Storia contemporanea
Età dell’Imperialismo (dal 1870 al 1914) = Seconda Rivoluzione Industriale di fine Ottocento a cui anche l’Italia riesce a partecipare (grande crisi anni Novanta -> poi decollo dell’industria, passaggio importante).
Italia -> poche materie prime, dipendente dall’estero per l’energia -> nonostante questo decollo industriale, tra i paesi più industrializzati; quando arriva alla Prima Guerra Mondiale, l’Italia non è solo un paese agricolo.
Possedimenti coloniali italiani
- Africa Orientale Italiana:
- Eritrea (1882-1890, 1890-1941)
- Somalia (1889-1908, 1908-1941, 1950-1960)
- Territorio di Cassala (1894-1897, 1940-1941)
- Etiopia (1936-1941)
- Somalia settentrionale, territorio di Moyale (1940-1941)
- Africa Settentrionale Italiana:
- Libia (1912-1943)
- Territorio di Aozou (1935-1943)
- Egitto occidentale (1940, 1942)
- Tunisia (1942-1943)
- Asia:
- Concessioni di Amoy, Shangai e Tientsin (1901-1947)[1]
- Anatolia sud-occidentale (1920-1923)
- Europa:
- Dodecaneso (1912-1947)
- Albania (1917-1920, 1939-1943)
- Corfù (1923, 1941-1943)
- Baleari (1936-1939)
- Francia sud-orientale, Corsica (1940-1943)
- Dalmazia, Croazia, Montenegro (1941-1943)
- Grecia, territorio del Pindo, Macedonia occidentale (1941-1943)
Primo momento in cui si ricrea un mercato internazionale che lega tutti i paesi.
Uno dei simboli di questo passaggio è il canale di Suez, che viene terminato nel 1869 -> pone di nuovo il Mediterraneo come possibile passaggio tra Oriente e centro Europa; tre paesi si contendono il ruolo centrale nel trasporto verso le Indie di materiali: l’Italia, l’Ungheria e la Francia.
Età contemporanea e limiti cronologici
Età contemporanea: discussione sui suoi limiti cronologici; interpretazioni sul suo inizio:
- Le due rivoluzioni di fine Settecento (industriale e francese); limiti di questa interpretazione -> prospettiva eurocentrica
- Inizio con l’età dell’Imperialismo -> punto di riferimento forte a causa delle fratture che avvengono, è anche l’età di trasformazioni di tipo economico (Seconda Rivoluzione Industriale), politiche e culturali
- Con la Prima Guerra Mondiale, dopo la quale cambia tutto -> frattura nella storia europea; prima esperienza collettiva della società europea, che coinvolge quasi tutti i paesi europei
Passato e presente -> rivista che intende la contemporaneità come un lungo percorso che inizia dalle trasformazioni di inizio Settecento.
Qualsiasi sia il suo inizio, non si può però dire quando la Storia Contemporanea finisca; non abbiamo la prospettiva del “dopo”, non abbiamo un punto di arrivo perché ci siamo dentro. Questo fa sì che la materia abbia delle difficoltà in più:
- La nostra visione dall’interno, non abbiamo una prospettiva storica
- C’è una straordinaria abbondanza di fonti, diversa da quelle disponibili per studiare altre epoche storiche
Quando utilizziamo molti termini dobbiamo capire quale è il vero significato di essi: quando prendiamo in considerazione la storia dell’Italia (nel nostro caso, la storia in particolare di alcune strutture dello Stato e della società italiani prima della Prima Guerra Mondiale) parlare di “Italia” e “italiani” è in qualche modo un’astrazione e un’operazione ideologica, perché gli abitanti di quello che allora era il Regno d’Italia (che ha un successivo allargamento nel 1866) era una realtà largamente eterogenea: le regioni avevano caratteristiche dissimili e aspetti molto diversi tra loro. Ciò che conta è la prospettiva regionale più che quella nazionale.
Questi 22 milioni di italiani hanno poco in comune nel 1861 e questo è un primo elemento che differenzia la prima unità (che si è conseguita il 17 marzo 1861) con il vissuto delle popolazioni, quella che effettivamente era la condizione delle diverse popolazioni delle diverse regioni.
C’è quindi una differenza tra la dimensione istituzionale, politica e amministrativa da una parte, e le diverse culture regionali dall’altra (la stessa lingua non è in comune perché c’è una prevalenza dei dialetti in quasi tutte le regioni).
Regno d’Italia
Si costituisce nel 1861 e pare a molti diplomatici come un regno debole, una costruzione voluta dai Savoia che ha unito regioni molto diverse tra loro.
Al contrario, si afferma come un Paese che cerca di superare queste difficoltà con la creazione di uno Stato e dell’appartenenza comune a una nazione.
“Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani” (Massimo D’Azeglio) -> occorre costruire una società con legami più profondi, anche perché manca forza unificatrice nell’industria e nell’economica.
C’è continuità con gli ordinamenti previsti dallo Statuto Albertino (*).
Il primo re d’Italia è Emanuele II: si sottolinea l’appartenenza alla discendenza dei Savoia. Questa continuità poi diventa ancora più palese perché ci sono una serie di leggi, estese ai territori annessi, sull’organizzazione del potere a livello locale e sulla pubblica amministrazione. Questo è un primo problema, perché l’ordinamento sardo (che si acquisisce dopo l’unificazione) era accentrato e viene applicato a tutto il Regno d’Italia: l’accentramento funziona quando c’è una realtà piccola e omogenea, quindi con territori simili tra loro, quando i territori sono differenti è preferibile una forma di federalismo.
(*) Lo Statuto del Regno o Statuto Fondamentale della Monarchia di Savoia del 4 marzo 1848 (noto come Statuto Albertino, dal nome del re che lo promulgò, Carlo Alberto di Savoia), fu lo statuto costituzionale adottato dal Regno di Sardegna il 4 marzo 1848 a Torino.
I vantaggi dell’accentramento sono quindi tali solo in una realtà piccola e omogenea, altrimenti rappresenta diversi svantaggi.
C’erano dei progetti di alcuni deputati su un ordinamento basato sulle autonomie ma questo non avviene. Le autonomie servono a tenere realtà diverse insieme con relativa libertà sulla diversa organizzazione del potere ma dopo l’unità scoppia la crisi del brigantaggio, una sorta di guerra civile che fece mettere in dubbio la stessa possibilità dello stato nazionale di sopravvivere.
In questa difficile situazione l’élite liberale sceglie di reprimere e di mandare la forza militare in grado di tener testa alla rivolta. Il problema era tenere il Mezzogiorno, un territorio vasto, considerato da conquistare e controllare: questa situazione porta a una crisi e a decidere di procedere sulla via dell’accentramento.
La struttura dello stato nazionale si articola dunque a partire da alcune scelte ma anche dalla crisi del brigantaggio (non si cerca di comprendere questo mondo diverso ma si decide di controllarlo mandando funzionari del Nord con un rapporto quasi coloniale in un’area del paese).
Si ha quindi:
- Estensione ordinamento sardo
- Risposta a una grave crisi politica
Ciò determina la scelta di accentrare il potere e gestire l’autorità locale attraverso i prefetti.
Esiste un Parlamento con un ruolo importante che via via nella storia dell’Italia si conquista un ruolo importante nelle decisioni pubbliche. Esso però aveva la caratteristica che il Senato del Regno non era eletto: le elezioni erano solo per la Camera dei deputati, mentre i senatori lo diventavano di diritto o per nomina regia (restavano in carica a vita ed erano solo maschi).
La Camera dei deputati cerca sempre più di imporsi e trova sempre più rappresentanti del mondo popolare, da sempre lasciati fuori dalle questioni politiche.
Il Parlamento riflette gli interessi della Corona: ha un ruolo centrale lo Statuto Albertino e il suo articolo 5 attribuisce alla corona importanza nella politica militare e nella politica estera (“Al Re solo appartiene il potere esecutivo. Egli è il Capo Supremo dello Stato: comanda tutte le forze di terra e di mare; dichiara la guerra: fa i trattati di pace, d’alleanza, di commercio ed altri, dandone notizia alle Camere tosto che l’interesse e la sicurezza dello Stato il permettano, ed unendovi le comunicazioni opportune. I trattati che importassero un onere alle finanze, o variazione di territorio dello Stato, non avranno effetto se non dopo ottenuto l’assenso delle Camere.”).
Il Governo ha un notevole potere di guida della politica e del Paese: vengono estese al Regno d’Italia una serie di leggi che rendono operative le legislazioni che permettono al Paese di funzionare.
I prefetti sono rappresentati dall’esecutivo a livello locale ed esercitano poteri che riguardano l’ordine pubblico, la sanità, la scuola…
Le istituzioni sono un’estensione del potere dell’amministrazione su tutto il territorio e questo era frutto della politica dei liberali, un’élite molto coesa con valori comuni e riferimenti in comune nella propria cultura politica ed economica. Una parte notevole dei liberali, per esempio, guardava all’Inghilterra come modello di una società in cui era importante ridurre al minimo l’intervento dello Stato (volontà dei ceti borghesi di investire, di decidere dove creare le proprie imprese).
C’è poi un’altra parte che ritiene che un intervento dello Stato sia importante per risollevare la situazione in date aree, soprattutto in Meridione.
Situazione sociale dopo l’unificazione
C’è l’idea comune di cancellare tutti i diritti e le prerogative che non si riferiscono allo Stato: è una situazione dove prevalgono le piccole e medie imprese, in cui nessuno controlla il mercato; c’è idea anche di libertà economica e di partecipare con stessi diritti alla politica del paese e di svolgere le proprie imprese.
In primo piano la legislazione pone il concetto di proprietà e il sistema elettorale fa sì che gli elettori siano solo una parte della società (minimo di imposta da pagare ogni anno; avere adeguata istruzione; solamente i maschi con più di 25 anni di età -> il diritto di voto è solo il 2% della popolazione; c’è una struttura fortemente classista).
In questa situazione i liberali pensano a uno Stato che debba abolire i vincoli feudali e pensa a dei sistemi di un paese agricolo che esporta materiali del suolo e del sottosuolo, con modello basato su quello dell’inglese David Ricardo.
L’Italia si affranca da questa condizione per diventare un paese che nonostante la disponibilità di materie prime si avvia verso l’industrializzazione. Sul lungo periodo però, oltre a confrontarsi con paesi più industrializzati, ha anche una società fortemente diversificata.
- Non viene scardinato, infatti, il sistema del latifondo. Questo comporta che ci sia una nobiltà istituzionale ma non una trasformazione sociale, soprattutto nel Mezzogiorno: si forma uno Stato di fondamenti liberali ma con una struttura dello Stato in continuità con le condizioni precedenti.
- Non avviene quindi una rivoluzione agraria;
- I grandi proprietari di terra investono poco, ottengono investimenti dal lavoro dei contadini e dell’ampiezza dei possedimenti; manca la figura dell’imprenditore.
- Quindi lo Stato al Sud finisce per difendere un ordinamento agrario arretrato per cui i grandi latifondisti non vengono intaccati e quindi compaiono figure che si aggiungono alle precedenti come i prefetti, i questori, le caserme dei carabinieri che si estendono su tutto il territorio.
- La storia nazionale italiana comincia nel 1861 non con una trasformazione (come in altri stati) ma con una differenza tra Nord e Sud.
- Ci si trova in situazione di doppia violenza: controllo liberale dello stato e controllo illiberale dei grandi latifondisti; i contadini non avevano ottenuto maggiore libertà, anzi i sudditi in pratica non hanno diritti.
- C’era l’istituto a domicilio coatto e l’istituto dell’ammonizione (coloro senza fissa dimora o sospetti venivano ammoniti e se ciò si ripeteva due volte venivano arrestati).
- C’era poi il problema della magistratura che era molto conservatrice e c’era forte repressione a tutti coloro che erano contrari al sistema con forme molto diverse di repressione.
- Il termine “liberale” aveva quindi una connotazione particolare nell’Ottocento, anche nei rapporti di lavoro questo non era chiaro.
- Il Codice civile non ammetteva rapporti a tempo indeterminato e c’era divieto di concerto fra i lavoratori, cioè di sciopero.
Spese principali negli ultimi anni dell’Ottocento
Negli ultimi anni dell’Ottocento due erano le spese principali:
- Gli interessi sul debito pubblico dovuto a guerre che i Savoia avevano dovuto fare per l’unificazione (circa metà della spesa pubblica era destinata a ripagare questo debito pubblico)
- Spese per l’esercito e per la marina e questo per tutto il periodo liberale in cui queste rappresentavano il 27% della spesa pubblica e questo perché sono strutture fondamentali per il nuovo Regno: l’esercito aveva diverse opzioni, poteva essere organizzato come esercito di mestiere, rappresentava un sacrificio per parte della popolazione (per i reclutati l’esercito richiedeva una ferma di 5 anni, cosa vissuta molto male in gran parte delle regioni).
- All’inizio c’era la possibilità, se si veniva selezionati, di essere sostituiti pagando un sostituto e questo significava che la truppa era formata da ceti popolari che non erano in grado di pagare un sostituto.
- Un’altra categoria doveva affrontare istruzione e non sposarsi per alcuni anni.
- Il problema era anche come costruire questo esercito: tenuti fuori dall’esercito i Savoia e i garibaldini.
- Nell’esercito gli ufficiali piemontesi hanno un ruolo fondamentale e questo accentua ancora di più la lontananza tra questa istituzione e il resto delle popolazioni del Sud, percepito come organo di controllo.
- L’esercito ha un ruolo fondamentale anche per il mantenimento dell’ordine pubblico, dell’ordine stabilito dalle élite liberali: era usato contro brigantaggio, gli scioperi, le situazioni socialmente pericolose; quindi non solo per politica estera ma anche interna.
- È un esercito organizzato in funzione della politica interna e di controllo: ogni reggimento è organizzato in modo tale da essere costruito da due o più gruppi di diversa origine regionale (reclutamento regionale). La logica è che i soldati devono essere usati anche per l’ordine pubblico e quindi in questo modo era più facile che l’esercito esegua gli ordini.
- All’inizio prevale un esercito di mestiere che si basa su struttura di ufficiali e sottoufficiali molto forte anche se dopo vi è un’organizzazione dell’esercito molto forte e che riguarda anche la durata della leva che passa da 5 a 3 anni ma va sempre a favore dei benestanti che potevano svolgere un anno di volontariato restando nella propria regione sostenendo in proprio le spese di gestione.
- Si viene a formare un esercito di contadini che riflette una gerarchia sociale molto chiara: i ceti medio alti formavano il gruppo dei sottoufficiali e degli ufficiali.
- L’Italia liberale non ha un ruolo eversivo, resta fedele all’istituzione e questa struttura viene messa in dubbio solo con le spedizioni di Fiume.
Liberali vs. rossi e neri
L’esercito è anche motivo di nazionalizzazione, però non è stato organizzato in questo modo per questo scopo quanto per essere strumento repressivo efficace e questo perché le classi dirigenti liberali si sentono una minoranza anche dal punto di vista politico, perché hanno due nemici: i rossi (forze democratiche e garibaldine, successivamente socialiste) e i neri (i clericali; il nuovo Stato mette fine al potere temporale della Chiesa che aveva un grande consenso).
Scuola
Altro strumento importante per allargare il consenso è la scuola, che si organizza su una base preunitaria di una legge del 1859, ovvero la legge Casati che stabilisce che tutti dovessero andare a scuola; quindi, un’applicazione dell’ideale illuministico di pensare all’istruzione come di qualcosa di cui dovesse usufruire tutta la popolazione. È importante il principio dell’istruzione laica.
Ogni ceto aveva la sua scuola: il liceo era patrimonio della parte elevata della società che dà accesso all’istruzione universitaria.
Ed essa aveva anche un ruolo importante di associazione politica, ovvero diffondere gli ideali del nuovo Stato: è importante soprattutto nelle provincie più arretrate, sebbene l’Italia liberale avesse una differenziazione molto forte perché la maggior parte della popolazione non sapeva né leggere né scrivere.
C’erano quindi consigli comunali ostili all’istruzione che la vedevano come strumento pericoloso rispetto alla situazione delle classi dirigenti ai cittadini; la destra storica cercò di diffondere questo ideale illuministico di diffusione dell’istruzione.
Fin dall’inizio c’è anche in Italia un’arretratezza dell’insegnamento tecnico, e anche dell’arretratezza dei ceti borghesi: importanza dell’insegnamento tecnico. Uno dei prerequisiti per lo sviluppo industriale è indubbiamente l’istruzione.
Lo sforzo che la classe dirigente attua nell’istruzione è notevole, quello che non viene attuato è l’organizzazione delle università.
I problemi politici e istituzionali del nuovo Stato sono molti e pongono la classe dirigente (l’élite liberale) in una situazione difficile fin dall’inizio, il che spiega l’organizzazione stessa dello Stato unitario, secondo delle linee che poi restano a lungo e si ritrovano anche alla fine dell’età liberale e quando il fascismo sale al
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