Politica, conflitto e migrazione nel Mediterraneo
Prof. Antonio M. Morone 2022-23 27.09.2022
Nel 2011, in occasione delle Primavere arabe, successe una cosa mai verificatasi fino ad allora, ovvero fu messa in discussione la legittimità della classe dirigente nazionalista che era uscita dalle indipendenze. Leader come Ben Ali e Mubarak avevano governato basandosi su quel discorso di liberazione e unità nazionale, ma qui ad essere messa in discussione è anche proprio la forma di potere dello Stato, che reggeva le comunità nazionali: viene avanzata la proposta di una diversa forma di Stato, che non si ispiri più alla nazione come collante, bensì all’Islam, proposta di stato islamico (vedi ascesa Fratelli Musulmani).
La mobilitazione del 2011 fu in certa misura un eco al panarabismo del XX secolo ma ebbe matrici diverse: nel 2011, la matrice furono povertà, indigenza.
Il concetto di “primavere arabe” è una dizione, tuttavia, assolutamente impropria e anche fuorviante. Nei movimenti di rivolta popolare non c’è una richiesta politica di democrazia: la democrazia non è tra le cose chieste in modo prioritario; vengono piuttosto chiesti pane e lavoro = nel 2011, chi si rivolta è spinto a farlo da un estremo grado di indigenza.
Legate alle rivolte del 2011 ci sono una serie di questioni:
- Forte crescita demografica
- Cattive congiunture economiche/processi di stabilizzazione strutturale imposti nei due decenni precedenti dalle politiche del Washington Consensus: zero debito + induzione alla democrazia + aggiustamento strutturale delle economie
NB. L’amministrazione americana era abituata a vedere l’Africa come il laboratorio nel quale testare la transizione verso processi di democratizzazione; il 2011 di per sé non porta il fattore democrazia in scena! Sono piuttosto gli USA ad aver pensato che le rivolte arabe potessero essere un’occasione per indurre anche il Nord Africa a una democratizzazione.
Quindi, democrazia è sì parola chiave nelle proteste, ma non un fattore endogeno. La transizione al processo democratico è qualcosa che tende verso l’esterno: non significa che internamente non ci fossero attori che volessero in modo genuino un processo democratico, quanto piuttosto che il grosso della spinta arriva da gruppi di pressione che nel 2011 spingevano la transizione democratica dall’esterno – erano gruppi appartenenti a diaspore anche molto strutturate e politicizzate e in lotta contro i regimi che c’erano in patria.
Possiamo concludere che quello di una democrazia fosse più un auspicio proveniente da fuori che una vera e propria progettualità endogena. Si crea dunque una aspettativa (eurocentrica) dall’esterno, in senso democratizzante, verso processi che di per sé nascevano per ragioni di forte indigenza.
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Uno dei fattori più eclatanti degli avvenimenti post 2011 è il forte rapporto tra dimensione domestica e dimensione internazionale: in casi estremi (Libia e Siria) si arrivò non solo a una ingerenza, ma a un vero e proprio intervento diretto.
La lotta tra nazionalisti e conservatori
4.10.2022
In paesi dove la nuova classe dirigente è in forte rottura con passato prendono il potere persone nuove che non sono necessariamente state coinvolte in logiche del potere coloniale né nel sistema di potere pre-colonialismo: parliamo dei nazionalisti. Sono coloro che rappresentano e guardano all’indipendenza in una prospettiva di stato nazione. In questo senso lo stato nazione è molto diverso rispetto sia al potere precoloniale che coloniale; l’ideologia di nazione viene mutuata dal potere coloniale che però non l’ha mai applicata, perché le colonie non sono nazioni ma parte dell’impero; mentre solo la madre patria è nazione, le colonie hanno status non di nazione ma di etnia.
Lottare per la nazione vuol dire lottare per avere uno status pari a quello dell’ex colonizzatore. La nazione, pur rappresentando un prestito rispetto al modello dell’ex dominatore, viene interpretata come passaggio necessario per acquisire il proprio posto nell’ordine mondiale, ma questo è ancor più in rottura rispetto al periodo precoloniale. La nazione è un concetto post-coloniale, mentre nel sistema precoloniale non esistevano, e quindi se da un lato lottare per nazione = lottare attraverso un concetto dell’ex colonizzatore, allo stesso tempo mette in discussione il sistema di potere ma anche culturale e sociale che fa riferimento all’epoca precoloniale.
La lotta tra nazionalisti e conservatori è caratterizzata da una fortissima contrapposizione, non può esserci o comunque è difficile ci siano convergenza e collaborazione tra schieramenti. Questa collaborazione spesso è pragmatica e viene fatta durante la lotta per l’indipendenza, ma poi una volta raggiunta ci si schiera di nuovo. L’unico caso in cui si contemperano le due cose è il Marocco, ma è un caso isolato.
I nazionalisti proprio perché hanno una visione di cambiamento forte, sono quelli che più dei conservatori spingono per la lotta vera e propria contro l’ordine costituito, lotta anche armata. Sicuramente nel processo di decolonizzazione ha luogo la guerra anche a causa delle politiche del colonizzatore, mentre in casi come Tunisia e Marocco deriva dalla resistenza.
In Algeria i francesi fanno muro e la guerra (a differenza di Marocco e Tunisia) è legata a politiche e all’atteggiamento assunto dalla potenza colonizzatrice. Più essa è restia ad aprire alla decolonizzazione, più il conflitto ha una forte escalation violenta. Allo stesso tempo, un elemento che incide sull’esistenza di guerra, è anche il versante locale africano, la presenza o meno di un movimento nazionalista forte, perché laddove esiste e non è disposto ad accettare compromessi sul discorso della nazione ovviamente la possibilità di conflitto armato è più elevata.
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Vi sono tre paesi che arrivano all’indipendenza con una classe dirigente nazionalista: Tunisia, Algeria ed Egitto. In tutti e tre è evidente la componente di lotta armata in modo maggiore rispetto al caso di Libia o Marocco (l’Algeria passa per una lunga guerra che finisce nel ‘62, l’Egitto passa da una crisi internazionale, quella di Suez del ‘56).
L’indipendenza marocchina
28.09.2022
Furono due le esperienze del Marocco coloniale: il colonialismo francese e il colonialismo spagnolo, con i territori spagnoli divisi in due parti senza una continuità territoriale fra esse; vi furono dunque anche più movimenti di decolonizzazione.
In Marocco, ci sono almeno due matrici indipendentiste che solo idealmente tendono a convergere. Tali due matrici si rifanno alle modalità prevalenti in madrepatria (FRA; SPA). In più, bisogna tenere a mente che in Marocco il potere squisitamente africano del sultanato era stato inglobato nello stato coloniale.
Dunque, due stati coloniali → sdoppiamento del sultanato (in dominio spagnolo, era stato istituito un vicario, khalifa, che rappresentava l’istituto unico del sultanato, ma di fatto ne comportava uno sdoppiamento, ritrovandosi sotto la Spagna).
Tangeri: altra peculiarità dell’esperienza coloniale marocchina era che era zona internazionale, sottratta al sistema del protettorato spagnolo; fu zona di rifugio per nazionalisti (lo stesso sultano Muhammad V, nel cavalcare l’indipendenza, fa un discorso a Tangeri).
Sia il sultano (approccio conservativo: vorrebbe conservare il suo potere assoluto nel futuro Stato indipendente) che i nazionalisti sono in qualche modo prodotti dal sistema coloniale; c’è quindi una sorta di lotta colonizzati per il potere. Nonostante ciò, Muhammad V è abile a smarcarsi dallo stigma coloniale: partecipa come protagonista alla lotta politica di indipendenza.
Tra quello che sarà il re del Marocco (Muhammad V) e i nazionalisti, ci sono diverse idee rispetto al principio di legittimazione del nuovo potere:
- Sultano → Islam come fondamento
- Nazionalisti → idea di nazione = non guarda alla religione in modo prioritario
Tale divergenza si ripercuote anche sulla riflessione su quella che doveva essere la forma di Stato:
- Sultano → sa che non può proporre una teocrazia
- Nazionalisti → data la rilevanza del sultano, sanno che non possono chiedere una repubblica
Si arriverà a una sintesi: una monarchia costituzionale. Forma del moderno Stato marocchino è frutto della dialettica tra questi due poli.
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Una volta al potere (1956), Muhammad V rafforzerà il potere della monarchia, facendo avere la peggio al fronte nazionalista: rara eccezione nel contesto delle indipendenze africane.
L’indipendenza libica
In quella che sarà la “Libia”, le dinamiche marocchine vengono elevate all’ennesima potenza. Come in Marocco, ci sono due fronti: intermediari di un potere coloniale vs nazionalisti (vedi al-Sadaawi). Come in Marocco, comunque, c’è l’idea di raggiungere una indipendenza che possa cambiare l’assetto di potere coloniale.
In Libia non c’è un sultano (sultanato libico era quello ottomano, dopo 1912 → quando i turchi perdono la “Libia” vi è la fine del sultanato); c’è però Idris al-Senussi e ci sono le vecchie famiglie notabilari.
1949: la Gran Bretagna dichiara Idris emiro di Cirenaica. Ma dopo il fallimento Bevin-Sforza, l’ONU concede l’indipendenza alla Libia.
Elezioni del 1952: eletto un parlamento la cui maggioranza è favorevole alla guida di Idris. Ma Idris opterà subito per abolire i partiti politici dopo le elezioni mette fuori gioco l’idea di una Libia fondata su un sistema partitico.
NB. Lo statuto che si dà la Libia è federale e costituzionale. Ma Idris avvicinerà moltissimo la Libia a essere una teocrazia: manca cioè un discorso propriamente nazionale. A essere il vero e proprio network di potere in Libia sarà così la Senussia, con le sue reti e il suo radicamento, e ciò avverrà senza che di fatto l’organo della confraternita senussita venga previsto in costituzione: forma materialità (pratica) = c’è divergenza tra la e la della Costituzione.
Lo stato libico si strutturerà per un po’, quindi, attorno a un potere islamico. La grande novità del 2011 sulla scena politica internazionale sarà proprio la proposta di uno stato islamico.
Comunque, tenere ben conto delle differenze tra i due paesi a livello di assetto territoriale:
- Libia → monarchia federale
- Marocco → monarchia centralizzata
C’è quindi un discorso legato a logiche di centralizzazione spinto fortemente dai nazionalisti (tenere unita la nazione) vs decentralizzazione spinta dalle forze conservatrici (impedire che i nazionalisti accentrino tutto il potere).
NB. In Marocco, i nazionalisti riescono a dare il loro imprinting al nuovo Stato: c’è forte centralizzazione amministrativa.
L’indipendenza tunisina
Caso considerato a volte erroneamente come non violento. Parigi si era impegnata a garantire l’autonomia alla Tunisia e la formazione di un governo provvisorio (con esponenti del partito Neo Dustur). Sarà proprio il movimento nazionalista tunisino Neo Dustur, guidato da Bourguiba, a condurre una lotta politica; il partito nazionalista però si spacca al momento dei colloqui con la Francia – non tutti infatti erano disposti a trattare.
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Il partito aveva al suo interno due figure preminenti:
- 1) Il presidente del partito Bourguiba
- 2) Il segretario generale Salah Ben Yussef, considerato vicino all’Egitto di Nasser. Sosteneva una piena indipendenza tunisina e accusava Bourguiba di tradimento della solidarietà maghrebina, per negoziare con Parigi mentre infuriava la lotta di liberazione algerina.
Questo riferimento al Dustur ha una duplicità:
- Rifarsi ad una storia propriamente tunisina, tracciare una linea di continuità della nazione tunisina al di là dell’esperienza coloniale. Il senso era quello di voler idealmente proiettare linea di continuità con la Tunisia precoloniale, perché i nazionalisti hanno bisogno sempre di legittimità che si basa soprattutto sulla satira. Questo fatto maniacale di proiettare l’idea di una storia della nazione tunisina (vale per tutti i movimenti nazionalisti) risponde a questa esigenza di legittimazione. In questo processo di legittimazione quell’esperienza costituzionale viene idealizzata, perché i nazionalisti fanno un uso politico della storia utile al fondamento della nazione.
- Invocare lo stato di diritto. Cos’è la costituzione se non la costruzione di uno stato di diritto? Nel ‘61 la prima Costituzione tunisina modifica radicalmente i rapporti tra classe dirigente e società nel senso che si passa da uno stato di antico regime (dove il potere era incarnato dalla figura del bey e dalla classe nobiliare) e instaura un concetto di cittadinanza, punto che porta a un collasso costituzionale. Qui si riprende con forza lo stato di diritto perché è minimo comune denominatore della lotta nazionalista, ossia lottare contro la subalternità imposta dal colonizzatore. Questa questione della nazione non è solo di forma ideale, ma nazione vuol dire stato di diritto e quindi cittadinanza → autodeterminazione.
Anche nel caso tunisino, la Lotta avviene attraverso bande armate, ma nella lotta ci si ribella anche al potere costituito della vecchia classe dirigente che aveva partecipato al sistema coloniale. In zona Sahel e sud Tunisia ci sono vere bande armate (tullaga) che compiono una campagna di lotta non solo contro stato coloniale francese ma anche contro i coloni francesi, contro i concessionari, e qui c’è forte impegno dei nazionalisti contro le concessioni o persone in senso proprio. Vi è un contrasto palese tra nazionalisti e conservatori.
Qui, come in altri casi, nel momento della lotta, lo stesso bey che ancora esiste diventa un attore della richiesta del processo di indipendenza (che arriverà nel 1956), ma lo fa in una posizione conservativa. Chiede l’indipendenza con l’idea che la Tunisia diventi una monarchia con potere al bey + classe dirigente nobiliare: lotta interna sul versante africano durante il processo di decolonizzazione tra nazionalisti e conservatori, che hanno posizioni di potere da difendere.
1 Dustur Neo Dustur —> vuol dire costituzione, quindi si rifà all’esperienza costituzionale del 1861, costituzione che venne ritirata dal Bey (sede di potere tunisino precoloniale)
2 Il bey esiste ancora perché la Tunisia è un protettorato; quindi, si era inglobata una parte dell’amministrazione precedente nello stato coloniale e ciò che era lo stato precoloniale indipendente
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Le élite conservatrici stanno abbastanza bene nel sistema coloniale; quando però si innesca la decolonizzazione tentano di conservare il loro potere nel nuovo stato dipendente. Spesso questi tipi di poteri lottano per l’indipendenza non da una posizione ideologica ideale, ma anche in prospettiva utilitaristica. Questo per i nazionalisti cozza con i principi ideali della lotta nazionale, dove i nazionalisti lottano per l’indipendenza, ma anche per cambiare la società.
Il processo di lotta per l’indipendenza inizia nel secondo dopoguerra, mentre i tedeschi durante la guerra provano dare voce e spazio a Bourguiba, che era stato imprigionato in Francia. Quando i nazisti invadono la Francia, lo liberano e lo usano per lanciare una propaganda nazionalista per mettere in difficoltà il potere coloniale francese. L’idea nazista è quella di usare il nazionalismo tunisino come pressione sulla Francia libera.
Quando i nazisti occupano la Francia, si ha la repubblica di Vichy + Francia libera di De Gaulle —> ma dove sopravvive la Francia libera visto che De Gaulle stava in UK? In alcune colonie che aderiscono alla Francia libera e non a repubblica di Vichy.
Ovviamente Bourguiba farà di tutto per staccarsi dall’idea nazi fascista, ma a fine guerra ormai lui vede che il discorso nazionalista prende piede in Tunisia e non si torna indietro.
A fine guerra, c’è un evento fondamentale per l’impero francese: Conferenza di Brazzaville. Siamo in Congo francese nel 1944, conferenza convocata da De Gaulle sul mondo coloniale francese; la Francia promette un grado maggiore di autonomia (non indipendenza) in cambio dell’appoggio delle colonie alla rinascita di una Francia libera.
In effetti esce fuori dalla conferenza un tentativo di costruire una specie di Commonwealth alla francese, con la differenza che il Commonwealth inglese era più datato e aveva funzione di stemperare istanze indipendentistiche dando molta autonomia, ma la costituzione della comunità Franco-africana non funzionerà, soprattutto in Africa sub sahariana.
In ogni caso, la conferenza, con eccezione dell’Algeria, segna un cambio di prospettiva francese del concedere maggiore autonomia. In questa prospettiva si inserisce Bourguiba.
Poi vi è la svolta che porta all’indipendenza del Marocco, mentre la Tunisia nel ‘56 si collega all’Algeria. Ciò che stava succedendo in Tunisia con attacchi armati faceva presupporre che da lì si sarebbe passati ad una guerra come stava succedendo in Algeria —> scelta tattica francese di non impegnarsi su 3 fronti e decidere di concentrarsi sull’Algeria, concedendo già l’autonomia nel ‘55 e poi indipendenza nel ‘56.
finisce per servire al manteniment
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