Modelli di intervento nelle comunità per minori
Contesti e socializzazione
Per comunità per minori si intendono quei contesti residenziali che:
- Ospitano ragazzi e ragazze fino al raggiungimento della maggiore età.
- Ospitano minori fuori dalla famiglia per un periodo limitato di tempo.
- Hanno come obiettivi la cura e lo sviluppo del bambino.
- Sono gestite da personale adulto.
- Non offrono servizi scolastici.
- Non hanno caratteristiche psichiatriche, sanitarie, penitenziarie o riabilitative.
In questo senso, parlare di socializzazione in comunità significa considerare tali contesti come gruppi primari: persone che fanno parte di un progetto di costruzione di identità individuale e sociale. Tale definizione considera l’individuo come esistente in un mondo interpersonale dove, grazie agli "altri significativi", è in grado di formare il SÉ psicologico, mediante l’elemento principale di scambio: il linguaggio.
La funzione principale di un gruppo primario è proprio quella della socializzazione dei suoi membri e, così inteso, il processo è bilaterale e mutuale. Il gruppo primario esercita queste funzioni attraverso canali materiali e simbolici come le routine, il lessico familiare, gli oggetti e le narrazioni familiari.
Le comunità per minori in Italia
La nascita delle comunità per minori in Italia avviene negli anni ’70 in un contesto di profonda crisi sociosanitaria parallela a un’evoluzione delle politiche sociali. La legge del 4 maggio 1973 n.184 istituisce l’affidamento familiare e stabilisce il diritto di ogni bambino di essere educato in famiglia. Le politiche sociali degli anni ’80 sanciscono nuove soluzioni di accoglienza, ma è solamente attraverso la legge del 28 agosto 1997 n.285 che la funzione delle comunità per minori viene attuata, e nel 13 novembre 1997 comunità vengono distinte in comunità educative e familiari. Con la legge 149/2001 vengono stabilite le distinzioni nazionali tutt’ora in vigore:
- Comunità educative dove l’azione educativa è svolta da un’equipe di operatori professionali che la esercitano come un’attività lavorativa.
- Comunità di pronta accoglienza con un tempo di permanenza breve giusto il tempo di individuare collocazione più idonea, come nel caso di servizi di prima accoglienza di minori stranieri non accompagnati.
- Comunità di tipo familiare (case famiglia) nelle quali le attività educative sono svolte da due o più adulti che vivono insieme ai minori affidatari, anche con i propri figli.
- Comunità di alloggio finalizzate ad accogliere un piccolo gruppo di persone, spesso adolescenti o neomaggiorenni, che vengono avviati in un percorso verso l’autonomia.
Dimensioni di intervento
Sono due le dimensioni di intervento delle comunità:
- Temporaneità: accoglienza in tempo definito.
- Familiarità: gestione e scansione familiare dei tempi e degli spazi.
Se la prima dimensione è assodata, poiché scritta nella legge 149/2001, la seconda lascia spazio a diversi interrogativi a cui la letteratura cerca di rispondere. Significa offrire un clima di cure e protezione, sostentamento materiale, serve a rinforzare le funzioni intrapsichiche, migliorare le capacità comportamentali, le competenze sociali e in particolare a ridurre i comportamenti barriera (barrier behaviours) e infine aiuta gli adolescenti ad abbandonare le comunità con migliori capacità e supporti di tipo economico, sociale ed emotivo.
Funzioni delle comunità per minori
Infine, le comunità per minori hanno anche funzioni diverse a seconda delle fasi che regolano, ovvero:
- Valutativa: la comunità ricopre un ruolo di supplenza dei genitori e una protezione.
- Funzione di affiancamento: sussiste qualora il figlio venga reindirizzato verso il ricongiungimento. La comunità aiuta sia il figlio per il reinserimento in famiglia sia i genitori per riassumere il proprio ruolo.
Criteri di valutazione
Uno dei punti critici dell’organizzazione delle comunità sono i criteri di valutazione i quali, formulati nel maggio 2004, sono particolarmente vaghi. I criteri sono:
- L’esistenza effettiva di processi di vita comunitaria e rapporti significativi con i caregivers.
- La sussistenza dei rapporti reali quotidiani con il territorio.
- La formulazione e l’effettiva realizzazione di Piani Educativi Individualizzati (PEI).
- Adeguate forme di coinvolgimento della famiglia di origine.
- Adeguata formazione di base degli operatori.
- Esistenza di una metodologia di lavoro definita.
- Esistenza di positivi e corretti rapporti di collaborazione con la rete dei servizi.
Tuttavia, esistono requisiti minimi adottati a livello nazionale:
- La comunità deve essere ubicata in un luogo facilmente raggiungibile con l’uso di mezzi pubblici.
- Deve essere assicurata la dotazione di spazi per la socializzazione distinti da quelli delle camere.
- Devono essere presenti figure professionali sociali e sanitarie.
- Ogni comunità deve avere un responsabile e un registro per gli ospiti.
- Per ogni ragazzo va predisposto un PEI con obiettivi, contenuti, moduli di intervento e metodi di verifica.
Il dibattito sui criteri di valutazione si intreccia con quello dei parametri di verifica della riuscita di un affidamento familiare come: stabilità del contesto di cura, clima emotivo inteso come capacità di manifestare calore e affetto, capacità di permettere al potenziale di sviluppo del bambino di esprimersi al massimo, il recupero, da parte del bambino, di eventuali carenze avute durante lo sviluppo, il mantenimento dei legami di attaccamento fra il bambino e la famiglia di origine, sostegno offerto ai genitori biologici per il recupero delle loro capacità.
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