Appunti completi di linguistica italiana – UNIPA A.A. 2022/23
L’italiano e l’italofonia
- L’italiano come lingua della cultura: si nota dai prestiti. L’italiano è una lingua sensibile ai prestiti e tende a non adattarli al proprio lessico. Es. italiano: computer, mouse; ma spagnolo: ordenador, ratòn.
- Anche l’italiano ha dato dei prestiti alle altre lingue, come affresco, pizza, questa parola viene dal dialetto napoletano, pasta, soprano ecc.
- L’italiano in Italia e fuori dall’Italia: l’italiano si parla anche nel Canton Ticino in Svizzera, ma anche in Brasile, Argentina, America, Malta, Corsica, nei vecchi territori italiani come l’Istria e la Dalmazia, o nel principato di Monaco.
- Cocoliche: lingua mista tra italiano e spagnolo, si parla in alcune zone dell’America Latina.
- Nel 1861 si diventa italiani, ma non italofoni: si parlavano per lo più i dialetti, mentre gli italofoni veri e propri erano solo i toscani/fiorentini.
- La ricchezza linguistica: italiano e dialetti italoromanzi.
- I dialetti non sono sistemi subalterni all’italiano. Sono sistemi indipendenti che non derivano dalla lingua italiana, bensì dal latino.
- I dialetti non vanno confusi con le varietà di italiano che variano in base alla zona geografica, si parla in questo caso di lingua italiana interessata da variazione diatopica.
- Criterio geografico: i dialetti rispetto a una lingua si parlano in aree più ristrette.
- Criterio sociale: il dialetto è più spesso parlato da certe categorie di persone, chi non ha un’istruzione elevata.
- Criterio funzionale: vi sono molti pregiudizi sui dialetti: molti giovani tendono a italianizzare le parole in dialetto perché considerano quest’ultimo poco elegante o rozzo.
- Criterio gerarchico: il dialetto è considerato un sistema secondario rispetto all’italiano, che oggi ha sicuramente un’importanza maggiore.
- In Italia in passato vi era una situazione di bilinguismo tra italiano e dialetto.
- Diglossia vs dilalìa: diglossia rappresenta una varietà linguistica in cui sono presenti due codici: da una parte una varietà alta, situazioni ufficiali, dall’altra una varietà bassa, situazioni informali, separate da un punto di vista funzionale. Questo fenomeno è stato presente in Italia fino più o meno agli anni ’70. Un fenomeno simile si verifica anche in Inghilterra all’arrivo dei normanni: si parlava l’anglosassone, ma i normanni portano in Inghilterra l’antico francese, diventa la lingua della corte, mentre l’anglosassone diventa la lingua del popolino. Corte e popolino non hanno alcun contatto, e ciò favorisce il fenomeno della diglossia.
- Diglossia: separazione netta tra italiano e dialetto.
- Dilalia: uso dell’italiano anche nei contesti informali. Abbiamo una varietà alta che si usa sia nei contesti formali che informali. Nei contesti informali, la varietà alta si usa insieme a quella bassa. Il dialetto si mantiene, ma sempre accanto all’italiano.
- Minoranze linguistiche: albanese, arbereshe, Piana degli Albanesi, Calabria, Puglia. Comunità germanofone in Sudtirolo, comunità francesi in Piemonte, comunità catalane ad Alghero; lingua ladina, Trentino; comunità francoprovenzali in Puglia. Le minoranze linguistiche sono frutto di vicende storiche.
Italiano: tipologia linguistica
- Vocali in fine di parola.
- Libertà di accento.
- Lingua pro-drop, a differenza dell’inglese.
- Flessibilità: creare nuove parole attraverso alterazione e composizione.
- Struttura: determinato + determinante, es. il libro di inglese: il libro è determinato, di inglese è il determinante; ciò non avviene in inglese, perché sarebbe “English book”.
- L’importanza del verbo.
Unificazione linguistica
L’italiano deriva da latino volgare che veniva parlato in età imperiale. Il fatto che l’Italia fosse divisa in vari staterelli ha impedito un’unificazione linguistica, che si comincerà a organizzare solo dopo l’unità nel 1861.
La letteratura rappresenta la base dell’unità linguistica. Nel ‘500 Bembo propone un modello di italiano che si basa sulle cosiddette “tre corone” del ‘300: Dante, Petrarca e Boccaccio. Dante sarà un modello per la letteratura fino al ‘900.
La questione della lingua si ripete all’indomani dell’Unità. Si riunisce la cosiddetta “commissione Broglio” cui fa parte anche Alessandro Manzoni: egli crede che l’italiano debba essere insegnato a scuola, dunque propone la presenza di insegnanti fiorentini in tutta Italia e la redazione di dizionari dialetto-italiano. Manzoni stesso riscrive una nuova edizione della sua opera “I Promessi Sposi” rifacendosi al fiorentino parlato dai colti, aulico/diastraticamente marcato. Il suo era un fiorentino emendato, vengono meno i tratti dialettali.
Tuttavia l’idea di Manzoni non va in porto, perché vi era molta dispersione scolastica al tempo e soprattutto perché non si sentiva effettivamente l’esigenza di imparare l’italiano, in quanto l’intera società era ancora profondamente legata alla realtà dialettale.
Ascoli disse che Manzoni “ha compiuto un doppio inciampo”, intanto perché Firenze aveva già perso la sua importanza politica, e poi perché Manzoni propone un modello di lingua eccessivamente normativo.
L’italiano cominciò a essere parlato molto più tardi a causa di cambiamenti sociali e culturali. L’uso dell’italiano fu incoraggiato da fattori esterni:
- La costituzione di una burocrazia, catasto, uffici.
- Costituzione dell’esercito determinò lo spostamento di persone provenienti da diverse parti d’Italia.
- Le migrazioni, es. verso l’America. Si stabilì una legge che imponeva ai migranti italiani che volevano trasferirsi di avere ricevuto almeno un’istruzione elementare.
- Cinema.
- Radio.
- Televisione, dagli anni ‘50.
L’italiano ha una base letteraria ed è stato utilizzato per molti secoli come lingua scritta. Oggi la letteratura, come in parte la televisione, sono diventate “maestre di variazione” nel senso che rispecchiano i diversi usi di italiano contemporaneo.
La nozione di lingua standard è abbastanza astratta, e per quanto riguarda l’aspetto fonetico e fonologico la lingua standard è padroneggiata solo dagli esperti della parola, attori, doppiatori. Nella lingua parlata da tutti invece sono molto frequenti variazioni fonetiche e fonologiche, ad esempio, in siciliano non pronunciano la s sorda e vengono anche meno le vocali medio-alte.
Valore deontico: valore di obbligo.
Nel siciliano la forma avere + infinito ha valore sia deontico sia di futuro.
La lingua non va vista come qualcosa di granitico o immutabile, ma varia in base a degli assi di variazione, principalmente 4:
- Diamesia, il mezzo attraverso cui la lingua viene diffusa, ad es. scritto vs parlato. Nel parlato la gittata pianificatoria di ciò che stiamo dicendo è molto stretta, ma nello scritto no perché possiamo modificare il testo e ritornarci più volte; in più alcune espressioni tipiche del parlato non vengono mai usate nello scritto; altre volte il mezzo è scritto ma la concezione è parlata, come nella messaggistica.
- Diacronia: frutto della diacronia sono i fenomeni di grammaticalizzazione, come la parola “sinceramente”, la parola “mente” viene dal latino mens, mentis e con il tempo si è grammaticalizzato diventando suffisso avverbiale. Un altro esempio di grammaticalizzazione è il futuro in italiano, che è frutto dell’unione tra l’infinito e il verbo avere: cantare habeo, canterò.
- Frutto della diacronia sono anche il sistema dei pronomi, non si usano nel parlato pronomi come “egli”, “ella”, e i contatti tra lingue, che determinano fenomeni come i prestiti o i calchi, es. italiano “grattacielo”, “gentiluomo”.
- Es. “realizzare” nel senso di “capire” è una forma di prestito semantico e viene dall’inglese “to realise”. Forme simili sono anche “finestra”, del computer, o “caricare”, un file sul computer.
- Diatopia: essa permea la realtà linguistica italo-romanza in maniera molto forte. Effetti della diatopia sono i regionalismi e l’italiano regionale.
- Diastratia: lingua che varia in base alle caratteristiche socio-culturali del parlante, livello di istruzione, genere. Una forma di diastratia è l’italiano popolare, un parlante di italiano popolare nello scritto non riesce a distinguere i confini di parola o utilizza malapropismi, cioè parole dette male, o fenomeni di ipercorrettismo, distanziamento da una forma che sembra dialettale ma non lo è.
- Variazione diafasica: varia in base al contesto comunicativo, es. aula universitaria vs bar. In base al tipo di interlocutore a cui ci si rivolge si è portati a scegliere una particolare forma linguistica piuttosto che un’altra. In merito alla diafasia si sviluppano le cosiddette “lingue speciali”, cioè i linguaggi settoriali o le microlingue, come ad esempio il linguaggio della medicina. Si può parlare anche di “italiano televisivo”, un’espressione tipica è “linea allo studio” e implica un’omissione del verbo, o “italiano radiofonico”.
Onomastica italiana
L’onomastica è la scienza che studia i nomi propri nel loro complesso sia in sincronia che in diacronia. Il nome deriva da un termine greco, onomastiké, che vuol dire “arte del denominare”. Si tratta di una branca della linguistica e della lessicografia.
- Antroponomastica: studio dei nomi di persona, nomi individuali, cognomi, nomi familiari e soprannomi. A questo proposito, è molto diffuso il fenomeno della ‘nciuria, cioè quando una comunità dà un particolare soprannome a una persona o una famiglia.
- Toponomastica: studio dei nomi propri geografici, nomi di città, di montagne, di fiumi e altri elementi naturali.
- Odonomastica: studio dei nomi delle piazze e dei quartieri di una città.
- Zoonimi: nomi degli animali, es. donnola che viene dal latino “piccola donna”; pesce san Pietro; barbagianni, zoonimo parentelare, viene da “zio Gianni”.
- Deonomastica: passaggio dal nome proprio al nome comune, es. “Marsala”, indica la città ma anche il vino; “Cicerone” indica sia l’imperatore sia una persona che fa da guida a qualcuno.
“Sottilette” è un marchionimo, come “tampax”. Altri esempi di deonomastica sono: Asti, pinocchio, pinolo, fuoco di sant’Antonio, San Pietro, pesce.
L’onomastica testimonia e riflette le ideologie, la storia di un popolo o di una comunità perché racchiude una stratificazione linguistica che è anche storica di popoli, di contatti e di invasioni e ideologie. L’onomastica è il settore più conservativo di una lingua, soprattutto per quanto riguarda i nomi dei luoghi e dunque la branca della toponomastica.
Spesso i nomi propri perdono di significato e si opacizzano, ma lo studio diacronico permette di ricostruirlo.
Nome proprio: massimo grado di definitezza denominando uno specifico elemento, persona, luogo etc, rispetto ad altri della stessa classe. Il nome proprio può essere considerato un segno, signum = etichetta, anche se il significato si è opacizzato e non è più percepibile, a differenza del nome comune dove il significato è trasparente. Il significato dei nomi propri si può ricavare attraverso uno studio in diacronia. Alcuni nomi però sono più trasparenti, es. Monte Bianco, Bruno ecc.
Segno linguistico: ha significante, significato e un referente extralinguistico.
Toponomastica
Toponomastica ufficiale, quella dei documenti, vs toponomastica orale, come è chiamato quel luogo dai parlanti.
Es. Contrada Nocilla vs Contrada Nucidda, il secondo termine ha un significato più trasparente; quando i toponimi vengono tradotti in italiano avviene spesso l’opacizzazione del nome proprio.
Es. Cala di li granci, granchi, vs Cala delle arance, ma non ci sono arance.
Spesso chi fa i toponimi non conosce le varietà dialettali e locali, quindi nei toponimi ufficiali si tende a opacizzare il significato originale.
“Palermo” viene dal greco e significa “tutto porto”. Il significato della parola si può dunque ricavare da uno studio etimologico. L’etimologia permette di riannodare i fili tra toponimo e storia, tra toponimo e significato.
- Toponomastica come punto di osservazione delle vicende storiche e della stratificazione linguistica di un territorio.
- Nel patrimonio toponomastico si sedimentano i diversi strati linguistici grazie alla sua conservatività.
Paretimologia, reinterpretazione paretimologica: etimologia popolare: una parola che non si conosce viene assimilata a un’altra formalmente vicina al codice del parlante ma che in realtà non ha niente a che vedere con questa. In altre parole: un termine che io sconosco viene associato a un altro che mi è più familiare e con cui si ha una vicinanza formale ma non semantica, es. Benevento che prima si chiamava “Malevento”. “Mal” derivava da una parola prelatina e significava “altura”, tuttavia i latini collegavano “mal” al termine per loro più familiare “malus”. I latini hanno effettuato una paretimologia perché hanno associato la parola “mal” a “malus”, che formalmente è simile a “mal” ma ha un significato totalmente diverso.
Un linguista lavora come un archeologo, perché va attraverso vari strati linguistici. La toponomastica italiana ha un sostrato prelatino, lingue estinte come l’osco o il sannita, una componente latina e neolatina, elementi greci, arabi, germanici ecc, cambiamenti dopo l’unità, es. Via Cavour prende questo nome per la questione del Risorgimento.
Nomi prelatini
- Duno, Varese, Belluno, dal celtico dunum = fortezza, rocca.
- Siena, dal gentilizio etrusco Seina.
- Todi, dall’umbro tuder = confine.
- Monte Rosa, da reuse = ghiaccio.
Epoca romana
- Forlì, da Forum Livii.
- Friuli, da Forum Iulii.
- Augusta, da Augustus.
- Orvieto, da urbs vetus = città vecchia.
- Derivati con castrum, castello, fortificazione.
- Giuliano, fundus Iulianus.
- Favignana.
Epoca post-latina
- Gualdo, Macerata: dal longobardo wald, bosco.
- Garda: dal longobardo warda, luogo di osservazione e di guardia.
- Campaldani, Arezzo: dal gotico Alda, -anis.
Post-latini arabismi
- Calatafimi, Caltavuturo, Caltabellotta, Alcamo: qal’a, castello, rocca.
- Misilmeri, Mezzoiuso: manzil, luogo di sosta, casale.
- Marsala: Marsa Ali, porto di Ali.
- Gibellina, Mongibello: Gabal, monte. Mongibello è un caso interessante di tautologia, quando si ribadisce una cosa ovvia, es. “la guerra è guerra”, e ha una parte che deriva dal latino e un’altra che deriva dall’arabo, il nome “monte” viene ripetuto due volte in due lingue diverse, prima in latino, da mons, montis, e poi in arabo. Quindi Mongibello non significa “montebello” ma letteralmente “monte monte”.
- Castrogiovanni era “castrum Ennae”, si indicava la città di Enna, ma il nome viene all’inizio modificato dagli arabi in “Castrum Yannah” e poi in Castrogiovanni. Quindi: fase latina, fase araba, fase neoromanza.
Agiotoponimi
Agiotoponimi, vengono da nomi di santi:
- San Vito lo Capo.
- Sant’Agata di Militello.
- San Giovanni la Punta.
- Sanremo.
- Sangimignano.
Nomi di recente creazione
Nomi di recente creazione, più recenti e trasparenti:
- Città: Città di Castello, Civitavecchia.
- Casale: Casale Monferrato.
- Villa: Villafranca e Francavilla.
- Nomi in -ia, nel fascismo: Alessandria, Verbania.
Cambiamenti dopo l’unità soprattutto a livello odonomastico; cambiamento di nomi di strade per celebrare il Risorgimento e l’Unità d’Italia.
Processi paretimologici
- Rometta, ME: questa è una delle zone più grecizzate della Sicilia, dunque abbiamo parecchi toponimi greci. La parola Rometta viene da erymata, luogo per gli eremiti, ma poi gli arabi modificano la parola in “rimetta” e poi cambia in “Rometta” dove “rom” è collegato a Roma, mentre “etta” è un diminutivo: la paretimologia è totale.
- Tremestieri etneo: tre monasteri.
- Misterbianco: monastero bianco.
- Isola delle Femmine: isola di Eufemio, era un nome proprio trasformato in epoca araba e poi cambiato in “femmine”.
I toponimi hanno solitamente un significato poco trasparente, a volte anche a causa di un’interpretazione paretimologica, ma gli studi etimologici possono aiutare a coglierne uno.
La paretimologia si trova non solo nei toponimi, ma anche nei nomi comuni, come nella parola “stravizio” che viene da una parola croata, sdràvika, che significa “gioco del bere” ma che poi è stata totalmente reinterpretata in lingua italiana di modo tale che il significato in italiano si è allontanato da quello originale. Sdra viene interpretato come stra, cioè come prefisso intensivo, e vika come vitium = vizio. La parola in italiano “stravizio” si allontana sia dalla forma sia dal significato originale.
Fenomeni di paretimologia si verificano anche con molti nomi che dal dialetto passano all’italiano: il nome “Nero d’Avola” può essere classificato come forma sinonimica di “calabrese”. Nero d’Avola viene registrato ufficialmente come vino.
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