Corso di urbanistica 2020-2021
Prof. Paolo Galuzzi
Che cos'è l'urbanistica
Definizione
È la disciplina che studia la formazione, la trasformazione e il funzionamento degli aggregati urbani e ne progetta l’impianto, la crescita e il rinnovamento con un insieme di tecniche, amministrative e economiche finalizzate alla tutela, lo sviluppo e il miglioramento degli stessi dal punto di vista estetico e funzionale, in modo da renderli adeguati alle esigenze degli abitanti.
I suoi ambiti di ricerca e applicazione pratica sono:
- L’analisi dei fenomeni urbani
- La progettazione dello spazio fisico della città
- La partecipazione ai processi politici e amministrativi inerenti alle trasformazioni urbane
Camillo Sitte
Camillo Sitte, architetto e urbanista viennese, teorico ma anche progettista attivo, pubblica nel 1889 “L’arte di costruire la città”. L’obiettivo di Sitte è rintracciare nelle esperienze del passato gli elementi che facevano belle le città, al contrario di quanto avviene per la città moderna. La sua tesi fondamentale è che l’urbanistica, una disciplina all’epoca in fase di formazione e molto importante data la fase di crescita che vivevano tutte le città europee e nord-americane sotto la spinta della rivoluzione industriale e del conseguente urbanesimo, avesse acquisito molti meriti in fatto di regolazione del traffico, di utilizzazioni dei suoli e d’igiene urbana e quindi dal punto di vista «tecnico», ma mostrasse molti limiti dal punto di vista «estetico» (Sitte usa questo termine, che noi oggi tradurremmo in «qualità urbana»).
Quindi «la questione dei piani regolatori delle città è una delle più scottanti della nostra epoca» dato che l’urbanistica moderna e il suo principale strumento (il piano regolatore), dimenticavano la tradizione precedente alla rivoluzione industriale, incentrata sullo spazio pubblico (le piazze e le vie principali) e sulla sua qualità. Per questo è fondamentale rintracciare e codificare i «fondamenti artistici dell’urbanistica» per produrre un’urbanistica di qualità. Qualità che percepiamo ancora oggi, dato che, è proprio il centro storico la parte di città che preferiamo e che ci sembra più vivibile.
La traduzione letterale del titolo originale è migliore di quella ufficiale: “L’Urbanistica secondo i suoi fondamenti artistici”. Quindi l’Urbanistica ha dei fondamenti artistici che si sono persi nell’età moderna e che Sitte intende rintracciare, con questo piccolo manuale, diverso da quelli allora in voga tutti dedicati alla tecnica, è incentrato su esempi di sistemazioni di spazi pubblici, specialmente le piazze. Gli esempi riguardano casi di città europee che Sitte conosceva direttamente (una condizione fondamentale), con qualche incursione in città antiche nell’area del mediterraneo. I disegni sono quasi tutti originali, disegnati in scala, per facilitare il confronto e la finalità didattica.
Giovanni Astengo
Giovanni Astengo è uno dei maestri dell’urbanistica italiana moderna di come si è sviluppata nel periodo della ricostruzione post-bellica e della successiva espansione urbana. Considera l’urbanistica come scienza che studia i fenomeni urbani in tutti i loro aspetti avendo come proprio fine la definizione del loro sviluppo storico; Astengo considera quindi l’urbanistica come una scienza con un suo statuto disciplinare autonomo, il cui campo di applicazione si estende dalla città al territorio che la circonda in stretta connessione con l’ambiente naturale.
Rispetto all’impostazione più radicale presente nel movimento razionalista (nel quale in buona misura Astengo s’identifica) l’urbanistica è considerata importante anche per la conservazione del patrimonio storico. Il prototipo del piano scientifico della cultura tradizionalista è il piano di Amsterdam (1928-1935) sia per quanto riguarda la concezione del nuovo spazio urbano, sia per il sistema di conoscenze che sta alla base di ogni razionale decisione di pianificazione (le analisi urbanistiche che sono uno dei contributi disciplinari più importanti di Astengo), sia per tecnica di pianificazione (lo zoning).
Giuseppe Campos Venuti
Giuseppe Campos Venuti è uno dei maestri dell’urbanistica italiana contemporanea. Sostenitore dell’urbanistica riformista vede nella riforma del piano, il fine di garantire la sua massima utilità ed efficacia. Il contributo originale che Campos Venuti ha dato all’urbanistica italiana riguarda l’innovazione del piano, vale a dire la sperimentazione continua di nuove forme di piano capaci di affrontare con efficacia le problematiche del momento, anche in assenza di una riforma legislativa adeguata.
Dal punto di vista teorico si è occupato più di tutti delle conseguenze negative sulla città e sul territorio della rendita fondiaria urbana delle possibilità di ridurne il peso economico. Si è occupato delle conseguenze negative sulla città e sul territorio della rendita fondiaria urbana. La rendita assoluta è rappresentata dalla differenza tra il valore di mercato dei terreni della corona esterna (o marginale) e il loro valore normale (equivalente in economia al costo di produzione) e trae origine dal cambiamento di destinazione d’uso dei suoli (da agricoli a edificabili) ed è giustificabile (o giustificata) con la scarsità dei suoli urbanizzati in relazione alla domanda.
La rendita differenziale (o rendita di posizione) dipende dalla particolare posizione che il suolo assume nell’aggregato urbano, grazie alla quale una determinata area viene a trovarsi sul mercato in condizioni di maggiore o minore appetibilità per gli acquirenti. La rendita fondiaria urbana ‘primitiva’ è essenzialmente posizionale, così come lo è quella agricola, legata a fattori naturali o funzionali (la produttività e la fertilità dei suoli, la vicinanza ai mercati, …) e insorge per ragioni oggettive.
La rendita differenziale oligopolistica si manifesta in luoghi prescelti o autorizzati da istituzioni pubbliche, dove l’operatore pubblico è responsabile in modo diretto nella scelta degli ambiti soggetti alle trasformazioni urbane e nasce quindi per decisioni soggettive, spesso condizionate dai protagonisti del regime immobiliare. In questo senso è oligopolistica (potere di pochi), perché soggetta a decisioni che riguardano poche componenti influenti dell’economia e della società, che possono incidere sia sulle decisioni pubbliche, sia sulla disponibilità 'del bene’ suolo, fissandone il prezzo (i proprietari terrieri sono generalmente un numero limitato di soggetti).
Laddove un bene è scarso (come il suolo urbano) il relativo mercato è imperfetto, ovvero non soggetto alle leggi della domanda e dell’offerta, come l’economia classica insegna. La rendita assoluta dipende dalla generica capacità di un’area di partecipare alla vita di una comunità, indipendentemente dalla sua localizzazione dentro l’aggregato urbano. Sono il processo di urbanizzazione (realizzazione di strade, fognature, reti tecniche, illuminazione ... realizzate generalmente dalla pubblica amministrazione) o la prossimità di altri suoli urbanizzati, o ancora la presunzione di un proprietario sulle potenzialità edificatorie future di un’area, che determinano automaticamente la formazione della rendita assoluta, caratteristica soprattutto dei grandi cicli urbani di espansione.
La rendita assoluta ma anche la rendita differenziale oligopolistica sono insieme ‘parassitarie’ e ‘speculative’, in quanto forme economiche estranee al processo di formazione del valore capitalistico. Il proprietario terriero (o immobiliare), infatti, vede aumentare il valore del suo patrimonio immobiliare senza aver investito nessun capitale di rischio all’interno del ciclo economico, mantenendo un atteggiamento economico passivo e di attesa (appunto parassitario).
È la collettività, con le sue opere e realizzazioni a generare variazioni di valore dei suoli, di cui i soli ad avvantaggiarsene economicamente sono i proprietari. Questo produce comportamenti speculativi in un sistema non regolato o non gestito correttamente. Le vicende urbanistiche sono spesso (state) condizionate da queste logiche e dal difficile tentativo di recupero alla collettività del valore generato dalle scelte pubbliche.
Nel testo «Intervista sull’urbanistica» a Campos Venuti non vi è una definizione di urbanistica, ma si mettono in luce le nuove condizioni che devono cambiare (riformare) l’urbanistica e i suoi strumenti:
- Che cosa si deve intendere oggi per “qualità urbana” (quando le città sono “brutte” o “belle”?)
- Perché l’urbanistica non è oggi apprezzata dalla società italiana
- Quali sono i problemi attuali delle città e del territorio italiano nella nuova fase di metropolizzazione (dopo l’espansione e la trasformazione urbana)
- Quale deve essere l’impostazione della riforma urbanistica nazionale
- Qual è la reale dimensione ambientale e paesaggistica dell’urbanistica
- Qual è il sistema di conoscenze necessarie per un’urbanistica efficace
All’inizio del testo Campos Venuti riprende la definizione di urbanistica riformista contenuta in un testo del 1991: «L’urbanistica riformista è quella che riconosce il mercato e le sue esigenze, ma impone però regole di comportamento che, senza soffocare anzi stimolando l’iniziativa imprenditoriale, sono necessarie a difendere e a garantire gli interessi della comunità urbana e nazionale. Per concludere sulle definizioni, mi piace accostare questa definizione a quella di Bernardo Secchi, Per urbanistica intendo non tanto un insieme di opere, di progetti, di teorie o di norme unificate da un tema, da un linguaggio e da un’organizzazione discorsiva, tanto meno intendo un settore d’insegnamento, bensì; le tracce di un vasto insieme di pratiche: quelle del continuo e consapevole modificare lo stato del territorio e della città».
Pragmatismo, sperimentazione e progetto sono i caratteri essenziali dell’urbanistica contemporanea. Ma quali sono le ragioni costitutive di questa disciplina? L’urbanistica nasce per affrontare le patologie della città moderna sotto la spinta della Rivoluzione Industriale. Le città crescono rapidamente per il fenomeno dell’urbanesimo, un fenomeno fino ad allora sconosciuto almeno con quelle dimensioni, vale a dire l’arrivo di decine di migliaia lavoratori che abbandonano le campagne per lavorare nelle fabbriche insediate ai margini delle città. Ciò comporta la necessità di: nuovi alloggi per i nuovi abitanti della città; nuove infrastrutture per la mobilità delle persone e delle merci (strade, ferrovie) e per l’igiene urbana (fogne, acquedotti); nuove attrezzature e servizi (scuole e parchi).
Le condizioni delle città e dei suoi nuovi abitanti nella prima fase dell’urbanesimo sono disastrose. Ad una prima fase gestita dall’ingegneria sanitaria, che affronta l’emergenza causata dall’urbanesimo, se ne sostituisce una seconda, dove sono gli urbanisti (una nuova figura professionale) che cominciano a lavorare per dare una “forma” alla nuova città. L’urbanistica è quindi una funzione essenzialmente pubblica, con una forte connotazione sociale, caratteri che mantiene ancora oggi, anche se le grandi ricchezze che muove favoriranno anche gli interessi privati (di una minoranza).
Lo strumento principale dell’urbanistica è il piano, cioè un progetto dell’assetto futuro di una città o di un territorio, normalmente disegnato su planimetrie. Nella sua evoluzione, l’urbanistica ha prodotto diversi tipi di piani alle diverse scale. Dalla nascita dell’urbanistica moderna ad oggi le modalità tecniche e le forme giuridiche dei piani sono molto cambiate, anche in funzione dell’ordinamento giuridico di ogni Paese, ma il piano è stato sempre confermato come uno strumento utile e indispensabile per affrontare il futuro di una città.
Il secondo strumento fondamentale riguarda la modalità per attuare le previsioni del piano. Mentre la parte privata delle previsioni è normalmente affidata all’iniziativa privata (e risponde quindi alle regole dell’economia, pur sottostando a quelle dell’urbanistica), la parte pubblica (la rete stradale, innanzitutto, lo spazio pubblico in generale, le attrezzature e gli edifici pubblici, i parchi, ecc.) deve necessariamente passare attraverso un’acquisizione pubblica della proprietà dei suoli interessati. Questa modalità è chiamata esproprio per pubblica utilità e può corrispondere ad un acquisto obbligato delle aree interessate a valore di mercato (questa è la soluzione più comune), ovvero ad una acquisizione a valori inferiori a quelli di mercato, ma anche a valori superiori.
Il piano è dunque lo strumento essenziale dell’urbanistica moderna, anche se vi erano forme di pianificazione precedenti all’urbanesimo, legate a particolari necessità delle città.
Il piano di Friedrichstadt, Berlino (1789)
È il caso di Berlino, capitale della Prussia, dove il re Federico I Hoenzollern avvia all’inizio del XVIII secolo la realizzazione di un nuovo asse stradale a sud-ovest della città di Coelln (che con l’adiacente Berlin formava il nucleo originario della futura Berlino), la Friedrich Strasse.
Un asse che termina con una piazza rotonda (Belle Aliance Platz), mentre le sue due trasversali ortogonali terminano in altrettante piazze: la Unter den Linden nella quadrata Pariser Platz (la porta di Brandeburgo) e la Leipziger nell’ottagonale Leipziger Platz (oggi Posdamer Platz). Si tratta di un vero e proprio piano urbanistico per una nuova città (Friedrichstadt), completato dal successore Federico Guglielmo I e dal Federico II «il Grande», il re illuminista.
Regent Street, Londra (1811-1825)
Tuttavia il primo piano urbanistico moderno o comunque il primo vasto intervento urbanistico su una città in crescita sotto la spinta della rivoluzione industriale, è considerato quello di Regent Street di Londra, così chiamato perché realizzato sui terreni prevalentemente di proprietà del Principe Reggente (il futuro Giorgio IV) situati a Ovest del centro della città, tra il quartiere popolare di Soho (la cui ulteriore crescita si voleva contenere) e la ricca zona del West End, già abitata dalla borghesia, una classe sociale allora in forte espansione.
L’intervento progettato e realizzato da John Nash dal 1811 al 1825, sia per la parte urbanistica che per quella architettonica (quest’ultima in forme neoclassica), era finalizzato a valorizzare i terreni della Corona e a creare un nuovo quartiere per la borghesia, oltre che a riorganizzare l’intera area urbana dove erano già presenti numerosi edifici pubblici.
Il nuovo asse stradale parte da Piccadilly Circus e sale verso Nord termina nel nuovo spettacolare parco di Regent’s Park, uno dei cinque Royal Parks di Londra, ad esso raccordato dalle nuove tipologie residenziali dedicate alla borghesia (le terraces houses); esso riguarda quindi una parte di città parzialmente già costruita; nel suo tracciato incontra numerose strade orientate est-ovest, tra cui l’importante New Road (Oxford Street) o la contemporanea Marylebone Road che attraversava un nuovo quartiere realizzato sempre sulla proprietà della Corona.
Central Park, New York (1851)
Lo sviluppo di New York sull’isola di Manhattan avviene sulla base di un piano del 1811 (Commissioners’ Plan), una griglia ortogonale fatta da 12 Avenues (nord-sud) larghe 30 metri e da 155 Street (est-ovest) larghe 20 metri. Nella griglia del piano non sono individuati parchi o spazi pubblici, ma i lotti sono tutti edificabili per blocchi, secondo regole che dipendono anche dall’altezza dei futuri edifici. Sin dagli anni ‘40, man mano che gli isolati venivano costruiti, si pone il problema di creare un parco nel centro della griglia, la decisione è presa nel 1851.
Per realizzare il parco vengono stanziati 5 milioni di dollari, acquisiti 330 ha e piantati oltre 5 milioni di alberi e sloggiati migliaia di abitanti poveri, insediati nell’area in condizioni precarie. Il parco viene aperto nel 1856. Possiamo considerarlo l’esito del primo esproprio dell’urbanistica moderna.
L'urbanistica dell'800
I piani delle capitali europee
Molti caratteri della città dell’800 permangono nello scenario urbano in cui viviamo oggi, in generale in tutta Europa ha modellato il paesaggio. Industrializzazione apre il ciclo di urbanizzazione in Europa, crescita percentuale della popolazione urbana, formazione di prime città milionarie nell’800, incremento di flussi con rete ferroviaria. Sono poche le città che manterranno la loro cinta muraria (esempio Lucca), il vento della modernizzazione dell’industrializzazione è quello di cancellare questo limite (mura) che aveva resistito sino ad ora per rendere possibile l’espansione della città. C’è un tema di sostituzione delle fortificazioni, qui snodo cruciale. I parchi, dapprima aristocratici, diventano ora spazi condivisi.
Nel corso del XIX secolo tutte le capitali europee si dotano di un piano urbanistico per rispondere innanzitutto alle esigenze della crescita indotte dall’urbanesimo, per migliorare le condizioni igienico-sanitarie esistenti e per migliorare la propria immagine e la propria qualità. Quest’ultima esigenza è molto sentita e il nesso che si crea tra il potere politico e l’urbanistica è molto forte: lo era stato anche nel corso della storia, ma ora l’attrattività di una città non è richiesta da un monarca che esercita il proprio potere assoluto e vuole
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