Federica Zancheta a.a. 2023/2024 UniMarconi
Riassunto - Laboratorio di design transmediale
Prof.ssa Grazia Quercia
Transmedia storytelling
- La prima volta che tale termine venne utilizzato fu nel 1991.
Storia del concetto di transmedia
Storia del concetto di “transmedia”: ad opera di Marsha Kinder, la quale lo usò per parlare di “transmedia ovvero un supersystem”, sistema che, dietro alla semplice storia narrata, si adopera per divulgare contenuti ad esso correlati su diversi media.
Il pensiero della Kinder vira però maggiormente sull’aspetto economico industriale, ovvero sul marketing dei contenuti che viene prodotto tramite l’espansione su diversi canali mediali, attivando così un vero e proprio “franchise”.
Definizioni principali
Esistono dunque tre definizioni principali per il concetto di “transmedia storytelling”:
- Definizione ad opera di Marsha Kinder che, nel 1991, afferma come un supersistema debba utilizzare una rete che si muove tramite diverse modalità di produzione dell’immagine, favorendo così la collezionabilità attraverso una proliferazione di prodotti correlati alla narrazione principale;
- Definizione di Henry Jenkins che, prendendo in esempio l’universo narrativo di “Matrix”, spiega come lo storytelling transmediale sia un vero e proprio processo dove tutti gli elementi vengono dispersi sistematicamente su più canali di distribuzione, e l’obiettivo è quello di creare un’esperienza d’intrattenimento unificata e coordinata fra tutti i prodotti. Inoltre, Jenkins fa notare come ogni medium proprio che si sceglie dovrebbe apportare un contributo significativo allo svolgimento della storia di quel prodotto in particolare;
- Definizione di Carlos Alberto Scolari che vede il transmedia storytelling come una tipologia di storia che si sviluppa tramite molteplici media e piattaforme di comunicazione, e in cui i consumatori sono parte integrante del processo di espansione dell’universo di riferimento. Tale pensiero di Scolari evidenzia la sempre più elevata importanza delle piattaforme nella narrazione transmediale, e come queste rendano ancor più attivo l’utente grazie al sistema piattaformizzato che pone in risalto i prodotti creati dal basso.
Caratteristiche chiave del racconto transmediale
È possibile stilare un elenco delle caratteristiche chiave del racconto transmediale:
- Viene distribuito su più piattaforme;
- Deve essere fruibile dagli utenti in ogni momento, grazie ai media digitali (asincronia);
- Deve essere posto all’interno di un universo di riferimento con delle proprie regole e unità di riferimento, così che l’utente possa entrarci per partecipare alla narrazione;
- Deve essere disseminato e frammentato lungo diversi media e tramite i diversi linguaggi che vengono utilizzati.
Nuovo paradigma
La narrazione transmediale viene vista come un nuovo paradigma che segna il cambiamento che c’è stato fra:
- Industria e cultura: lo storytelling transmediale ha unito i prodotti culturali alle dinamiche industriali per la loro stessa produzione;
- Produzione e consumo: la nuova libera partecipazione degli utenti ha permesso che la produzione di contenuti non sia più ferma ai soli professionisti, ma si evolve in continuo proprio grazie agli utenti finali che contribuiscono ad esse;
- Ruolo delle piattaforme: sono importanti per il transmedia storytelling poiché permettono di includere diversi linguaggi in una sola piattaforma (testo, foto e video tutto in uno);
- Innovazioni tecnologiche: hanno permesso alle narrazioni transmediali di includere dimensioni reali e digitali.
Presupposti fondamentali
Ci sono tre presupposti fondamentali per la nascita del transmedia storytelling, ovvero:
- Cultura convergente (Henry Jenkins - 2014): legame tra l’innovazione tecnologica dei media e il corrispondente cambiamento culturale, ovvero il processo per cui ad un cambio tecnologico corrisponde un cambio delle dinamiche produttive per tutti quei prodotti che includono un’interazione dell’utente; creando dunque un passaggio da audience passiva a audience attiva;
- Prosumers (Henry Jenkins - 1992): evoluzione che i semplici fan hanno avuto nel corso degli ultimi tempi grazie alla nascita del web partecipativo 2.0, il quale ha permesso una maggiore divulgazione di contributi bottom-up grassroots; si parla dunque di soggetti che sono al tempo stesso consumatori e produttori;
- Intelligenza collettiva (Pierre Lévy - 1994): pensare in maniera distribuita, coordinata e corale; ovvero l’insieme delle menti di più soggetti che collaborano per creare così una fonte alternativa di potere mediatico (es. Wikipedia).
Tipologie di audience
Nelle narrazioni transmediali sono importanti le tipologie di audience a cui si mira, le quali possono essere di tre tipologie differenti, e per ognuna ci sono particolari strategie da adottare:
- Spettatore che assiste, quasi passivamente, solo per essere intrattenuto: si possono strumenti tradiziona
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