Istituzioni di antropologia culturale
L’antropologia è un sapere critico, non nel senso di lamentela ma in riferimento ad un significato più profondo, significa non dare mai nulla per scontato e non farsi assuefare dalle situazioni nelle quali viviamo; interroga il piano dell’ontologia (indaga l’essenza e l’identità di qualcosa) intrecciandolo a quello dell’epistemologia (modalità attraverso cui si costruisce la conoscenza, e modalità che reggono i fondamenti stessi di un sapere o di una conoscenza) e a quello etimologico.
Fa parte delle “discipline demoetnoantropologiche” (M-DEA/01), questa denominazione riprende i nomi di tre principali insegnamenti in questo settore scientifico-disciplinare in Italia:
- Etnologia: studi settoriali su specifici popoli e culture in diverse aree del mondo, si studiano popoli diversi dal proprio.
- Demologia: studio della cultura popolare e tradizionale della nostra società.
- Antropologia culturale: approccio generale di tipo teorico e comparativo.
Il termine antropologia deriva dal greco “antropos” (uomo) e logos (studio): è lo studio dell’uomo e delle culture umane nelle loro articolazioni etniche e nelle loro espressioni popolari.
Il concetto di cultura è diverso dal linguaggio comune, non si intende solo gli alti prodotti del lavoro intellettuale, ma piuttosto il complesso di elementi non strettamente biologici attraverso i quali i gruppi umani si adattano all’ambiente e organizzano la loro vita sociale (attrezzi di lavoro, istituzioni sociali, forma della parentela, linguaggio, valori e credenze, i gesti e le più piccole pratiche quotidiane ecc.).
Il concetto di cultura non ha una definizione esaustiva; da un lato dipende dalle basi biologiche della vita umana, dall’altro si intreccia con essa e le modifica. Una delle sue caratteristiche principali è di “incorporarsi”, di diventare come una seconda natura. Ma seppur intrecciati gli aspetti biologici e culturali sono studiati da scienze diverse. L’evoluzione biologica della specie umana è studiata dall’antropologia fisica (L-BIO/08).
Le origini dell’antropologia culturale
Nella seconda metà dell’Ottocento l’antropologia culturale si organizza come autonoma disciplina scientifica. Di solito si fa corrispondere la sua nascita con il 1871, data convenzionale e anno di pubblicazione di un libro di Edward B. Tylor “Primitive culture” tradotto “alle origini della cultura”.
Il concetto di cultura espresso nel testo: “cultura o civiltà, intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell’insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume o qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro di una società”.
Alcuni antropologi retrodatano tale data, attribuendo ad alcuni altri personaggi le origini di questa disciplina, primo tra cui Erodoto: filosofo, geografo e pensatore vissuto tra il 484 e il 425 a.C. che durante i suoi numerosi viaggi scrisse delle popolazioni da lui incontrate (precursore dell’osservazione partecipante).
Al posto dell’aggettivo “primitivo” usato da Taylor utilizza il termine “barbaro” per denominare le popolazioni da lui incontrate, questo perché fa riferimento al significato onomatopeico della parola barbaro: il suo significato va a esprimere le emissioni sonore che l’orecchio dei greci che sentivano parlare una lingua diversa dalla loro, e definendoli come tali li paragonava a dei bambini che devono essere educati alla parola, ai comportamenti e alla cultura.
Erodoto definisce le popolazioni straniere barbare per affermare la supremazia della Grecia e in qualche modo legittimare le missioni civilizzatrici dei greci.
Altri invece pensano che non si possa parlare di antropologia prima del Novecento, ovvero prima della nascita di quelle metodologie di ricerca sul campo che divengono tratto distintivo. Resta il fatto che essa si costituisce negli ultimi decenni dell’Ottocento prima all’interno della scuola evoluzionista britannica e poi in altri paesi europei e degli USA.
È il periodo del positivismo e della grande fiducia nella scienza e nel progresso e di uno sviluppo capitalistico visto come inarrestabile. È il periodo del trionfo del nazionalismo e del colonialismo. Al concetto di cultura si aggiunge quello di “primitiva”, quei gruppi non toccati dalla modernità, che sono al tempo stesso oggetto del dominio e della violenza coloniale. Ad essi sono in qualche modo assimilati i ceti subalterni della stessa società occidentale, in particolare il mondo contadino, illetterato. Gli studi di folklore si presentano dunque come paralleli a quelli etnologici.
Da un lato parlare di cultura dei primitivi significa contrapporsi a un senso comune che li considera semplicemente “bestiali” e privi di ogni cultura (mostrare come siano più vicini a noi di quanto non sembrino).
> L’antropologia sta con i primitivi e contro il razzismo biologico e si schiera contro i pregiudizi etnocentrici che assolutizzano la nostra versione dell’umanità. Tuttavia, questo dominio, e la violenza con cui si esercita, non possono non influenzare a fondo le stesse categorie epistemologiche della disciplina: “violenza epistemologica” insista nelle forme di rappresentazione, oggettivazione e classificazione degli “altri” che l’antropologia sviluppa fino alla fine del XX secolo.
L’antropologia prende inizio in un contesto evoluzionista, soprattutto positivista (un clima condizionato dalle scienze naturali). Lewis Morgan (antropologo americano) è considerato tra i fondatori dell’antropologia evoluzionista che nasce a fine ‘800. Fa studi sugli americani del nord (i cosiddetti “indiani d’America”), applica un paradigma evoluzionista ed arriva alla stesura dell’opera “la società antica. Le linee del progresso umano dallo stato selvaggio alla civiltà” 1871. In esso riprende parole chiave, parla di progresso umano, da un inizio di stato selvaggio ad uno stato di civilizzazione.
Nell’opera egli stabilisce meglio un paradigma evoluzionista di tre stadi o periodi per descrivere l’evoluzione umana: la selvatichezza, la barbarie e la civiltà. I selvaggi sono coloro che abitano territori altrove, stanno là dove i governi europei arrivavano per le loro missioni coloniali.
Per quanto riguarda il quadro geo-politico, in cui l’antropologia culturale si afferma, esso è dominato dal colonialismo, le prime missioni etnologiche nei paesi colonizzati erano finanziate dai paesi stessi che colonizzavano queste terre. Si afferma, inoltre, il capitalismo che si impone in periodi di modernizzazione a partire da quelli che sono i grandi cambiamenti a livello nazionali delle imprese coloniali, esportazione di un modello politico europeo e il modello economico occidentale che è quello capitalista.
In questo quadro in cui l’antropologia ha origine, l’oggetto di studio che definisce lo statuto epistemologico della disciplina, è ciò che l’Europa si è “lasciata alle spalle” (ovvero i primitivi).
Con l’avvento dell’industrializzazione si ha l’urbanizzazione e nascono le grandi città. Si viene così a definire una categoria di primitivi che stanno vicino a noi, gruppi che non sono toccati dalla modernità, ovvero i ceti sub-alterni (i contadini, coloro che non possono studiare ecc.). Dentro la storia del pensiero vi è una sorta di tensione (intellettuale) tra i modi in cui l’antropologia guarda verso i primitivi. Da un lato abbiamo un’antropologia che mira verso una prospettiva anti-etnocentrica (si sono diversi ma partecipano a quella che è la nostra comune umanità). Dall’altro lato abbiamo coloro che categorizzano ed assumono disuguaglianze, violenza epistemologica (come le invasioni coloniali).
Vocazione critica dell’antropologia
L’antropologia ha una vocazione per lo studio della diversità: essa deve praticare una cultura dell’ascolto, un atteggiamento intellettuale che mette l’antropologo in condizione di intendere una voce diversa, quella degli altri. Il carattere dialogico dell’antropologia consente a due universi culturali più o meno distanti tra loro di trovare uno spazio di incontro comune.
> Kluckhohn, in un suo saggio, definisce l’antropologia come uno specchio perché guarda agli altri e facendo ciò la definisce anche “giro lungo”, espressione diventata caposaldo dell’antropologia. Egli sosteneva che per l’antropologo la via per tornare a casa era il giro più lungo, quindi per incontrare la diversità bisogna viaggiare.
È importante sottolineare che questo “giro lungo” non era fine a se stesso in quanto con questo termine l’antropologo intendeva dire che è necessario passare attraverso la diversità degli altri al fine di comprendere meglio e più in profondità chi siamo, la cultura che ci caratterizza e la nostra collocazione nel mondo.
Incontrare la diversità ci permette di guardare noi stessi con occhi diversi, l’antropologia è perciò come specchio: l’antropologo tiene uno specchio affinché l’altro possa diventarlo per lui.
Levis Strauss, antropologo strutturalista parla similmente di “sguardo da lontano”: l’antropologo esce dal suo contesto affinché possa guardare la sua società da lontano; questo sguardo permette di problematizzare la sua realtà e di guardarla con occhi diversi.
Il confronto con l’altro costringe ad un costante ripensamento delle nostre categorie culturali, di ciò che nel senso comune si dà di solito per scontato e ovvio.
Ciò ci permette di mettere in discussione l’etnocentrismo, la tendenza a giudicare le altre culture e ad interpretarle in base ai criteri della propria, proiettando su di esse il proprio concetto di evoluzione, progresso, sviluppo e benessere. Questo atteggiamento comporta una supervalutazione della propria cultura e, di conseguenza, la svalutazione della cultura altrui.
Tutti abbiamo una tendenza ad essere etnocentrici: confrontarsi con la diversità è faticoso su tutti i livelli (cognitivi, pratici, affettivi...), l’importante è essere consapevoli del fatto che ognuno di noi è abitato da questa tendenza etnocentrica e quindi riuscire a trasformare la frustrazione che sentiamo quando ci rapportiamo alla diversità, in una possibilità virtuosa, di cambiamento anziché un limite.
Riguardo questo tema ne parla ampiamente il più importante antropologo italiano: Ernesto De Martino, denominandolo come scandalo dell’incontro etnografico: sensazione di disagio e frustrazione che l’antropologo sente su di sé nel momento in cui si rapporta con culture diverse dalla propria mentre studia sul campo; questo incontro e scontro tra culture differenti conduce necessariamente ad una revisione e ad un’integrazione di quelle che sono le nostre consapevolezze storiografiche (questa sensazione la si vive anche quando si entra in una relazione educativa).
Dunque, De Martino afferma che non dobbiamo farci frenare/limitare da questo scandalo ma capire che seppur non riusciamo ad abbandonare il bagaglio delle nostre tradizioni che definiscono ciò che siamo, in quanto la cultura non è un vestito che si indossa e poi togliendolo rimane l’uomo naturale, ma la cultura è incorporata, fa parte dell’uomo = non possiamo liberarci di essa, possiamo comunque metterci in relazione con culture differenti.
Nel momento in cui l’uomo è consapevole che non può lasciare i suoi valori, può mettersi in relazione con una cultura diversa, con l’altro, assumendo un atteggiamento del militant middle ground ovvero un atteggiamento che ci permette di stare in uno spazio di mezzo.
La ricerca sul campo
Termine introdotto da Malinowski, antropologo di origini polacche che poi vive e lavora in Inghilterra e che, nel 1922 tramite la sua opera “Argonauts of Western Pacific” (Argonauti del Pacifico Occidentale), inaugura quella che è la ricerca sul campo: fieldwork.
I primi antropologi non andavano da nessuna parte e per questo erano chiamati antropologi “da tavolino”: si occupavano dell’antropologia lavorando su materiali raccolti da altri, di solito missionari, esploratori... . Malinowski è quindi considerato rivoluzionario perché a partire da lui, l’antropologo diventa colui che viaggia; all’interno di questa ricerca sul campo inaugura anche quel metodo di ricerca che diviene fondamentale nell’antropologia: il metodo dell’osservazione partecipante, una tecnica di ricerca incentrata sulla prolungata permanenza dell’antropologo presso la cultura che studia; qui il ricercatore si immerge e impara a conoscere il gruppo sociale da lui studiato attraverso il dialogo e la partecipazione.
Per Malinowski l’antropologo deve stare presso la cultura che studia e vivere più a lungo possibile con loro per creare una relazione empatica.
Si ha il superamento del modello “romantico” malinowskiano: all’inizio del 1900 l’antropologo era come un eroe solitario che partiva per andare nel cuore di tenebra; oggi ovviamente questa visione non regge più.
Non è più possibile pensare al campo come una località circoscritta in cui coesistono in modo esclusivo un popolo (un’etnia), un linguaggio, una cultura, e in cui non siano già presenti saperi specialistici e auto-interpretazioni (antropologia nativa).
L’idea stessa di campo cambia: non è più definito ma diventa multiplo (etnografia multisituata di George Marcus), l’antropologo non può più stare fermo in un campo come fece Malinowski, ma si muove; lavora e si sposta con chi vive in quel posto e perciò l’oggetto di ricerca si va ad inserire in un contesto globale con altri oggetti discontinui e multi situati.
Nb: il campo è diventato anche virtuale riguardante tutti gli ambiti presenti sui social network.
Perché l’antropologia può diventare interessante per ambiti diversi della nostra quotidianità?
L’antropologia non si occupa più solo delle culture primitive; oggi si occupa anche di questioni che riguardano la società occidentale: antropologia urbana, dei servizi sociali ed educativi, delle organizzazioni, dell’educazione, dello sport, del turismo, dei mass-media, della violenza, del turismo, dei consumi di massa...
L’antropologia non è solo un sapere teorico ma ha un carattere fortemente applicativo; le risposte che si pone possono trovare risposta solo attraverso le pratiche.
> Antropologia applicata: l’indagine scientifica dei principi che controllano le relazioni reciproche tra esseri umani e l'ampia applicazione di tali principi a programmi pratici.
A cosa serve l’antropologia
- Mediazione interculturale (nella scuola, nella sanità, nei servizi sociali, nelle imprese, nel turismo).
- Cooperazione internazionale, gestione dei conflitti.
- Conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale etnografico (musei etnografici e folklorici).
Principali paradigmi teorici dell’antropologia ed evoluzione dei metodi etnografici
Evoluzionismo (metà XIX sec.- anni ‘20 XX sec.) antropologia da tavolino.
Particolarismo storico (1880-1950) ruolo di Franz Boas metodo storico.
La nascita del moderno “fieldwork”.
Funzionalismo (1920-1950) ruolo di Bronislaw Malinowski (ossia la ricerca sul campo).
Funzionalismo e struttural-funzionalismo (1920-1970) ruolo di Malinowski, Radcliffe-Brown e Evans-Pritchard l’epoca d’oro della ricerca sul campo e la monografia etnografica.
Strutturalismo (1950-oggi) ruolo di Claude Lévi-Strauss.
Antropologia interpretativa (1980-oggi) ruolo di Clifford Geertz la decolonizzazione e la svolta riflessiva.
Nuovi paradigmi teorici dell’antropologia: writing culture etnografia post-coloniale e (ruolo di James Clifford e George Marcus) approccio post riflessiva etnografia realista e coloniale (ruolo di Edward Said) etnografie sperimentali.
Evoluzionismo
Il primo paradigma teorico che ha caratterizzato l’evoluzione del pensiero antropologico è l’evoluzionismo che è possibile definire darwiniano.
L’evoluzionismo è stato concettualizzato soprattutto nelle scienze naturali, per questo i primi antropologi evoluzionisti avevano una formazione di tipo scientifico: erano biologici e quindi concepivano l’antropologia come una sorta di disciplina che stava in una linea di continuità diretta con la biologia: l’antropologia fa riferimento ai processi evolutivi che riguardano la cultura come la biologia fa riferimento ai processi evolutivi che riguardano il corpo.
Osservando i tratti culturali nella società, l’antropologo si pone l’obiettivo di andare indietro nel tempo per risalire e dare una spiegazione a questi tratti, studiando altre società meno evolute.
Come fa a spiegare i tratti? L’antropologo adotta un metodo definito comparativo, cioè compara quelli che sono tratti culturali che osserva nella sua società, ma che non riesce a spiegarsi, osservando altre società dove la spiegazione rispetto a quel tratto culturale è ancora visibile perché meno evoluta.
Questo perché secondo gli antropologi evoluzionisti non esistono culture diverse: il genere umano è caratterizzato da un’unica cultura che però non in tutti i luoghi del mondo si evolve nello stesso tempo; ci sono alcuni luoghi che sono rimasti indietro e quindi l’antropologo studiando questi può vedere come era la sua inizialmente. La cultura è una e rende il genere umano unico; le differenze che si osservano sono date dal fatto che ci sono società più veloci nell’evolversi e altre meno. Quelle considerate più evolute sono
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