LEZIONE 1 - 17/09/2024
Importanza del linguaggio nella riflessione filosofica
Nel corso del Novecento si sviluppa l’idea che la filosofia del linguaggio, che analizza
sistematicamente i fondamenti del linguaggio (significato, riferimento, verità, uso e rapporto con il
pensiero) fosse la filosofia prima, la filosofia per eccellenza. In particolare, il filosofo austriaco Ludwig
Wittgenstein afferma, nel Tractatus logico-philosophicus (1921), che i problemi filosofici nascono
da un fraintendimento della logica del linguaggio, e che solo attraverso l’analisi linguistica è possibile
la risoluzione di tali problemi: da qui, necessità di una filosofia analitica secondo cui i problemi
filosofici possono essere risolti a partire da un’analisi specifica del linguaggio. Questa riflessione si
colloca soprattutto nell'area germanofona (Circolo di Vienna) e in Europa continentale (Francia), ma
anche nel Regno Unito e negli Stati Uniti.
N.B. Wittgenstein (filosofia analitica) non è il solo ad avere questa idea: un altro esempio è il filosofo
tedesco Martin Heidegger (filosofia continentale), secondo cui il linguaggio è la dimensione
ontologica originaria in cui l’essere stesso si manifesta e si articola (l’essere dell’uomo è linguistico e
il linguaggio ci struttura). → Jacques Derrida, esponente del decostruzionismo, dirà (anni dopo) che
“non v’è nulla al di fuori del testo”.
Questa riflessione sul linguaggio come tema cardine nasce nel Novecento, che è il secolo della svolta
linguistica in filosofia, e rappresenta un cambio di paradigma rispetto alla riflessione filosofica
precedente, che dall’indagine sul mondo esterno (il filosofo è un metafisico) era passata al paradigma
del soggetto. → Si individuano dunque alcune fasi:
1) Dall’antichità classica al tardo Medioevo, la filosofia prima è la metafisica (che indaga il
mondo così com’è, ovvero si interroga sulla natura fondamentale della realtà). → E’ il caso di
Aristotele, Platone, Tommaso d’Aquino etc.
2) Nell’età moderna, la filosofia prima è l’epistemologia (teoria della conoscenza intesa come
indagine critica dei fondamenti e delle metodologie della conoscenza scientifica). → Con le
Meditazioni metafisiche cartesiane (1641), la filosofia indaga la relazione tra soggetto e
mondo. Su questa linea procedono Locke, Leibniz, Hume, Kant etc.
3) A partire dal Novecento, la filosofia prima è la filosofia del linguaggio. → Filosofi come
Wittgenstein e Heidegger spiegano che prima di poter parlare del rapporto tra soggetto ed
oggetto (ovvero prima di fare epistemologia) e della realtà in sé (prima di fare metafisica),
dobbiamo interrogarci sugli strumenti che ci consentono di conoscere la realtà: poiché la realtà
che conosciamo è la realtà di cui parliamo, la realtà di cui si può dire qualcosa, la chiave è
proprio il linguaggio.
IMPORTANTE: NON E’ POSSIBILE RISOLVERE I PROBLEMI FILOSOFICI TRADIZIONALI
(ad esempio, chiedersi che cos’è un soggetto) SE PRIMA NON SI AFFRONTA LA QUESTIONE
DEL LINGUAGGIO; E’ QUELLO CHE DICE WITTGENSTEIN SULLA NECESSITA’ DELLA
FILOSOFIA ANALITICA.
N.B. Per Bianchi, la filosofia del linguaggio non è la filosofia prima.
Le tradizioni filosofiche analitiche e continentali (che si sviluppano proprio in questo ambito, nel
Novecento) arrivano alla conclusione che la nostra relazione col mondo passi attraverso il
linguaggio, che permette addirittura di ampliare gli ambiti della realtà che possiamo conoscere (il
termine “Aristotele” mi permette di pensare ad Aristotele, senza che io abbia mai conosciuto
l’individuo). → Poiché il linguaggio è il medium attraverso cui il pensiero e i problemi filosofici si
strutturano (filosofia analitica, Wittgenstein) e l’orizzonte ontologico della comprensione dell'essere
(filosofia continentale, Heidegger e Derrida), ogni relazione passerà attraverso l’uso del linguaggio: il
linguaggio ha dunque una dimensione pubblica e, in quanto connesso anche al pensiero, apre il
prblema delle “altre menti”; mentre il soggetto cartesiano era isolato e apriva a posizioni solipsistiche,
per cui esiste solo il soggetto e tutto il resto è nella sua mente, la filosofia novecentesca vede nel
linguaggio uno strumento che permette al soggetto di conoscere e relazionarsi con gli altri soggetti e
col mondo; la filosofia del linguaggio si interrogherà dunque sulla relazione tra linguaggio e mondo e
sulle proprietà ed espressioni che consentono la comunicazione.
N.B. Di questo si occupa soprattutto la linguistica, ovvero la scienza che studia il linguaggio come
facoltà universale dell’uomo e dunque spiega come funziona in linguaggio umano in tutte le sue
dimensioni (fonetica, grammatica, semantica, storica, sociale). → Il più grande linguistica vivente è lo
statunitense Noam Chomsky, che si occupa di fonologia e sintassi (grammatica) e della distinzione
tra espressioni ben formate e non: le domande che si pone non sono quesiti che interessano
direttamente il filosofo, ma si concentra sulle proprietà linguistiche che ci permettono di usare il
linguaggio e comunicare con gli altri.
Comunicazione
La filosofia del linguaggio vede dunque nel linguaggio uno strumento essenziale alla comunicazione,
che viene definita come il processo mediante il quale un emittente trasmette al ricevente un
contenuto di significato attraverso un atto linguistico, all’interno di un contesto condiviso e secondo
convenzioni linguistiche determinate. → Notiamo che la differenza tra comunicazione e informazione è
la componente di volontà: l'emittente vuole trasmettere un messaggio, mentre la pianta che
appassisce non vuole comunicare qualcosa a noi, siamo noi che lo deduciamo.
N.B. La comunicazione che qui viene definitiva è quella linguistica verbale, ma c’è anche quella non
verbale.
LEZIONE 2 - 18/09/2024 e LEZIONE 3 - 19/09/2024
Esempio della formica di Hilary Putnam - LEGGI TESTO
Un tema cardine della riflessione novecentesca è la questione della rappresentazione e del
riferimento, che riguarda quelle nozioni di uso comune che però, a livello di definizione filosofica,
risultano sfuggenti e problematiche: più in particolare, ci si interroga su come parole, frasi o segni
linguistici possano "rappresentare" qualcosa e "riferirsi" a oggetti, eventi o stati di cose. → Un esempio
utile a chiarire la domanda che i filosofi del linguaggio si pongono si può trovare in Ragione, Verità e
Storia, pubblicato nel 1981 dal filosofo statunitense Hilary Putnam. L’opera, che non riguarda
direttamente la filosofia del linguaggio, ci interessa per ciò che riguarda la nozione generale di
rappresentazione e l’esperimento mentale con cui apre l’opera (all’interno del quale si troverà anche
il celebre esperimento dei cervelli in una vasca).
- PROBLEMA: Putnam immagina che una formica, camminando su una spiaggia di sabbia,
tracci una linea sulla sabbia, andando avanti e indietro e prendendo casualmente diverse
direzioni. Le linee si incrociano fino a delineare, sulla sabbia, il volto del primo ministro del
Regno Unito Winston Churchill (2WW). A questo punto, Putnam si chiede se la formica abbia
tracciato un’immagine che rappresenta un uomo, ovvero si chiede se le linee sulla sabbia
abbiano la proprietà di rappresentare una certa persona: si sta chiedendo cosa fa sì che una
cosa (o un segno linguistico, vedremo dopo) rappresenti qualcos’altro, ovvero “stia per” quello.
→ Per evidenziare ulteriormente il problema, possiamo supporre che a qualche metro di
distanza una persona tracci una linea indistinguibile da quella della formica, che delinei
anch’essa il volto di Churchill, e anche in questo caso ci chiediamo se la linea rappresenti o si
riferisca al primo ministro. Ci troviamo di fronte ad una situazione particolare, in cui abbiamo di
fronte due cose fisicamente identiche ma, intuitivamente, diremmo che la prima non lo
rappresenta mentre la seconda si.
N.B. Quest’ultima parte la diciamo noi, non la dice Putnam.
- RAGIONAMENTO SULLA RASSOMIGLIANZA: Putnam esclude in primo luogo che la
rappresentazione (ovvero la capacità delle linee tracciate di “stare per” Winston Churchill) non
sia una proprietà intrinseca di nessuna linea, ovvero esclude che la linea sia in sé stessa
rappresentazione di qualcosa. In secondo luogo, esclude che la rassomiglianza tra le linee
tracciate sulla sabbia e le fattezze di Churchill sia un elemento necessario o sufficiente per
giustificare la relazione di rappresentazione: anche le parole “Winston Churchill” vengono
usate nella nostra comunità per rappresentare Churchill, ma il segno linguistico non presenta
nessuna rassomiglianza con le fattezze dell’individuo.
N.B. Notiamo che Putnam introduce il problema della rappresentazione con un esempio non
linguistico, ma si appresta immediatamente ad includere anche le espressioni linguistiche nella
questione.
- RAGIONAMENTO SULL’INTENZIONE: a questo punto, Putnam analizza la possibilità che ciò
che rende una rappresentazione tale sia l’intenzione con cui l’immagine o la scritta viene
realizzata, e spiega che se la formica avesse un’intelligenza tale da poter realizzare
intenzionalmente la caricatura di Churchill, con volontà, allora tale immagine sarebbe una
rappresentazione. → Tuttavia, specifica Putnam, per avere l’intenzione che una cosa
rappresenti Churchill, si dovrà prima pensare a Churchill: dibattendo in aula, rileviamo il caso in
cui venga fatta a Churchill una fotografia da un drone o da un autovelox; in entrambi i casi,
l’immagine rappresenta l’individuo, ma la volontà non è contemplata nel processo di
realizzazione della foto. É necessario che, prima di tutto, qualcuno sia stato in grado di pensare
Churchill: in questo senso, spiega Putnam, l’intenzionalità dell’oggetto fisico (ovvero la sua
capacità di riferirsi a qualcos’altro) non sarebbe intrinseca, come ha già detto, ma dipenderebbe
dall’intenzionalità del pensiero, ovvero dalla capacità del pensiero di riferirsi a qualcos’altro.
N.B. Punto di vista anti-metafisico: l’oggetto fisico non rappresenta nulla di per se stesso.
- RAGIONAMENTO SUL RIFERIMENTO: a questo punto Putnam si chiede come sia possibile
l’intenzionalità e il riferimento, spiegando che alcune “teorie magiche del riferimento”
sostengono che alcune rappresentazioni (e in particolare i nomi) abbiano un legame necessario
con i loro portatori: al contrario, per Putnam il legame tra nome e portatore è solo contestuale,
contingente e convenzionale.
- RISPOSTA DI PUTNAM: per Putnam la differenza tra la linea tracciata dalla formica e la linea
tracciata dall’uomo, ovvero ciò che fa sì che solo la seconda linea sia una rappresentazione e la
prima no, riguarda il fatto che la genealogia della prima linea (la storia del processo della sua
creazione) non ha nulla a che vedere con l’oggetto rappresentato: nel primo caso, la formica
traccia la linea indipendentemente dal fatto che Churchill sia o meno esistito; al contrario, la
linea tracciata dall’uomo o la foto fatta dal drone esistono solo perché esiste o meno, la formica
traccia comunque la linea; al contrario, la mia rappresentazione o la foto che il drone fa di
Churchill esiste solo perché esiste Churchill, che in un certo senso “interviene” nel processo di
creazione. → Un’immagine, una scritta o una parola è una rappresentazione se e solo se
l’oggetto rappresentato è un antecedente causale della produzione della sua
rappresentazione, è “responsabile” della produzione della rappresentazione (nel caso visto,
Churchill è un antecedente causale).
N.B. Si tratta di una teoria non condivisa da tutti: posso infatti appropriarmi della scritta
“Winston Churchill”, realizzata da una formica, e renderla io rappresentazione dandole un
senso causale, aggiungendo “è stato un conservatore inglese” (senza che l’oggetto
rappresentato sia stato qui un antecedente causale).
Alcuni ricorrono al paragone con lo specchio, per mostrare come si possa pensare la
rappresentazione in termini puramente relazionali e non intenzionali, cioè senza postulare una
coscienza o un’intenzione rappresentativa: quello che vediamo riflesso nello specchio è l’immagine e
la rappresentazione di noi, ma lo specchio non ha intenzioni e non pensa. → Questa teoria risulta
compatibile con la posizione di Putnam per ciò che riguarda l’intenzione: anche per Putnam non
conta l’intenzione di rappresentare, ma conta l'antecedente causale (lo specchio però non riflette se
non c'è l'oggetto rappresentato, che qui è antecedente causale come ha detto Putnam).
MA le due teorie divergono su che cosa renda una relazione causale sufficiente per la
rappresentazione.
1) Nella teoria dello specchio la rappresentazione emerge da una correlazione strutturale
regolare: lo specchio "rappresenta" semplicemente perché riflette causalmente ciò che gli sta
davanti.
2) In Putnam la causalità da sola non è sufficiente: ciò che conta non è una semplice relazione
causale locale, ma una genealogia semantica esternalista; l’oggetto rappresentato deve far
parte della storia causale e linguistica che ha condotto alla formazione di quel concetto o di
quella rappresentazione.
QUESTA DELLO SPECCHIO E’ LA RISPOSTA CHE DAREBBE IL PROF.
LEZIONE 4 - 24/09/2024
Introduzione nozione di significato
Abbiamo già detto che attraverso il linguaggio entriamo in relazione con gli altri, dunque il linguaggio è
uno strumento di comunicazione che ci consente di trasmettere un messaggio. → In particolare,
notiamo che gli individui emettono suoni che trasmettono un messaggio: se dico “Andrea Bianchi è
veneziano”, sto trasmettendo un certo messaggio.
A questo proposito, ci poniamo due interrogativi fondamentali: ci chiediamo cosa consenta ai suoni
emessi di comunicare qualcosa (1) e che cosa viene comunicato esattamente (2). → Si tratta di due
domande fondamentali in quanto non tutte le emissioni di suoni trasmettono dei messaggi, e non tutte
le emissioni di suoni trasmettono gli stessi messaggi: il fischio non sempre è una forma di
comunicazione e, anche quando lo diventa (ad esempio se unito a certi gesti), trasmetterà un
messaggio molto diverso da quello trasmesso dalle parole “Andrea Bianchi è veneziano”.
- La differenza apparente è che i suoni del secondo caso sono parole che hanno un significato
specifico, da cui dipende cosa viene comunicato: se avessi detto “Wolfgang Huemer è
austriaco” avrei comunicato qualcos’altro, perchè questi suoni hanno un significato diverso. →
Emerge subito la centralità della nozione di significato: per capire come sia possibile la
trasmissione di un messaggio sarà necessaria una teoria del significato soddisfacente: questa
sarà la teoria vero-condizionale del significato, formulata per la prima volta nel Tractatus
logico-philosophicus di Wittgenstein, secondo cui il significato di un’espressione verbale è
costituito dalle sue condizioni di verità (conoscere il significato di una proposizione è
conoscere le condizioni sotto le quali essa sarebbe vera).
- E’ importante sottolineare che, in filosofia del linguaggio, usiamo la parola “significato” solo in
relazione alle espressioni linguistiche e agli enunciati (no significato di un’opera, di un gesto,
di un episodio etc…), quindi a lezione ci occupiamo solo di significato letterale. → Quindi che
cos’è il significato di un’espressione linguistica? Procediamo per esclusione.
1) Il significato non è uno stato di cose. → Se dico “Andrea Bianchi è austriaco” il
significato dell’espressione non è uno stato di cose (perché non è la realtà dei fatti).
2) Il significato non è un’entità mentale. → Ognuno di noi ha entità mentali diverse, quindi
ogni cosa avrebbe per ognuno un significato diverso e non sarebbe possibile la
comunicazione.
Quest’ultimo punto viene sottolineato soprattutto dal logico e filosofo Gottlob Frege, che nel 1892
pubblica l’articolo Über Sinn und Bedeutung, pietra miliare della filosofia del linguaggio (tanto che la
sua data di “nascita” viene convenzionalmente individuata nella data di pubblicazione dell’articolo). Nel
testo Frege insiste sull’antipsicologismo, ovvero sul rifiuto radicale dell’idea, allora molto diffusa, che
la logica e il significato linguistico possano essere spiegati o fondati in termini di processi mentali
soggettivi: per capire come funziona il linguaggio come strumento di comunicazione, non dobbiamo
tirare in causa entità mentali (ovvero immagini delle cose nella mente di chi ascolta), perché è
qualcosa di infinitamente soggettivo; in altre parole, Frege esclude che il significato delle espressioni
linguistiche dipenda dal soggetto che le comprende o da chi le proferisce (espressioni diverse
possono infatti avere lo stesso significato, ad esempio nel caso della stessa frase ma in in lingue
diverse). → Nell’articolo Frege fa una distinzione fondamentale per comprendere che cos’è il
significato, che viene distinto in Sinn e Bedeutung.
1) Sinn, “senso”. → È il modo in cui un oggetto è presentato da un’espressione, ovvero il
contenuto cognitivo dell’espressione, quindi è il Gedanke dell’enunciato.
IL SENSO DI UN ENUNCIATO E’ IL PENSIERO CHE L’ENUNCIATO ESPRIME.
Ad esempio, "La stella del mattino&q
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