L'invenzione del fotografico - Storia e idee della fotografia dell'Ottocento
Capitolo 1. Camera oscura
La parola "camera" definisce ancora oggi l’apparecchio fotografico, mantenendo vivo il legame con l’antico dispositivo ottico della camera oscura, che perfezionato porterà alla nascita della fotografia. Già nel IV secolo a.C., Aristotele osservava le eclissi solari attraverso questo strumento per evitare l’abbagliamento dei raggi solari.
Il principio fisico si basa su un foro praticato nella parete di una stanza completamente buia: la luce, passando dal foro, proietta sulla parete opposta un’immagine ribaltata del mondo esterno. Inizialmente utilizzata per studi scientifici, la camera oscura divenne col tempo uno strumento del desiderio umano di comprendere e rimpicciolire il mondo, evolvendo da intera stanza a scatola trasportabile utile per le riprese all’esterno.
L'ascesa della borghesia e il progresso delle scienze nel Rinascimento accrebbero il fabbisogno di immagini, portando a innovazioni cruciali: Gerolamo Cardano introdusse una lente convessa per aumentare la luminosità, mentre Daniele Barbaro aggiunse una lente al diaframma per migliorare la precisione. Athanasius Kircher ideò modelli mobili a "due camere" dove il disegnatore stava in quella più piccola per ricalcare l'immagine proiettata su carta trasparente.
Nel 1685, Johann Zahn introdusse lo specchio inclinato a 45°, creando il principio delle macchine reflex che proiettano l'immagine verso l'alto. Sotto il profilo teorico, Leon Battista Alberti codificò nel 1435 la prospettiva rinascimentale nel suo De Pictura, permettendo di restituire la profondità tridimensionale su superfici dimensionali; la camera oscura divenne così il dispositivo ottico d'elezione per gli artisti, creando un rapporto di necessità visiva che porterà alla nascita della fotografia una volta scoperte le sostanze chimiche fotosensibili nel XVIII secolo.
Capitolo 2. Vista dalla finestra a Gras
Per secoli i pittori avevano rincorso la possibilità di riprendere il vero con precisione automatica e duratura, ma solo nel XIX secolo le conoscenze chimiche permisero di individuare sostanze capaci di fissare le immagini fuggevoli della luce. Nicéphore Niépce fu l'inventore francese che, dopo anni di esperimenti, realizzò nel 1822 una tecnica incisoria utilizzando il Bitume di Giudea.
Con questo metodo realizzò Vista dalla finestra a Gras, considerata la prima immagine fotografica della storia, impressa su una lastra di peltro spalmata di bitume e lasciata in camera oscura per circa dieci ore. Niépce coniò il termine "eliografia" (scrittura del sole), sostenendo che l'apparecchio meccanico fosse in grado di produrre una visione del reale in modo spontaneo.
In questo periodo, Louis-Jacques-Mandé Daguerre, pittore e scenografo esperto di illusionismo grazie al suo diorama, si interessò al processo di fissazione delle immagini. I due iniziarono una corrispondenza e stipularono un accordo nel 1829 per unire i propri talenti. Niépce morì poco dopo, ma le sue ricerche rappresentano gli "incunaboli fotografici", ovvero le prime foto stampate, termine introdotto da John Herschel nel 1839.
Niépce sperimentò anche le "fotoincisioni", immagini off-camera realizzate senza camera oscura sfruttando la capacità del Bitume di Giudea di indurire se esposto al sole, lasciando molli le parti coperte dal disegno. Cercò poi di annerire le parti metalliche della lastra con vapori di iodio per aumentare il contrasto chiaroscurale, realizzando quella che definì la prima immagine spontanea della storia.
Capitolo 3. Boulevard du Temple
Dopo la morte di Niépce, Daguerre rimase solo a perfezionare gli studi del socio, riuscendo nel 1835 a scoprire l'immagine latente: un fenomeno che permette a una lastra di rame argentata di rivelare la porzione di realtà impressa solo dopo l'esposizione a vapori chimici. Perfezionò la tecnica con un fissaggio a base di sale e acqua calda, riducendo drasticamente i tempi di posa e sviluppo.
Nel 1837 realizzò una natura morta con una precisione e una gamma di sfumature che motivarono l'immediato successo dei "dagherrotipi" presso il pubblico. Nel 1839, con Boulevard du Temple, Daguerre fotografò per la prima volta una figura umana: un passante rimasto fermo per farsi lucidare le scarpe, mentre tutto ciò che si muoveva attorno andò perduto a causa dei tempi di esposizione ancora lunghi.
La nascita ufficiale della fotografia fu annunciata al mondo il 7 gennaio 1839 dal fisico François Jean Dominique Arago presso l'Accademia delle Scienze di Parigi. Successivamente, Daguerre stipulò un accordo con la Casa Giroux per commercializzare gli apparecchi di legno autenticati da lui stesso.
Il dagherrotipo consisteva in immagini tratte dalla realtà impresse su piccole lastre metalliche, lette come un positivo diretto grazie all'amalgama biancastro di mercurio e argento. Tuttavia, l'immagine era unica e non riproducibile, limite che portò alla sua rapida scomparsa a favore del calotipo di Henry Fox Talbot. Nel 1947, Edwin Land avrebbe poi introdotto la tecnologia Polaroid, permettendo di ottenere immagini sviluppate in un solo minuto direttamente dall'apparecchio.
Capitolo 4. Finestra con telaio e griglia
Mentre a Parigi trionfava Daguerre, in Inghilterra William Henry Fox Talbot comunicava alla Royal Institution le sue sperimentazioni chimico-ottiche. Non essendo un abile disegnatore, utilizzava la camera lucida di Wollaston per schizzi approssimativi, ma desiderando un passo avanti, realizzò i "disegni fotogenici" sovrapponendo elementi naturali a fogli di carta immersi in sale e nitrato d'argento.
Nel 1835 ottenne il primo negativo della storia, Finestra con telaio a griglia. La differenza fondamentale risiedeva nella riproducibilità: mentre il dagherrotipo era una copia unica ed estremamente precisa, il metodo di Talbot permetteva di ottenere infinite copie positive da un negativo, sebbene inizialmente le immagini su carta fossero sgranate e poco definite.
Nel 1841 il metodo fu brevettato come "calotopia" e divenne universalmente noto. Nel 1844, Talbot pubblicò The Pencil of Nature, il primo libro fotografico della storia, dimostrando come l'uomo potesse raddoppiare il mondo senza debito verso la mano dell'artista. I soggetti preferiti erano paesaggi, granai e persone in posa.
Le radici di queste scoperte risalgono al '700, quando Schulze e Wedgwood tentarono di individuare sostanze fotosensibili come il nitrato d'argento, realizzando immagini a contatto (negativi) che però non riuscivano a fissare in modo stabile. Questi principi vennero ripresi nel '900 dalle Avanguardie, come Man Ray con i suoi rayographs, che trasformarono la fotografia senza macchina in una nuova forma d'arte dadaista-surrealista.
Capitolo 5. Autoritratto in figura di annegato
Anche Hippolyte Bayard lavorò indipendentemente al procedimento fotografico, ottenendo positivi diretti su carta sensibilizzata con ioduro d'argento. Nonostante avesse presentato i suoi risultati ad Arago nel 1839, quest'ultimo lo ignorò per proteggere il brevetto di Daguerre, liquidandolo con un piccolo compenso.
Per protesta, Bayard organizzò la prima mostra pubblica di fotografia e il 18 ottobre 1840 realizzò Le Noyé (L'annegato), una serie di scatti in cui posava come un morto annegato nella Senna. Sul retro dell'immagine scrisse una lettera d'addio che denunciava il disinteresse del governo per la sua invenzione.
Questo scatto è rivoluzionario perché introduce la potenzialità della fotografia di dichiarare il falso e certificare l'immaginario, rappresentando anche il primo nudo maschile della storia fotografica. Fotografando la morte finta, Bayard rende omaggio alla fotografia stessa, un atto che Roland Barthes definirà come "congelamento mortifero del reale" o "micro-esperienza della morte".
Questo legame tra corpo e immagine culminerà negli anni '60 e '70 del Novecento con la Body Art, dove la fotografia diventa lo strumento per narrare corpi che si liberano da tabù e stereotipi, ostentando la pelle per raccontare mondi immaginati o desiderati.
Capitolo 6. Il giocoliere
Il 22 novembre 1854, André-Adolphe-Eugène Disdéri brevettò le cartes de visite, piccoli ritratti fotografici che rivoluzionarono il settore. La novità consisteva in una macchina a più obiettivi capace di scattare da 4 a 8 immagini dello stesso soggetto sulla stessa lastra, da cui venivano tratte stampe economiche grandi come moderni biglietti da visita.
Questo segnò il passaggio verso la massificazione della fotografia: l'immagine non era più un bene di lusso per pochi, ma un oggetto di consumo popolare, con informazioni o slogan pubblicitari sul retro.
Disdéri introdusse un approccio ludico, allontanandosi dai ritratti tradizionali per favorire situazioni imbarazzanti o paradossali con costumi e imitazioni. Questo portò alla scomparsa della serietà dell'artista: il fotografo diventava un regista che guidava il soggetto verso vite immaginate.
L'evoluzione tecnologica verso l'automazione proseguì con brevetti come il car photographique del 1889 e cabine per fototessere come l'Enjalbert. Il termine "autofotografia" nacque per definire queste immagini prodotte meccanicamente senza l'intervento di un operatore, culminando nel 1924 con il Photomaton di Anatol Marco Josepho.
Capitolo 7. The Two Ways of Life
Nel 1857, Oscar Gustav Rejlander realizzò il primo grande fotomontaggio, The Two Ways of Life, combinando 30 negativi diversi stampati su due fogli di carta sensibile. L'opera, di dimensioni insolite (40x78 cm), si ispirava a quadri storici come La Scuola di Atene di Raffaello e rappresentava la lotta tra bene e male.
La fotografia venne inizialmente accolta con freddezza dai pittori, considerata solo come "ancella della pittura" (secondo Delacroix e Courbet) o addirittura odiata (Ingres). Questo clima diede vita al Pittorialismo storico ottocentesco, una tendenza dei fotografi a imitare i canoni estetici pittorici per conferire dignità artistica ai propri lavori.
Rejlander cercava di dimostrare che la fotografia poteva essere "composizione fotografica" e non solo ripresa meccanica della realtà. Tuttavia, fu criticato per la superficialità nel trattare temi delicati e per l'uso del nudo, che creava imbarazzo perché percepito come "realtà" rispetto all' "interpretazione" della pittura.
Un dibattito simile riguardò Il momento del trapasso (1859) di Henry Peach Robinson, giudicato disturbante per la sua eccessiva verità. Charles Baudelaire, nel suo scritto del 1859 Il pubblico moderno e la fotografia, ribadì che la fotografia non dovesse mai innalzarsi alla dimensione del sogno, rimanendo un mero calco aderente alla realtà quotidiana. Solo con il ready made di Marcel Duchamp nel 1913 l'arte iniziò ad accettare che il gesto rivoluzionario potesse andare oltre il quadro.
Capitolo 8. Spettacolo di lanterna magica
L'Ottocento fu influenzato dal positivismo ma anche dal fascino per l'irrazionale e i dispositivi del pre-cinema (zootropi, stereoscopi, diorami). Tra questi spicca la "fantasmagoria" inaugurata nel 1798 da Etienne-Gaspard Robertson, uno spettacolo di immagini in movimento che apparivano e scomparivano provocando stupore nelle masse urbane.
L'idea che si potesse raddoppiare la realtà attraverso la luce era già presente nel romanzo Giphantie (1761) di Tiphaigne de la Roche, che immaginava "quadri solari" prodotti miracolosamente. Da questa radice nacque il cinema, diviso tra il modello realistico dei fratelli Lumière e quello fantastico di George Méliès.
La fotografia esplorò anche il campo dell'occulto con la "fotografia spiritica". Il dottor Bourion ipotizzò dal 1868 che le retine dei cadaveri registrassero l'ultima immagine vista prima del decesso, mentre il dottor Hippolyte Baraduc cercò di fotografare l'aura delle persone all'interno di stanze completamente buie.
Questi studi riflettevano il desiderio di usare la tecnologia per dare consistenza al sogno e all'immaginazione, collegando il corpo della cosa fotografata allo sguardo dell'osservatore, in quello che Barthes definì un "cordone ombelicale" visivo.
Capitolo 9. La cattedrale di St. Paul e la realtà artificiale
Nel 1838, lo scienziato Charles Wheatstone svelò alla Royal Society lo stereoscopio, un apparecchio che sfida la piattezza dell'immagine proiettando l'osservatore in una dimensione di profondità e tridimensionalità. Questo dispositivo, perfezionato nel 1849 da David Brewster con l'aggiunta di lenti maneggevoli, funzionava come un binocolo capace di ingannare il cervello combinando due immagini scattate a breve distanza, rispettando la naturale disparità binoculare dei nostri occhi.
Sotto il profilo teorico, il medico Oliver Wendell Holmes definì la fotografia uno "specchio dotato di memoria", un'immagine capace di produrre una realtà apparente così potente da sostituirsi all'originale: secondo Holmes, una volta posseduta l'immagine, l'originale può anche sparire poiché il mondo è ormai "posseduto" attraverso la sua copia.
Questa transizione verso la realtà artificiale anticipa le riflessioni di Marshall McLuhan, secondo cui le tecnologie modificano radicalmente il nostro rapporto con l'ambiente, influenzando i modi stessi in cui ci relazioniamo con il reale.
Capitolo 10. L'album fotografico e la cristallizzazione del tempo
Con la rivoluzione delle cartes de visite di Disdéri, la fotografia entrò prepotentemente nelle case borghesi sotto forma di album. Come osservato da André Bazin, l'uomo moderno ha proiettato in questi raccoglitori un bisogno ancestrale di sconfiggere la morte, un fenomeno definito "complesso della mummia".
Proprio come gli antichi egizi cercavano la sopravvivenza attraverso la mummificazione per assicurare una seconda vita al defunto, l'album di famiglia diventa lo strumento moderno per raccogliere l'eredità dell'intera umanità. Questo archivio di carta, oggi evolutosi in file e hard disk, assolve la medesima funzione psicologica: è un'immobilizzazione dell'identità passata, un memento mori che ci permette di riproporre costantemente le nostre esperienze e di costruire simbolicamente la nostra storia personale contro l'inevitabile scorrere del tempo.
Capitolo 11. Il viaggio fotografico e la catalogazione del mondo
L'invenzione fotografica accelerò l'impulso a documentare l'esotico, portando già nel 1839 i primi pittori parigini a mettersi in viaggio per catturare i paesi dell'immaginario occidentale. Grazie all'editore Lerebours, nacque la prima spedizione organizzata di fotografi che diede vita alle Excursions Daguerriennes, segnando la nascita della fotografia storica di paesaggio e di viaggio. In questo contesto emersero due approcci distinti: la fotog
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