Psicologia della testimonianza
Cap. 1 - La testimonianza
La testimonianza oculare è uno dei più antichi metodi utilizzati dai sistemi giuridici per comprovare l’esistenza di un fenomeno accaduto poiché è considerata come una prova oggettiva.
In tutto ciò però, negli anni, non ci si è affidati ciecamente a questa tecnica, ma sono stati analizzati aspetti che potessero interferire con la veridicità della testimonianza: l’incapacità dell’individuo di testimoniare e la possibilità che alcune confessioni fossero false poiché l’individuo fosse spinto unicamente dalla voglia di collaborare e non perché c’entrasse davvero con la questione -> come nei casi di false confessioni e ritrattazioni.
Importante contributo agli studi sulla veridicità della testimonianza sono stati dati dai teorici dell’Inquisizione, dominicani e gesuiti, i quali si sono occupati della stesura di alcuni manuali con scritto all’interno sia tutti i metodi per ricavare testimonianze anche da quei soggetti restii a rilasciarle, sia come capire quando una testimonianza non è affidabile.
La psicologia, in generale, esamina il funzionamento dell’uomo in tutti i suoi ambiti: sociale, di personalità e cognitivo.
Processi che permettono all’uomo di vedere, di prestare attenzione, di capire, di interpretare le situazioni, di decidere e di ricordare.
L’attenzione è una funzione cognitiva separata dalla vista e dall’udito, poiché è possibile prestare attenzione ad un oggetto o uno stimolo anche se stiamo osservando o ascoltando cose diverse.
La memoria è uno strumento che ci dà la possibilità di apprendere e ricordare ciò che apprendiamo, ma soprattutto è strettamente interconnessa con il concetto di identità à essa esiste grazie alla capacità della memoria di saper ricordare il proprio passato, memoria autobiografica.
Le neuroscienze cognitive: unione della collaborazione tra scienze cognitive à ps. sociale à ps. clinica à neurologia. Ha lo scopo di spiegare il comportamento a livello neurologico e biologico.
Cenni storici
All’inizio la ricerca nella ps della testimonianza si era occupata della testimonianza oculare in termini di capacità dell’individuo di ricordare accuratamente avvenimenti per quanto riguarda un episodio criminoso. All’estero di questo studio si sono occupati Stern e Binet e in Italia Musatti e Altavilla, i quali si sono concentrati sul tema dell’attendibilità della testimonianza.
All’inizio degli anni ’70 poi la psicologia della testimonianza si era occupata prevalentemente dei metodi relativi all’identificazione del colpevole tramite, ad esempio, la LineUp à metodo che coinvolge l’elaborazione visiva, la memoria e i processi decisionali à il soggetto esamina i diversi sospettati, in presenza o tramite fotografie, cerca di ricordare quello coinvolto e decide di nominarlo.
Nel corso degli ultimi due decenni la ricerca si è poi soffermata sul concetto di memoria à è capitato che molto spesso i soggetti rimembravano ricordi complessi riguardo ad abusi sessuali, avvenuti nell’infanzia, che sembravano apparentemente dimenticati ma che venivano ricordati poco alla volta attraverso tecniche terapeutiche.
Grazie a questi ricordi sono stati condannati molti parenti stretti delle presunte vittime e ci si interrogava su come fosse possibile, e se fosse realmente possibile, che certi ricordi potessero rimanere taciti nella memoria e venire fuori tramite sollecitazioni particolari a distanza di molto tempo.
Sempre parlando dell’abuso sessuale, negli ultimi anni ci si è soffermati sulla pericolosità di questionari e colloqui svolti inadeguatamente che andrebbero a falsificare il ricordo e quindi l’attendibilità della testimonianza, soprattutto con i minori.
Cap. 2 - Verità
Secondo il pensiero comune un’affermazione può essere giudicata come vera o falsa in base alla sua corrispondenza con la realtà.
Nella discussione sulla verità ci sono due concetti base: da un lato c’è un concetto di realtà che non tutti concordano che esista in quanto tale e dall’altra ci sono affermazioni, pensieri e convinzioni che intendono riferirsi a tale realtà à il liv. di corrispondenza determina il grado di verità.
Teoria della corrispondenza: la verità è intesa come corrispondenza tra ciò che si afferma e la realtà, cioè, ciò che noi affermiamo lo riscontriamo nella realtà?
Ci sono posizioni divergenti a riguardo, alcuni ritengono che nonostante la verità sia un concetto solido, non è tale però solo se viene riscontrata nella realtà à la verità è tale se c’è coerenza interna tra le affermazioni. Secondo altri, quando c’è consenso collettivo, altri ancora pensano che sia soggettiva per cui se la verità è vera per il singolo non è detto che sia vera per gli altri.
Nell’ambito del diritto, il dibattito si è articolato tra i “realisti” e i “non realisti” à per entrambi si può stabilire se un’affermazione è vera in base alla relazione tra il contenuto e le condizioni che la rendono vera.
Ciò che li differenzia è il modo di concepire le “condizioni” con cui l’affermazione viene presa per vera. Quindi, se per i realisti un’affermazione è vera se corrisponde al modo in cui le cose effettivamente sono, per i non realisti invece un’affermazione è vera nel momento in cui rispetta le condizioni stabilite convenzionalmente.
Per entrambe le correnti, all’interno dell’ambito del diritto, la verità è tale se non è controvertibile.
In realtà, l’applicabilità dell’approccio della corrispondenza diventa difficoltosa soprattutto a liv. pratico perché i fatti non sono mai descrivibili in modo univoco à la descrizione dei fatti dipende dal punto di vista con cui si osserva, da chi lo osserva, dai metodi e dalle conoscenze possedute da chi osserva, es. illusioni ottiche.
Se si accetta l’idea che la verità non esista o che non ci siano condizioni necessarie per verificarla, si rischia di intaccare anche il concetto di colpevolezza con una conseguente negazione dell’esistenza di crimini gravi, es. genocidio.
Inoltre, ritenere che la vera verità non esista ha anche conseguenze sulla difesa delle vittime e sulla condanna di persone innocenti.
Verità processuale è quel tipo di verità esito di un processo che può dipendere dall’opinione, dagli umori à presenti nell’area di tribunale, dalle caratteristiche delle arringhe e dai termini della legge in vigore.
La verità processuale può cambiare, come nei casi di test di DNA che hanno scagionato tantissimi innocenti.
Metodica con risultati probabilistici. È l’analisi della corrispondenza di elementi con altri elementi presenti sulla scena del delitto. La corrispondenza tuttavia è probabilistica, cioè basata sul rapporto di probabilità.
Quindi la concezione di verità processuale ha dei limiti à Giovanni Canzio parla del “dramma di giudicare in condizioni di incertezza probatoria”, per questo è necessario usufruire di tutte le tecniche possibili à l’utilizzo di prove scientifiche consente di avvicinarsi alla verità dei fatti.
Ma, essendo che la verità vera non esiste, molti giuristi auspicano ad un’alta corrispondenza tra fatti ed affermazioni. Nell’ambito del diritto non si è in grado di dimostrare la verità di una ipotesi accusatoria, ma si può confermare/disconfermare.
Secondo questa posizione, la corrispondenza perfetta seppur non raggiungibile resterebbe comunque un principio regolativo.
Una possibile soluzione è quella di una verità probabile à ovvero una verità che riflette la possibilità di avere diversi gradi di approssimazione di corrispondenza.
Menzogna
Esistono due tipologie di menzogna: la menzogna intenzionale, vera, e la menzogna non intenzionale.
Un individuo decide intenzionalmente di trarre in inganno un’altra persona.
Per mentire occorre possedere buone capacità cognitive e di rappresentazione mentale, per questo può iniziare a mentire solo chi possiede la teoria della mente à capacità di rappresentarsi il contenuto della mente degli altri.
Tutti noi adulti abbiamo la teoria della mente molto sviluppata, tranne nei casi di autismo dove sembrerebbe proprio la mancanza di questa capacità una delle determinanti della patologia.
Nella vita quotidiana la teoria viene utilizzata senza averne consapevolezza à ad es. quando parliamo con qualcuno lo facciamo sapendo quali siano le sue conoscenze riguardo ciò di cui stiamo parlando e guidiamo la comunicazione partendo dalle informazioni che possiede fino a fornirgli informazioni che non possiede.
La teoria della mente è implicata nel processo della menzogna poiché per mentire noi dobbiamo avere già una rappresentazione mentale di ciò che il nostro interlocutore sa e non sa. Solo in questo modo possiamo fornire informazioni false che siano allo stesso tempo credibili.
I bambini che fino a 4 anni mentono non hanno molto successo perché non hanno la capacità di rappresentarsi mentalmente la conoscenza degli altri, quindi ad es. negano di aver rotto un oggetto senza effettivamente sapere se la mamma lo ha visto romperlo.
Dunque, il gioco mentale che permette di leggere la mente degli altri deve ancora svilupparsi à questo gioco mentale per essere attuato necessita la presenza di alcuni elementi come la consapevolezza dello stato delle cose del mondo, la consapevolezza che le persone sono diverse le une dalle altre e la capacità di poter creare una rappresentazione diversa delle cose rispetto alla realtà e valutare la sua potenziale credibilità, infine è importante che tale rappresentazione porti ad un vantaggio a chi mente.
In psicologia è importante ricordare che il processo della menzogna risulta quasi accettato in alcune circostanze della vita quotidiana, anche se ci sono diverse possibilità di essere smascherate. Questo è dovuto ad una caratteristica alla base delle relazioni umane: la fiducia reciproca à non dubitiamo in modo sistematico ciò che gli altri ci dicono.
Riconoscere la menzogna intenzionale
Ci sono testi sulle tecniche di indagine che partono dall’ipotesi che una persona accusata di un crimine, o un testimone particolarmente coinvolto, menta durante l’interrogatorio e per questo propongono delle tecniche di interrogatorio volte all’identificazione della menzogna à queste tecniche hanno lo scopo di tendere trappole o sconvolgere l’equilibrio psicologico del soggetto attraverso modalità di coercizione di vario liv. di gravità che arrivano fino alla tortura fisica e mentale.
Il problema dell’ottenere delle confessioni con questi metodi sta nel capire se ciò che il soggetto ci sta rivelando è la verità o lo fa solo per far cessare l’interrogatorio.
A questo proposito, da qualche decennio sono stati introdotti nuovi metodi di interrogatorio meno crudi, ad es. utilizzano il poligrafo, macchina della verità, inventato nel 1921 da John Larsons à si basa sull’idea che se una persona sta mentendo ci saranno delle reazioni fisiologiche a riguardo.
Ci sono tecniche diverse nell’uso del poligrafo:
- Guilty Knowledge Technique, GKT. Si basa sulle risposte a scelta multipla a domande su temi che solo una persona colpevole conosce.
- Guilty Action Test. Si fanno domande sulle azioni che il sospetto criminale deve aver compiuto.
- Control Question Test, CQT - John Reid, 1947. Confronta le risposte fisiologiche relative ai fatti in questione con le risposte fisiologiche relative a domande di controllo.
Le domande di controllo sono volutamente vaghe ed è difficile rispondere ad esse in modo veritiero à con questo presupposto, una persona innocente presenterà un livello di attivazione fisiologica maggiore rispetto ad un colpevole che invece mostrerà un livello di attivazione superiore per le domande relative ai fatti.
Tutte queste tecniche presentano dei problemi, anche se il GKT risulta maggiormente accettato rispetto agli altri. Riguardano il numero elevato di falsi positivi e di falsi negativi che ne minano l’affidabilità.
L’elevato numero di falsi positivi deriva da alcuni fattori come il fatto che spesso un innocente risulta comunque ansioso nel rispondere alle domande, specialmente a quelle che implicano colpevolezza.
Le false confessioni
Il fatto che un soggetto interrogato confessi un crimine che non ha commesso non è così raro e in molti casi dipende dal modo in cui la polizia conduce gli interrogatori: ciò che fanno per estorcere una confessione è ad es. elencare le conseguenze negative nel non collaborare e nel frattempo si sottolineano le conseguenze positive della confessione, rendendo così più appetibile confessare che non farlo.
E nel momento in cui il soggetto si rende conto che tutto quello che dice non viene ascoltato o preso sul serio, allora per essere ascoltato produce una falsa confessione perché gli sembra l’unica via per finire l’interrogatorio.
Tre tipi di false confessioni:
- Volontarie à fatte per attirare l’attenzione, proteggere qualcuno o dovute a patologie mentali.
- Estorte a forza.
- Interiorizzate à forma di confessione in cui l’individuo arriva a credere di aver davvero commesso il crimine.
Nella realtà una confessione è molto difficile che non venga accettata e messa in dubbio, perché secondo il “buon senso” nessuno confesserebbe se non fosse colpevole.
Una confessione può modificare il resoconto e la memoria à nel caso di J.K., accusato di aver stuprato e ucciso una ragazza di 26 anni, esistevano varie persone che lo avevano visto in un altro posto al momento del crimine.
Dopo ore di interrogatorio però JK avevano confessato e i testimoni hanno successivamente ritrattato. Questo dimostra come si possa credere più ad una confessione di uno sconosciuto che alla propria memoria ed esperienza.
I risultati di ricerche come queste hanno portato alla necessità di videoregistrare gli interrogatori e a proporre che la persona che svolge l’interrogatorio non sia a conoscenza che la persona che avrà davanti sia un testimone o l’accusato.
Cap. 3 - Identificazione visiva, percezione e attenzione
Uno degli errori relativi ad una testimonianza è legato alla codifica dell’informazione visiva à per poter descrivere il colpevole e per saperlo distinguere tra individui con simili tratti bisogna averlo visto con attenzione.
In questa fase sono in gioco l’acuità visiva e la percezione del testimone, oltre ad attenzione, convinzioni etc. Nello specifico il compito della percezione è quello di elaborare l’informazione e darle un significato.
Questa svolge un ruolo principale nel processo di riconoscimento dei volti e gli esseri umani sono gli unici in grado di riconoscere e catalogare una grande quantità di volti.
Ai fini della testimonianza la codificazione adeguata dell’informazione visiva dei volti è fondamentale per l’identificazione di un colpevole nel momento in cui vengono utilizzate le diverse tecniche: 1 ritratti, 2 photo spreads o mug shot e 3 line up.
Il sistema visivo codifica prevalentemente ciò a cui fa attenzione à attenzione selettiva: attenzione limitata ad un certo spazio, tutto ciò che non rientra in quello spazio viene codificata in modo “povero”.
Tuttavia, può succedere che l’attenzione possa anche essere catturata “automaticamente” come nell’effetto cocktail party, che nel caso di una testimonianza prende il nome di weapon effect, effetto arma à è stato dimostrato che la presenza di un’arma sulla scena del delitto catturi automaticamente tutta l’attenzione del testimone e ne consegue che il resto della scena venga codificata in maniera povera.
Un altro rischio che può compromettere l’identificazione corretta è dato dal fatto che i processi attentivi possono distorcere l’informazione che si sta acquisendo. I risultati di un esperimento hanno dimostrato che se si osservano due o più visi nello stesso momento, gli elementi del viso vengono mescolati à effetto binding, cioè in memoria vengono unite le informazioni di entrambi i visi andando a creare un solo unico volto.
Un altro effetto è quello relativo alla cecità attentiva, inattentional blindness à i soggetti sono focalizzati su un elemento e non si accorgono dell’insorgenza di un altro seppur sia impossibile da non vedere.
Quindi, nel momento in cui si osserva un volto non si crea in memoria una traccia definita, ma tante piccole tracce corrispondenti alle caratteristiche del volto. Nel momento in cui si cerca di ricordare il viso di quella persona si attivano le tracce, ma possono anche essere di persone diverse e avere come risultato un volto “misto” che sembra comunque familiare -> questo senso di familiarità ci dà la sicurezza di ricordare esattamente ciò che abbiamo visto.
Percezione, conoscenze e convinzioni
Oltre alla codificazione dello stimolo visivo, ci sono altre variabili che agiscono nel processo di identificazione come gli elementi situazionali, in che condizioni avviene la percezione, e le convinzioni, conoscenze e aspettative dell’individuo che osserva.
Il ruolo di queste variabili ha ipotizzato che il processo percettivo sia un processo di tipo costruttivo à il contenuto della memoria può ampiamente influenzare ciò che uno vede.
Quindi anche nel caso della testimonianza, bisogna tener presente ch
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