Laboratorio di programmazione e controllo
Lezione 21-02-2022
Costo
Prospettiva/unità di analisi: azienda (entità che utilizza risorse, diversa dall’impresa che invece persegue uno scopo di lucro). È il valore monetario delle risorse impiegate. I costi possono essere soggetti a varie classificazioni. (Non consideriamo tra i costi quelli che non rientrano nella contabilità generale), consideriamo solo i costi che riguardano transazioni con terze economie per l’acquisizione degli input ossia dei fattori produttivi.
La differenza tra spesa e costo è che la prima è un flusso di cassa negativo, non necessariamente un’uscita di cassa adesso genera un beneficio subito. Il denaro viene utilizzato come unità di misura dei costi, la quantità di moneta che serve per acquisire un bene o servizio o per produrre gli stessi. I costi vengono calcolati per valutare la sostenibilità economico-finanziaria del business: possibilità di trarre profitto sulla base dell’analisi costi-ricavi. In un’ottica di miglioramento dell’efficienza: analisi dell’andamento del costo unitario.
Un meccanismo di miglioramento dell’efficienza può essere attuato tramite una responsabilizzazione, ogni settore/costo ha un suo sistema di misurazione dell’efficienza. I costi variano in funzione dei volumi, quindi sapere a quale livello di costi mi posizionerò per valutare le risorse necessarie per coprire i costi.
Capitolo 2
Il costo pieno unitario di un prodotto è quanto costa complessivamente un’unità di prodotto, è un costo relativo all’azienda che lo produce, è importante per decidere il prezzo da applicare. Non tutte le aziende possono decidere il prezzo, le imprese possono essere price-taker come nel caso di beni commodity, oppure price-maker. Conoscere il costo di un prodotto consente da una parte se quell’impresa può stare nel mercato, dall’altra quanto prezzare il bene sul mercato.
Per quanto riguarda i beni pubblici, è importante sapere la spesa media per ciascun paziente, ad esempio, per capire quanti fondi deve stanziare lo stato e per evitare anche gli sprechi.
- Capire se e quanto posso fissare il prezzo
- Valutare l’efficienza
La prima grande classificazione dei costi avviene per natura come visto nel conto economico, qui invece la distinzione principale è tra costo diretto e indiretto. Un costo è diretto (es. manodopera) o indiretto (es. energia) rispetto al prodotto di riferimento.
Il costo pieno unitario è riferito al prodotto quindi il prodotto/servizio diventa dunque il nostro oggetto di costo; il costo diretto è direttamente attribuibile al prodotto, si ottiene moltiplicando prezzo di acquisto del fattore produttivo per la quantità del fattore produttivo consumata dall’unità di prodotto. Alcuni costi indiretti potrebbero essere talmente irrilevanti che non ha senso ripartirli, sono dei costi ripartiti fra più oggetti/prodotti, un esempio può essere il costo di trasporto o i costi fissi dello stabilimento per produrre. Anche la manodopera potrebbe essere indiretta e tutto si basa sull’uso di un sistema puntuale o basato su stime.
Un altro costo indiretto potrebbe essere la ricerca e sviluppo, personale amministrativo è il classico esempio. Il costo indiretto come i costi generali di amministrazione / la base di ripartizione ci permette di ottenere il coefficiente di attribuzione, è il criterio attraverso cui viene distribuito il costo su tutti i prodotti. Un esempio di base di ripartizione può essere il numero di ore di lavoro del personale amministrativo. Il coefficiente di attribuzione per quota della base di ripartizione consumata dall’unità di prodotto ci permette di ottenere la quota di costo indiretto attribuito all’unità di prodotto.
Per il personale amministrativo si creano dei sistemi di registrazione extra-contabili, dove si segna tempo di inizio e tempo di fine. Il coefficiente di attribuzione in questo caso risulterà essere circa la paga oraria, esso è espressivo di quanto costa un’ora di lavoro; quindi, va di fatto a costituire il costo unitario di un prodotto, con altre basi di allocazione/ripartizione questo diventa molto più difficile. È come se fosse dunque un prezzo di acquisto del fattore produttivo. Un altro modo per trovare una base di ripartizione può essere il fattore che è disponibile immediatamente, se non è il fatturato un altro modo sono i costi diretti stessi. Spesso, quindi, la base di ripartizione non è un valore extra-contabile, ma è già presente in contabilità.
Il full cost funziona considerando tutte e due le configurazioni di costo assieme. Il direct cost utilizza esclusivamente i costi diretti. Il problema è che i costi indiretti potrebbero essere ripartiti con basi diverse e quindi i costi pieni potrebbero essere difficilmente confrontabili fra di loro, allo stesso modo i costi diretti potrebbero cambiare sulla base della metodologia di produzione. Il costo primo è relativo esclusivamente ai materiali e ai componenti di un prodotto ed è un aspetto importante per le industrie manifatturiere, quando si aggiunge la manodopera diretta e gli altri costi di produzione allora si inseriscono i cd costi diretti di trasformazione che si potrebbero avere e non avere, che mi danno poi i costi diretti di produzione, una volta che aggiungiamo i costi diretti commerciali (es. pubblicità, aggio/royalty chiesta dall’agente commerciale).
Nel full cost rientrano anche i costi indiretti di produzione (es. impianti), costi indiretti commerciali (es. il trasporto, costo della pubblicità relativa all’azienda) costi indiretti amministrativi (es. i costi indiretti di struttura sono tutto il resto (es. responsabilità civile, sicurezza…).
L’impostazione tradizionale di attribuzione dei costi indiretti al prodotto si basa sulla ricerca di un legame di consumo tra i fattori produttivi e l’unità di prodotto. Tale legame può essere espresso in due modi. Secondo la prima modalità, tutti i costi indiretti sono attribuiti all’unità di prodotto utilizzando un’unica base di ripartizione. La seconda modalità prevede l’utilizzo di diverse basi di ripartizione, i costi indiretti sono raggruppati in classi omogenee di costo e per ciascuna classe si definisce un criterio di ripartizione appropriato.
Nella modalità di attribuzione dei costi basata sull’utilizzo di diverse basi di ripartizione è possibile individuare due orientamenti: orientamento ai fattori produttivi e un orientamento funzionale. Fra i due utilizzeremo di più quello funzionale, ossia quando scomponiamo i costi, lo facciamo cercando di seguire la struttura per funzioni dell’azienda. Si ha un centro di costo in presenza di un’unità organizzativa caratterizzata da:
- Un certo ammontare di risorse assegnate,
- Una data tecnologia
- Un insieme omogeneo di risultati
Essi ci permettono di calcolare il costo pieno, sono un modo per scomporre la parte di conto economico che rispetto al nostro oggetto di calcolo finale trattiene i costi diretti. La localizzazione dei costi consiste nella misurazione delle risorse consumate dai singoli centri. I costi localizzati nei centri di costo possono essere:
- Costi specifici di centro di costo, se riguardano risorse specificamente ed esclusivamente riferibili ad un dato centro di costo;
- Costi comuni, se si riferiscono a risorse consumate da più centri ci costo.
Schema step by step
- Identificare l’oggetto di costo
- Attribuzione dei costi diretti (con riferimento all’oggetto di costo)
- Identificazione del piano dei centri di costo (centri di costo di produzione e centri di costo ausiliari/servizio/virtuali)
- Attribuzione dei costi indiretti ai centri di costo
- Allocazione dei centri ausiliari/servizi/virtuali
- Allocazione dei centri di produzione sugli oggetti di costo finali
Capitolo 3
Il piano dei centri di costo, basato su unità organizzative e dunque ottenuto attraverso l’organigramma differisce dall’activity based cost (ABC), basato invece sulle attività e sui cost driver ad essa connessi. L’idea che l’ABC nasce negli USA nel periodo anziché produrre in serie, si producevano prodotti che avevano un contenuto di differenziazione maggiore creata dalle diverse attività che si sviluppano all’interno di prodotti via via più diversi; quindi, l’idea è stata quella di ragionare in termini di attività e non di unità organizzative (attività di vendita, ricerca e sviluppo…).
Per sviluppare tali attività ci sono più soggetti coinvolti tuttavia consideriamo un mondo circoscritto all’azienda; quindi, tali attività consumano risorse e i prodotti/servizi assorbono risorse. Ciascuna attività potrebbe essere spezzata in una micro-attività, gli elementi caratteristici di un’attività sono quelli che ci permettono di considerarla come una piccola “aziendina”; ci sono poi attività che scavalcano le unità organizzative senza essere all’interno della stessa, un esempio può essere dato dalla manutenzione, la lavorazione del prodotto.
Esistono una serie di condizioni per cui due attività devono essere considerate differentemente:
- Rappresentano una percentuale significativa dei costi aziendali;
- La determinante ultima del costo (cost driver) della prima attività è differente da quella della seconda;
- Ciascuna delle due attività è fonte distinta di differenziazione per l’azienda.
Il punto 1 è il più importante, quando si definisce il piano di attività è necessario definire delle attività complesse senza effettuare una suddivisione in micro-attività. La differenza tra cdc ed ABC sta nel riferimento alla struttura organizzativa e nella dimensione dell’aggregato intermedio. Resource driver, activity driver e cost driver rappresentano esempi di basi di allocazione che possono essere utilizzate. Tali basi di allocazione possono essere legate al volume, alla complessità, all’efficienza o legati al mercato, la base di allocazione è utile per capire quanto di quella risorsa viene assorbita da quella attività.
Schema step by step
- Identificare oggetto di costo
- Attribuzione dei costi diretti
- Identificazione del piano delle attività
- Attribuzione dei costi indiretti alle attività
- Allocazione delle attività agli oggetti di costo finali.
Queste attività sono direttamente collegate agli oggetti di costo finali; quindi, rispetto al precedente schema abbiamo due punti che scompaiono.
Capitolo 7
Margine di contribuzione nasce dalla differenziazione tra costi fissi e costi variabili. Analizzandolo si può valutare il rischio operativo, esso nasce dal comportamento dei costi in relazione ai ricavi. I ricavi di norma sono variabili, tuttavia ci sono determinate casistiche in cui possiamo avere dei ricavi fissi vedi università, ospedali…
Tra i costi diretti ricordiamo materie prime, manodopera diretta, e altri costi diretti quali materiali di consumo ecc… Se iniziamo a parlare non di un singolo prodotto, ma al volume di produzione di un lotto, le cose cambiano, in questo caso il direct costing deve tenere in considerazione anche i costi dei fattori produttivi di tipo strutturale utilizzati in via esclusiva per la produzione in questione.
Si tratta di costi fissi specifici e in quanto tali riferibili alla loro totalità e con metodo diretto alla produzione in oggetto, sono ad es. costi di ammortamenti specifici, personale che lavora solo a quel lotto ecc… In una configurazione di cost direct i costi fissi specifici non vanno mai riferiti all’unità di prodotto. Si può dunque calcolare il costo diretto unitario e costo diretto totale di primo livello. A questi si aggiungono i costi fissi specifici e otteniamo così il costo totale di secondo livello. Avremo dunque una configurazione di direct costing semplice e una configurazione con direct costing evoluto.
La configurazione variable costing è una configurazione che prende in considerazione tutti i costi variabili.
Costi fissi e costi variabili es. azienda che produce salami
- Costi variabili: Carne di maiale
- Costi fissi totali che non cambiano: 4€ capannone (amm.ti, locazione)
- Frigoriferi, energia elettrica: 2€
Volumi (prodotti): 0 1 2 Misurati in kg
Prevedo dunque un andamento lineare, una semplificazione che possiamo vedere in questo grafico è che i costi variabili sono proporzionali, non tiene dunque conto della presenza di eventuali economie di scala. Un’altra semplificazione è che i costi fissi non tengono in considerazione della capacità produttiva; infatti, all’aumentare della produzione potrebbero essere necessari ulteriori impianti, macchinari, quindi esiste un limite di capacità produttiva. Oltre questo limite possiamo dunque affermare che il costo fisso è a “scalino”.
La manodopera diventa diretta nella misura in cui deve essere calcolato un costo diretto unitario, nel momento in cui usiamo il variable costing bisogna andare a valutare se la manodopera è un costo variabile oppure è un costo fisso, questo dipende dalla contrattualizzazione dei dipendenti, se il tempo è definito allora si tratta di un costo che sarà fisso (es. negli USA la paga è a cottimo). FTE (full time equivalent) è il modo per misurare il personale.
La configurazione a variable costing comprende sia i costi diretti di materie prime manodopera e altri costi diretti variabili ed anche costi indiretti variabili, i costi variabili sono costi indiretti il cui consumo varia al variare dei volumi prodotti a prescindere dalla relazione diretta o indiretta col prodotto. Tra i costi variabili indiretti ci sono quelli comuni ai prodotti, i costi amministrativi. I costi diretti è ovvio che generalmente sono variabili.
- Costo variabile di trasformazione che include i costi di manodopera diretta e i costi indiretti variabili di produzione;
- Costo variabile industriale che considera i costi delle materie prime e dei componenti aggiunti al costo precedente;
- Costo variabile aziendale che comprende tutti i costi variabili aziendali, con l’inclusione di quelli commerciali o di altra natura, oltre a quelli industriali.
Margine di contribuzione
Ipotizzando che il prezzo unitario di vendita sia 6,50€
- I costi variabili sono 2€*Q
- I costi fissi sono 25.000€
Il margine di contribuzione unitario è dato dal prezzo unitario del prodotto al netto dei costi variabili unitari, indica la capacità del singolo di contribuire alla copertura dei costi fissi aziendali, è utile per valutare la convenienza economica di diversi prodotti. Margine di contribuzione unitario = 6,50-2=4,50, si spinge maggiormente il prodotto con il margine di contribuzione più elevato in termini assoluti, questo perché va a coprire maggiormente i costi fissi. Dal punto di vista geometrico questa concezione è valida, tuttavia non è plausibile da un punto di vista economico. I coefficienti angolari di queste due rette sono informazioni molto importanti, la differenza fra le due pendenze è il margine di contribuzione unitario, esso racchiude dentro di sé dunque informazioni molto importanti, innanzitutto è positivo.
Prima o poi le due rette geometricamente si incontrano, tuttavia nel mondo reale non è detto che tali rette si incontrino, questo è dovuto alla presenza del limite di capacità. CF/margine di contribuzione ci dà il break even point a volumi, quello a valore è dato invece da CT-RT=0, quindi moltiplico il volume di vendita per il prezzo di vendita ottenendo così i ricavi totali che devono essere uguali ai costi totali. In questo caso vengono unite le due rette in un’unica sola.
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