetta teoria funzionale, secondo la quale i costi rappresentano il valore dei servizi contenuti nei fattori produttivi utilizzati, mentre i ricavi rappresentano il valore dei servizi incorporati nei beni o servizi ceduti a terzi.

In questo contesto, il reddito di esercizio si determina confrontando il valore dei servizi effettivamente consumati con quello dei servizi effettivamente ceduti nel periodo.

Un costo è dunque di competenza economica se, e nella misura in cui, i servizi o le utilità a esso associati sono stati effettivamente impiegati nel processo produttivo, oppure sono svaniti senza utilizzo, a prescindere dal momento in cui si è verificata la sua manifestazione finanziaria.

Analogamente, un ricavo è di competenza economica se, e nella misura in cui, nell’esercizio si è completato il processo produttivo e si è ceduto a terzi il prodotto, indipendentemente dalla manifestazione finanziaria.

Con riferimento, nuovamente, ai costi, al fine di agevolare l’analisi della loro competenza economica, è possibile operare una distinzione in tre categorie: quelli relativi a servizi effettivamente utilizzati nel processo produttivo, che concorrono alla formazione del reddito; quelli relativi a servizi non utilizzati e ormai inutilizzabili, anch’essi concorrenti al reddito come componenti negativi; e infine quelli relativi a servizi non ancora utilizzati ma utilizzabili in futuro, che non concorrono al reddito ma costituiscono elementi attivi del capitale.

Per i ricavi vale una classificazione analoga: quelli relativi a servizi effettivamente ceduti, che costituiscono componenti positivi del reddito, e quelli relativi a servizi non ancora ceduti, che invece rappresentano elementi passivi del capitale.

Dal punto di vista pratico, questa impostazione si traduce nell’applicazione di due principi fondamentali, derivati dalla prassi contabile anglosassone: il principio di realizzazione dei ricavi (realization principle) e il principio di correlazione dei costi (matching principle).

Secondo il primo, sono considerati di competenza economica dell’esercizio solo i ricavi “guadagnati”, ossia relativi a beni o servizi il cui processo produttivo è completato e per i quali si è verificato uno scambio effettivo, con trasferimento sostanziale del titolo di proprietà.

La realizzazione può avvenire in qualsiasi momento, prima, durante o dopo l’esercizio, ma ciò non incide sull’attribuzione della competenza economica.

Una volta determinati i ricavi di competenza, si identificano i costi correlativi, ovvero i costi sostenuti per realizzare quei ricavi, anche se non ancora manifestatisi finanziariamente.

Non tutti i costi e ricavi registrati in contabilità durante l’anno, tuttavia, sono di competenza dell’esercizio.

Alcuni costi, pur essendo stati sostenuti, non si correlano a ricavi realizzati nel periodo e sono quindi rinviati agli esercizi futuri: si tratta dei cosiddetti costi sospesi o di imputazione differita.

Allo stesso modo, esistono ricavi conseguiti ma non ancora realizzati, che vengono anch’essi sospesi e trattati come ricavi futuri.

I costi e i ricavi di competenza economica dell’esercizio sono solo quelli effettivamente correlati tra loro.

I valori sospesi, invece, non concorrono alla formazione del reddito ma rappresentano elementi del capitale, attivi o passivi, destinati a incidere sul reddito dei futuri esercizi.

In questo contesto si inseriscono le rilevazioni di assestamento, fondamentali per rettificare i dati contabili originari, rilevati secondo la competenza finanziaria, e adattarli alla competenza economica.

Le rettifiche si distinguono in due tipologie: le rettifiche di storno, o sottrattive, e quelle di imputazione, o aggiuntive.

Le rettifiche di storno si applicano a costi e ricavi anticipati, la cui manifestazione finanziaria è avvenuta nell’esercizio in chiusura, ma la cui competenza economica è riferibile agli esercizi futuri.

Questi valori devono essere “sospesi” dal reddito di periodo e rinviati.

In termini patrimoniali, i costi anticipati diventano attività, beni e servizi ancora utilizzabili, mentre i ricavi anticipati diventano passività, beni da consegnare o servizi da erogare.

Le rettifiche di imputazione, invece, riguardano costi e ricavi presunti, che non sono stati ancora registrati contabilmente poiché la loro manifestazione finanziaria avverrà in futuro, ma che sono già di competenza economica dell’esercizio in chiusura.

In questo caso, si procede a un’integrazione dei valori contabili per includere questi elementi nel reddito di periodo, accompagnando la rilevazione patrimoniale dei relativi valori finanziari futuri.

Tali rettifiche assicurano una rappresentazione più fedele del risultato economico e della situazione patrimoniale dell’impresa, contribuendo così al raggiungimento dello scopo informativo del bilancio d’esercizio, nel rispetto del principio dell’equilibrio economico duraturo.

La strumentalità della determinazione del capitale di funzionamento rispetto alla determinazione del reddito di esercizio

Nel procedimento diretto di determinazione del reddito, basato sul confronto tra masse di ricavi e masse di costi, il problema centrale è rappresentato dall’individuazione dei ricavi e dei costi effettivamente di competenza dell’esercizio.

Per risolvere tale problema si ricorre a due espedienti: il primo è l’approccio funzionale, che si concentra sull’analisi della sorte dei “servizi” acquistati e ceduti al fine di identificare i costi e i ricavi pertinenti al periodo; il secondo, adottato dai principi contabili, è il tentativo di creare una correlazione tra i ricavi realizzati e i consumi dei fattori produttivi sostenuti per ottenere tali ricavi.

Entrambi gli approcci presentano, tuttavia, punti di debolezza.

Essi cercano di distinguere, sulla base della presenza o assenza di fenomeni reddituali correlativi, i componenti di reddito, costi e ricavi di esercizio, dagli elementi patrimoniali, costi e ricavi sospesi.

Particolarmente fragile appare la pretesa del matching principle di stabilire una correlazione diretta tra singoli costi e singoli ricavi, poiché l’attività aziendale si articola in un sistema integrato di processi interdipendenti, difficilmente scomponibili in rapporti causa-effetto tra elementi singoli.

Nella realtà aziendale, raramente un determinato costo è riconducibile a un solo ricavo o a un gruppo specifico di ricavi: più spesso esso contribuisce al complesso della produzione e, quindi, al complesso dei ricavi.

Allo stesso modo, un ricavo deriva dal concorso di una molteplicità di costi sostenuti in modo integrato.

Questa correlazione sistemica, sebbene concettualmente utile, risulta difficile da ricostruire nella pratica.

Gli stessi principi contabili riconoscono che solo in casi specifici, come le provvigioni o le materie prime, è possibile stabilire un legame diretto tra ricavi realizzati e costi sostenuti per ottenerli.

Nella maggior parte dei casi, invece, la complessità della gestione rende impossibile stabilire con precisione queste relazioni dirette.

In tali situazioni si ricorre a ipotesi di contrapposizione indiretta tra costi e ricavi, fondate su criteri di attribuzione razionale e sistematica: i costi vengono ripartiti sul tempo secondo l’utilità futura stimata, o immediatamente imputati al conto economico quando non offrono più benefici economici.

La conseguenza di questa complessità è che risulta impossibile individuare direttamente i ricavi e i costi di esercizio, e dunque determinare direttamente il reddito come grandezza differenziale.

L’unica possibilità, allora, è ottenere per via indiretta o mediata le informazioni necessarie al calcolo del reddito.

Al termine dell’esercizio, infatti, il redattore si trova di fronte a due aggregati di valori: tutti i costi sostenuti e tutti i ricavi conseguiti.

Ma non tutti questi valori possono concorrere alla determinazione del reddito.

È necessario, quindi, separare quelli di competenza dell’esercizio da quelli sospesi, che si riferiscono a esercizi futuri e che, pertanto, costituiscono elementi del capitale.

D’altro canto, tra i ricavi e i costi non ancora manifestatisi finanziariamente entro la chiusura dell’esercizio possono esservi elementi riferibili a beni e servizi ceduti o consumati nel periodo.

Questi, pur non essendo ancora monetariamente registrati, devono essere considerati di competenza economica dell’esercizio e, pertanto, inclusi nella determinazione del reddito.

Anche questi valori trovano riscontro nel capitale, sotto forma di crediti e debiti in corso di formazione.

Dato che i ricavi e i costi di competenza non sono individuabili in modo diretto e che non esistono informazioni derivanti dalla storia passata dell’impresa in grado di risolvere il problema, si rende necessario un cambio di prospettiva.

Invece di cercare direttamente i valori di competenza, si individuano i valori che non lo sono, cioè quelli da rinviare agli esercizi futuri o da aggiungere come competenze dell’esercizio corrente pur in assenza della loro manifestazione finanziaria.

In sostanza, si guarda al futuro più che al passato.

Questo cambiamento di prospettiva comporta che, per determinare correttamente il reddito, sia necessario individuare e valutare gli elementi attivi e passivi che compongono il capitale di funzionamento al termine dell’esercizio.

In tal modo si sottolinea il legame operativo tra capitale e reddito: si parte dalla determinazione del capitale per arrivare, attraverso esso, all’individuazione del reddito di esercizio.

In pratica, si procede a:

  • Sottrarre dalla massa dei costi e dei ricavi registrati, quei valori che rappresentano componenti sospesi, ossia elementi del capitale da rinviare a esercizi successivi;
  • Aggiungere ai valori di costo e ricavo quei componenti presunti, la cui manifestazione finanziaria avverrà in futuro, ma che sono già di competenza economica dell’esercizio in chiusura, rappresentando debiti e crediti in formazione.

Ne risulta che la determinazione del capitale, pur non essendo il fine ultimo del bilancio, è uno strumento essenziale per la determinazione del reddito.

Essa consente di individuare, in modo indiretto, i ricavi e i costi di competenza dell’esercizio.

È importante infine osservare come, in entrambe le metodologie di determinazione del reddito — sia quella indiretta, fondata sul confronto tra capitale iniziale e capitale finale, sia quella diretta, basata sul confronto tra ricavi e costi — si rende necessario ricorrere al concetto di capitale al termine dell’esercizio.

Tuttavia, l’uso che se ne fa è profondamente diverso.

Nel procedimento indiretto, il capitale finale costituisce uno dei due termini del confronto diretto con il capitale iniziale, da cui deriva, per differenza, la misura del reddito.

Nel procedimento diretto, invece, la determinazione del capitale al termine dell’esercizio ha una funzione puramente strumentale e tecnica: essa serve a isolare i valori di competenza dell’esercizio da quelli sospesi, permettendo così di calcolare il reddito con maggiore accuratezza.

In questa prospettiva, il capitale può essere definito come un fondo di valori attribuibili all’azienda, la cui valutazione è funzionale alla determinazione del risultato economico dell’esercizio.

La redazione dell’inventario per la valutazione del capitale

La determinazione del reddito d’esercizio, come illustrato, può avvenire attraverso due principali procedimenti: diretto, fondato sul confronto tra costi e ricavi di competenza, e indiretto, basato sul confronto tra capitale iniziale e capitale finale.

In entrambi i casi, però, si evidenzia un aspetto comune e centrale: l’impossibilità pratica di individuare in modo diretto e preciso i componenti di reddito, ovvero i costi e i ricavi di competenza.

Tale difficoltà deriva dal fatto che la gestione aziendale è costituita da una molteplicità di processi tra loro intrecciati, rendendo difficile stabilire una correlazione diretta e univoca tra singoli costi e singoli ricavi.

La pretesa di ricondurre il principio di competenza a un semplice rapporto causa-effetto tra componenti positivi e negativi del reddito si rivela, pertanto, concettualmente debole e praticamente inattuabile.

In tale contesto, si rende necessario un mutamento di prospettiva: piuttosto che tentare di individuare direttamente i componenti di reddito, si parte dalla determinazione del capitale al termine dell’esercizio per arrivare, in modo indiretto, all’individuazione dei costi e dei ricavi di competenza.

Questo cambiamento non è un semplice gioco di parole, ma un vero e proprio ribaltamento metodologico.

Il capitale, infatti, possiede una sua “fisicità” che lo rende concretamente individuabile attraverso un’operazione tecnica e contabile denominata inventario.

L’inventario rappresenta, dunque, lo strumento attraverso il quale si rilevano, si descrivono e si valutano gli elementi attivi e passivi che compongono il capitale aziendale, rendendolo il presupposto indispensabile per la successiva determinazione del reddito, indipendentemente dal metodo adottato.

Il processo di inventariazione si articola in sei fasi fondamentali.

Innanzitutto, si procede alla ricerca degli elementi attivi e passivi del capitale, operazione che richiama la dimensione tangibile dei beni aziendali.

Questa fase implica una ricognizione materiale e documentale di beni mobili, immobili, titoli, materie prime e prodotti presenti in magazzino.

Per crediti e debiti, si esaminano i documenti giustificativi, eventualmente integrati da ulteriori informazioni ottenute da debitori e creditori.

Successivamente, si passa alla descrizione analitica dei singoli elementi, evidenziandone le caratteristiche fisiche, tecniche e giuridiche.

Tale descrizione consente di comprendere in modo approfondito la natura degli elementi patrimoniali, anche in relazione al titolo di possesso o alla scadenza del credito o debito.

Una volta descritti, gli elementi vengono classificati in categorie omogenee, secondo criteri che variano in base allo scopo dell’inventario.

Se destinato alla redazione del bilancio d’esercizio, ad esempio, la classificazione dovrà tener conto della natura, commerciale o finanziaria, della destinazione, immobilizzazioni o attivo circolante, e della durata, entro o oltre l’esercizio successivo.

Dopo la classificazione, segue la fase della misurazione, in cui taluni elementi patrimoniali vengono quantificati in termini fisici, chilogrammi, litri, metri, ecc., utilizzando le

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/07 Economia aziendale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Mario_Vargiu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Bilancio e analisi economico-finanziaria e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Sassari o del prof Ezza Alberto.
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