Gli ordini architettonici
Luoghi comuni e realtà dell’antico
Sarebbe improprio dire che i Greci non conoscessero l’arco e la volta e che fossero stati i Romani ad introdurli. Infatti, questi erano già largamente conosciuti nel mondo orientale da millenni precedenti e la loro conoscenza giunse ai Romani mediante i Greci.
Muratura in mattoni
Un altro luogo comune ricorrente è quello della muratura in mattoni: i Romani utilizzavano la muratura con un paramento in mattoni cotti. Il mattone cotto viene utilizzato a partire dall’età di Tiberio, nel primo Impero. I Greci, già dal IV sec. a.C., utilizzavano in maniera massiccia per i muri il mattone cotto. Un esempio è il grande palazzo di pietra nera situato presso l’antica città di Efira, il Necromanteion, dal quale si accede agli inferi presso l’Acheronte e il lago Stige: i setti murari interni di questo palazzo sono interamente realizzati con mattoni cotti.
Luoghi comuni sugli ordini architettonici
I luoghi comuni più diffusi riguardano gli ordini architettonici. Nei corsi di storia dell’arte si citano l’ordine tuscanico, dorico, ionico, corinzio e composito. Questa ripartizione è ripresa soprattutto dai trattati dell’Umanesimo e Rinascimento. Gli ordini non sono cinque: l’ordine tuscanico non è mai esistito, l’ordine corinzio deriva dallo ionico, l’ordine composito mescola elementi ionici e corinzi. Solo l’ordine dorico e ordine ionico hanno una concreta base storica, culturale e architettonica.
Un altro problema riguarda Vitruvio, autore di testi di età augustea, compresa tra fine dell’età ellenistica e inizio dell’Impero. Conseguentemente ha i connotati di una pubblicazione datata in quegli anni e deve la sua fortuna al fatto che è l’unico testo sulla storia dell’architettura antica sopravvissuto. Vitruvio si rifà a manuali ellenistici di origine greca tradotti in latino e si serve di altri ancora per elaborare il suo De Architectura, con conseguenti discordanze e contraddizioni tra le fonti, interpretate letteralmente ed acriticamente. Il testo è estremamente approssimativo: ogniqualvolta citi un edificio noto dell’antichità, sbaglia il numero delle colonne, confonde le diverse fasi cronologiche di un edificio o sovrappone le informazioni di edifici diversi.
Uno dei temi ripreso dagli architetti del Cinquecento è anche quello delle proporzioni, sintetizzate da un ideale canone che permetteva ad ogni ordine di raggiungere la perfezione. Studi compiuti su esempi reali dell’architettura antica ha invece palesemente contraddetto questi schematismi, evidenziando la grande varietà di soluzioni adottate.
Ritmi vitruviani
Vitruvio, nel libro III, parlando dell’ordine ionico, afferma che questo ha particolari ritmi, intesi come rapporti proporzionali tra le parti, identificando il ritmo pycnostylos, ritmo systylos, ritmo diastylos, ritmo araeostylos e ritmo eustylos.
- Ritmo pycnostylos: sarebbe caratterizzato da colonne il cui interasse, distanza tra assi di colonne adiacenti, è pari a 2½ diametri. Questo corrisponde a un intercolumnio, distanza tra fili esterni di colonne adiacenti, di 1½. Quando si parla di diametro della colonna, Vitruvio utilizza come elemento di riferimento il diametro alla base della colonna, chiamato imoscàpo. L’altezza della colonna, che lui collega alla distanza, è pari a 10 volte il diametro di base.
- Ritmo systylos: l’intercolumnio è pari a 2, l’interasse è pari a 3 e l’altezza della colonna è pari 9½ volte il diametro di base.
- Ritmo diastylos: la distanza tra i fusti delle colonne è pari a 3 volte il diametro di base e l’altezza è pari a 8½ volte il diametro di base.
- Ritmo araeostylos: il più spaziato di tutti, la distanza tra i fusti delle colonne è maggiore di 3 e l’altezza è pari a 8 volte il diametro di base.
- Ritmo eustylos: citato come sistema introdotto dal celebre architetto ellenistico, fine del III - inizio del II sec. a.C., Ermogene di Priene, segue una logica diversa. L’intercolumnio è pari a 2¼ volte il diametro di base e l’altezza è di 9½ volte il diametro di base.
Tutte queste sono combinazioni caratterizzate da un apparente avvicinamento delle colonne e un contestuale abbassamento. Le colonne, quanto più si spaziano, tanto più si accorciano in altezza. Il principio è comprensibile: a carichi minori esercitati dalla trabeazione è possibile una maggior snellezza delle colonne. La somma tra misura di intercolumnio e altezza delle colonne è sempre costante, 11½. Di conseguenza, qualsiasi trattato egli abbia consultato, di fatto veniva proposto un sistema semplice di proporzionamento basato sulla resistenza al carico da sopportare e su una misura totale da mantenere costante. Pag. 1 a 13
Si può notare quindi come Vitruvio abbia inserito diverse informazioni e proposte, creando effettivamente confusione.
I cinque ordini per Serlio e Vignola. Proporzionamento dei ritmi vitruviani.
Gli ordini architettonici e le loro proporzioni
Confronto fra gli ordini del tempio di Apollo a Siracusa, dell’Oikos dei Nassi a Delos e del tempio tardo-arcaico di Apollo a Didyma.
Nel libro IV Vitruvio descrive a lungo esempi di ordine ionico e, quando parla del proporzionamento della colonna ionica, fa sempre riferimento a colonne alte 9 diametri di base, nonostante nessuno dei ritmi esposti presentasse tale misura. Il libro IV descrive quindi una situazione ancora diversa, e fa riferimento a un ulteriore manuale, in discordanza con gli altri utilizzati. Il caso del proporzionamento della colonna così come viene proposto da Vitruvio rischia di essere nient’altro che un’estrema semplificazione del problema, non corrispondente alla realtà dei fatti. Le forme dei due ordini, infatti, nel tempo si trasformano in maniera profonda e, soprattutto nelle fasi più antiche, sono talmente diversi da essere oggettivamente non confrontabili. Pag. 2 a 13
Colonne da Oikos dei Nassi a Delos e dal Sangrì, Naxos.
Tempio di Demetra (540). Sezione e ordine.
Tempio di Athena Nike ad Atene. Oikos dei Nassi a Delos.
La colonna ionica arcaica all’estrema sinistra, proveniente dall’Oikos dei Nassi a Delos, nelle Cicladi, è di oltre 14 diametri di altezza; l’altra, proveniente dal tempio di Athena Nike di Atene, presenta 8 diametri di altezza. Non esiste un valore canonico che proporzioni le colonne ioniche, perché questo si modifica nel tempo.
Il tempio di Demetra a Naxos-Sangrì presenta colonne tutte di altezze diverse, il che vuol dire che non esiste nemmeno in uno stesso periodo un’idea di valore canonico della proporzione delle colonne. Le proporzioni comunque mutano del tempo: le proporzioni dell’ordine dorico nel tempo tendono a snellirsi, viceversa le proporzioni dell’ordine ionico tendono a diventare massicce.
Architettura dorica e architettura ionica
Efeso. Tempio tardo-arcaico di Artemide (560-480 a.C.) Siracusa. Tempio di Apollo (580 a.C.).
Se si confronta un edificio ionico e un edificio dorico, ne emerge la profonda diversità. L’edificio ionico si sviluppa in ambiente microasiatico a contatto con le civiltà orientali ed è incredibilmente più vicino e più simile alla produzione architettonica del mondo orientale piuttosto che a quella della Grecia. L’ordine dorico e ionico sono due lingue parlate da popolazioni che vivono in contesti profondamente diverse, diversi e incompatibili tra loro. L’area ionica è compresa fra Egeo centro-settentrionale e le coste dell’Asia minore; l’area dorica comprende la Grecia balcanica e la maggioranza delle coste dell’occidente greco.
Egina. Tempio di Athena Aphaia (fase I, 570 a.C.). Delfi. Tempio di Apollo degli Alcmeonidi (505 a.C.). Efeso. Tempio di Artemide (560-480 a.C.). Pag. 3 a 13
La conformazione dei due ordini è complessa già a partire dall’età arcaica e tardo-arcaica. Per esempio, il tempio di Athena Aphaia ad Egina nella sua prima fase ha dimensioni molto ridotte se confrontato con il colossale Artemision di Efeso dello stesso periodo. Il tempio di Efeso, la cui costruzione si protrasse per quasi un secolo, mostra nella sua grandiosità un portato dell’architettura orientale, mesopotamica e assira, la cui influenza sull’ordine ionico sarà sempre significativa.
La grande migrazione
Il tema di fondo è reso più comprensibile grazie al periodo della grande migrazione, fenomeno che vede lo spostamento di nuclei consistenti di popolazioni e che avviene in via spontanea in un periodo prolungato che comprende gli ultimi due secoli del II millennio a.C.
Direttrici dei movimenti migratori tra 1230 e 1050.
La cronologia della grande migrazione va dal 1230 al 1050. Si lega in parte alla caduta del sistema miceneo e alla progressiva penetrazione di ulteriori ondate di popolazioni indoeuropee, provenienti dall’Europa centrale, verso il mediterraneo. La migrazione coinvolge anche le popolazioni già stanziate nella penisola balcanica a seguito di precedenti ondate migratorie all’inizio del nuovo millennio. Le precedenti ondate a cui si sommano le nuove ondate migratorie avevano determinato il costituirsi di nuove aree di concentrazione di popolazioni che, provenendo dal contesto indoeuropeo, parlavano una lingua assimilabile, ma non identica. Le popolazioni balcaniche parlavano un comune greco acheo differenziato sotto l’aspetto dialettale: il greco ionico era parlato in Attica ed Eubea; il dorico nel Peloponneso, in particolare nell’Istmo di Corinto; il dialetto greco nordoccidentale in Etolia, Acarnania e Peloponneso settentrionale, Elide; il beotico tessalico parlato in Beozia e Tessaglia; infine, un dialetto simile all’originario acheo parlato dai Micenei che persiste in Arcadia, regione montuosa del Peloponneso, e a Cipro.
Con la Grande Migrazione, alcuni di questi nuclei si spostano verso il mondo egeo e greco orientale. Dall’area beotico-tessalica parte una popolazione che, attraversando la Tracia e l’Ellesponto, si stanzia sulle coste nord-occidentali della penisola anatolica e sull’isola di Lesbo. Queste popolazioni, di dialetto lesbio, svilupperanno gradualmente una comune lingua parlata e un’unità identitaria. Segni della coesione comunitaria sono il riferimento ad un comune santuario e, intorno alla fine del XVIII sec a.C., la costituzione di dodici poleis, dodecapoli, sulla terraferma più le città sull’isola di Lesbo, tra le quali Mitilene ed Eressos, attuale Ereso, resa celebre per aver dato i natali alla poetessa Saffo, avranno un ruolo importante nello sviluppo della Grecia d’Oriente.
Un’altra via migratoria coinvolge le popolazioni attiche di dialetto ionico e si muove via mare passando per le Cicladi centro-settentrionali, andandosi infine a stanziare in una zona mediana della costa dell’Anatolia che prenderà il nome di Ionia. Anche qui si verrà a costituire sulla costa e sulle isole antistanti di Chios e Samos una dodecapoli ionica che avrà nel santuario del Monte Micale il proprio centro sacro di riferimento.
Un altro percorso è quello che tocca le isole Cicladi più a sud, Thera e Melos, dove si viene a configurare un’esapoli dorica, con tre città collocate sull’isola di Rodi e un’altra a Knidos, Halikarnassos, Kos.
Da questo fenomeno si evince che la distribuzione della popolazione greca parlante dialetti tra loro diversi è presente tanto nella madrepatria, Grecia, quanto nell’area egea e d’Asia minore. Non vi è una distinzione geografica corrispondente a una distribuzione linguistica, né un fenomeno in cui la popolazione dell’area asiatica parli il dialetto ionico e quello della madrepatria parli il dialetto dorico: nella madrepatria si parlano tutti i dialetti e nell’area microasiatica ed egea altrettanti. Quindi non saranno solo le popolazioni di lingua dorica ad utilizzare l’ordine dorico, ma saranno tutte le popolazioni ioniche, doriche e Pag. 4 a 13 tessaliche della madrepatria. Parimenti non saranno solo gli ioni d’Asia a produrre l’architettura ionica, ma essa sarà presente anche in Eolia, dove si diffonde il dialetto beotico tessalico, e nelle Cicladi centro-settentrionali. Le popolazioni doriche dell’area orientale nelle fasi iniziali adopereranno lo stesso linguaggio ionico dei loro vicini ioni. Quindi non vi è corrispondenza fra forma linguistica e architettura perché quando queste popolazioni raggiungono le coste dell’Asia minore o l’area egea, ancora non si è costituita una cultura omogenea con una propria architettura. Questa architettura, che porterà alla nascita di alcune poleis, inizierà a delinearsi solo nei secoli successivi, quando, con il geometrico antico e recente, X-VIII secolo a.C., si costituirà una cultura omogenea. Le popolazioni stanziate sulle coste dell’Asia minore saranno fortemente influenzate dalle civiltà vicine già consolidate, quali quelle del regno di Lidia e Frigia e il mondo persiano. Ciò non accade invece nella madrepatria, con contatti interni più intensi delle influenze esterne: la civiltà greca assume perciò dei connotati diversi perché diverso è l’ambiente in cui si viene a formare, e ne consegue una contestuale diversità architettonica.
Naturalmente tutto questo è reso più complesso da una serie di fenomeni locali: anche Creta, anch’essa oggetto di una parziale migrazione delle popolazioni doriche, si viene a costituire in un contesto fortemente condizionato dall’eredità dell’evoluta civiltà minoica del bronzo, di origine non indoeuropea, ma mediterranea.
L’Attica e l’Eubea, pur parlando il dialetto ionico, svilupperanno una cultura simile a quella degli altri centri della madrepatria e produrranno un’architettura dorica. Tuttavia, a differenza delle poleis propriamente doriche della madrepatria, tra cui Sparta, Argo e Corinto, gli stretti contatti di Attica ed Eubea con le poleis ioniche dell’Egeo e dell’area asiatica emergono anche a livello linguistico, con l’uso di vocaboli ionici estranei agli altri dialetti della madrepatria.
L’importanza linguistica e culturale
La comprensione dell’architettura, forma di espressione che necessita di investimenti significativi e spesso utilizzata a fini di comunicazione politica, non può prescindere dalla conoscenza della storia. Anche la conoscenza della religione e dei suoi codici è indispensabile per la lettura degli edifici che la rappresentano. Il tempio serve per svolgere la specifica attività di culto e non sempre queste sono uguali.
Il culto cristiano ha connotati molto particolari: nasce e si sviluppa a carattere misterico con un rito di iniziazione. Nella procedura originaria, alla celebrazione del culto potevano soltanto i fedeli, coloro che hanno ricevuto il battesimo, gli iniziati. Vi erano anche persone in attesa di essere battezzati, chiamati catecumeni, già accolti dalla comunità cristiana, ma che potevano assistere solo alle fasi iniziali della messa. I postulanti ambivano invece ad essere accolti dalla comunità ma, non essendo accettati, non potevano assistere al rito. Questa riservatezza ha bisogno di un ambiente chiuso, con un altare posto in un ambiente chiuso e specifico in cui gli iniziati possono riunirsi. Se il culto non è per iniziati può svolgersi sotto lo sguardo di tutti, ragion per cui non ha bisogno di un luogo chiuso, ma di un altare inserito in uno spazio aperto. La conformazione dell’edificio di culto è quindi fortemente condizionata dalla tipologia del culto.
La religione dei Greci, profondamente diversa da quella cristiana, si riconosce in culti urani o celesti, rappresentati dalle divinità dell’Olimpo, e culti ctoni o terrestri: a loro volta questi sono suddivisi in culti legati alla produzione agricola e vinicola e culti del mondo sotterraneo, gli Inferi. I due culti necessitano di differenti architetture in quanto, a differenza di quelli urani, i culti ctoni sono limitati ad una cerchia di iniziati.
Il cristianesimo, inoltre, riconducibile al gruppo delle religioni orientali, ha caratteristiche salvifiche e morali e stabilisce comportamenti in base ai valori del bene e del male. Al contrario, gli dèi greci sono del tutto disinteressati al comportamento degli uomini ed il bene e il male non sono valori contemplati. Essi intervengono solo qualora gli uomini li offendano o onorino, e il mondo degli inferi è un luogo “neutro” dove tutti giungono senza guadagnarsi premi né subire punizioni. Il rapporto che si viene quindi a creare tra il cittadino greco e gli dèi è completamente diverso da quello tra un cristiano e Dio.
La forte suggestione suscitata dalla frequentazione di un luogo sacro, come il santuario di Delfi, induceva ad assegnare a quel luogo la reale dimora della divinità. Alla base del rapporto uomo-divinità vi è un sostanziale accordo: in cambio di protezione e supporto, la comunità stanziata nel luogo compie sacrifici in onore della divinità che vi risiede. La combustione di carni e aromi, grazie alla produzione di fumi odorosi, permetteva un diretto raggiungimento della divinità celeste. Conseguentemente esistono delle divinità che i greci chiamano poliadiche, proprie delle poleis: ad Atene, per esempio, la divinità che si è assicurata il controllo di quei luoghi è Athena, a cui i cittadini si rivolgono e con cui si accordano in cambio di protezione. Sottrarsi perciò alla partecipazione ad un culto poliadico viene inteso come un atto contro la società. Pag. 5 a 13 politica. La celebrazione
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