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Età basso-medievale

Dall'anno 1000 alla metà del 1500.

Età moderna

Dalla fine dell'età medievale alla fine del 1700 -> Rivoluzione francese: 1789, Rivoluzione americana: 1777, prima rivoluzione industriale.

Età contemporanea

Inizia gradualmente dopo l'età moderna.

L'età basso-medievale (dall'anno 1000 alla metà del 1500)

Il contesto politico-istituzionale

Il Medioevo (dal 476 al 1492) si distingue tra alto e basso Medioevo, anno 1000 come spartiacque. Attorno all'anno 1000 si verificano una serie di fattori che portano a una rinascita demografica, culturale, sociale, ecc…

Fattori collegati gli uni con gli altri che sono:

  • Aumento della popolazione (sia nelle campagne che nelle città).
  • Aumenta la produzione agraria (favorisce lo sviluppo della popolazione).
  • Estensione delle terre coltivate (deforestamento).
  • Attuazione di nuove tecniche di coltivazione.
  • Incremento della produzione di beni e delle attività artigianali (dovuto al maggior numero di braccia disponibili).
  • Aumento dei commerci (dovuto alla maggiore disponibilità di beni).
  • Scambi tra campagna e città.
  • Scambi tra città vicine.
  • Sviluppo di commerci su lunga distanza.
  • La ricchezza che si crea favorisce un maggiore sviluppo tecnologico e una rinascita delle città.

Prima conseguenza allo sviluppo della società è la necessità di trovare una forma di governo e delle relative leggi scritte per ogni città. Nascono dunque i Comuni cittadini, governati in un primo periodo dai Consoli (in carica per un periodo limitato di mesi/anni), affiancati da una serie di assemblee (tra cui quelle dei cittadini composta da soli uomini), e consigli (consiglio maggiore e consiglio minore).

Il consiglio maggiore si occupava delle decisioni riguardanti tutti gli abitanti della città, mentre il consiglio minore affiancava i consoli nelle scelte più delicate e importanti (materia politica, militare ed economica).

I comuni inoltre, stabiliscono una serie di regole scritte racchiuse negli Statuti cittadini (comprendenti anche centinaia di norme). Le regole erano di diversa natura, un gruppo di norme originariamente di tipo consuetudinario successivamente trascritte, altre frutto dell'assemblea generale dei cittadini poi sostituita dal consiglio maggiore (diffuse tramite lo statuto cittadino stesso dove venivano scritte) infine ultimo gruppo di norme di diritto costituzionale e pubblico trovavano fondamento nel giuramento fornito dai consoli e dalle cariche pubbliche.

Lo statuto cittadino, solitamente, era disponibile ai cittadini attraverso una copia incatenata in una pubblica piazza o edificio, dove fosse disponibile e raggiungibile a tutti (i cittadini si servivano delle prime forme di giuristi per consultare tale statuto).

La situazione si stabilizza intorno alla fine del 1100 e inizio 1200, dove iniziano a crearsi le basi di uno sviluppo tecnologico grazie alla formazione delle corporazioni.

Le corporazioni di arti e mestieri (fraglie)

Sono delle "Associazioni di Categoria" dove si riuniscono persone che svolgono le stesse attività lavorative (artigianato e manifattura), inoltre, per svolgere una determinata attività lavorativa, era necessario appartenere alla corporazione di riferimento (non c'era una libertà d'impresa ma una prima forma di monopolio).

Chi svolgesse attività senza appartenere ad una corporazione veniva sanzionato economicamente.

In base alla città e al periodo storico si possono individuare corporazioni più o meno forti (le corporazioni tessili tra quelle più forti).

All'interno di una corporazione più generica (fabbri) potevano essere presenti artigiani che svolgevano attività più specifiche e di nicchia (fabbricante di armature, serrature o armi ecc…)

Per registrare la presenza all'interno di una corporazione veniva stilato un "libro delle matricole" dove si registravano nome, cognome e simbolo dell'artigiano. A tener ordine di tale libro erano uno o più notai della corporazione.

I controlli esercitati dalle corporazioni erano multipli:

  • Controllo degli accessi: non esisteva alcun diritto di essere iscritti alla corporazione, ma bensì era la corporazione stessa a decidere chi far accedere e chi no.
  • Controllo sull'esercizio della professione: i partecipanti delle corporazioni dovevano svolgere le proprie mansioni attenendosi alle regole e condizioni a loro imposte, per favorire una produzione di alto livello.
  • Controllo sul rifornimento di materie prime.
  • Controllo sulla formazione: all'interno della corporazione si distinguevano gli iscritti tra "maestri" e "apprendisti", i primi più esperti e affermati istruivano i secondi per favorire un insegnamento adeguato e non scadente.
  • Controllo sulle condizioni di lavoro: inteso come controllo sugli orari e sui salari.
  • Compiti di natura assistenziale: la corporazione aiutava i membri anziani, malati o bisognosi (non esistevano enti assistenziali o di supporto della comunità).
  • Potere di natura giurisdizionale: erano presenti giudici all'interno delle singole corporazioni, che si occupavano esclusivamente delle controversie interne tra i soci di una corporazione. In caso di controversie tra membri di corporazioni differenti, era il giudice della corporazione del convenuto a tenere il processo.

Tutte le regole erano racchiuse all'interno degli Statuti delle corporazioni (scritti dai notai della corporazioni e differenti dallo statuto cittadino), dalle condizioni di lavoro ai rapporti tra maestri e apprendisti ecc…

All'interno dello statuto era presente anche la formula del giuramento previsto per i nuovi membri, nonché, all'inizio, il libro delle matricole (due libri distinti).

Es: lo Statuto dei medici e degli speziali in Venezia (1258).

Corporazioni e comuni cittadini

In base al peso delle corporazioni poteva variare il tipo di rapporto tra queste e la città, tendenzialmente però il rapporto che si creava era di equilibrio: le corporazioni favorivano arricchimento della città: l'accrescimento demografico e lavorativo della città.

Diversamente, in città come Venezia, le corporazioni dovevano attenersi a regole e magistrature specifiche (costituite dalla città). Già nel XIII secolo Venezia instaura la magistratura della "Giustizia vecchia" che si occupava di controllare tutte le corporazioni (tranne quella della lana di cui si occupavano i "provveditori di comun").

I motivi che portarono la città ad applicare una tale politica erano:

  • Tutela del profilo economico del cittadino, e quindi promuovere (attraverso un ruolo attivo) la gestione dell'economia, sottraendo tale controllo alle corporazioni.
  • Tutela del potere cittadino.

Diversamente in altre città (Firenze) erano le corporazioni a prevaricare sull'organizzazione cittadina.

Le varie città, con il corso del tempo, variano le proprie forme di governo, senza però intaccare le corporazioni che continuano a seguire una propria strada. Solo con la Rivoluzione francese le corporazioni verranno abolite e vietate perché contrarie ai principi rivoluzionari (monopolio contrario alla libertà).

La bottega artigiana

Definita come "Centro di produzione e Trasmissione del potere tecnico" era il luogo dove si produceva, trasmetteva e vendeva il bene e la tecnica di produzione.

Spesso l'immobile della bottega era preso in affitto (con contratto di locazione) dall'artigiano, che si rivolgeva ad un nobile, o alla corporazione stessa, che forniva a turno, per periodi di 4 o 5 anni, il locale.

Questo per evitare che si formassero delle catene ereditarie tra l'artigiano e i propri familiari, favorendo nell'utilizzo di un altro artigiano. A redigere il contratto di locazione era il notaio della corporazione.

Secondo il regolamento delle corporazioni, ogni maestro non poteva avere più di un numero limitato (3 o 4) di apprendisti, questo per favorire una formazione di qualità e per mantenere "l'esclusività" della professione (gli apprendisti sarebbero poi diventati dei concorrenti in futuro) e dunque mantenere un equilibrio tra domanda e offerta.

Tra le decisioni che spettavano al maestro (che doveva muoversi tra libertà e regole della corporazioni) vi erano:

  • La scelta delle materie prime: ogni artigiano poteva acquistare un numero limitato di materie prime (per evitare di privare o speculare sui concorrenti).
  • Rispetto delle regole tecniche di produzione: le regole della corporazione davano delle linee guida lasciando margine di manovra ai singoli artigiani.
  • Marchio personale: ogni maestro doveva marchiare i propri prodotti con il proprio simbolo personale. Questo per favorire il riconoscimento del produttore in caso di controversie giudiziarie.
  • Il prezzo di vendita.

L'artigiano, inoltre, doveva evitare tutte le tecniche di vendita che risultassero sleali, molto spesso però gli artigiani si accordavano con locandieri od osti per favorire l'indirizzamento di turisti o stranieri presso la loro bottega.

Non esistevano veri e propri diritti per i lavoratori, ma esistevano delle regole (che non miravano a tutelare il lavoratore) volte a favorire una miglior produzione, che si basavano sui tempi di lavoro: l'artigiano doveva avere dei tempi di riposo.

Esistevano diverse giornate festive (circa 70 giorni) tra cui le domeniche, mezza giornata del sabato e ogni occasione di festa (all'epoca molte), era inoltre vietato il lavoro notturno (illuminazione col fuoco rischiava la formazione di incendi e non favoriva la qualità del prodotto). In questi giorni era vietato il lavoro. Questo tipo di approccio era dannoso per i maestri e la bottega che non potendo vendere rimaneva scoperto di salario.

Iniziano ad attuarsi alcune strategie per sfuggire a questa problematica come:

  • La produzione domestica.
  • La produzione con bottega chiusa.

Vi erano poi delle eccezioni per attività che si occupavano per esempio di carne (rischio che andasse a male).

È possibile effettuare un parallelismo tra le corporazioni italiane e le "gilde" delle città europee.

Le maggiori corporazioni possedevano delle sedi di riferimento, dove veniva stipulato il regolamento e dove si conservavano e amministravano documenti della corporazione.

Apprendistato

Alla base del rapporto d'apprendistato vi è l'elemento formativo, e cioè la componente d'insegnamento nei confronti dell'apprendista. Questa caratteristica accomuna l'apprendistato sia in epoca moderna che in epoca medievale.

A partire dal XIII secolo l'apprendista, di età media tra i 12/15 anni, iniziano a svilupparsi i primi rapporti d'apprendistato che non si limitavano ad un rapporto lavorativo, ma vedevano l'apprendista vivere e passare la maggior parte del tempo con il maestro (l'insegnamento non si limitava al lavoro ma continuava anche in ambito familiare e domestico). In alcuni casi (quando l'apprendista era molto giovane), il contesto familiare e domestico diventava parte fondamentale dell'insegnamento.

Il maestro arrivava man mano ad acquisire sull'apprendista gli stessi poteri di un pater familias (l'apprendista viene equiparato ad un figlio del maestro).

L'apprendistato diventa una delle più importanti tecniche di trasmissione ed insegnamento dell'epoca, in particolare diventa fondamentale l'approccio diretto e pratico: in assenza di stampa e scrittura efficaci per un approccio teorico, la miglior forma d'apprendimento resta la soluzione pratica.

Lo svolgimento del rapporto

Spesso il contratto d'apprendistato era redatto e concluso verbalmente, senza dunque stipulare un contratto scritto, in altri casi invece era prevista la presenza di un accordo scritto. A redigere i contratti, quando previsto, era il notaio della corporazione. Parti del contratto erano (contraenti): il maestro e il padre dell'apprendista (o il parente maschio più vicino), mentre parti del rapporto erano: il maestro e l'apprendista.

Il contratto veniva poi notificato (sia se stipulato oralmente che in forma scritta) alla corporazione di appartenenza che si occupava di verificare il rispetto della disciplina dello statuto da parte dei contratti.

Nel caso di Venezia non solo la corporazione si occupava di controllare il contratto, ma anche la città stessa se ne occupava.

Con l'accordo contrattuale, erano diversi gli obblighi che ricadevano sul maestro. Su tutti il maestro doveva insegnare i segreti del mestiere senza frode e al meglio della sue possibilità, questo per favorire un futuro insegnamento da parte dell'apprendista stesso e per mantenere un adeguato livello di qualità. Altri obblighi:

  • Fornire vitto e alloggio nella propria abitazione.
  • In alcuni casi, versare un corrispettivo economico.
  • Dare assistenza sanitaria quando necessario.
  • Fornire una donazione, economica o di tipo strumentale, alla fine dell'apprendistato.

Solitamente nei contratti non erano mai previsti obblighi specifici sul metodo e l'oggetto dell'insegnamento.

Allo stesso modo gli obblighi dell'apprendista erano speculari a quelli del maestro, esso infatti doveva:

  • Imparare il mestiere con volontà.
  • Servire il maestro bene e fedelmente.
  • Eseguire i servizi abituali nella bottega e nella casa del maestro.
  • Non commettere frodi o furti.
  • Non assentarsi dal luogo di lavoro senza licenza del maestro.
  • Recuperare le giornate di lavoro perse per malattia.
  • Non abbandonare il maestro.

Talvolta accadeva che i maestri mandassero l'apprendista a lavorare in altre botteghe, questo perché ai maestri a volte conveniva "liberarsi" dell'apprendista a causa di periodi di difficoltà economica o di calo del lavoro.

L'inizio dell'apprendistato in età infantile era dovuto molto spesso alle difficoltà economiche delle famiglie che mandavano i loro figli a vivere a carico del maestro.

Anche in base al tipo di professione o di città, poteva variare la durata dell'apprendistato. Nonostante la scadenza predefinita del contratto, il rapporto poteva prolungarsi nel tempo dato il notevole vantaggio che il maestro traeva dall'avere una figura perfettamente formata a costo quasi nullo.

Per alcuni mestieri più particolari, come nel caso della pittura, il periodo richiesto dall'apprendistato era notevolmente maggiore (nel caso della pittura fino ai 12 anni) proprio a causa della complessità della materia.

Molte corporazioni prevedevano un esame al termine del rapporto, un "capo-lavoro", che consisteva in un esame complesso e che spesso venivano ripetuti.

Terminato il periodo, e passato eventualmente l'esame, erano diverse le strade che potevano delinearsi:

  • L'apprendista acquisiva il titolo di maestro e acquisiva una propria bottega (situata a giusta distanza da quella del maestro per non rubargli la clientela), era questa una delle ipotesi migliori.
  • L'apprendista, spesso, si ritrovava con difficoltà economiche e per questo si ritrovava a dover continuare a lavorare come apprendista o dipendente.

Nel caso di questa seconda ipotesi, alcune corporazioni, permettevano agli apprendisti di poter trasformare il loro contratto da apprendistato a lavoratore salariato dopo un primo periodo minimo di apprendistato.

  • L'apprendista univa le risorse economiche di più apprendisti per aprire una bottega unica (si riusciva così a dividere i costi).

Marchi e segni

Per quanti riguarda lo studio dei segni medievali sono pochi gli studi che li analizzano in chiave storica (medievale), il marchio inteso come in epoca contemporanea non è da confondersi con il marchio dell'epoca medievale.

Il marchio medievale, infatti, si colloca in un'epoca pre-industriale (non esisteva ancora la produzione di massa).

Una distinzione dei simboli medievali era tra:

  • Segni collettivi: segni adottati da una collettività di persone, si dividevano tra:
    • Corporativi: segni adottati e utilizzati dalle singole corporazioni, si distinguevano tre funzioni in particolare:
      • Impedire che i non iscritti alla corporazione immettessero nel mercato i loro beni (mancava il marchio).
      • Garantire la qualità delle opere e il rispetto delle regole di produzione (corporazione effettuava controlli sui singoli artigiani).
      • Assicurare il pagamento delle tasse.
    • Pubblici: erano i meno importanti tra i segni, erano adottati dall'autorità pubblica per garantire e tutelare l'interesse della comunità nell'avere una produzione di qualità e leale. Risultato dei controlli effettuati a tale scopo erano proprio i sigilli pubblici.

Esempio di applicazione era quello dei controlli effettuati sugli strumenti di misura utilizzati per la vendita (uno strumento tarato non correttamente non acquisiva il "bollo"). In caso di contraffazione o assenza del marchio si ricadeva in sanzioni da parte dell'autorità pubbliche.

Venivano inoltre effettuati controlli sulla qualità delle materie prime (talvolta si controllava e tutelava la provenienza dei prodotti).

  • Segni individuali: permetteva di identificare con precisione una persona tra tutte le altre. Bartolo da Sassoferrato specifica che una persona può disporre di un proprio segno per diverse ragioni:
    • Determinate persone hanno il loro segno distintivo in virtù della carica che rivestono (ad es. il vescovo o il dottore).
    • Altre persone utilizzano un sigillo per indicare la loro qualità personale (ad es. il re o il principe).
    • Altri ancora possono utilizzare un segno distintivo per indicare che appartengono ad una famiglia nobiliare.
    • Infine c’è chi utilizza il marchio per distinguere la propria attività da quella posta in essere da altre persone.

Si può distinguere anc

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Scienze giuridiche IUS/05 Diritto dell'economia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher marcoviola04 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Modernità e tecnodiritto e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Padova o del prof Passerella Claudia.
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