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Appunti Letteratura latina con istituzioni di lingua (A-H), prof.ssa Chiara Torre

Modulo A e B - Seneca 16/09/2020

Le opere non vanno studiate tutte per intero, verranno fatti sconti durante il corso.

Studio individuale:

  • Storia della letteratura (parti introduttive alle diverse epoche che si trovano su Ariel, da studiare come prima cosa per farsi un’idea, le varie suddivisioni nelle età sono convenzioni + lo studio di 40 autori, da studiare su uno dei manuali proposti oppure da libro del liceo ma che sia concentrato sull’autore e non sui testi, mandare mail alla prof dicendole quale testo abbiamo del liceo).
  • Alcune parti dell’Eneide e della Pro Caelio che non sono trattate a lezione.

17/09/2020

Studiare dai testi di letteratura Seneca, vita e opere.

La cronologia delle sue opere è una questione complessa: non tutti sono d’accordo sulla datazione delle opere perché non hanno molti riferimenti a fatti contemporanei, parla anche di eventi storici ma spesso in maniera esemplaristica, per la riflessione morale, e spunti cronachistici o autobiografici non ne dà molti, neanche per l’epistolario. Ci sono delle proposte di datazione elaborate nel corso dei secoli ma ci sono ancora dubbi. L’ultimo che si è occupato di cronologia senecana è Marshall (Brill’s companion).

A noi interessa datare l’epistolario. È dell’ultima parte della sua vita, ce lo dice nella lettera 8, la lettera del secessus, secedo), il ritiro (da fa marcia indietro dal resto della comunità e si dedica alla vita contemplativa. Non racconta quello che è successo, è Tacito e gli storici a raccontarcelo, così come non parla del rapporto con Nerone.

L’epistolario comincia ad essere composto nel 62 o 63 dC, un anno dopo la data del secessus, datata grazie a Tacito o altri storici, e si conclude con la morte oppure ce lo ha lasciato incompleto. Le opere tarde che si affiancano all’epistolario sono le Naturales quaestiones, anch’esse dedicate a Lucilio e sono l’opera parallela.

Opera philosophia moralis, infatti su due tavoli: uno dedicato alla dell’etica, ovvero le epistole, e uno dedicato alla philosophia naturalis, la fisica, la meteorologia e l’astronomia, ovvero le Naturales quaestiones, comprese nella ricerca sulla natura. La terza opera vede un dibattito molto forte, il De providentia, fa parte di quei 12 volumetti, 10 opere in tutto, dedicati tutte a un argomento preciso, sono trattatelli su tema specifico, monografie su aspetti di etica, (es. De ira, De brevitate vitae, De otio…) che viaggiano tutte insieme e sono state raccolte tutte insieme ma sono probabilmente di periodi diversi.

Il De providentia tratta del male che capita ai buoni, ci si chiede come capita se c’è un dio buono che provvede (cioè che vede prima), ed è dedicato sempre a Lucilio, e nelle epistole ne parla. Mentre scrive l’epistolario, come sappiamo dalle ultime epistole, dalla 100 in avanti, Seneca dice a Lucilio che sta scrivendo dei libri di filosofia morale, facendo un trattato su varie questioni. Lo dice perché spesso Lucilio chiede l’intervento di Seneca su problemi specifici di etica (es. se c’è differenza su essere saggio e la saggezza) e per cui Seneca spesso ha l’impressione di perder tempo, e nelle epistole rimanda la trattazione di questi temi ai trattati che sta scrivendo.

Questi libri di filosofia morale non ci sono pervenuti o meglio qualche padre della chiesa, in particolare Lattanzio, in età costantiniana, fa capire di averli utilizzati. Si capisce che in questo ritiro dalla vita politica comunque Seneca è stato molto attivo e si occupa di questioni tecniche di filosofia, mentre nelle epistole c’è una filosofia più da obiettore di coscienza, più pratica e c’è una costruzione del proprio io che deve reagire al dolore, alla paura della morte, tipiche del fine vita, sembrano esercizi spirituali.

Brano che presenta Seneca tramite Tacito negli Annales (la morte di Seneca). È una pagina che interpreta la filosofia senecana e definisce la morte di Seneca come “imago vitae suae”, è un ossimoro, un paradosso: morte come immagine della vita, perché Tacito dice che Seneca ha organizzato lo spettacolo della sua morte, l’immagine più bella che vuole lasciare della sua vita, rielaborazione della morte come immagine della vita ideale.

Seneca scrive le epistole per i posteri, ha una coscienza viva di questo, ed è una lettera che non è uno scambio di notizie o di esperienze ma che deve modellare la vita di Lucilio e la propria: modellamento del sé, che si fa prendendo lo specchio dell’amico e insieme ci si specchia per vedere i progressi morali che si fanno, che si vedono dentro ma che non emergono fuori, tutto è giocato sull’interiorità.

Mettiamo in rapporto dunque l’imago vitae suae soprattutto interiore che Seneca vuole dare nell’epistolario con quella che Tacito organizza nel suo scritto in occasione della morte di Seneca. Tacito dice che Seneca in punto di morte vuole lasciare agli amici la cosa più preziosa che ha cioè l’imago vitae suae, l’immagine della sua vita, cioè lo ‘spettacolo’ un po’ macabro che Seneca allestisce quando gli arriva l’ordine di suicidarsi.

Tacito descrivendo questo, fa la parola greca ecfrasis, che è la ri-creazione attraverso le parole di un’esperienza visiva, tipo la descrizione di un’opera d’arte. Tacito quindi descrive la morte di Seneca cercando di far vedere ai lettori quello che ha visto, ricreando lo spettacolo allestito da Seneca.

Consolatio, può essere vista anche come una tecnica letteraria usata per elaborare un lutto nell’antichità, oppure per sviluppare una letteratura di resilienza per sé stesso e per Lucilio. Seneca nell’epistolario sa che è minacciato e quindi tra poco dovrà morire, quindi cerca con la premeditatio di assimilare quello che avverrà per abituarsi all’idea.

Lettura del brano: Seneca è a casa sua e si è ritirato già da tempo, si fa vedere pochissimo, siamo nel 65 dC quando è appena scoppiata la repressione della congiura dei Pisoni, congiura di senatori illustri di cui alcuni amici di Seneca, in cui è coinvolto anche suo nipote, Lucano. Seneca non si sa quanto sapesse di questa congiura, non vi ha partecipato più di tanto. Nerone reprime la congiura, fa fuori tutti e anche Seneca.

È imperturbabile: di fronte a cosa? perché è appena arrivato il centurione con l’ordine imperiale di darsi la morte e se non si fosse ucciso, sarebbe stato ucciso dal centurione. Questa non è solo una “raffinata crudeltà” cioè il farsi uccidere da solo, ma è come una forma di delicatezza da parte di Nerone perché il condannato a morte avrebbe avuto problemi di diritto per gli eredi, mentre per il suicida non è così, gli eredi avrebbero potuto conservare dei diritti. Ma è comunque un momento drammatico.

Gli viene negato il diritto di fare testamento, rivolgendosi agli amici dichiara di lasciare l’imago vitae suae, il bene spirituale più prezioso di quello materiale (il testamento), memoria, -ae, che, se ne avessero avuto memoria concetto fondamentale, nucleo fondante su cui torneremo dopo), sarebbe stato la base per ottenere la gloria di azioni oneste e di amicizia solida.

Seneca è il maestro che anche in morte consola gli altri, con maggiore energia, col rimprovero, la obiurgatio, il contrario delle consolatio. La vera consolazione non è lenire il dolore altrui assecondandolo, spesso la tecnica è il rimprovero, la richiesta di reagire al dolore.

Da questo testo viene fuori che Tacito ha studiato bene le opere di Seneca, le conosceva: vive la generazione subito dopo quella di Seneca, inizia a scrivere dopo il 100, in età dei Flavi, sotto Traiano, ma è figlio dell’età neroniana, e sotto il tiranno Domiziano ci sono analogie con le resistenze al tiranno Nerone. Tacito non è cattivo con Seneca come altri storici.

Tacito fa poi finta di fare un discorso indiretto agli amici come se fosse Seneca a farlo, rimanda alla ragionevolezza e alla filosofia. Poi dopo aver parlato al pubblico degli amici, che può essere un circolo politico o di intellettuali, con Lucilio, o a volte il medico che faceva anche da consigliere spirituale, c’è anche il centurione e il pubblico di noi lettori.

Si rivolge poi alla moglie e inteneritosi molto le chiede di trovare aiuto nella meditazione della vita vissuta secondo virtù. Paolina, molto più giovane di lui, è la figlia di Paolino, prefetto dell’Annone, a cui ha dedicato il De brevitate vitae, è la seconda moglie di Seneca, della prima ci sono tracce labili, da cui ha avuto anche un figlio. Lei dà prova di una grande forza d’animo, è lui che invece si commuove e le chiede di non rendere eterno il suo dolore.

Paolina è sullo stesso piano dei suoi amici, ha una vita vissuta nella virtù, che è uno dei grandi valori stoici. C’è il paradosso della donna teoricamente debole che invece diventa la discepola prediletta mulìer fortis. e che più riesce ad essere forte, decide anche di consumare la morte con lui, rivelandosi l’unica ad essere sullo stesso piano del filosofo.

Se lei preferisce l’onore della morte, lui non si oppone, ma forse si tratta di un’interpretazione di Tacito. C’è ancora una volta il contrasto vita/morte: la morte può essere un valore assoluto che dà significato, dà riscatto alla vita, e poi c’è la morte gloriosa più per la donna più che per l’uomo, come riscatto della figura debole.

Poi ad entrambi vengono recise le vene delle braccia: qui il testo latino sembrerebbe ‘sciogliere’, ‘recidere’, con un unico colpo, le vene delle braccia, con il ferro. Il soggetto non è il ferro ma essi, Seneca e Paolina insieme, che si recidono, letteralmente sciolgono, le vene in un unico colpo, con le braccia intrecciate, vicine, un gesto, il legare le braccia con le bende, che indicava il matrimonio a Roma, quindi è come sciogliere insieme il matrimonio con la morte. Rispetto ai matrimoni antichi che erano semplici contratti, questo è un’eccezione perché c’è un legame forte che di solito non c’era.

22/09/20

Continuiamo a leggere il brano di Tacito: taglia anche le vene delle gambe e dei polpacci. Seneca ha un rapporto cattivo col cibo, già nell’epistola 68 confessa di aver avuto periodi di dimagrimento molto forte, non si sa se soffrisse di una forma di anoressia, ma sappiamo anche nell’epistola 108 che infervorato dalla filosofia si era dato una dieta molto stretta che aveva influito negativamente sulla sua salute, su cui aveva insistito il padre per farlo smettere.

Per motivi di salute era anche andato in Egitto, soffriva di malattie respiratorie e eccessiva magrezza. In questo caso però la sua debolezza estrema sono un ostacolo al suicidio attraverso la scissione delle vene perché il sangue esce troppo lentamente, c’è poca pressione, quindi non è una morte rapida ma che lo strema con estrema sofferenza, nel momento di dolore acuto chiede di essere allontanato dagli occhi della moglie, per non turbarla, perciò il proposito di morire insieme viene messo in crisi dall’intensità della sofferenza.

Questo è importante nell’identikit del saggio che Tacito sta tracciando perché Seneca e gli stoici venivano considerati come se non soffrissero, apatici e freddi, quasi disumani, mentre Tacito dimostra che non è così, anche se Tacito non era spesso generoso nei ritratti dei filosofi. È anche vero che Seneca è molto attento nelle sue opere a umanizzare il saggio, pur senza farlo scendere dalla sua condotta ideale.

Passato in un’altra stanza, chiede di far scrivere qualcosa a degli scrivani. È un retore, la sua filosofia è permeata di retorica, ed è figlio di Seneca retore, il padre è cultore della retorica e conserva esercizi di scuola di retorica. Seneca fa l’avvocato, l’oratore all’inizio della sua carriera, prima di fare il filosofo, e l’eloquenza lo accompagna fino alla fine della sua vita.

Le pagine che lascia in punto di morte sono codicilli, scritti su tavolette, di solito usati a lezione nelle scuole o quando si fa testamento, che ora non può lasciare. Questi codicilli non ci sono rimasti e Tacito dice che anche all’epoca sua circolavano in forma scritta, come massime senecane o epistole sulla morte. Possiamo anche pensare che alcune parole che Tacito attribuisce qui a Seneca erano scritte nei codicilli e usate qui per rendere più realistica la figura di Seneca.

Potremmo pensare che ci sia una figura retorica di preterizione, ostentare di voler passare oltre a qualcosa per poi invece tornarci sopra. Come se volesse dire che vuole evitare di riferire quello che è stato scritto, ma poi quello che è stato scritto lo ripete e così facendo le enfatizza, dà più valore senecano alle parole.

Paolina: si salva per intervento di Nerone che ordina di impedirle di morire, una mossa politica astuta, soprattutto perché avrebbe accresciuto l’odio verso Nerone e la gloria di Seneca. Tacito riporta anche i pettegolezzi, i rumores, che tendono sempre alla versione più maligna, di chi ipotizza che alla fine Paolina ha ceduto alla lusinga della vita. Tacito smentisce i rumores dando testimonianza di come dopo Paolina ha vissuto coerentemente, le ferite sono un danno permanente alla sua salute e mantiene altissima la fama, la memoria degna del marito, non ancora facile in un’epoca in cui c’è ancora Nerone, massimo antagonista di Seneca.

Seneca intanto chiede all’amico Anneo Stazio, medico, di dargli il veleno perché non riesce a morire. Stazio perché era un liberto, schiavo liberato, che ha assunto il nomen Stazio della gens che lo ha liberato. Viene da pensare alla cicuta bevuta da Socrate, c’è un riferimento di Tacito a questo. Contesto simile, suicidio con pochi amici e Socrate che fa l’ultima lezione sull’anima e sull’immortalità dell’anima.

Dopo averlo bevuto però non ebbe effetto, perché il corpo era già freddo, e anche qui la sua debolezza allungò la sofferenza. Allora decide di immergersi in uno stagnum, una vasca d’acqua calda, e “asperse (=bagnò) gli schiavi vicini e libava (=consacrava) l’acqua e il sangue a Giove liberatore”, diventa dunque un bagno consacrato per fare le libagioni a Giove, come se fosse una vittima sacrificale il cui sangue viene cosparso agli schiavi più vicini per fare il sacrificio.

Tacito scrive una pagina molto patetica, nel senso di piena di pathos, con molti significati simbolici, ma molto sobria. Noi siamo spettatori della recita di Seneca. Viene trasferito il corpo in un bagno caldissimo, il balineum, nel calidarium, la stanza termale che avevano i palazzi imperiali, e spirò grazie al vapore, e non vengono fatti riti per una corretta sepoltura, viene cremato.

Sembrano le morti misteriose come quelle di Romolo, in cui non si trovano più le spoglie mortali. Sicuramente è consono alla situazione essendo un condannato a morte, pur essendo suicida, non era degno di un funerale di stato, ma la cremazione non dà importanza a ciò che resta. È come se da estrema magrezza, passa a una vaporizzazione e poi alla cremazione in un progressivo assottigliamento. Nel testamento aveva chiesto la cremazione.

Concetti principali del brano

Dunque, concetti principali del brano:

  • Imago vitae suae immagine teatrale, il video di quello che è avvenuto, è spia metaletteraria: una ha significato basico, significato zero, cioè l’immagine della propria vita, ma tocca anche i meccanismi del funzionamento del testo, perché ci mette in allarme del fatto che c’è qualcosa dietro, che Tacito sta costruendo la vita di Seneca nell’ultimo atto come imago, come un brano che vuole essere visto, spettacolare, quindi è un indizio di come Tacito ha voluto costruire il suo brano in senso teatrale perché, a suo dire, Seneca stesso ha doppiamente voluto costruire il maniera spettacolare la sua morte. Quindi è metaletterario: perché lo è sia per Seneca sia per Tacito. Infatti anche Seneca parlando agli amici diceva che imago viate suae è il voler recitare lo spettacolo della sua morte perché questa scena abbia un valore esemplare, visivo, per esplicare la sua intera vita in un unico atto finale, per dare valore a tutta la sua vita trasmettendo dei valori, così come nel teatro tragico antico i cittadini avevano una trasmissione valoriale. Imago ha funzione metaletteraria e indirizza la lettura del brano tacitiano, ma anche l’evento stesso della morte di Seneca, come qualcosa di costruito spettacolarmente, perciò metaletterario, e che in questo senso trasmette valori. Come uno spettacolo nello spettacolo. Inoltre è anche una spia delle opere senecane, perché le sue opere e la sua vita sono all’insegna dello spettacolo e della teatralità. Ci si collega con imago al concetto delle imagines maiores, maschere di cera che venivano fatte nei funerali gentilizi, per avere il viso del defunto, da mettere in delle teche nell’atrium della casa gentilizia, dove c’erano degli alberi genealogici con le varie maschere. Durante il funerale, un figurante che aveva imparato ad imitarlo, metteva la sua maschera e c’era uno spettacolo come se fosse ancora in vita, ma vi erano anche altri figuranti con le maschere degli antenati che lo accompagnavano alla morte. [Questo assicurava al potere gentilizio anche la comunicazione pubblica, oltre che
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/04 Lingua e letteratura latina

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher orangesky di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura latina con Istituzioni e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Torre Chiara.
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