Antropologia culturale
Operatori concettuali: razza, cultura, etnia
Il termine “razza” è attestato per la prima volta nel Cinquecento, quando a seguito della scoperta delle Americhe l'uomo europeo incontrò un'alterità mai vista prima. Inizialmente indicava la discendenza, cioè il lignaggio, mentre nel XIX secolo ha assunto il significato di gruppo umano con specificità somatiche e intellettuali. Le dottrine razziste del francese De Gobineau furono esplicitate ne Saggio sull'ineguaglianza delle razze umane (1856), per cui le differenze culturali erano da gerarchizzare e la mescolanza da evitare in quanto causa di contaminazione e impoverimento del patrimonio genetico della razza bianca. Il razzismo biologico naturalizzava le differenze culturali, affermava una precisa gerarchia delle razze ed era mixofobo. La letteratura scientifica tentò di dimostrare queste teorie poligenetiche ma fu sconfessata dal darwinismo con la monogenesi (la razza umana è una sola), motivo per cui il razzismo biologico cadde per far posto a un razzismo culturale-darwinista (ove è sempre presente una gerarchia, in quanto si crede che l'uomo bianco è più evoluto mentre gli altri sono a uno stadio inferiore).
Diverse concezioni di cultura
Nel senso comune, la cultura è la conoscenza che si acquisisce mediante lo studio. Nel senso antropologico, è costituita dalle caratteristiche non biologiche che interagiscono nel costruire i rapporti sociali, ed è la differenza fondamentale tra gli uomini e gli altri esseri viventi. Avendo tutti gli esseri umani un'origine comune, nell'Ottocento si spiegano le differenze ipotizzando un unico processo di evoluzione culturale che si muove a velocità diverse in diverse parti del mondo. Nel Novecento si adotta un punto di vista relativista e pluralista (il cosiddetto relativismo culturale) affermando che il motivo per cui le altre culture ci appaiono diverse è perché non siamo capaci di comprendere il funzionamento dei loro codici linguistici, estetici e morali.
Il termine “etnia” (dal greco ethnos, un aggregato di individui distinti in modo discriminatorio) esprime le differenze tra dei gruppi indipendentemente dalle suddivisioni politiche e statali. Si è affermato con un'accezione negativa, a indicare l'altro come diverso, ma dalla metà dell'Ottocento l'antropologia l'ha reinterpretato come gruppo che condivide un insieme di elementi culturali. Il rischio che corrono le nozioni di etnico ed etnica è la reificazione, o essenzialismo, cioè essere lette come questioni di provenienza e cartografie statiche e non come dinamiche culturali. Questa tendenza può portare a una assolutizzazione delle differenze, cioè alla strumentalizzazione del discorso etnico-culturale come supporto “scientifico” delle pratiche discriminatorie e neo-razziste e del razzismo differenzialista, detto anche fondamentalismo culturale. Il neo-razzismo accetta il relativismo culturale (secondo cui le culture hanno pari dignità) e non argomenta più con le differenze naturali ma, proprio per questo, esprime delle esigenze xenofobe e afferma che non bisogna mescolare le diverse culture (è una visione appoggiata anche da Lévi-Strauss, secondo cui la diversità culturale è il bene massimo da preservare per l'umanità).
Teoria di Pierre-André Taguieff
La teoria di Pierre-André Taguieff ha identificato tre punti in comune tra il razzismo biologico e quello differenzialista, detti stadi ideologici:
- La categorizzazione essenzialista, cioè la riduzione di un individuo a essere solo un rappresentante del suo gruppo di appartenenza, cioè lo stereotipo.
- La stigmatizzazione, cioè, una volta categorizzati, escludere simbolicamente gli altri attribuendo loro disumanizzandoli e creando una distanza psicologica e morale che porta a delle manifestazioni di violenza; una sua conseguenza è la paura della mescolanza e dell'ibridazione, cioè la mixofobia.
- La barbarizzazione, cioè la convinzione che certi gruppi umani non siano civilizzabili.
E tre tipi di azione razzista, detti stadi pratici:
- Segregazione, discriminazione e persecuzione.
- Violenza essenzialista, rivolta verso una certa categoria di persone in quanto tale.
- Genocidio, cioè lo sterminio di una certa categoria di persone.
L'antirazzismo rischia non solo di usare gli stessi strumenti ideologici del razzismo ma anche di riprodurre gli stessi meccanismi di essenzializzazione, stigmatizzazione e barbarizzazione.
Etnocentrismo e relativismo etico ed epistemologico
L'etnocentrismo è considerato un comportamento naturale, in quanto ogni popolo si pone al centro del mondo e disprezza gli altri. Per indicare il confronto con la diversità, Remotti ha introdotto il concetto di giro lungo, per cui per capire la nostra cultura e i suoi meccanismi, che ci appaiono assoluti perché frutti della consuetudine, occorre ampliare lo sguardo e passare attraverso ciò che non ci è familiare, cioè conoscere l'altro e capirne le ragioni, contrapposto al concetto di giro breve (es. Kant, secondo cui è inutile viaggiare e i selvaggi non sono uomini).
Il relativismo etico riguarda la formulazione di giudizi morali e i sistemi di valori e sostiene che non si possa giudicare un'altra cultura, mentre quello epistemologico-cognitivo consiste nel non pretendere di possedere a priori dei criteri universali di razionalità. Melville Herskovits, membro della Tripla A (American Anthropological Association), presentò il relativismo come una dottrina positiva ed elaborò un documento detto Statement on Human Rights che sottopose nel 1947 alla commissione dell'ONU per inserire nella dichiarazione dei diritti umani anche il rispetto delle differenze culturali, in quanto l'uomo è libero solo quando vive nel modo in cui la sua società definisce la libertà e i suoi diritti sono quelli che egli riconosce in quanto membro della sua società, ma non fu accolto in quanto le Nazioni Unite vedevano nelle differenze delle disuguaglianze.
In Razza e storia (1954), scritto contro l'ideologia razzista su richiesta dell'UNESCO, Lévi-Strauss afferma che l'uomo non realizza se stesso in un'umanità astratta ma all'interno di una cultura specifica e che l'umanità si realizza attraverso e non malgrado le diversità culturali; critica l'etnocentrismo in quanto principio di disprezzo e chiusura, ma lo riabilita per contrastare l'omologazione culturale.
Le discipline DEA e la nascita dell'antropologia
Le discipline demoetnoantropologiche (DEA) sono studi comparativi suddivisi in:
- Studi sulle tradizioni popolari (demologia o folklore).
- Studi settoriali su specifici popoli e culture (etnologia).
- Studi teorici sulle diversità culturali e sugli strati subalterni delle società (antropologia).
La nascita della disciplina antropologica si fa risalire al 1871, con la pubblicazione di Primitive Culture di Edward Burnett Tylor, che formalizza la nuova concezione di cultura creatasi nel positivismo. L'inizio dell'antropologia è inscindibile dal colonialismo e dalla colonizzazione in quanto focalizza l'attenzione sui popoli primitivi e combatte il razzismo biologico cercando di riscattare i popoli conquistati, ritenuti delle bestie dagli occidentali. Secondo altre interpretazioni, però, l'antropologia nasce molto prima, con la formulazione di alcune forme di pensiero (una riflessione sull'alterità culturale c'era già stata nel campo della filosofia negli anni successivi alla scoperta delle Americhe, mentre il primo filosofo che offrì uno sguardo scettico sull'etnocentrismo europeo fu Michel Montaigne, il padre spirituale dell'antropologia), o molto più tardi, con la normalizzazione delle metodologie di ricerca empirica.
Storia del metodo etnografico
L'antropologia delle origini viene accusata in quanto ritenuta portatrice di una violenza non fisica ma epistemologica, cioè avere il potere di catalogare e classificare gli altri. Gli antropologi vittoriani, detti “antropologi da tavolino”, non erano ricercatori, in quanto ritenevano che la raccolta dei dati empirici e il lavoro teorico di analisi comparativo dovessero restare separati. Il ramo d'oro. Studio sulla magia e la religione (1890) di James Frazer esplica il metodo comparativo dell'antropologia delle origini, che si basava sul confronto col mondo classico degli antichi.
Nel XX secolo, gli antropologi cominciarono a capire che le informazioni non potevano essere raccolte da uno sguardo ingenuo e che bisognava avere una preparazione teorica e metodologica adeguata. Franz Boas, uno dei primi ricercatori, sebbene non abitasse insieme agli indigeni, fu uno dei primi a conciliare la conoscenza con la pratica.
La figura del teorico e quella del ricercatore si fusero completamente ne Argonauti del Pacifico occidentale (1922) di Bronislaw Malinowski, il quale trascorse lunghi periodi di studio nell'arcipelago delle isole Trobriand, in cui si ritiene che l'antropologo deve vivere insieme alla popolazione studiata per captarne meglio le tradizioni e le esperienze. In quel testo viene descritta anche la pratica trobriandese del kula ring, un sistema di perenne scambio cerimoniale di braccialetti e collane di conchiglie rosse e bianche per creare e mantenere i rapporti sociali, e l'osservazione partecipante, cioè il coinvolgersi nelle dinamiche sociali dei popoli studiati. Malinowski usò la terza persona per convenzione retorica in quanto la scrittura scientifica voleva l'impersonale, si tolse dalla narrazione per pretendere scientificità e cercare di innalzare la disciplina antropologica a scienza. Secondo alcuni studiosi la disciplina antropologica nacque nel 1922 con la creazione di un metodo e dell'approccio olistico, che intende studiare tutti gli aspetti di una cultura (compreso il linguaggio i legami di parentela ecc.); con la pubblicazione di Argonauti del Pacifico occidentale si diffuse inoltre il genere letterario della monografia etnografica, incentrata sul rapporto esclusivo tra un ricercatore e una cultura specifica.
La differenza tra le ricerche anglofone e quelle europee era che le prime si concentravano sul fieldwork mentre le seconde mantennero vive le tradizioni di ricerca sulle culture contadine presenti in molte aree d'Europa, con lo sviluppo degli studi sul folklore inteso come patrimonio nazionale con profonde radici storiche (invece dell'approccio olistico, mantenne un approccio filologico).
Dagli anni '60 agli anni '80, con l'avvio del processo di decolonizzazione, il modello classico del fieldwork entrò in crisi: con il raggiungimento dell'indipendenza da parte di molti popoli d'Africa, prima considerati primitivi e inconsapevoli, gli oggetti di studio rivendicarono una propria identità espellendo gli antropologi dai paesi coloniali. Grande impatto ebbe la pubblicazione postuma del Diario di campo di Malinowski, in cui si esplicita il profondo spaesamento culturale, l'ipocondria e la privazione sessuale del ricercatore. Con Scrivere le culture (1986) si cercò di saldare insieme l'antropologo-scienziato con l'antropologo-uomo per porre fine a quella frattura e rivedere l'andamento della disciplina; oggigiorno non si usa più il metodo malinowskiano ma c'è la necessità di una pluralità di prospettive, si parla di etnografie multi-situate, non esistono più territori “vergini” ed è nata l'antropologia applicata, che non si occupa della religione e dei rituali ma della contemporaneità, delle migrazioni, della violenza e delle guerre.
Culture globali e locali
La globalizzazione è il flusso crescente di merci, capitale e persone dovuto dallo sviluppo della tecnologia di comunicazione e di trasporto e dalla diffusione del neo-capitalismo liberale. Prima che si parlasse di globalizzazione, il sociologo Wallerstein coniò il termine sistema-mondo, dall'accezione negativa e catastrofista, mentre secondo alcuni economisti e il marxismo la globalizzazione porterà a nuove forme di totalitarismo per la sua spersonalizzazione del potere. Secondo Manuel Castells è la tecnologia informativa a creare un nuovo modello di sviluppo e la nuova economia è basata sull'informazione ed è caratterizzata dall'estrema flessibilità e dalla tendenza a ignorare i confini geopolitici.
A causa degli ingenti flussi migratori dai paesi meno sviluppati a quelli più sviluppati dal modello internazionale si sta passando a quello transnazionale, con la formazione di legami stabili che attraversano i confini nazionali. La globalizzazione non è un processo omogeneo, in quanto l'antropologia è in grado di dimostrare la presenza di dinamiche locali e sviluppi particolari, ma porta a un processo di omologazione che causa l'eliminazione di una cultura per mano di un'altra dominante. All'omologazione si contrappongono le teorie di eterogeneità, dette ibridazione, cioè la modifica dei contesti locali che crea una vasta moltitudine di varietà di forme e significati, in relazione al quale alcuni studi parlano di effetto karaoke, cioè una base standard da cui possono scaturire diverse interpretazioni.
Guerra, violenza, genocidio
Nella prima fase dell'antropologia esistevano due punti di vista, quello hobbesiano (homo homini lupus), per cui le istituzioni tengono a bada la natura aggressiva dell'uomo, e quello che considerava le istituzioni l'origine stessa del conflitto all'interno della società. La violenza come oggetto di studio è subentrata negli studi antropologici solo verso la fine del '900, con le cosiddette nuove guerre, combattute tra le forze ribelli e quelle governative e il cui obiettivo era quello di spaventare la popolazione civile e compiere una sorta di “pulizia etnica”. A questo proposito sono stati aperti dei dibattiti sulla globalizzazione, che ha portato all'indebolimento dei confini e all'aumento di conflitti, e sulla trasparenza etnografica e sulla moralità del suo atteggiamento di fronte alla sofferenza altrui. Secondo il linguaggio giornalistico alla base vi è un odio ancestrale fra gruppi etnici, ma gli antropologi sono intervenuti per smontare questo “mito del conflitto etnico globale” in quanto, come ha detto Ugo Fabietti, gli uomini entrano in conflitto per conquistare il potere e non perché hanno costumi e culture diverse.
L'etnografia si concentra sulle voci dirette dei testimoni, che possono essere sia vittime che carnefici e devono essere sottoposte a un'analisi critica in quanto spesso deformate dalle esperienze emotive (la cosiddetta memoria traumatica). Secondo alcune teorie psicanalitiche le esperienze traumatiche si insinuano nella psiche degli individui a causa della cosiddetta radioattività propagandosi così da una generazione all'altra (è l'effetto detto “figli della Shoah”).
Secondo alcuni studi di psicologia sociale la compassione umana non è sufficiente a sottrarsi al volere dell'autorità (anche quando ordina un genocidio), sotto la quale gli individui si trovano in uno stato di eteronomia (cioè obbedienza al potere), poiché delegare ad altri la responsabilità delle proprie azioni e quindi anche la coscienza morale è un comportamento che l'uomo assume inconsciamente. Un'altra ipotetica spiegazione dei genocidi novecenteschi è la “banalità del male” (espressione coniata da Hannah Arendt in relazione al criminale di guerra nazista Adolf Eichmann, responsabile della deportazione degli ebrei nei campi di sterminio), cioè il limitarsi a fare il proprio lavoro burocratico rendendo il male che si compie anonimo, astratto e per questo “banale”.
Fare antropologia
Pavanello
L'osservazione etnografica come ricerca
Le modalità dell'osservazione etnografica si possono riassumere in:
- Strategie della visione (sia a occhio nudo che coadiuvata da apparecchi elettronici), che riguardano la conoscenza strategica dell'etichetta sociale, la quale si apprende mediante l'osservazione dei comportamenti, delle posture e delle gestualità.
- Strategie dell'ascolto, che riguardano l'ascolto delle risposte date o di conversazioni con terzi e hanno dei limiti empirici imposti dai contesti dell'interazione e dalla natura indeterminata dell'osservazione stessa (es. quanto si può cogliere di un fenomeno mediante l'osservazione? Com'è possibile trasporre in forma fissa il significato profondo di tale fenomeno?).
I quattro limiti epistemologici della costruzione di dati antropologici:
- L'autoreferenzialità.
- La non riproducibilità dei fenomeni osservati.
- Lo scarto rappresentativo, cioè la differenza tra i documenti prodotti e la realtà indagata.
- L'arbitrarietà della generalizzazione.
Per annullare questi limiti sono stati proposti la densità dei dati (che predilige l'indagine statistica e i metodi quantitativi) e la multivocalità etnografica (che fa parlare gli oggetti di studio).
Negli anni '60 il paradigma antropologico di tipo olistico (al cui fulcro vi è l'idea che si possa cogliere una determinata realtà culturale, percepita come unità compatta e coerente) venne sostituito dal modello indiziario, il quale teorizza un approccio che coglie realtà molto profonde mediante l'attenzione ai particolari apparentemente insignificanti. Questo nuovo paradigma esclude la possibilità di spiegare immediatamente i fenomeni sociali, non più legati a una causalità lineare, e afferma l'esistenza delle cosiddette “connessioni invisibili”.
La mediazione culturale è...
-
Appunti di Antropologia dei patrimoni culturali
-
Riassunto esame antropologia dei patrimoni culturali
-
Riassunto Antropologia dei patrimoni culturali, prof.ssa Rossi, libro consigliato Antropologia della cultura materi…
-
Antropologia dei patrimoni culturali e gastronomici