Psicologia dello sviluppo: capitolo 1: chi siamo e cosa studiamo
La psicologia dello sviluppo, lo studio scientifico del ciclo della vita umana, è una disciplina fra le ultime arrivate nel campo della psicologia. Le sue radici affondano nella psicologia dell’età evolutiva, il cui campo di indagine è costituito dall’infanzia e dall’adolescenza. Un’altra disciplina strettamente legata alla psicologia dello sviluppo è la gerontologia, ossia lo studio scientifico dell’invecchiamento. La gerontologia e la disciplina ad essa strettamente correlata, lo studio dello sviluppo dell’adulto, sono state protagoniste di una crescita fenomenale negli ultimi trent’anni del XX secolo.
Lo studio dello sviluppo
Lo studio dello sviluppo nell’intero ciclo della vita umana è una scienza dal carattere multidisciplinare: essa abbraccia campi diversissimi come le neuroscienze, le scienze infermieristiche, la psicologia e le politiche sociali. Lo studio dello sviluppo esplora le tappe fondamentali che ricorrono in modo prevedibile lungo l’esistenza umana. Lo studio dello sviluppo si focalizza sulle differenze individuali: gli studiosi dello sviluppo si propongono infatti di scoprire le cause delle straordinarie differenze individuali.
Lo studio dello sviluppo esamina l’impatto delle transizioni da una fase di vita a un’altra e delle abitudini di vita: si occupa di indagare le transizioni normative, cioè prevedibili, e le transizioni non normative, cioè atipiche.
Il contesto storico e sociale
In che modo vivere in un particolare momento storico influisce sulla nostra esistenza? E come ci condizionano la nostra appartenenza a una certa classe sociale e le nostre radici culturali?
L'influenza della coorte: Per coorte si intende il gruppo di età a cui apparteniamo. La coorte del baby boom post bellico ha lasciato un’impronta indelebile nel mondo occidentale. Alla fine della seconda guerra mondiale la dimensione media della famiglia statunitense aumentò d’improvviso fino a includere circa quattro figli. Negli anni '50 la famiglia rimase tradizionale. Poi gli appartenenti alla generazione del baby boom, adolescenti ribelli durante i due decenni a partire dagli anni '60, hanno contribuito a una radicale trasformazione di questi ruoli e atteggiamenti.
Cambiamento del concetto di infanzia
Nella Parigi del XVII secolo, circa un bambino su tre moriva durante la prima infanzia. Nel novecento molti bambini non sopravvivevano oltre il primo anno di vita. I tassi astronomici della mortalità infantile, oltre alle condizioni di estrema povertà, erano dovuti anche al ricorso a pratiche che oggi consideriamo veri e propri maltrattamenti: i bambini infatti venivano spesso picchiati o abbandonati alla nascita.
La tecnologia del XX secolo ci ha condotti ad acquisire invece una nuova e più ampia visione dell'infanzia. Innanzitutto l’istruzione divenne un fattore cruciale. È l’istruzione a definire i limiti dell’infanzia, facendone una fase protetta della vita: infatti fintanto che i bambini frequentano la scuola, dipendono dai genitori per il soddisfacimento dei loro bisogni.
Durante la depressione degli anni '30, quando Roosevelt firmò una legge che rendeva obbligatoria la scuola superiore, l’adolescenza fu riconosciuta come una fase ben distinta della vita. Oggi che così tanti ragazzi e ragazze frequentano l’università e proseguono gli studi dopo la laurea, gli studiosi dello sviluppo hanno identificato una nuova fase di passaggio verso l’età adulta: l’adultità emergente che si estende dai 18 fino a quasi 30 anni.
Cambiamento del concetto di età avanzata
Prima del XX secolo l’aspettativa media di vita era estremamente bassa. La rivoluzione dell’aspettativa di vita del XX secolo è forse l’evento più importante della storia umana. Esso è dovuto sicuramente ai miglioramenti nella cura della salute pubblica e del settore della sanità. Negli ultimi cinquant’anni i progressi sono stati più lenti perché le malattie delle quali adesso si muore, le malattie croniche, sono legate spesso al processo di invecchiamento.
La durata massima della vita ad oggi è stimata intorno a una media di 105 anni. Il prolungarsi della durata dell’esistenza ha profondamente cambiato il nostro modo di considerare ogni fase della vita. Ha posposto di quasi 10 anni l’età media in cui ci si sposa. Il diventare nonni è un evento che si colloca nella mezza età. Le persone che hanno oggi più di 60/70 anni sono attive e in buona salute. Infatti si parla di anziani giovani, persone che hanno più di 60/70 anni ma si sentono e appaiono di mezza età; e gli anziani anziani.
Cambiamento del concetto di età adulta
Una vera e propria rivoluzione negli stili di vita nell’ultimo secolo ha completamente trasformato anche il modo di vivere l’età adulta. Questo cambiamento è iniziato a partire dal Baby Boom post bellico. Le persone potevano avere rapporti sessuali senza essere sposate, le donne erano libere di realizzare se stesse in una carriera professionale, il divorzio è divenuta un’alternativa accettabile se il matrimonio è destinato ad incrinarsi.
Le crescenti disuguaglianze del reddito
Dopo la seconda guerra mondiale i redditi dei lavoratori di ogni livello economico ebbero un notevole incremento. Poi, intorno agli anni '70, la crescita dei redditi medio bassi cominciò a rallentare. La differenza tra i risparmi dei lavoratori e quelli dei benestanti si ampliò notevolmente. La disuguaglianza di reddito è diventato il problema economico fondamentale negli Stati Uniti. Quando si parla di paesi si fa riferimento spesso allo status socio economico: un termine che fa riferimento al livello di istruzione di una persona e al suo reddito.
Possiamo distinguere dunque tra i paesi sviluppati, definiti sia dalla propria ricchezza, sia dall’elevato reddito medio pro capite. In questi paesi l’aspettativa di vita è piuttosto alta e la disparità economica non è così drammatica. Nei paesi cosiddetti in via di sviluppo invece, la situazione risulta essere ancora molto critica.
L'influenza della cultura e dell'appartenenza etnica
Le persone che abitano nei paesi in via di sviluppo hanno spesso vite più brevi e più difficili. Eppure, visitando questi luoghi si può restare colpiti da un grande e condiviso senso di comunità che è raro trovare in Occidente. Distinguiamo allora fra:
- Culture collettiviste: che attribuiscono maggior valore all’armonia sociale.
- Culture individualiste, più tipiche dei paesi sviluppati: l’empatia viene posta soprattutto sull’indipendenza, la competizione e il successo personale.
Anche l’educazione assume un ruolo completamente diverso.
L'influenza dell'appartenenza di genere
Come sappiamo ormai molto bene, i cromosomi sessuali non determinano più le nostre vite: basta ascoltare le testimonianze di transgender adulti che vivono la loro intima identità di genere non secondo l’anatomia segnata alla loro nascita. Eppure in tutto il mondo si rilevano sostanziali differenze nell’aspettativa di vita in base al sesso. In tutti i paesi, le donne vivono almeno un paio d’anni più degli uomini. Inoltre, parlando in termini statistici, maschi e femmine si comportano in maniera diversa fin dalla nascita. Esamineremo nel corso del libro tali differenze.
Le teorie: la lente attraverso cui osservare il ciclo di vita
Le teorie cercano di spiegare le cause che stanno dietro alle nostre azioni. Le teorie possono anche permetterci di prevedere il futuro e darci informazioni su come migliorare la qualità della vita. Nella psicologia dello sviluppo le teorie possono offrire spiegazioni generali del comportamento applicabili a persone di qualunque età oppure descrivere i cambiamenti che caratterizzano età specifiche.
Il comportamentismo: il successo della teoria originale incentrata sulla cultura
Watson, padre del comportamentismo tradizionale, affermava che la cultura può tutto. Watson e Skinner sognarono una scienza del comportamento umano che fosse rigorosa quanto la fisica. Era essenziale, infatti, limitarsi allo studio di risposte osservabili, misurabili. Inoltre, secondo questi comportamentisti tradizionali, un numero ridotto di leggi dell'apprendimento è in grado di spiegare il comportamento in ogni situazione e in ogni classe di età.
Lo studio del rinforzo: secondo Skinner, la legge generale dell’apprendimento è il condizionamento operante. Le risposte che ottengono una ricompensa, cioè un rinforzo, vengono apprese; le risposte non rinforzate finiscono per scomparire, cioè si estinguono. Quando i bambini iniziano a fare i capricci al supermercato ad esempio, i genitori comprano loro un giocattolo pur di farli tacere. In seguito, questi genitori si lamentano del carattere difficile dei loro bambini senza rendersi conto che sono proprio i loro rinforzi ad aver prodotto queste risposte.
Uno dei concetti più interessanti di Skinner riguarda gli effetti degli schemi di rinforzo variabili. Si tratta del tipo di rinforzo più comune nella vita quotidiana: otteniamo rinforzi in modo imprevedibile e così continuiamo a rispondere producendo una certa azione, poiché capiamo che se continuiamo a farlo, ad un certo punto, riceveremo una ricompensa (un rinforzo). Il processo del rinforzo (e il suo opposto, l’estinzione), è una forza molto potente sia nel bene sia nel male. La teoria comportamentista offre anche un’ottimistica spiegazione ambientale degli handicap fisici e mentali connessi con la vecchiaia. È normale che una persona ricoverata in una casa di riposo che non riceve mai rinforzi perché possa ricordare qualcosa o camminare, subisca un declino delle capacità sia fisiche che mnemoniche.
Esplorare la vita da una prospettiva diversa: lo studio delle cognizioni
Consideriamo ora il comportamentismo cognitivo, o teoria dell’apprendimento sociale, introdotto negli anni '70 da Bandura e collaboratori. I loro studi dimostrarono la potente influenza del modellamento, ossia l’apprendimento attraverso l’osservazione e l’imitazione di ciò che altri fanno. Bandura ha scoperto che tendiamo a prendere a modello le persone che ci allevano, che si relazionano con noi in modo premuroso. Siamo infatti soliti prendere a modello le persone che giudichiamo più simili a noi.
Bandura poi introduce il termine di autoefficacia, ossia la convinzione personale della propria competenza, la sensazione di essere in grado di svolgere con successo un dato compito. Secondo Bandura è l’autoefficacia a determinare quali obiettivi ci poniamo. Se l’autoefficacia è alta, non solo passeremo all’azione, ma saremo ancora intenti a provarci molto tempo dopo che dovrebbe essersi instaurato il fenomeno dell’estinzione. Eppure molti psicologi dello sviluppo, anche coloro che sono convinti che la cultura e l’ambiente giochino un ruolo di vitale importanza, trovano il comportamentismo insoddisfacente. Per colmare queste lacune della nostra conoscenza gli psicologi dello sviluppo si sono rivolti alle intuizioni di Sigmund Freud.
La teoria psicoanalitica: focus sulla prima infanzia e sulle motivazioni inconsce
La teoria di Freud è chiamata psicoanalitica perché analizza la psiche, cioè la nostra vita interiore. Freud si convinse che le nostre azioni siano dominate da sentimenti di cui non siamo consapevoli e i problemi emotivi affondano le radici in sentimenti repressi, resi inconsci fin dalla prima infanzia. In particolare, Freud ipotizzò l’esistenza di tre strutture nell’apparato psichico:
- L’Es: l’insieme di istinti, bisogni e sentimenti primitivi;
- L’Io: la parte conscia;
- E il Super io: l’istanza morale della nostra personalità la cui funzione consiste nel contrastare gli impulsi dell’Es.
Freud inoltre sostenne che gli impulsi sessuali che egli chiamò libido, guidino la vita umana e propose l’idea scioccante che i bambini siano dotati di una loro sessualità. Secondo Freud, durante lo sviluppo gli impulsi sessuali del bambino sono focalizzati su specifiche aree del corpo, dette zone erogene. Nel primo anno di vita si parla di fase orale; nel secondo anno di vita di fase anale; tra il terzo e il quarto anno di vita fase genitale. In questo periodo il bambino sviluppa fantasie sessuali relative al genitore di sesso opposto, il complesso di Edipo o il complesso di Elettra, mentre il genitore del suo stesso sesso viene percepito come un rivale. Successivamente la sessualità viene repressa, il bambino si identifica con il genitore del suo stesso sesso, si viene a formare il super io e si entra nel periodo di latenza.
Oltre a ciò, le idee psicoanalitiche hanno permesso lo sviluppo di quell’importante teoria moderna chiamata teoria dell’attaccamento.
La teoria dell'attaccamento: focus su cultura, natura e amore
Lo psichiatra britannico John Bowlby formulò la teoria dell’attaccamento. Egli, come Freud, era convinto che le esperienze con le persone che ci accudiscono nei primi anni di vita plasmino la nostra capacità di amare da adulti. Nel periodo in cui cominciano a camminare, i bambini hanno bisogno di sentire la vicinanza fisica di un genitore o di un care giver. Ogni alterazione in questa risposta di attaccamento è causa di gravi problemi nelle fasi successive della vita. La risposta di attaccamento è biologicamente programmata nella nostra specie al fine della sopravvivenza. Egli fu dunque un precursore della psicologia evoluzionistica.
Gli psicologi evoluzionisti rappresentano l’immagine speculare dei comportamentisti in quanto guardano alla natura per spiegare i nostri comportamenti. Alla psicologia evoluzionistica manca l’approccio pratico, orientato all’azione, che caratterizza il comportamentismo, benché sottolinei il fatto che dobbiamo prestare la massima attenzione ai bisogni umani fondamentali.
La genetica del comportamento: l'indagine scientifica della natura delle differenze umane
Genetica del comportamento è il nome dato all’insieme di metodologie di ricerca volte ad esaminare i contributi offerti dalla genetica allo studio delle differenze osservabili tra gli esseri umani. Negli studi di gemelli, solitamente i ricercatori mettono a confronto coppie di gemelli identici, ossia monozigoti, da gemelli fraterni, ossia dizigoti, rispetto un particolare carattere di interesse. Se c’è un certo carattere molto influenzato dalla costituzione genetica, le coppie di gemelli identici saranno più simili rispetto a quel tratto di quanto non lo siano i gemelli fraterni.
I genetisti del comportamento si servono di uno speciale parametro statistico, ossia l’ereditabilità. Negli studi di soggetti adottati i ricercatori effettuano confronti tra bambini adottati, i loro genitori biologici e quelli adottivi. Anche qui si valuta l’influenza dell’ereditarietà su un determinato carattere. Le prove più forti sull’influenza genetica vengono dai rari studi di gemelli adottati, in cui i soggetti sono gemelli identici separati nella prima infanzia che si sono riuniti da adulti. Sergio e James, che hanno esattamente la stessa costituzione genetica, esibiscono abilità, tratti, personalità molto simili anche se sono cresciuti in famiglie diverse. Questa deve essere ritenuta una prova molto forte a favore del fatto che i geni hanno un ruolo cruciale nel determinare chi siamo.
Inoltre la genetica, oltre alle influenze di tipo socio ambientale è determinante in alcune tendenze comportamentali. In conclusione non si può parlare di natura o cultura, come se due termini fossero contrapposti. Per capire davvero lo sviluppo umano, gli studiosi devono esplorare come natura e cultura interagiscano fra loro.
La combinazione di natura e cultura
Principio uno: la nostra natura dà forma alla nostra cultura. Con forze evocative si indica il fatto che il nostro temperamento tendenziale e i nostri talenti innati evocano certe risposte nel mondo intorno a noi. Un bambino felice suscita sorrisi in chiunque lo incontra. Le relazioni umane sono bidirezionali: il nostro modo di essere causa negli altri una specifica reazione, indirizzando anche il nostro sviluppo sia in senso positivo che in senso negativo. Con forze attive si indica il fatto che scegliamo attivamente i nostri ambienti sulla base delle nostre predisposizioni genetiche.
Principio due: per esprimere pienamente la nostra natura c’è bisogno della giusta cultura. Un ambiente di qualità elevata sicuramente può far emergere tutte le nostre migliori caratteristiche genetiche: infatti è necessario spesso avere a disposizione i mezzi per renderle manifeste. Per promuovere il nostro potenziale umano, abbiamo bisogno del miglior ambiente possibile. Addirittura l’epigenetica studia come il nostro ambiente, spesso ma non esclusivamente, le esperienze vissute durante la vita intrauterina e la prima infanzia, alterino l’esterno della struttura del nostro DNA, producendo effetti che durano per tutta la vita.
Le teorie degli stadi di sviluppo associate all'età: Erik Erikson
Erik Erikson viene solitamente considerato il padre della psicologia dello sviluppo perché, a differenza di Freud, riteneva che lo sviluppo umano continui per l’intera esistenza, e si dedicò ad identificare gli specifici compiti evolutivi che ogni stadio della vita ci impone di affrontare. Erikson identifica nella fiducia di base il nostro compito fondamentale nel primo anno di vita. Il secondo compito indicato da Erik è l’autonomia, che rende perfettamente ragione del perché questa fase sia conosciuta come lo stadio del no e dei terribili due anni: ci dice che dovremmo piuttosto festeggiare questo comportamento poco piacevole tipico del bambino come il segno della nascita di un’identità.
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