Unità Didattica 1 2
Definizione di etica 2
Le domande dell’etica 2
I modelli filosofici dell’agire 2
L’etica aristotelica 2
La tradizione ebraico-cristiana 3
Agostino: il male, il peccato e il libero arbitrio 4
L’etica kantiana 4
L’etica nietzscheana 5
Unità Didattica 2 6
Etica generale ed etiche applicate 6
Etica della comunicazione 7
Unità Didattica 3 8
Il modello comunicativo standard 8
L’approccio deontologico 9
Etica della comunicazione in senso proprio 9
Etica nella comunicazione 10
Unità Didattica 4 11
Modelli di etica della comunicazione 11
Il modello fondato sulla natura umana 11
Il modello dialogico 11
Il modello dell’audience 12
Il modello utilitarista 12
Il modello della comunità della comunicazione 13
Unità Didattica 5 13
I postulati dell’etica della comunicazione 13
L’etica del discorso di Apel 13
L’etica del discorso di Habermas 14
Apel ed Habermas 14
La teoria dell’agire comunicativo di Habermas 15
Unità Didattica 6 15
L’etica comunicativa 15
Etica della parola ed etica della scrittura 16
La questione della verità 16
Etica e giornalismo 16
Etica e televisione 18
Etica e Internet 19
Unità Didattica 7 21
Etica e comunicazione pubblicitaria 21
Etica e comunicazione pubblica 22
Etica e comunicazione ambientale 22
Jonas e il principio responsabilità 23
Etica e comunicazione interculturale 24
Etica e comunicazione in medicina 26
La comunicazione intramedica 26
La comunicazione extramedica 26
La comunicazione tra medico e paziente 26
Ricoeur e il giudizio medico 28
Il giudizio prudenziale 28
Il giudizio deontologico 28
Il giudizio riflessivo 28
Jaspers e la relazione medico-paziente 28
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Unità Didattica 1
Definizione di etica
L’atto filosofico per eccellenza è la riflessione, cioè la capacità di fermarsi e prendere le distanze da ciò che stiamo facendo
per comprendere meglio una situazione e ricavare indicazioni utili per i comportamenti futuri. Per capire l’etica bisogna
partire dal concetto di atto. Quando un atto non è episodico, ma si ripete nel tempo e acquista una certa continuità, diventa un
agire. Quando questo agire si consolida, diventa un modo stabile con cui ci rapportiamo al mondo e agli altri, trasformandosi in
un atteggiamento o comportamento. Fin dall’antichità, in Occidente, la riflessione filosofica rivolta ai nostri atti, al nostro
agire e ai nostri atteggiamenti viene chiamata etica.
L’etica è quindi una riflessione filosofica sull’agire, ed è essa stessa un tipo di agire: è infatti l’agire proprio della
➔ filosofia.
Il termine etica, però, non indica solamente la riflessione filosofica. Nella lingua comune indica anche l’insieme dei criteri,
principi e consuetudini che guidano le azioni e regolano i comportamenti di una persona o di una comunità, sia in generale
sia in un determinato periodo storico. Questi principi e queste consuetudini non sono sempre scelti in modo consapevole.
Spesso costituiscono uno sfondo condiviso che influenza i nostri comportamenti quotidiani senza che ce ne rendiamo conto.
Da qui nasce una prima ambiguità del termine etica:
● da una parte indica l’adesione a determinati criteri di comportamento, generalmente condivisi con altre persone e
necessari per orientarci nella vita quotidiana
● dall’altra indica la riflessione su questi stessi comportamenti, che ci permette di diventare consapevoli dei criteri
che seguiamo e, se necessario, anche di metterli in discussione o rifiutarli
La parola etica deriva dal greco éthos, che significa comportamento, consuetudine, costume. Il termine richiama sia il
costume individuale, cioè il modo abituale di comportarsi della singola persona, sia il legame tra il comportamento e la
comunità, cioè le abitudini e le consuetudini condivise da un gruppo. L’agire individuale, infatti, può trasformarsi in
un’abitudine e poi in un costume condiviso dalla comunità, contribuendo a caratterizzarla e a distinguerla. Il termine greco
éthos ha trovato in latino un termine corrispondente: mos, moris. Per questo nelle lingue influenzate dal latino troviamo due
parole, etica e morale, che vengono spesso utilizzate quasi come sinonimi. Entrambe possono indicare sia l’ambito delle
azioni e delle regole umane, sia la riflessione filosofica su queste azioni. In filosofia, per evitare questa ambiguità, si
utilizzano espressioni più precise.
La riflessione filosofica che studia l’ambito dell’agire umano viene chiamata filosofia morale o etica filosofica.
➔ La meta-etica, invece, studia la natura dell’etica e cerca di stabilire i metodi di prova e di dimostrazione utilizzabili
➔ in questo campo.
Alcuni filosofi preferiscono infine distinguere i due termini considerando la morale come l’insieme concreto delle azioni e delle
regole umane nella loro dimensione storica, mentre riservano il termine etica alla disciplina filosofica che studia queste azioni.
Le domande dell’etica
Fin dall’antica Grecia, la filosofia parte sempre da delle domande. Le domande filosofiche cercano di capire che cosa
qualcosa è, come si manifesta, quali sono le sue relazioni, i suoi motivi e i suoi scopi. Lo stesso avviene nell’ambito
dell’etica, dove le domande vengono applicate all’agire umano. Le principali domande dell’etica sono:
● Che cosa sto facendo?
● Come lo sto facendo?
● Per quale motivo lo faccio?
● Per quale scopo lo faccio?
● Che cosa debbo fare?
● Perché lo faccio o lo debbo fare?
● Che senso ha il mio agire?
Queste domande vengono inizialmente formulate riferendosi al singolo individuo e a una situazione concreta, ma la
riflessione etica va oltre il singolo caso. Dall’azione di una persona si passa a considerare l’agire umano in generale,
cercando di arrivare a conclusioni che possano valere non solo per un singolo uomo, ma per tutti gli uomini. Nel corso
della storia, però, le domande dell’etica hanno assunto un'importanza diversa.
Nell’etica antica prevalgono le domande che riguardano la definizione dell’agire, cioè che cosa stiamo facendo e
➔ come lo stiamo facendo. Si cerca quindi di comprendere la natura dell’azione e il modo in cui essa si configura,
anche per ricavare indicazioni sul comportamento.
Nella tradizione ebraico-cristiana, invece, diventano centrali le questioni legate al dovere. Si sviluppa quindi una
➔ morale prescrittiva, chiamata anche modello deontologico, basata sulla distinzione tra ciò che l’uomo è portato a
fare per sua natura e ciò che invece deve fare perché richiesto da un’istanza superiore, cioè Dio. Questo
modello può essere ripreso anche in forme laicizzate, quindi senza un riferimento diretto a Dio.
Nell’epoca contemporanea, soprattutto dopo Nietzsche, emerge invece il problema del senso dell’agire. Ci si
➔ chiede quindi perché faccio qualcosa, perché devo farlo e, più in generale, che senso ha il mio agire. Questo
problema diventa particolarmente importante quando viene meno la risposta religiosa che in passato forniva un
significato condiviso all’esistenza e alle azioni umane.
I modelli filosofici dell’agire
L’etica aristotelica
La definizione dei modi dell’agire serve a individuare le cause dell’agire stesso. Conoscendo le cause, i motivi e gli scopi
delle azioni umane, è possibile anche fare delle previsioni sui comportamenti futuri e indicare ciò che l’uomo dovrebbe
perseguire attraverso le proprie azioni. Questo modello filosofico dell’agire si trova, per esempio, nell’etica di Aristotele, che
2
cerca di definire in modo completo l’agire dell’uomo e di descriverne i processi. La sua riflessione etica è collegata alla
concezione del bene e al rapporto tra azione e bene.
Nelle sue opere dedicate all’etica, l’Etica Eudemia e l’Etica Nicomachea, Aristotele definisce la virtù come una disposizione a
scegliere il giusto mezzo. Il compito della parte razionale dell’uomo è quello di dare una misura alla parte irrazionale, cioè ai
desideri e alle inclinazioni, evitando che si cada nel difetto o nell’eccesso. Un esempio è il coraggio, che rappresenta il giusto
mezzo tra due comportamenti opposti: la viltà, che rappresenta il difetto, e la temerarietà, che rappresenta l’eccesso. Per
essere veramente virtuosi, però, non basta scegliere una volta il comportamento corretto. È necessario che il consenso dei
desideri alla scelta razionale sia continuo, fino a diventare un vero e proprio abito, cioè un’abitudine. Secondo Aristotele, il
bene è il fine, cioè lo scopo dell’azione umana. Ogni uomo tende naturalmente a raggiungere il bene. Si tratta quindi di una
tendenza naturale, che corrisponde alla natura specifica dell’uomo come animale razionale e sociale. La maggior parte degli
uomini, però, tende a perseguire dei beni particolari, cioè ciò che considera bene per sé in base ai propri desideri e alle
proprie inclinazioni personali. Secondo Aristotele, il vero bene da perseguire è invece il bene supremo, verso il quale ogni
essere razionale tende per propria natura. Per raggiungere questo bene supremo, Aristotele stabilisce una gerarchia tra le
facoltà dell’uomo.
Da una parte ci sono le facoltà che possono allontanarlo dal vero bene, perché mirano a beni particolari
➔ Dall’altra ci sono quelle che permettono di raggiungere il bene supremo
➔
Allo stesso modo, Aristotele stabilisce una gerarchia tra i beni: i beni particolari, che soddisfano solo bisogni e desideri
individuali, devono essere subordinati a una prospettiva più generale di felicità, cioè l’eudaimonía, che rappresenta il vero
bene supremo dell’uomo. I beni perseguiti dai singoli individui devono quindi essere ricondotti alla dimensione di un bene
comune, che gli uomini tendono naturalmente a perseguire anche quando non sono sempre capaci di riconoscerlo.
Nell’ultima fase della sua riflessione etica, Aristotele pone al centro il problema della felicità dell’uomo. La felicità è infatti il
sommo bene e il fine ultimo verso cui tendono tutte le azioni umane. Secondo Aristotele, il massimo della felicità umana
consiste nell’esercizio della ragione, che rappresenta la caratteristica specifica dell’uomo. Per questo la vera felicità non
consiste:
● nel piacere;
● nelle ricchezze;
● nell’onore.
Consiste invece nella contemplazione, nella vita speculativa e quindi nella filosofia. Questa rappresenta
contemporaneamente il massimo livello di virtù e felicità e ciò che avvicina maggiormente l’uomo a Dio, inteso come
“pensiero di pensiero”. La vera felicità consiste quindi nel raggiungere e realizzare la propria autentica vocazione, arrivando
a un equilibrio di vita. Il modello più alto di questo equilibrio è rappresentato dalla figura del filosofo, cioè di colui che esercita
la forma superiore di azione: il pensiero.
All’etica del bene supremo, cioè del fine ultimo verso cui l’uomo tende per natura, è strettamente collegata un’etica della
virtù, che riguarda il modo in cui il bene viene perseguito. La condotta virtuosa è resa possibile dalla parte razionale
dell’anima, che deve cercare di dominare le parti irrazionali, cioè i desideri e le inclinazioni che possono allontanare l’uomo
dal raggiungimento del bene supremo. La teoria etica di Aristotele cerca quindi di creare un doppio equilibrio:
1. Equilibrio interno al singolo uomo: è possibile attraverso una vita buona, nella quale le virtù vengono realizzate
per raggiungere il bene in sé, cioè il bene supremo.
2. Equilibrio tra gli uomini: l’individuazione del bene supremo e la scelta dei mezzi virtuosi per raggiungerlo mirano
alla composizione e all’eliminazione dei conflitti tra gli uomini.
Alla base della teoria etica di Aristotele ci sono tre presupposti fondamentali:
1. La descrizione e spiegazione dei processi dell’agire permettono di comprendere anche le loro cause,
motivazioni e senso.
2. È possibile definire la natura umana in modo fisso, univoco e immutabile.
3. Non esiste una vera separazione tra ciò che l’uomo fa seguendo la propria natura e ciò che deve fare. In altre
parole, il dovere non è in contrasto con la natura umana, ma rappresenta la sua esplicazione e realizzazione.
La tradizione ebraico-cristiana
A differenza dell’etica aristotelica, nella tradizione ebraico-cristiana emerge una concezione diversa dell’etica. Alla base c’è
una distinzione fondamentale tra ciò che l’uomo è, può o vuole fare e ciò che invece deve fare. Mentre l’etica aristotelica si
concentra sul bene e sulla virtù, la tradizione ebraico-cristiana pone al centro il problema del male e il rapporto tra la volontà
di Dio e la volontà dell’uomo.
Per Aristotele, l’etica si basa sulla natura dell’uomo. Nella tradizione ebraico-cristiana, invece, l’etica è fondata sulla
➔ religione, cioè sul particolare rapporto che l’uomo può instaurare con Dio.
In questo caso, ciò che Dio richiede all’uomo può essere in contrasto con ciò che l’uomo sarebbe portato naturalmente a fare e
a perseguire. A differenza dall’etica aristotelica, che cercava di instaurare un equilibrio interno al singolo uomo e anche fra tutti
gli uomini, nella tradizione ebraico-cristiana si delinea una scissione interna all’uomo stesso: da una parte c’è ciò che egli è
portato a fare per sua natura, dall’altra ciò che, seguendo Dio, ritiene di dover fare. A stabilire ciò che è bene e ciò che deve
essere fatto non sono quindi la natura o la ragione umana, come nell’etica aristotelica, ma Dio. È Dio che prescrive all’uomo
le leggi morali attraverso i Dieci Comandamenti, ai quali egli deve conformare la propria condotta.
Nel Cristianesimo, il comandamento fondamentale è quello dell’amore. Questo amore non riguarda soltanto il rapporto tra la
creatura e il proprio creatore, cioè Dio, ma anche il rapporto tra ogni uomo e il proprio prossimo, cioè l’altra persona che gli sta
vicino. Lo scopo del comandamento dell’amore è contrastare l’egoismo e l’amor proprio, considerati tendenze negative
profondamente radicate nella natura umana, favorendo invece un atteggiamento di apertura e compassione verso l’altro.
Questa apertura verso l’altro è comunque anch’essa presente nella natura dell’uomo. 3
Un’altra differenza importante rispetto ad Aristotele riguarda la concezione della natura umana. L’etica aristotelica tende a
definire la natura dell’uomo in maniera fissa, univoca e immutabile. Nella tradizione ebraico-cristiana, invece, emerge una
concezione più dinamica dell’essere umano e delle sue azioni. L’uomo, infatti, può scegliere come comportarsi e può decidere
se seguire oppure no ciò che Dio gli comanda. Al centro di questa concezione c’è quindi una particolare idea di libertà: l’uomo
è libero di decidere nella propria vita se ubbidire o meno ai comandi divini, scegliendo una vita virtuosa oppure una vita
peccaminosa, con le relative conseguenze. Questa libertà di scelta viene definita libero arbitrio. Il libero arbitrio porta con sé
anche la responsabilità. Se l’uomo è libero di decidere se seguire o meno i comandamenti divini, allora è anche direttamente
responsabile delle proprie azioni e delle conseguenze delle proprie azioni.
La differenza rispetto ad Aristotele può quindi essere riassunta così:
● nell’etica aristotelica, l’etica è principalmente un’etica della virtù e si fonda sulla natura dell’uomo
● nella tradizione ebraico-cristiana, l’etica è un’etica del dovere e si fonda sui comandi divini
L’azione, nella tradizione ebraico-cristiana, viene quindi considerata come una risposta libera a un comando di Dio, che il
credente considera vincolante per le proprie azioni.
Agostino: il male, il peccato e il libero arbitrio
Nella tradizione ebraico-cristiana, un ruolo importante è svolto dalla riflessione di Agostino di Ippona sul male, il peccato e
il libero arbitrio. Agostino, grazie alla sua esperienza con il manicheismo, conosceva una concezione secondo cui il male era
considerato un elemento metafisico, cioè qualcosa di originario e presente nella struttura stessa del cosmo. Questa
concezione, però, metteva in discussione la bontà di Dio, perché se il male fosse una realtà originaria, la creazione divina non
potrebbe essere completamente buona. Agostino rifiuta questa idea e sostiene che il male in sé non esiste. Il male è piuttosto
una mancanza di bene, cioè un non essere. Tutte le cose create da Dio sono infatti buone, anche se lo sono in misura
diversa e secondo una precisa gerarchia. Per questo anche il cosiddetto male metafisico, cioè l’imperfezione degli esseri
creati, non è un vero male: è semplicemente una forma di bene inferiore e non perfetta. Anche il male fisico, come il dolore
e la morte, non viene considerato un male assoluto. Se infatti rientra nei piani provvidenziali e salvifici di Dio, può avere un
significato positivo, perché può rendere la persona che soffre meritevole della grazia e della salvezza divina. Il male morale,
cioè il peccato, deriva invece dal
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