Filologia italiana
La filologia italiana si occupa dello studio dei testi scritti in lingua italiana (o anche dei volgari parlati nella penisola), nell’arco di tempo che va dalle Origini ai nostri giorni. Dal punto di vista cronologico si parte dalla fine del XII secolo, quando la scrittura del volgare inizia ad apparire negli spazi bianchi dei libri, scritti a mano e di contenuto latino, oppure nei rotoli di pergamena. A questo periodo risalgono anche i cosiddetti ritmi giullareschi, cioè quelle poesie caratterizzate da una misura di versi oscillante, il più antico dei quali è il ritmo Laurenziano conservato nell’ultima parte di un manoscritto della Biblioteca Laurenziana di Firenze (fine XII secolo). Queste apparizioni dei testi volgari sono state definite dai paleografi e dai filologi come tracce.
Il volgare tra 1200 e 1300
Tra il ‘200 e il ‘300 il volgare acquista progressivamente importanza, all’inizio influenzato ancora dalle diverse letterature come quella francese. Infatti, proprio a questo periodo risalgono i capolavori delle Tre Corone. Nel ‘400 si afferma l’arte di scrivere libri in modo artificiale, grazie al torchio a caratteri mobili, perciò si passerà dai libri manoscritti a quelli a stampa. Il primo libro di questo genere fu il De Oratore di Cicerone, in latino e stampato in Italia nel ‘465 da due tipografi tedeschi che si erano stabiliti nel Lazio orientale nel Monastero dei Benedettini. Dalla fine del ‘460 si iniziano a stampare anche libri in volgare, i quali però, fino alla fine del XV secolo resteranno in minoranza rispetto a quelli latini. Ciò accade in tutti i vari centri di stampa italiani, con un’eccezione significativa per Firenze, in cui il rapporto tra testi latini e volgari si capovolge in quanto ci sarà un numero di stampe maggiori per i testi in volgare e minore per quelli in latino. Il merito di ciò va attribuito a Girolamo Savonarola che è l’autore più stampato del ‘400, grazie soprattutto alla fortuna delle sue opere volgari.
La filologia e la tradizione dei testi
La filologia fa una lettura di testi in “profondità”, cioè una lettura critica, con uno sguardo rivolto all’indietro e che studia il processo con cui i testi delle varie opere si sono tramandate e sono arrivate a noi. Ogni testo, infatti, dal momento in cui è stato concepito dall’autore, fino al momento in cui è arrivato al lettore, ha compiuto un percorso preciso. Il testo di una qualunque opera che arriva a noi lo fa perché è stato trasmesso da uno o più esemplari, che in filologia vengono chiamati testimoni; tutti i testimoni costituiscono la tradizione del testo di quell’opera.
- Testimone: ogni fonte, manoscritta o a stampa che trasmette il testo di un’opera.
- Tradizione: l’insieme delle testimonianze, conservate o perdute, attraverso cui un’opera è giunta fino a noi.
Filologia genetica e ricostruttiva
All’interno della tradizione si può riscontrare la presenza diretta dell’autore, si parla quindi di testi conservati in originale. Il grado di attendibilità di questi testimoni è massimo. È possibile però, che di quella stessa opera siano sopravvissute delle stesure differenti, sempre elaborate dall’autore, dette originali plurimi. Oppure possono esserci dei manuali ai quali sono state apportate delle correzioni da parte dell’autore stesso, in questo caso la filologia cercherà di spiegare dettagliatamente il processo della genesi del testo e di rappresentarlo nel modo più chiaro. Questo tipo di filologia viene detta filologia genetica o filologia d’autore. Questa condizione non esiste nei testi classici, in quanto quest’ultimi sono tramandati da copie posteriori ai secoli dell’originale; mentre è attestata nei testi di autori moderni e nella letteratura italiana Medievale.
L’originale, però, può anche essere andato perduto di conseguenza il testo sarà conoscibile solo attraverso la testimonianza di copie o stampe. La filologia ricostruttiva si applica nel caso in cui nessuno dei testimoni originali sia pervenuto a noi e le copie che ci sono giunte differiscano l’una con l’altra. Attraverso il confronto di queste copie, con procedure di natura probabilistica, si cerca di approssimarsi quanto più possibile alla forma in cui il testo si presentava in originale. Nelle filologie moderne italiane esistono entrambi i campi, che sono stati designati da Avalle, come il campo della fenomenologia dell’originale e il campo della fenomenologia della copia.
L'indovinello veronese
Per quanto riguarda le prime attestazioni del volgare nella scrittura, se si parla di tracce ci sono immagini molto più antiche del ritmo giullaresco, come l’indovinello veronese. L’indovinello veronese è uno dei più antichi testi romanzi, che risale all’VIII e che resta misterioso per quanto riguarda la natura della lingua utilizzata, secondo alcuni ancora latina e secondo altri già aperto al volgare. Si tratta di due righe che si trovano in un codice di argomento liturgico conservato nella Biblioteca Capitolare di Verona. Ha origini spagnole e il contenuto riecheggia una tradizione del Medioevo sugli indovinelli, gli enigmi relativi alla scrittura.
Separeba boves alba pratalia araba (et) albo versorio teneba (et) negro semen seminaba.
Nel testo è presente la figura dei buoi (boves) che rappresentano le dita, i prati bianchi (alba pratalia) che rappresentano il foglio di pergamena, un aratro bianco (albo versorio) che rappresenta la penna d’oca e un seme nero (negro semen) che rappresenta l’inchiostro.
Canzone Ravennate e altri testi filologici
I testi della poesia delle origini sono molto posteriori, allo stesso periodo del ritmo Laurenziano risale anche la più antica poesia lirica scritta in volgare che è la Canzone Ravennate. Essa è trascritta sul verso di una pergamena che contiene un atto notarile del 28 Febbraio 1127.
I testi di cui la filologia italiana si occupa non necessariamente sono di natura letteraria, ma possono anche essere di natura pratica e professionale, come quelli destinati a raccogliere la contabilità e la registrazione degli affari di un’azienda o di una famiglia, i cosiddetti libri di conti. Un esempio di questi testi è il Libro piccolo dell’asse di Alberto del Giudice e compagni datato al 1304 e conservato nella Biblioteca Nazionale di Firenze. Questo tipo di documentazione di natura aziendale e privata è legata strettamente alla storia letteraria, lo dimostra il fatto che il principale codice che ci trasmette tutto quello che sappiamo della poesia precedente allo Stilnovo, che è il manoscritto Vaticano Latino 3793 conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana della fine del XIII secolo, sia molto simile ai libri che circolavano in ambiente mercantile e il copista che appartiene all’ambiente stesso.
Autografi famosi nella letteratura italiana
- Il codice definitivo del Rerum vulgari fragmenta, cioè il Canzoniere di Petrarca, (conservato nel Codice Vaticano latino 3196), il quale è stato scritto in buona parte da egli e successivamente da un copista sempre sotto la sua direzione. Nel testo è presente uno scritto laterale che è un’altra caratteristica dell’autografia di Petrarca, cioè quella di commentare il suo lavoro di correzione con delle postille, annotazioni. Le postille vengono scritte in latino ed egli fa un colloquio con sé stesso. In una delle sue postille dà l’anno (1350), il giorno e il mese (9 giugno), dopo i vespri (dopo il tramonto) e scrive “avrei voluto cominciare, ma sono chiamato a cena. Mi propongo di continuare la mattina dopo”.
- Il Decamerone di Boccaccio, nel codice Hamilton 90 conservato a Berlino. Negli ultimi anni della sua vita Boccaccio ha copiato il suo lavoro e si è in qualche modo trasformato in copista di sé stesso.
- Nella letteratura rinascimentale abbiamo l’autografo di Ariosto per quanto riguarda l’Orlando furioso, in quanto l’autore seguì scrupolosamente la stampa delle tre edizioni e in particolare dell’ultima, la quale portava le correzioni e gli ampliamenti fatti da egli stesso.
- Per la letteratura dell’800, abbiamo le immagini degli autografi delle poesie di Leopardi, conservate in gran parte nella Biblioteca Nazionale di Napoli.
Per quanto riguarda le opere trasmesse solo in copia, il caso più famoso è quello della Commedia di Dante. Le copie pervenuteci sono centinaia e per quanto riguarda Dante non si ha nessun autografo riconosciuto. L’unica cosa che sappiamo della sua scrittura è una descrizione data più di un secolo dopo la sua morte da Leonardo Bruni. Quest’ultimo, nella prima metà del ‘400, afferma di aver visto nel palazzo dei Signori nel quale lavorava (Palazzo Vecchio) le lettere inviate da Dante in esilio al governo fiorentino scritte di proprio pugno. La testimonianza si legge nella Vita di Dante, che è un testo di Leonardo Bruni. L’inizio di ogni cantica della Commedia ha un’illustrazione. All’inizio della III cantica del Paradiso è presente la figura di Dante in ginocchio davanti a Beatrice. La prima terzina deve disporsi davanti all’iniziale disegnata, ma il primo endecasillabo della seconda terzina si distende per tutta la lunghezza della colonna. Qualcuno ha ipotizzato che questa tipologia grafica cancelleresca presente in tutti i codici della Commedia, non sia casuale, ma che sia stato fatto in omaggio all’autografo del poema e il cui stile corrisponde a quella che era la testimonianza di Leonardo Bruni.
Oltre alle operazioni che mirano a rappresentare il testo in un’edizione attendibile, la filologia si impegna a fornire al lettore tutti gli strumenti per la comprensione e l’apprezzamento di un’opera.
Edizione diplomatica e interpretativa
DEFINIZIONE DI EDIZIONE DIPLOMATICA
Il compito dell’edizione diplomatica è quello di riprodurre fedelmente, usando i caratteri di stampa moderni, il contenuto e le caratteristiche di un esemplare, senza che l’editore intervenga per sciogliere abbreviazioni, separare parole, distinguere la U dalla V (nelle scritture antiche vengono usate con lo stesso ruolo e che vengono distinte solo nel ‘500), regolare l’uso di maiuscole e minuscole e l’interpunzione.
DEFINIZIONE DI EDIZIONE INTERPRETATIVA
L’edizione interpretativa rispetta le particolarità grafiche di un esemplare, ma scioglie le abbreviature (come nelle postille di Petrarca viste sopra), si separano le parole secondo l’uso moderno (nell’uso antico le parole seguono la catena parlata, vengono unite insieme secondo il fenomeno dell’univerbazione), c’è l’uso degli accenti, degli apostrofi, delle maiuscole e minuscole e dei segni di interpunzione. In questo lavoro c’è un’interpretazione da parte dell’editore, ma un’interpretazione cauta in quanto egli offre gli strumenti per comprendere il testo, ma rispetta le particolarità della grafia, dei suoni, delle forme.
Rerum Vulgarium Fragmenta
L’edizione digitale è relativa alla forma definitiva che assume il capolavoro di Petrarca e che si trova nel manoscritto Vaticano-Latino 3195 ed è conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana. Manoscritto in parte autografo, in parte copiato sotto la sua stretta sorveglianza da un copista di fiducia, Giovanni Malpaghini. Petrarca cominciò a pensare di raccogliere le sue poesia volgari, scritte nei primi anni del ‘300, questa raccolta passò poi attraverso diverse redazioni accrescendo il numero di componimenti, mutando il loro ordinamento. Petrarca lavorò al manoscritto dal 1366 fino alla morte, nel 1374 ed è in questo periodo che il manoscritto assume il nome definitivo di “Frammenti di cose volgari” che comprende un sonetto proemiale più 365 composizioni. Petrarca fino all’ultima lavorò all’ordinamento della raccolta e probabilmente se avesse avuto altro tempo avrebbe introdotto altre modifiche.
Sul sito troviamo il codice, composto di 72 carte e dato che ogni carta ha due pagine (nel Medioevo chiamate “retto” e “verso”) abbiamo 144 carte. C’è una diversità dei colori, alcune pagine sono beige, altre blu, altre ancora celesti e alcune, dalla carta 40 verso fino a carta 52 verso, sono bianche. Con questo sistema gli editori vogliono darci delle informazioni utili sul manoscritto. Infatti la scrittura è organizzata per due grandi blocchi di testo, i quali vengono poi interrotti dalle carte bianche. Il primo blocco, che arriva fino a carta 49 retto, è quello più consistente e corrisponde alla divisione tradizionale delle rime in vita e in morte di Laura, anche se nei primi sonetti della seconda parte Laura è ancora viva. Il beige indica le carte trascritte dalla mano del copista, il blu le carte autografe, il celeste indica carte di composizione di mano di Petrarca, ma gli editori ci informano che non hanno ancora proceduto alla codifica testuale. La prima carta contiene i primi quattro sonetti del Canzoniere, in cima si ha il titolo in rossa dell’opera e poi sulla pagina quattro blocchi di testo separati da uno spazio bianco (sia nel manoscritto che nell’edizione diplomatica) che corrispondono all’ampiezza di due righe. Ogni blocco è composto da sette righe e che ogni blocco costituisce una composizione a sé ce lo dice l’iniziale di dimensioni più grandi, alternativamente in inchiostro rosso e blu. I versi sono scritti su sette righe ognuna delle quali ha una coppia di versi, dispari (Uoi chascoltate in rimesparse il suono) e pari (Di quei sospiri ondio nudriual core). L’edizione diplomatica, che rispetta la grafia del manoscritto presenta l’univerbazione delle parole e ancora la lettera U per rappresentare la V. Nel quarto verso ci sono le lineette orizzontali che rappresentano l’abbreviatura tipica delle scritture medievali, che indicano al lettore che in quella parola si dovranno integrare un suono, in genere una consonante nasale. Il passaggio all’edizione critica comporterà la separazione delle parole, la distinzione secondo l’uso moderno di U e di V, l’introduzione della punteggiatura moderna ecc.
Seconda parte: la tradizione manoscritta
Le opere antiche vengono lette tramite esemplari, scritti o stampati. Per conoscere questi esemplari bisogna porsi delle domande su come sono fatti, su come sono cambiati nel corso del tempo e interrogarci su chi li abbia scritti e allestiti materialmente, che scrittura e lingua abbia utilizzato, chi li ha letti, usati e posseduti. Per il filologo sarà essenziale sapere anche come si descrivono questi testimoni in modo scientifico e quali sono gli strumenti che si possono usare per reperire tutti gli esemplari dell’opera da studiare, che nel loro insieme costituiscono la tradizione manoscritta di quell’opera. Solo dopo questa raccolta di tutte le testimonianze dell’opera si potrà passare all’affrontare i problemi dell’edizione del testo scelto. Il livello primario dell’osservazione parte dagli strumenti e dai materiali con cui sono realizzati i testi scritti dei primi secoli della storia della lingua volgare italiana, tra la seconda metà del XII secolo e la metà del XIV.
I testi in volgari venivano scritti a margine di libri o documenti già esistenti e scritti in latino, in spazi bianchi, quindi destinati a non godere di nessun tipo di circolazione autonoma. A partire dalla metà del XIII secolo il volgare conquista l’autonomia rispetto ai testi latini. Questo avviene a causa delle trasformazioni sociali della civiltà urbana del basso Medioevo, la quale per la maggior parte era priva di conoscenze essenziali della lingua latina e aveva l’esigenza di esprimersi per iscritto e di leggere nella sua lingua materna. I libri in volgare.
Chi scrive un libro contenente testi di natura letteraria, usa come supporto la pergamena, come strumento la penna d’oca. Per quanto riguarda la tipologia grafica utilizzata, fino a tutto il ‘200 per il libro volgare si impiega un tipo di scrittura formale gotica (detta anche littera textualis) la quale è la scrittura libraria per eccellenza. Man mano che ci si inoltra nel ‘300 si diffonderanno le scritture “su base cancelleresca”, con predilezione a disporre la scrittura su due colonne e l’apparato decorativo si presenta in qualità medio-alta.
Confronto tra la Commedia in textualis e quella su base cancelleresca
- Textualis: inizio della seconda cantica del Purgatorio, presenta un’iniziale illustrata che raffigura Dante e Virgilio su una barca. La scrittura non ha legamenti in quanto non è corsiva, le lettere sono disegnate isolate una dall’altra ed è la scrittura tipica della tradizione ecclesiastica. La caratteristica principale è che le lettere e le parole sono molto ravvicinate l’una con l’altra e questo dà alla pagine un senso di compattezza. Nella forma delle lettere, inoltre, c’è un’alternanza tra tratti grossi e sottili e questa è una caratteristica legata alla penna.
- Base cancelleresca: carta iniziale del Purgatorio. La rappresentazione della lettera iniziale è diversa, dentro la P ci sono delle fiamme. La scrittura si presenta con aste slanciate, a differenza della scrittura tondeggiante in textualis. In più la scrittura cancelleresca è più omogenea e non presenta l’alternanza riguardante la forma delle lettere tra grosse e sottili. (chiamato tratteggio fluido).
Entrambe le tipologie grafiche erano ben affermate nella scrittura letteraria del ‘300 e sono testimoniate anche nella scrittura.
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