Capitolo 8: Stati, imperi, colonie - Marco Bellabarba
Premessa
Nel 1533, il sovrano inglese Enrico VIII dichiarava pubblicamente con l’act in Restraint of Appeals che «questo Regno d’Inghilterra è un impero». Erano anni di profonde mutazioni politico-istituzionali per l’Inghilterra: il principato del Galles stava per essere incorporato nel regno ed Enrico rivendicava la sovranità sulla Corona di Scozia, oltre ad avere pretese sul trono francese. Enrico VIII non mirava a sostituirsi a Carlo V d’Asburgo, signore del Sacro Romano Impero e dei domini spagnoli. Formalmente in Europa potevano esistere un unico impero e un solo vero erede della “monarchia universalis” medievale. Egli aveva quindi uno scopo più circoscritto, per quanto non meno ambizioso: voleva attribuire alla dinastia una doppia identità sovrana, secolare e spirituale, sopra le isole inglesi.
L’accezione più comune del termine «impero» proveniva dal diritto pubblico romano, dove aveva designato l’autorità di un comandante dell’esercito o di un magistrato civile. Attraverso modifiche susseguitesi nel tempo, la parola aveva finito per assumere il senso generico di sovranità politica. Quando Niccolò Machiavelli, nel Principe parlava di “imperio” intendeva un potere sovrano svincolato da qualsiasi autorità esterna – allo stesso modo di Enrico VIII.
La scelta di smaterializzare l’impero a vantaggio degli Stati rispondeva a una lettura realistica delle cose! Nel corso del medioevo il continente europeo aveva frammentato la propria unità di tipo imperiale dando vita a un caleidoscopio molto confuso di forme politiche. Scomposizioni e riaggregazioni continue avevano comportato la crisi dei due grandi poteri universali europei, sia degli imperatori romano-germanici, sia dell’autorità spirituale pontificia.
Dunque un insieme variegato di territori sovrani contraddistingueva la geografia politica europea. Quanto alle forme istituzionali, la molteplicità era ancora più sconcertante: piccole città-stato, repubbliche con propaggini coloniali disseminate un po’ ovunque, confederazioni urbane o rurali, principati «misti» ecclesiastici e temporali, monarchie che assomigliavano in nuce a Stati nazionali.
Anche la categoria giuridico-politica dello Stato, in analogia a quello di impero, aveva preso forma lentamente. Il latino «status», che origine denotava per lo più la qualità di un individuo aveva preso a designare le qualità di un sovrano o in generale la condizione in cui si trovavano un regno o una repubblica. Così qualsiasi sovrano europeo poteva reputarsi alla stregua di un «imperatore nel suo regno».
Imperi e nazioni: la storiografia ottocentesca
Per tutto l’Ottocento e gran parte del Novecento, la storiografia sostenne l’ipotesi che già sul finire del medioevo l’Europa ospitasse un coerente sistema di Stati «moderni» tutti dotati di requisiti pressoché simili:
- Un potere politico accentrato nelle mani di un sovrano di un apparato burocratico-militare
- Uno spazio territoriale racchiuso dentro confini naturali
- Una popolazione nazionale omogenea, che aveva tradizioni culturali, lingua e composizione etnica identificabili a colpo d’occhio come un insieme omogeneo
Accantonata l’ipotesi di un unico potere universale, in Europa il nucleo dell’Impero romano si era frammentato e ricomposto in unità territoriali più piccole. A partire dal tardo medioevo era sorto un «moderno sistema degli Stati – scriveva Otto Hintze – che si riconoscono e rispettano reciprocamente e stanno fra loro in rapporti regolatistabilmente».
Nulla di tutto ciò era accaduto altrove. Verso Oriente i grandi dominî «asiatici» (Russia, Cina, Persia, India, Turchia), erano segnati dall’immutabilità del loro stile di vita e da un ostinato isolamento economicosociale; al di qua di quella linea, invece, il crollo dell’Impero romano aveva prodotto un tessuto comune di culture politiche e di Stati che la necessità di combattersi aveva reso intraprendenti, ambiziosi, e in fin dei conti più forti di qualsiasi rivale.
Una linea di faglia geografica molto netta separava gli Stati nazionali europei, moderni e «civili», dalla nebulosa degli imperi asiatici e africani, che in qualsiasi luogo li si collocasse presentavano i difetti di regimi inattuali e sorpassati.
Imperi e stati di Antico Regime
Il contatto con i nuovi mondi – scrisse Seeley – aveva operato come «forza politica di tremenda grandezza» spingendo le monarchie europee a scendere in guerra per ingrandirsi. Gli europei della prima età moderna avevano una relativa dimestichezza con imperi antichissimi, collocati nel cuore dell’Asia, in Cina, Giappone, Corea, dove i mutamenti di estensione spaziale non avevano mai in fondo toccato da vicino relazioni commerciali o politiche di vecchia data. Poi, velocemente, la lista degli imperi era cresciuta di numero all’improvviso.
Nei primi anni del Cinquecento, il primo trend espansivo fu rappresentato dall’Impero ottomano, che aveva posto le sue basi nel 1453 con la presa di Costantinopoli da parte degli eserciti di Maometto il «conquistatore». Aggressivo e ambizioso, il sultano assunse il titolo di signore della Rumelia (la terra dei Romani, ovvero le regioni balcaniche) e Anatolia, oltre che dei «due mari», Mar Nero e Mediterraneo. I suoi successori, Selim «il crudele» e Solimano «il magnifico» o «il legislatore», conquistarono in pochi decenni le regioni mediorientali, l’Egitto e la Penisola arabica e raggiunsero le coste dell’Africa settentrionale prospicienti la Penisola iberica.
L’espansione ottomana sprofondò l’Europa in un’atmosfera di vero e proprio panico. Messa in ginocchio la resistenza dell’Impero asburgico, i reggimenti turchi dilagarono in Ungheria giungendo alle porte di Vienna nel 1529. L’assedio alla città sembrò confermare la fine imminente del cristianesimo per mano di un infedele che proclamava di essere il legittimo successore degli ultimi imperatori romani d’Oriente. La crescita di grandi imperi a maggioranza musulmana in quegli anni non si limitò all’esperimento turco. A Oriente della Penisola anatolica, le tribù turche islamizzate dell’Asia centrale stavano impiantando un dominio territoriale che dal nome del suo primo fondatore, Safī-al Dīn, prese il nome di dinastia safavide (sciiti). Il fatto che fossero legati a una diversa interpretazione circa la discendenza dal profeta Maometto determinò una serie di guerre con i sultani sunniti di Costantinopoli protrattesi per tutto il XVI secolo, con l’effetto di limitare il potenziale bellico dispiegato a Occidente dagli ottomani.
Per quanto l’Impero safavide costituisse una minacciosa enclave territoriale a ridosso dell’Impero ottomano, il suo potere non fu mai in grado di insidiare l’Anatolia o altre terre. Più tentacolare fu invece l’impero islamico che si affermò nelle pianure indiane. Nell’inverno 1525-26, un condottiero di origini turche, Bābur, con un esercito sconfisse uno dopo l’altro tutti i signori del Punjab e del Bengala. Le sue vittorie segnarono una rottura nella storia dell’Asia centrale: il primo nucleo del futuro Impero mughal, trasportò nella Penisola indiana una forma di regalità che fondeva aspetti della tradizione politica mongola, turca e islamica.
Richiamando una lontana discendenza di sangue da Genghis Khan e Tamerlano, Akbar, nipote di Babur, legittimò agli occhi dei sudditi musulmani l’autorità dell’imperatore in quanto «ombra di Dio sulla terra». Il suo acume tattico e la distruttività dell’esercito fecero il resto. I mughal «inventarono» dal nulla un impero che sarebbe rimasto in vita ufficialmente fino al 1858. Se relazioni politiche di buon vicinato con i califfi delle coste africane avevano permesso buoni affari ai commercianti medievali europei, dopo il 1453 queste rotte furono vietate dalle navi ottomane. Inoltre l’accesso ai prodotti asiatici era vitale per le economie europee, ma il proselitismo islamico e la creazione di alleanze politiche e religiose avevano trasformato l’Oceano Indiano in un mare interno musulmano; il commercio tra India, Mar Rosso e Golfo Persico, disegnava un fitto mosaico islamico di rotte, porti che avevano alimentato un costante dinamismo economico nell’area. In questo circuito commerciale la presenza europea era marginale, e quando i portoghesi a fine 400’ tentarono di rompere tale monopolio l’Impero ottomano reagì con l’annessione di Egitto, Siria e Yemen nel 1517, per garantirsi un accesso sicuro alle rotte commerciali indiane. Con le stesse finalità, pochi anni dopo, le conquiste di Serbia e Ungheria permettevano a Solimano di intercettare tutte le diramazioni dei commerci terrestri provenienti dall’Asia.
Imperi e colonie
Nuove linee di confronto militare, nuove reti di commercio transnazionali, costrinsero gli europei a dirottare verso l’Atlantico la ricerca di nuove fonti di ricchezza. Quella che definiamo «l’età delle scoperte», rappresentò invece uno sforzo di adattamento al riequilibrio di assetti geopolitici. Sotto il peso della sfida ottomana, portoghesi e spagnoli fecero da pionieri alla creazione di sistemi commerciali e di flussi d’informazioni costretti a uscire dal vecchio perimetro continentale.
La ragnatela delle conquiste, anzitutto, non riuscì a fare presa ovunque con la stessa intensità. La rapidissima penetrazione iberica nell’America centrale e meridionale non fu replicata altrove. Africa e Asia respinsero facilmente ogni intrusione: gli Imperi ottomano, mughal o cinese erano troppo potenti per venire impensieriti dai forestieri. Questo implicò la creazione di nuove strutture di governo su territori e popolazioni sconosciute, accanto ad accordi diplomatici che servissero a delimitare le sfere d’influenza. La fisionomia istituzionale delle conquiste aveva un volto diverso da luogo a luogo.
- Dopo la prima fase di distruzione dei regni azteco, maya e inca lasciata alla crudeltà dei conquistadores, la Corona spagnola intervenne duramente allo scopo di riportare l’America latina sotto l’ombra della monarquía católica.
- Analogamente, il Regno del Portogallo impose una forma di controllo sui territori brasiliani e sulla catena dei suoi porti in Africa e Asia.
- Paesi Bassi, Francia, Inghilterra, batterono altre strade. I governi restarono in seconda fila rispetto ad agenti privati del tipo più vario – società commerciali, finanzieri, avventurieri o corsari – che furono sul campo i soggetti attivi delle conquiste.
Malgrado un distacco di facciata, il potere pubblico era in grado di intervenire sugli agenti privati: poteva sopprimere una compagnia, come fece nel 1624 Giacomo I per annettersi la Virginia, oppure fungere da garante dei capitali investiti e dei monopoli garantiti. Le Compagnie per le Indie orientali olandesi e francesi erano, di fatto, gestite dai loro governi, mentre la East India Company inglese rispondeva solo ai suoi azionisti – che per altro sedevano numerosi nella Camera dei Comuni. Ma in tutti i casi, a mesi di distanza di navigazione dalla madrepatria, la loro libertà d’azione diplomatica o militare era in pratica senza limiti: in India o nell’arcipelago indonesiano, gli agenti delle compagnie agivano in quanto incaricati di società private con l’unico obiettivo di fare fruttare i soldi dei propri investitori.
Il mondo della prima età moderna era un vasto mosaico di imperi intrecciati a regni, tra i quali scorreva un flusso continuo di prestiti simbolici, dottrine giuridiche, istituzioni amministrative. Gli imperi asiatici disponevano di tutti i requisiti «minimi» che oggi gli storici riconoscono necessari alla definizione di impero:
- Il controllo di superfici territoriali vastissime
- Contraddistinte da un forte tasso di particolarismo culturale e politico
- Una natura intimamente aggressiva, che li spingeva ad allargare di continuo i loro confini allo scopo di appropriarsi di terre e ricchezze materiali
- Un’idea di sovranità ammantata di visioni universalistiche e messianiche, vissuta come un credo di superiorità assoluta
La corsa europea alla conquista di nuovi spazi imitò alcune di queste caratteristiche ma ne tralasciò altre. Gli Imperi ottomano e mughal avevano assimilato nel tempo popoli e spazi assai eterogenei, lasciando però sopravvivere tradizioni e lingue native, purché non fossero mai poste in discussione le prerogative del vertice imperiale.
Differenze tra imperi europei e mediorientali:
- I sultani ottomani, gli zar russi o gli shah safavidi, erano la fonte di un’autorità patrimoniale racchiusa nella figura del sovrano che si esercitava sui sudditi tramite un apparato burocratico obbediente e istruito a corte. Potere pubblico retto da un solo sovrano.
- Al contrario, in Europa ogni forma di sacralità monarchica era stata costretta a venire a patti con altri soggetti (Parlamenti, ceti nobiliari, corporazioni professionali, etc.), dotati anch’essi di prerogative pubbliche. Forme di sovranità composita, nelle quali il sovrano era imbrigliato dal rispetto delle leggi fondamentali del paese.
Ma una geografia politica così variegata non rese gli europei meno capaci di affrontare su scala globale gli altri imperi. Anzi da una parte, lo stato di guerra quasi continuo in cui avevano vissuto tra il 500 e 600 offrì loro un’attrezzatura tecnica, un’inclinazione culturale al conflitto, sempre più incisive e spregiudicate, e dall’altra, questa pluralità determinò percorsi di espansione nei nuovi mondi che non furono né lineari né paralleli. Approcci così diseguali si riflessero anche nei modi con cui si cercò di legittimare la propria presenza nei territori d’oltremare. La competizione anglo-ispanica, innescò da subito una guerra di parole su quali fossero gli imperi «giusti» e «sbagliati».
Il XVIII secolo conobbe il susseguirsi di duri conflitti dinastici, dalle guerre di Successione spagnola, polacca, austriaca fino alla Guerra dei Sette Anni. Simili tensioni tra gli Stati europei già in precedenza si erano tradotte in conflitti coloniali minori; ma la novità settecentesca fu costituita dal fatto che i contendenti più forti consideravano adesso il mondo intero come teatro dei conflitti e decisero di estendere la loro rivalità ovunque fosse possibile combattere. L’espansione del commercio contribuì ad accrescere il «war making power» degli Stati europei e a stringere un rapporto di reciproco interesse fra apparati statali militari e mercato finanziario. Queste guerre condotte globalmente, con il loro carico incessante di spese belliche, indussero a scaricare sui territori d’oltremare una parte cospicua degli oneri fiscali. Fu in questi anni che i documenti ufficiali dei re di Spagna introdussero il termine di «colonie americane», come a denotare un vincolo di subordinazione, non privo di connotati razziali, dovuto al cuore europeo dei loro possedimenti.
La conflittualità fra le potenze europee settecentesche ebbe una parte determinante nel segnare la fine degli imperi di conquista sorti 2 secoli prima: l’indipendenza degli Stati Uniti e la catena di rivolte scoppiate nei vicereami ispanici furono le avvisaglie che una stagione coloniale si era chiusa.
Capitolo 17: Dopo la “pax mongolica”: l’Asia dei Ming e di Timur
Genghis Khan e i suoi eredi
Temujin (1167-1227) riuscì in breve tempo a unificare diversi clan mongoli seminomadi e a radunare un esercito di cavalieri e arcieri. Proclamatosi Genghis Khan («capo universale»), aggredì città e mercati, fece strage e distrusse templi, soggiogando la porzione più ricca dell’Asia fino all’Ucraina. Basato sulla fedeltà e privo di una burocrazia, il suo impero inglobò diversi culti ma non durò per l’assenza di regole di successione dinastica. Nonostante ciò, alla morte del capo, il suo regno continuò con gli eredi. Ristabilì le grandi connessioni euroasiatiche, ripristinando le vie terrestri della seta.
Alla sua morte l’impero fu diviso tra i figli e i nipoti: a ciascuno fu data un’unità territoriale. I nipoti Ordae Batu, figli di Jochi, fondarono il khanato dell’Orda d’Oro, dal Caucaso all’Ucraina;
- Il secondo figlio, Chagatai, un khanato che da lui prese nome, il cuore delle «vie della seta». Un altro figlio, Tolui, dominò parte della steppa mongola.
L’assemblea dei guerrieri che si riunì nel 1229, tuttavia, elesse come grande khan il terzo figlio, Ogodei. Con la sua morte, nel 1246 il titolo passò al figlio Guyuk e subito dopo a Mongke, figlio di Tolui. Mongke avviò la brutale espansione mongola e minacciò i Song della Cina meridionale, morì in battaglia. Il fratello Kubilai ne continuò l’opera sbarazzandosi dei rivali e assumendo il titolo di quinto grande khan (1260). Un altro figlio di Tolui, Hulegu, decise invece di concentrarsi sulle terre persiane e islamiche, saccheggiò Baghdad, mettendo fine al califfato, e fondò l’ilkhanato.
In sostanza, l’impero di Genghis Khan si divise in 4 estesi principati, 2 dei quali governati dal ramo di Tolui. Il primo in ordine gerarchico fu il grande khanato, che conquistò la Cina dando vita alla dinastia di Kubilai: la dinastia Yuan (1279-1368). Solo all’inizio del 500’ i cavalieri mongoli avrebbero tentato di riunificarsi, legandosi al buddismo tibetano e aprendo un commercio con la Cina.
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