Etica della comunicazione
Prof. Menacci Luca – 6 CFU
Gli albori della riflessione etica
Una definizione di etica
Nel linguaggio comune, la parola indica il complesso dei criteri che guidano il comportamento, sia individuale che collettivo, adottato in generale o in un dato momento storico. Nel linguaggio filosofico, ogni riflessione sull’agire umano. In questo senso differisce dalla riflessione politologica o giuridica in quanto si occupa più specificamente della qualità delle azioni rispetto al problema del bene e del male e non già di quelle giuridicamente permesse o proibite o di quelle politicamente più adeguate.
L'etica studia i fondamenti che permettono di assegnare ai comportamenti umani uno status deontologico e normativo, ovvero distinguerli in buoni, giusti, leciti, rispetto ai comportamenti ritenuti ingiusti, illeciti, sconvenienti o cattivi secondo un ideale modello comportamentale (ad esempio, una data morale).
La parola “etica“ deriva dal greco ethos che significa “comportamento”, “costume”, ma anche l’intimo legame di ogni comportamento alla dimensione della dimora e della comunità. Infatti, l’agire può consolidarsi in un’abitudine, in un costume e questo è il costume condiviso dalla comunità, quello capace di identificarla nei suoi specifici caratteri. “Ethos” trova un unico corrispondente nel latino con il sostantivo mos, moris.
Infatti nelle lingue in cui il flusso del latino risulta determinante, si riscontrano due vocaboli: “etica” e “morale” usati indistintamente per cogliere tanto l’ambito delle nostre azioni quanto la riflessione su di esse; tanto la prassi individuale quanto la dimensione delle regole comuni.
La deontologia, dal greco
In filosofia si è cercato di evitare ambiguità tra questi termini: così per indicare la riflessione filosofica che ha per oggetto l’ambito della prassi umana si usano le espressioni filosofia morale/etica filosofica. Mentre la ricerca che vuole stabilire la natura dell’etica e definire i metodi di prova e dimostrazione in essa viene indicata con le espressioni metaetica/meta-morale. Infine la morale indica la sfera delle azioni umane nella loro concreta storicità; mentre l’etica descrive la disciplina che le prende in esame e che ne fa il suo oggetto specifico.
Ogni dottrina o riflessione speculativa intorno al comportamento pratico dell'uomo comporta una interrogazione su cosa l’atto stesso sia (approfondimento del concetto) e su come si configuri (descrizione concreta della sua manifestazione). Tale indagine è indirizzata ad ottenere delle indicazioni sul comportamento concreto, sugli usi e costumi degli esseri umani, con l’obiettivo ultimo di delineare un orizzonte complessivo degli atti che vengono posti in essere in vista del raggiungimento di uno scopo.
Il bene come senso della vita
- Già Immanuel Kant, nella Critica della ragion pratica (1788), scriveva che presso i moderni «la questione del sommo bene sembra sia andata in disuso, o almeno sia diventata una questione soltanto secondaria».
- In Al di là del Bene e del Male: Preludio di una filosofia dell'avvenire (1886), Nietzsche esprime l’auspicio che sopraggiunga una società nuova nella quale i concetti quali bene e male vengano considerati solo come artificiose elaborazioni volte a condizionare il comportamento dell’uomo superiore ed a vincolarne la libera espressione di sé.
- Jean-Paul Sartre, ne L’esistenzialismo è un umanismo (1946), arriva a sentenziare che «non sta scritto da nessuna parte che il bene esiste, che bisogna essere onesti, che non si deve mentire», e ne ha indicato lucidamente la ragione: «siamo su di un piano in cui ci sono solamente degli uomini».
A partire dagli studi sul postmaterialismo di Ronald Inglehart, The Silent Revolution del 1977, volti a rinvenire una rivolta morale contro il consumismo conseguente alla secolarizzazione, il problema del bene si riaffaccia sulla scena filosofica sotto la forma di problema del senso della vita. Il problema del senso della vita è in fondo il problema del suo scopo, della ragione esistenziale, della salvezza, usando un linguaggio che declina dalla dimensione filosofica alla sfera spirituale religiosa.
A ben vedere, sin dall’antichità, la filosofia occidentale investe il tema della possibilità di un recupero dell’autenticità della esistenza, della possibilità di raggiungere il proprio telos (dal termine greco
Il concetto di bene in Socrate
Socrate (Atene, 469 – 399, a.C.) è il primo filosofo che si chiede cosa sia il bene, inteso come fine dell’agire rivolto al raggiungimento della perfezione umana.
L’intellettualismo etico di Socrate declina la tesi filosofica, secondo cui la conoscenza del bene implica necessariamente la conduzione di una vita virtuosa. Il bene dell’uomo si risolve in una condizione esistenziale ovvero nel definitivo raggiungimento di una piena realizzazione, non materiale ma spirituale, del suo essere uomo. Lo stato di felicità descrive il segno dell’avvenuto conseguimento di tale perfezione.
La felicità si identifica nel senso di soddisfazione, di pienezza di sé che l’uomo prova quando ha realizzato completamente se stesso. Nel dialogo platonico, Alcibiade I, Socrate afferma che è possibile raggiungere la propria perfezione solo con la conoscenza di se stessi e quindi con la saggezza.
L'esortazione “conosci te stesso” (in greco antico γνῶθι σαυτόν, gnōthi sautón) è una massima religiosa greco antica iscritta nel tempio di Apollo a Delfi. L'Oracolo di Delfi viene considerato il più prestigioso della religione greca del periodo arcaico. Originariamente era custodito da un mostro leggendario di nome Pitone, che Apollo sconfisse prima di erigere il tempio che porta il suo nome. Con tale sentenza Apollo avrebbe intimato agli uomini di «riconoscere la propria limitatezza e finitezza» (G. Reale, Socrate. Alla scoperta della sapienza umana, Milano, Rizzoli, 2001).
Nella tradizione antica, la conoscenza dei propri limiti è la cifra ideale della saggezza (in greco antico σωφροσύνη, sophrosyne) che si declina nella ricerca del senso della misura e nell’anelito alla moderazione. La locuzione latina corrispondente è nosce te ipsum.
La conoscenza (episteme, ἐπιστήμη), non nel senso tecnico di conoscenza scientifica, ma quale la saggezza (phronesis, φρόνησις) o anche l’intelligenza intesa in senso morale, il senno (nous, νοῦς) guida l’uomo ad essere se stesso, cioè virtuoso. La virtù (aretè, ἀρετή) in origine significava la capacità di qualsiasi cosa, animale o persona di assolvere bene il proprio compito essenziale. Da qui il successivo accostamento al tema semantico del latino virtus, per designare il valore spirituale e lo spessore etico dell’uomo. «Nessuno compie il male volontariamente». Infatti il male si configura come una deprivazione dell’essere o con il non‐essere stesso.
Socrate era convinto che chiunque faccia il male creda in realtà di fare il bene. Il vizio deriva dall’ignoranza di ciò che è bene. Questa identificazione del bene con il sapere resterà pressoché definitiva nell'intera storia della filosofia e caratterizzerà in senso intellettuale e quindi spirituale il concetto di bene.
Il metodo socratico
La parola maieutica descrive il metodo socratico così come è esposto da Platone nel Teeteto. Essa indica l'arte della levatrice (quale era ad esempio la madre di Socrate, Fenarete) di far nascere i bambini, e in quanto tale rimandava all'azione del filosofo di far crescere attraverso il dialogo la consapevolezza nell’allievo. In chiara contrapposizione con gli artifici persuasivi della retorica dei sofisti.
L'ironia (dal greco εἰρωνεία, eirōneía, dissimulazione) consiste nella pretesa di Socrate di mostrarsi ignorante in merito a ogni questione da affrontare. In questo modo, il filosofo costringe l'interlocutore a giustificare fin nei minimi dettagli la propria posizione, inducendolo spesso in contraddizione e svelandone facilmente l’infondatezza o l’autoreferenzialità delle tesi.
Limite di edonismo o di utilitarismo
L’identificazione della virtù con la felicità non deve esporre Socrate ad accuse di edonismo ovvero nel conseguimento del piacere immediato inteso come godimento (come pensava la scuola cirenaica di Aristippo) o come assenza di dolore (secondo la concezione epicurea) come fine ultimo dell'azione umana. La felicità per Socrate descrive una serenità interiore quale l'effetto di un comportamento razionale indirizzato alla virtù. La virtù stessa non può essere conosciuta a priori una volta per tutte, ma occorre ricercarla continuamente confrontandosi con gli altri tramite il dialogo. Questa necessità dialogica permette alla sua concezione socratica del bene di superare la sfera individualistica ed egocentrica e la proietta verso una dimensione comunitaria dell’uomo all’interno della polis ovvero applicabile a tutti gli uomini e quindi universale.
Limite di intellettualismo
Considerare il sapere non solo necessario, ma addirittura sufficiente, ha addossato a Socrate la critica di intellettualismo, che nel linguaggio filosofico indica l’atteggiamento di chi considera l’attività dell'intelletto preminente rispetto alla volontà o alla dimensione emotiva. In Socrate esiste una relazione ineludibile tra conoscenza e bene da un lato e ignoranza e male dall’altro. Sebbene tale accusa appaia fondata, non può essere negata l’importanza di aver sottolineato la necessità del momento conoscitivo come elemento essenziale del bene.
Come si evince dalla lettura del Menone, il male si manifesta nella vita dell’uomo con tale ambiguità da essere facilmente scambiato per bene. Il processo di conoscenza – che si svolge sempre in modo dialogico e mai solipsistico – diventa allora fondamentale nello smascherare questo meccanismo psicologico di soluzione.
Un circolo vizioso
Nell’Alcibiade II, Socrate precisa che la condizione necessaria per realizzare il bene, cioè la realizzazione virtuosa di sé come uomini non è la padronanza di una scienza qualsiasi o di una pluralità di scienze, ma la conoscenza della scienza del meglio, cioè dell’ottimo, del bene supremo. La posizione di Socrate finisce così per descrivere un circolo vizioso perché prima identifica il bene con la conoscenza e poi declina questa in scienza dello stesso bene. La rottura di questa circolarità diventa possibile solo introducendo una definizione autentica di bene, un punto di riferimento esterno all’uomo e al suo procedere conoscitivo, ma questo è concepibile solo attraverso una prospettiva metafisica che è però ancora assente nel pensiero socratico.
Il concetto di bene in Platone
Platone (Atene, 428/427 – 348/347 a.C.) intuisce e cerca di superare il limite del circolo vizioso della riflessione socratica. Il bene umano, ovvero quel sapere in cui consiste la realizzazione e quindi la felicità dell’uomo, «ciò che ogni anima persegue e che pone come mèta di tutte le sue azioni» (Platone, Repubblica VI, 505e ‐ 506a) deve avere per oggetto una realtà la quale sia causa del bene per tutte le cose buone, cioè sia il bene supremo, il bene assoluto. Egli chiama questo bene «idea del bene», concetto che vuole indicare la cifra, la caratteristica comune a tutte le cose buone.
L’idea del bene è «al di là dell'essere» ovvero viene concepita come un principio trascendente, talmente superiore a qualsiasi altra realtà da sottrarsi persino ad ogni sforzo di definizione e di comprensione adeguata da parte della mente umana. Platone paragona l’idea di bene con il sole, il quale nel mondo visibile rispetto alla vista e agli oggetti visibili è esattamente ciò che il bene è nel mondo intelligibile rispetto all’intelletto ed agli oggetti intelligibili. Il sole, attraverso la sua luce, permette alla vista di vedere le cose visibili. Inoltre attraverso il suo calore nutre e fa crescere le realtà visibili; lo stesso si può dire del bene, che è causa della riconoscibilità e della esistenza delle altre idee. L’idea del bene è principio non solo di intelligibilità, ma anche di realtà, cioè di esistenza e di essenza, per tutte le altre idee e dunque, per mezzo di queste, di tutte le cose reali, di tutto ciò che esiste.
In quanto tale l’idea di bene è superiore, cioè trascendente, rispetto ad ogni altra idea e ad ogni altra cosa, ossia, come dice Platone, «qualcosa che per dignità e potenza trascende l’essenza». (Platone, Repubblica VI, 509b)
Il mito della caverna
Il mito della caverna, raccontato all’inizio del libro settimo de La Repubblica (514b – 520a), è uno dei testi universalmente riconosciuti come fondamentali per la storia del pensiero e della cultura occidentale.
«Si immaginino dei prigionieri che siano stati incatenati, fin dalla nascita, nelle profondità di una caverna, in modo tale da essere sempre costretti a fissare un muro posto dinanzi a loro. Alle spalle dei prigionieri è stato acceso un enorme fuoco, davanti al quale alcuni uomini, non visti, fanno scorrere delle forme di vari oggetti, animali, piante e persone. I prigionieri, incatenati nella loro posizione, potrebbero vedere solo le ombre proiettate sul muro da tali forme. Se a qualcuno degli uomini che trasportano queste forme dovesse sfuggire una parola o un verso, per via dell’eco che si forma nella caverna, i prigionieri sarebbero indotti a pensare che questo suono provenga dalle stesse ombre che vedono passare sul muro.
Si supponga che un prigioniero venga liberato dalle catene e sia costretto a rimanere in piedi, con la faccia rivolta verso l'uscita della caverna: in primo luogo, i suoi occhi sarebbero abbagliati dalla luce del sole ed egli proverebbe dolore. Inoltre, le forme portate dagli uomini lungo il muretto gli sembrerebbero meno reali delle ombre alle quali è abituato; persino se gli fosse svelato il meccanismo di proiezione, cioè il fuoco e le forme, il prigioniero rimarrebbe comunque dubbioso. Anzi, soffrendo nel fissare il fuoco, preferirebbe volgersi verso le ombre. Allo stesso modo, se il malcapitato fosse costretto ad uscire dalla caverna e venisse esposto alla diretta luce del sole, rimarrebbe accecato e non riuscirebbe a vedere alcunché. Il prigioniero si troverebbe sicuramente a disagio e s'irriterebbe per essere stato trascinato a viva forza in quel luogo.
Volendo abituarsi alla nuova situazione, il prigioniero riuscirebbe inizialmente a distinguere soltanto le ombre delle persone e degli oggetti naturali presenti fuori della caverna, nonché le loro immagini riflesse nell’acqua. Solo con il passare del tempo potrebbe sostenere la luce e guardare le cose che popolano il mondo esterno alla caverna. Infine, il prigioniero liberato sarebbe capace di vedere il sole stesso, invece che il suo riflesso nell'acqua, e capirebbe che: «è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile e ad essere causa, in certo modo, di tutto quello che egli e i suoi compagni vedevano». Resosi conto della situazione, egli vorrebbe senza dubbio tornare nella caverna e liberare i suoi compagni, essendo felice del cambiamento e provando per loro un senso di pietà.»
L’uomo, ora completamente libero e consapevole della verità, si troverebbe nella paradossale difficoltà di convincere gli altri prigionieri ad essere liberati. Infatti, dovendo riabituare gli occhi all'ombra, dovrebbe passare del tempo prima che il prigioniero liberato possa tornare a vedere distintamente anche nel fondo della caverna. Durante questo periodo, molto probabilmente egli sarebbe deriso da parte dei prigionieri, in quanto sarebbe tornato dall'ascesa con «gli occhi rovinati». Inoltre, questa sua temporanea inabilità influirebbe negativamente sulla sua opera di convincimento. Visti gli esiti, gli altri prigionieri potrebbero mostrarsi scettici e persino aggressivi, preferendo rimanere a contemplare le ombre piuttosto che subire il dolore dell’accecamento e affrontare la fatica della salita per andare ad ammirare una verità che solo lui è stato capace di vedere.
Il mito della caverna di Platone
Il mito della caverna è il riassunto della filosofia platonica in quanto assume un forte significato in tutti gli ambiti: differenza tra mondo sensibile e iperuranio; missione del filosofo; idea di bene che sovrasta tutte le altre idee. Il mito della caverna si trova all’inizio del VII libro della Repubblica ed è un dialogo tra il filosofo stesso e il suo discepolo Glaucone.
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