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lOMoARcPSD|22798620 - Storia moderna

Capitolo 1: Il pensiero del passato e l’idea di moderno - Marco Meriggi

L’idea di moderno, inteso come qualcosa recente e qualitativamente diverso dal passato, prese forma in ambito europeo tra la fine del Seicento e il cuore del Settecento. Voltaire fornì una sua definizione, individuando il moderno in un tempo che inizia dalla fine del XV secolo e in cui la storia comincia a essere “veramente interessante”.

La fine del Quattrocento vide la nascita della stampa in Europa e aveva poi proseguito il proprio cammino lungo un percorso scandito dalla rinascita dell’attenzione per la cultura classica (Umanesimo) e la loro espansione (Rinascimento), dalla scoperta dell’America e delle nuove rotte verso l’Asia.

Voltaire, quindi, arrivava a delineare un’immagine di età moderna che si sviluppa attraverso una serie di eventi che dovevano portare al trionfo della ragione e la conquista di una visione del mondo pienamente secolarizzata da parte di una umanità mossa dall’ambizione di farsi padrona del proprio destino.

In questo senso i lumi avrebbero dato vita a un processo di miglioramento potenzialmente infinito che tanto avanzava quanto più il genere umano sarebbe riuscito a togliersi il peso della tradizione.

L’idea di un moderno proiettato in avanti era diversa dall’idea di futuro dell’Europa cristiana medievale, in cui il futuro sarebbe terminato con la fine dei tempi e il giudizio universale. La percezione religiosa del tempo era lineare mentre quella illuminista era una serie di fratture e sviluppi.

Oltre queste due concezioni ce n’era anche un’altra proposta dall’Umanesimo, in cui il tempo è ciclico e la Storia svolge il ruolo di maestra da cui gli uomini devono imparare per non commettere i propri errori e tenere ciò che di buono è stato fatto. Questa prospettiva si basava sulla convinzione che la natura umana, i vizi e le virtù degli uomini restassero invariate nel tempo ed era questa la convinzione che animava Niccolò Machiavelli.

Per queste ragioni gli umanisti rifiutavano quel periodo che li aveva separati dalla cultura classica, ossia il Medioevo buio e intriso di religiosità e tradizione.

La cultura del moderno ed illuminismo da una parte rifiutava la visione ciclica della storia dell’Umanesimo e credeva in una visione lineare del tempo, dall’altra rifiutava la Storia “maestra” e di matrice religiosa.

Centrale nella fase dell’Illuminismo sarà l’idea del progresso il cui elemento traente è la soggettività umana guidata dalla luce della ragione. La storia si svincola così dalla provvidenza.

Secondo Voltaire questi sono i tasselli compositori della modernità: la Stampa, l’Umanesimo, il Rinascimento, le esplorazioni e le scoperte geografiche, la Riforma protestante, la Rivoluzione Scientifica e l’Illuminismo.

Questi aspetti insieme hanno incentivato gli individui a voltare le spalle alla tradizione e accogliere il razionalismo, l’individualismo e la secolarizzazione.

L’epoca moderna avrebbe trovato il suo punto di approdo nella Rivoluzione Francese che rifiutava il passato immaginando di edificare un mondo tutto nuovo attraverso la tabula rasa di quello precedente. È in questo contesto che il termine rivoluzione assume il significato con cui lo conosciamo oggi ovvero quello di evento che porta a un radicale cambiamento rispetto al passato.

Comune ai rivoluzionari e ai reazionari (quelli nostalgici del passato che si sforzano di farlo rinascere enfatizzando il valore dell’esperienza e della tradizione) era la percezione della profondità dello strappo con il passato causato dalla rivoluzione.

Già durante l’epoca moderna la filosofia della storia cominciava a svilupparsi e a diffondersi. Tra le varie correnti di pensiero particolare rilevanza ha avuto in Europa quella di Hegel, secondo la quale il moderno era meglio del passato ma aveva soprattutto una collocazione geografica esclusiva: l’Europa.

L’Europa aveva conosciuto infatti un processo di secolarizzazione scandito da diversi eventi: Illuminismo, Rivoluzione Francese e industriale. Allora si pensava che nessuna civiltà al mondo, tranne quella europea, fosse caratterizzata da un periodo come il Rinascimento Europeo.

Per Hegel la storia della libertà aveva cominciato il suo cammino in Oriente ma aveva conosciuto il suo massimo sviluppo solo in Europa. Si considerava che nella stessa epoca ci fossero livelli culturali diversi a seconda dei luoghi (ad esempio, si consideravano gli amerindi come parte di un’umanità bambina, che doveva essere educata dall’umanità matura europea e cristiana verso la consapevolezza della fede).

Lo spirito del mondo era divenuto adulto in Europa, un luogo moderno. “Nur im Okzident” è l’espressione usata da Max Weber: il moderno è razionalità, appropriatezza dei mezzi ai fini e valorizzazione del principio di prestazione.

Questo moderno è divenuto possibile tra il 1500 e 1900 in un’area del mondo (Occidente cristiano, soprattutto dove si era diffuso il calvinismo) grazie a un’etica religiosa e culturale che ha indotto gli umani all’attivismo e all’individualismo al contrario delle altre culture che hanno inibito lo sviluppo della modernità.

I risultati sono stati da una parte l’affermazione del capitalismo e quella dello Stato di diritto e dall’altra il trionfo della scienza. Assieme allo Stato moderno viaggia il concetto moderno di libertà. Lo Stato moderno conosce il suo apice di dominio e funzione regolatrice nell’era napoleonica.

Nel frattempo, sopraggiunge anche l’idea di libertà che svolgerà un ruolo di rimozione dei vincoli religiosi e della tradizione per poi radicarsi nella politica in cui diverrà fondamentale il concetto di sovranità che appartiene al popolo.

Una storia moderna così intesa è sicuramente eurocentrica, e questa è un’affermazione difficilmente contestabile dato che molte altre culture non hanno avuto un’età moderna intesa come periodo di sviluppo e progresso proiettato al futuro. Può essere affermato però che altre culture hanno avuto una sorta di Rinascimento vissuto come processo culturale in direzione mondana e secolarizzata.

La Cina, ad esempio, ha interrotto la sua successione di eventi dinastici solo nell’Ottocento dopo il contatto con il mondo occidentale: quello è il momento identificato dagli storici come inizio della storia moderna della Cina, alla quale si attribuisce non una connotazione di progresso ma di decadenza fino al 1919, con il periodo contemporaneo.

La concezione di periodo moderno europeo è stata comunque molto rivalutata con criteri temporali meno.

Capitolo 9: Le città - Luciano Pezzolo

Introduzione

Le città, ha scritto Braudel, sono «gli acceleratori dell’intero tempo della storia». Esse rappresentano l’elemento più dinamico di un mondo che altrimenti sarebbe stagnante, dominato dalle attività rurali destinate alla mera sussistenza.

Queste isole rappresentano gli elementi fondamentali delle economie e delle società del passato: qui non solo si trova un’elevata concentrazione demografica, ma la velocità degli scambi, dei flussi di informazioni e delle transazioni monetarie rende la città un ambiente di gran lunga più efficiente in paragone alla campagna.

Le città non devono esser considerate come entità indipendenti da ciò che le circonda. Non è possibile immaginare città e campagna come mondi separati:

  • La prima non può vivere senza le risorse della campagna, senza i suoi uomini, i prodotti agricoli, le fonti d’energia.
  • D’altro canto, la campagna dipende fortemente dalla domanda urbana, che ne stimola i miglioramenti produttivi e che rappresenta un fondamentale mercato per i beni agricoli.

Non sorprende dunque che gli studiosi abbiano guardato ai tassi di urbanizzazione come a degli utili indicatori del livello di crescita economica nei vari paesi. L’attenzione allora si deve spostare dalla singola città al processo di formazione di un sistema di città, in altre parole all’urbanizzazione.

Tale termine è stato definito da Charles Tilly come «un insieme di mutamenti che generalmente si accompagnano alla nascita e all’espansione di attività coordinate su vasta scala in una società». Tali attività possono riguardare il processo di formazione di uno Stato accentratore, la funzione di un ceto di sacerdoti, oppure la produzione di beni e servizi.

Così, il processo di urbanizzazione comporta la riorganizzazione delle gerarchie sociali ed economiche che travalicano i tradizionali ambiti di parentela, luoghi e alleanze.

L’Europa

Il continente europeo è l’area che ha registrato la crescita più evidente nel tasso di urbanizzazione nell’ultimo millennio. Nel Cinquecento l’Europa contava appena tre quattro grandi centri con oltre 100.000 abitanti; un secolo dopo erano aumentati a una dozzina; e, dopo un periodo di scarso dinamismo, nell’Ottocento le grandi città erano ben 24.

Quali fattori permisero una tale crescita?

  • Il primo fattore sono le opportunità offerte dalla geografia e dalla struttura delle grandi rotte commerciali.
    • Le grandi città europee nel Medioevo erano sorte lungo coste e corsi d’acqua facilmente navigabili e che permettevano un agevole accesso al mare.
    • Nel mondo islamico, salvo qualche eccezione, la gran parte dei centri maggiori si trovava alla confluenza di rotte carovaniere.

Ciò sottolinea che i traffici commerciali nell’area islamica si basavano molto più sulle connessioni nel Sahara e nell’Oceano Indiano che nel Mediterraneo, controllato invece dagli europei.

A seguito della riorganizzazione dei grandi traffici intercontinentali nel XVII secolo la Penisola araba e il Mediterraneo orientale persero il loro ruolo centrale nell’interscambio tra Oriente e Occidente; di conseguenza le grandi città dell’interno stagnarono o declinarono sul piano demografico.

  • Un secondo elemento da considerare riguarda il ruolo istituzionale della città. Divenire la capitale di uno Stato significava godere di enormi possibilità di sviluppo, attraendo uomini e capitali, usufruendo delle spese di corte e degli apparati burocratici, sfruttando privilegi concessi dal sovrano. Potere e risorse si concentravano in uno spazio relativamente piccolo.
    • Il caso di Madrid è esemplare. Quando Filippo II decise di trasferirvi la capitale Madrid era un piccolo centro; ma tra 1597 e 1617 raddoppiò la sua popolazione, come accadde a Londra.

L’aumento quantitativo si accompagna altresì a mutamenti nella struttura sociale, che mostra la marcata presenza di categorie di lavoratori legati all’industria del lusso. Nel 1757 a Madrid circa metà della popolazione lavorativa è occupata nei settori del lusso: gioielleria e argenteria, abbigliamento di alta qualità, pellame e altro.

Ma l’attività più rappresentata è quella dei servizi domestici, che arriva a toccare il 30% della forza lavoro cittadina. L’elevata concentrazione di famiglie agiate si riflette nella larga presenza di domestici.

  • Il terzo fattore per spiegare lo sviluppo delle città concerne il loro ruolo economico. La mappa dell’Europa tardomedievale mostra 2 aree a elevato tasso di urbanizzazione: la Val Padana e le Fiandre.

I 2 poli vantano una notevole permanenza di centri urbani sin dall’XI secolo, e rappresentano zone sviluppate sul piano economico e politico. Le città italiane sono la sede di grandi compagnie commerciali e finanziarie, e le attività manifatturiere, indirizzate tanto alla domanda locale quanto ai mercati internazionali, caratterizzano l’ambiente urbano.

Anche Napoli e Marsiglia nodi di consumo.

  • Le città fiamminghe, dal canto loro, costituiscono importanti centri manifatturieri e mercantili che regolano la vita economica dell’Europa centro-settentrionale. Londra, Parigi e Colonia nodi di consumo.

Le grandi città mercantili e manifatturiere prosperano sino al XVI secolo inoltrato, esportando tessuti e manufatti verso il Mediterraneo orientale e importando spezie e beni di lusso.

Verso la metà del XII secolo il quadro muta significativamente: l’area più dinamica dal punto di vista economico si situa nelle Fiandre settentrionali (è cambiata la geografia commerciale!).

La popolazione olandese raddoppia a oltre due milioni nell’Ottocento. L’economia urbana olandese si sviluppa grazie a una agricoltura efficiente e al fatto che il paese si colloca in una posizione strategica nella rete commerciale internazionale che vede il Mare del Nord sostituirsi al Mediterraneo come baricentro del mercato.

Dalle grandi città italiane e olandesi, il primato dell’area più avanzata passa all’Inghilterra settecentesca. Tra 1680 e 1800 la popolazione inglese da 5 milioni passa a 15 milioni nel 1841!

Il quadro generale, dunque, mostra un’Europa che vede aumentare la propria popolazione urbana tra Sette e Ottocento, ma a un ritmo ben più lento di quanto stia accadendo nell’Inghilterra della Rivoluzione industriale.

Conviene evidenziare, inoltre, un elemento particolarmente interessante che concerne il rapporto tra la capitale e le altre città del Regno. Sebbene fosse la più popolosa città britannica, a Londra viveva l’11% della popolazione totale nel 1801.

Ciò significa che il settore agricolo si era così sviluppato da poter sostenere un sempre maggior numero di persone che non lavorassero direttamente la terra, tanto nelle città quanto nelle campagne.

La necessità di sostenere la forte crescita della popolazione londinese, alimentata da una consistente immigrazione dalle campagne, creò le condizioni per ampliare il mercato a livello nazionale, stimolò innovazioni in agricoltura e ridusse il regionalismo economico.

Nel complesso:

  • Il quadro sino ai primi decenni del Seicento presenta una gerarchia policentrica in continuità con i secoli precedenti.
  • Tra il XVII e la metà del XVIII secolo il ritmo di crescita della popolazione europea rallentò e in alcune aree diminuì sensibilmente; e nel complesso si verificò una tendenziale d’urbanizzazione del continente, favorita anche da uno spostamento di attività manifatturiere dalle città alle campagne. Nello stesso tempo le capitali crebbero, così come i centri marittimi che si collegavano alle rotte dei traffici transoceanici. Le città mediterranee registrarono difficoltà, tranne che per i porti direttamente legati agli interessi mercantili nordoccidentali. La ristrutturazione del mercato internazionale a favore dell’area settentrionale dell’Europa trova piena conferma nella posizione preminente di quelle regioni nella gerarchia dei sistemi urbani continentali.
  • Il secolo che va dalla metà del Sette alla metà dell’Ottocento vede ciò che è stata definita la «nuova urbanizzazione». Il generale aumento demografico, le innovazioni tecnologiche e i miglioramenti nella produttività del settore agricolo offrono lo sfondo alla crescita sostenuta non tanto dei grandi centri quanto dei centri minori, e inoltre si aggiungono al sistema altri centri che acquisiscono il rango di città.

La nuova urbanizzazione appare essere un fenomeno che è stato provocato dal basso. L’espansione della Rivoluzione industriale favorisce quei centri vicini alle fonti di energia (carbone) e quelle cittadine che hanno continuato a mantenere attività di carattere proto industriale, in particolare nel settore tessile, si trasformano in città industriali a seguito dell’affermarsi del modo di produzione basato sulla fabbrica.

Accanto a questo fattore, si colloca altresì lo sviluppo dei mercati per i prodotti agricoli e l’aumento dei profitti generati dall’agricoltura. L’Europa ottocentesca, dunque, mostra evidenti e profonde differenze nella struttura dei sistemi urbani rispetto ai secoli precedenti.

Il mondo asiatico

Giappone

Il Giappone non offre dati quantitativi sulle proprie strutture urbane paragonabili a quelli disponibili per l’Europa. Alcune linee di tendenza però possono essere individuate.

Per molti versi la fine delle guerre interne che segnarono il XVI secolo costituisce una sorta di spartiacque nella storia del Giappone. La lotta tra potenti feudatari (daimyō) che aveva insanguinato il paese terminò agli inizi del XVII secolo, quando emerse la dinastia Tokugawa come detentrice del titolo di shogun, vale a dire la massima autorità che esercita il potere in nome dell’imperatore.

Tra le varie norme per ridurre il potere dei signori locali lo shogun impose loro la residenza per lunghi periodi presso la sede del potere politico Tokugawa, a Edo, e a lasciarvi in ostaggio la propria famiglia quando ritornavano alla propria sede.

Il ridimensionamento dei daimyō e la favorevole congiuntura economica tra Cinque e Seicento diedero una spinta considerevole allo sviluppo delle città.

Occorre inoltre considerare che durante il XVII secolo i signori feudali furono spinti ad abbandonare le campagne per risiedere in città-castello, trasformandosi progressivamente in una classe amministrativa, pagata in riso. Ciò comportò una divisione di funzioni e il consistente sviluppo di città attorno a quelle che erano le 3 metropoli:

  • Edo, che nel Settecento superava il milione di abitanti.
  • Osaka, il più-importante centro economico e finanziario.
  • Kyoto, l’antica capitale imperiale.

Una serie impressionante di oltre 200 città fortificate più o meno grandi si distribuiva nell’arcipelago. Tali centri costituivano sedi amministrative e militari nel quadro del sistema feudale, che era comunque controll

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/02 Storia moderna

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