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Pedagogia speciale e dell’inclusione

La prospettiva dell’inclusione

Da un’idea di educazione speciale, rivolta strettamente agli studenti con disabilità, si passa al concetto di un’educazione per tutti, accogliendo le molteplici differenze (psicofisiche, culturali e socio-economiche etc.).

L’inclusione non significa né accaparramento assimilatorio, chiusura contro il diverso.

Comunità aperte a tutti: inclusione dell’Altro significa piuttosto che i confini della comunità sono aperti anche e soprattutto a coloro che sono reciprocamente estranei o che estranei vogliono rimanere.

(Habermas, L’inclusione dell’Altro)

Inclusione (universalità ed equità)

L'inclusione non riguarda solo alcuni alunni, ma la giustizia sociale e i diritti umani di ogni alunno e cosa fa la scuola per:

  • Ridurre qualsiasi processo di marginalizzazione.
  • Compensare con equità quelle differenze che potrebbero divenire delle discriminazioni e disuguaglianze sostanziali e di pari opportunità.
  • Promuovere il massimo potenziale negli apprendimenti e nella partecipazione sociale.

(Ianes, 2020)

Verso una didattica inclusiva

(Gaspari, 2012; Ianes et. alt. 2024)

L’inclusione di qualità non richiede specialisti e tecnicismi particolari, ma una pedagogia e una didattica inclusiva quotidiane, realizzate da tutti e al servizio di tutti, che possono anche fare ricorso a competenze specifiche.

Rendere disponibile un’ampia pluralità di opportunità di apprendimento.

Significa offrire molti/diversi modi di apprendere le molte/diverse competenze in molte/diverse forme di partecipazione sociale.

Differenziazione

Criterio guida: Universal Design for learning

  • Pluralità di materiali.
  • Risorsa compagni (apprendimento cooperativo, tutoring).
  • Didattiche attive (per progetti, laboratoriali…).
  • Didattica metacognitiva.

Già il termine pedagogia speciale rischia di etichettare, ma in realtà questa disciplina guarda la persona lungo tutto l’arco della vita, tutte le età e tutti i contesti di vita, dalla nascita fino all’età anziana, attraversando le differenze.

È importante differenziare la pedagogia speciale dalla pedagogia generale, ma rappresenta un modo di essere della scienza dell’educazione, nella sua totalità.

La pedagogia speciale non è una pedagogia “separata”, che si occupa della persona secondo uno sguardo medico o deficitario, ma considera l’individuo nella sua globalità, contesti e ambienti educativi cercando di creare capaci di valorizzarlo.

Al centro della pedagogia speciale c’è il tema delle potenzialità.

Questo significa:

  • Riconoscere sia le potenzialità sia le fragilità della persona.
  • Riconoscere come i contesti possano favorire la partecipazione autentica della persona.
  • Comprendere l’autodeterminazione.
  • Promuovere la massima espressione di sé e una migliore qualità della vita.
  • Permettere a ciascuno di raggiungere.

Principio di educabilità

Il principio di educabilità afferma che tutte le persone, indipendentemente dalle loro capacità o difficoltà, possono apprendere.

Questo concetto era già stato espresso da Maria Montessori, che nelle Case dei Bambini sosteneva che: “l’educazione o è per tutti o non è educazione”.

Questo principio garantisce quindi il diritto di ogni persona all’educazione, senza esclusioni.

L’educabilità è strettamente collegata a diversi obiettivi fondamentali:

  • Lo sviluppo dell’autonomia personale.
  • La partecipazione sociale.
  • Il miglioramento della qualità della vita.

Tutto questo viene promosso attraverso la costruzione di un progetto educativo e di vita, che tiene conto delle caratteristiche, delle potenzialità e dei bisogni della persona.

L’autonomia non coincide con l’indipendenza totale, ma consiste nel sostenere la capacità della persona di scegliere e di partecipare alle decisioni che riguardano la propria vita.

Nel caso di persone con disabilità complesse, infatti, è spesso più semplice limitarsi a offrire pratiche di accudimento. Tuttavia, l’obiettivo educativo è andare oltre l’assistenza, promuovendo la partecipazione e l’autodeterminazione, per favorire una qualità della vita sempre più elevata, intesa come benessere olistico della persona.

Secondo Dario Ianes Bocci, è fondamentale riconoscere e valorizzare le abilità e le competenze della persona, sostenendole nel percorso di crescita. Questo processo porta all’emancipazione, cioè alla presa di consapevolezza del proprio punto di vista e del proprio ruolo nella società, contribuendo così alla costruzione di una società più inclusiva.

Legge Basaglia

La Legge Basaglia, approvata nel 1978 grazie al lavoro dello psichiatra Franco Basaglia, ha rappresentato una svolta fondamentale nella cultura italiana, portando alla chiusura dei manicomi e a un cambiamento nel modo di concepire la cura e la dignità delle persone.

Prima di questa riforma, i manicomi funzionavano spesso come luoghi di esclusione sociale, vere e proprie “discariche sociali”, in cui venivano rinchiuse non solo persone con disturbi psichiatrici, ma anche individui considerati non conformi alle norme sociali.

Ad esempio:

  • Donne che non rispettavano i comportamenti ritenuti accettabili dalla società.
  • Persone povere o senza famiglia.
  • Orfani, che lo Stato considerava più “gestibili” all’interno di queste strutture.

Questo dimostra che il manicomio non era legato soltanto alla malattia mentale, ma spesso riguardava forme di esclusione sociale che colpivano soprattutto le minoranze e chi non aveva voce.

Un esempio significativo riguarda Torino, dove negli anni ’90 è stato chiuso un manicomio infantile dichiarato come istituto pedagogico, che per molti anni aveva funzionato come luogo di emarginazione dei minori. La sua chiusura avvenne anche grazie alla denuncia pubblica e al lavoro di un fotografo che documentò le condizioni della struttura.

Oggi i manicomi sono stati chiusi, ma il rischio di categorizzare ed escludere le persone sulla base di etichette sociali o culturali è ancora presente.

Per questo è importante riflettere anche sui diritti che spesso diamo per scontati, come il diritto allo studio. Questi diritti sono stati conquistati nel tempo e possono essere messi in discussione ogni volta che la società esclude o limita la partecipazione di qualcuno.

Anche nella quotidianità educativa, ad esempio, privare un bambino della possibilità di partecipare a un’attività può rappresentare una forma di esclusione.

Questo dimostra come la società abbia spesso costruito categorie per separare e marginalizzare le persone, un meccanismo che Bocci invita a mettere in discussione. Il compito della pedagogia speciale oggi è proprio quello di superare queste logiche di esclusione, promuovendo contesti educativi e sociali capaci di riconoscere il valore di ogni persona e di favorire partecipazione, autodeterminazione e inclusione.

Il compito della pedagogia dell’inclusione

Nel tempo si sono sviluppate tre fasi principali nel modo di concepire la presenza degli studenti con disabilità nella scuola.

1. Inserimento

È il processo che ha avviato la presenza fisica degli alunni con disabilità nelle classi comuni delle scuole ordinarie. Un passaggio fondamentale è stato l’articolo 28 della Legge 118 del 1971, che ha riconosciuto il diritto degli studenti con disabilità a frequentare la scuola pubblica.

2. Integrazione

In questa fase l’obiettivo diventa favorire l’adattamento dello studente con disabilità al contesto scolastico, intervenendo sull’organizzazione e sulla didattica. Si cerca quindi di modificare l’ambiente educativo per permettere una migliore partecipazione dello studente.

3. Inclusione

L’inclusione rappresenta una prospettiva più ampia: garantire il diritto all’educazione per tutti, valorizzando le differenze e promuovendo la partecipazione di ogni studente.

Le prime esperienze educative inclusive

Alla fine degli anni ’60 emergono le prime esperienze di accoglienza degli studenti nelle scuole comuni. In questo contesto si inserisce il lavoro di Sergio Neri, definito “maestro di strada”, che riprende gli approcci della pedagogia attiva francese e il tema della comunità educativa, applicandoli anche nelle esperienze delle colonie educative.

Il ruolo delle leggi

Un passaggio importante è rappresentato dalla Legge 104 del 1992, che tutela i diritti delle persone con disabilità. Tuttavia, inizialmente questa legge si colloca ancora in una logica compensativa e dispensativa, cioè basata sull’idea di fornire strumenti aggiuntivi e servizi differenziati allo studente con disabilità.

Con il tempo si sviluppa invece una prospettiva inclusiva, che si fonda su:

  • Una nuova concezione di salute e funzionamento della persona.
  • La rivendicazione dei diritti da parte delle minoranze.

Questi diritti sono spesso intersezionali, cioè legati a più dimensioni della persona (sociale, culturale, di genere, di disabilità, ecc.).

Il contributo dei Disability Studies

Un contributo importante proviene dal campo dei Disability Studies, un filone di ricerca in cui le persone con disabilità rivendicano il diritto di raccontare direttamente il proprio punto di vista, senza che siano altri a parlare per loro.

In questa prospettiva, il compito della società non è solo offrire strumenti differenziati, ma interrogarsi sulle barriere presenti nei contesti sociali, culturali ed educativi che limitano la partecipazione delle persone.

Dall’educazione speciale all’educazione per tutti

Si passa così da un’idea di educazione speciale rivolta esclusivamente agli studenti con disabilità a una concezione di educazione per tutti, che accoglie e valorizza le molteplici differenze.

Le differenze non devono essere interpretate come distanza dalla norma o come categorie rigide, ma come diverse modalità di vivere e interpretare il mondo.

Un esempio: l’autismo

Se si leggono le relazioni cliniche di uno studente con Autismo, spesso si trovano descrizioni tecniche molto precise dei comportamenti, come ad esempio la difficoltà a mantenere il contatto visivo. Questi aspetti rappresentano caratteristiche della persona, ma ciò che fa la differenza è il modo in cui vengono interpretati.

Non devono essere negati, ma compresi: ad esempio, alcune stereotipie o comportamenti ripetitivi possono essere modalità attraverso cui la persona entra in relazione con il contesto o gestisce le stimolazioni dell’ambiente.

Per questo motivo è importante spostare lo sguardo dalla logica della malattia a quella della caratteristica, cercando di comprendere le cause e il significato dei comportamenti, invece di considerarli soltanto come deficit.

È reale l’inclusione?

È ospitalità oppure è una reale inclusione?

Per parlare davvero di inclusione è necessario prevedere cambiamenti nei contesti, in modo da garantire a tutti la possibilità di partecipare attivamente. Ad esempio, può essere necessario strutturare il programma scolastico affinché sia accessibile e alla portata di un ragazzo o di un bambino con difficoltà.

L’ICF e l’inclusione

L’ICF è lo strumento dell’OMS per la classificazione della salute e della disabilità.

Non classifica le persone, ma descrive la situazione di ciascun individuo all’interno di diversi domini della salute, tenendo conto sia del corpo della persona sia dell’ambiente in cui vive.

Rispetto al concetto di inclusione, è importante ricordare quanto affermato nella classificazione ICF, che descrive il funzionamento di un soggetto in relazione al suo contesto.

Non valuta l’individuo in sé, ma lo considera in rapporto dinamico e interattivo con l’ambiente che lo circonda.

L’importanza dell’ICF rispetto al concetto di inclusione sta proprio nel fatto che consente un’applicazione pratica di questo principio e rafforza l’adozione di un modello della disabilità non più basato esclusivamente su un approccio medico, ma su un approccio sociale, cioè su un modello bio-psico-sociale.

La salute, infatti, non è semplicemente l’assenza di malattia, ma viene intesa come una condizione di benessere complessivo e olistico. Questa prospettiva è presente anche nella Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, che supera un approccio focalizzato unicamente sul deficit della persona.

Secondo la definizione della Convenzione ONU:

“La disabilità è il risultato dell’interazione tra persone con menomazioni e barriere comportamentali e ambientali che impediscono la loro piena ed effettiva partecipazione alla società su base di uguaglianza con gli altri.”

Chi è l’educatore?

La Legge Iori (2018) definisce per la prima volta il profilo di educatore e pedagogista, distinguendo i loro ambiti di intervento. Per svolgere il ruolo di educatore socio-pedagogico è necessaria la laurea, perché l’educazione richiede competenze specifiche e percorsi intenzionali. L’educatore può operare in molteplici contesti.

Nel 2024 è stato istituito l’albo degli educatori e pedagogisti, ancora in attesa dei decreti attuativi, che definiranno anche l’esame di stato e l’impatto sul percorso professionale.

Le competenze del professionista inclusivo

Competenze professionali

Secondo Cottini (2021), le competenze professionali dell'educatore non sono astratte, ma sono strettamente legate ai compiti pratici che è chiamato a svolgere: progettare, condurre e monitorare.

Questo implica saper organizzare i contesti e i percorsi educativi, realizzarli concretamente, monitorarne l'andamento e, infine, valutarne l’efficacia.

L'educatore deve agire con metodo e rigore. Tuttavia, avere metodo non significa applicare una formula fissa e uguale per tutti (aprioristica). Al contrario, significa avere la capacità di orientarsi con intelligenza tra diverse azioni e strategie, scegliendo di volta in volta cosa fare e come agire in base alla specifica esperienza educativa che si sta vivendo.

Strategie di osservazione e dialogo

Far parte di un processo inclusivo significa possedere la padronanza di strategie specifiche, come l'osservazione.

L'educatore deve saper osservare le persone nei loro ambienti di vita naturali per comprenderle a fondo. Queste conoscenze non devono rimanere isolate, ma vanno messe in dialogo con le informazioni portate dagli altri protagonisti (genitori, insegnanti, altri professionisti).

Inoltre, il professionista deve conoscere e saper scegliere strategie metodologico-didattiche che favoriscano apprendimenti significativi, basandosi su approcci validati dalla ricerca (evidence based). Non si tratta di seguire modelli "rassicuranti" solo perché già pronti, ma di saper

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/03 Didattica e pedagogia speciale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sofia222244 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia speciale e didattica per l'inclusione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia o del prof Franchini Antonella.
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