Estratto del documento

Introduzione

Paura e impotenza - Il messaggio che viene veicolato dai mass media e dalle scuole è che il problema ambientale è grave e urgente, e che i cambiamenti da realizzare per evitare la crisi ecologica sono così mastodontici da essere impossibili da mettere in atto (ascetismo di massa, annullamento dei consumi e della produzione, crescita zero della popolazione). Viene trasmesso quindi un duplice messaggio: quello della paura e quello dell’impotenza, la cui conseguenza necessaria è la rimozione, la rassegnazione e la passività, un vero e proprio disastro psicologico. In questo modo viene inibita la potenzialità di cambiamento, anche in assenza di un realistico progetto di superamento della crisi, che potrebbe costituire la spinta a cambiare. È necessario quindi individuare una strategia per rendere sostenibile la pressione antropica sul pianeta.

Grande accelerazione

Per millenni ogni generazione ha vissuto in condizioni simili a quella che la aveva preceduta e a quella che l’avrebbe seguita, sia considerando gli standard di vita, sia il progresso tecnologico, sia le dimensioni della popolazione. A partire dalla Prima Rivoluzione Industriale ha avuto inizio la cosiddetta ‘Grande Accelerazione’, in cui da una generazione all’altra i cambiamenti hanno cominciato ad essere evidenti. Di generazione in generazione gli standard di vita sono migliorati, le tecnologie sono diventate sempre più efficaci e la popolazione si è accresciuta enormemente (riduzione del tasso di mortalità).

Effetto collaterale

Il principale effetto collaterale della grande accelerazione è stato l’emergere della crisi ecologica, dovuta al prelievo/estrazione eccessivo di risorse e alla produzione in massa di rifiuti per sostenere un numero sempre maggiore di persone, le quali a loro volta producono e consumano sempre di più.

2 principali approcci

  • Tecnottimismo: L’idea secondo cui la tecnologia e la scienza tecnica (ovviamente tecnologie verdi e a basso impatto ambientale) ci consentiranno di superare qualsiasi ostacolo di natura fisica.
  • Ecopessimismo: Secondo cui le tecnologie verdi sono solo parte della soluzione, che deriva dalla combinazione di impiego di tecnologie verdi e sostenibili con una drastica riduzione della crescita economica e della popolazione. Se l’economia e la popolazione continuano a crescere, la pressione antropica sugli ecosistemi rimarrà insostenibile.

L’ecopessimismo conduce necessariamente a conclusioni pessimistiche circa la possibilità di creare un’economia sostenibile. La teoria dei limiti alla crescita, infatti, non ha mai avuto vasto consenso e la crescita economica continua ad essere al centro dei programmi politici dei partiti e delle preoccupazioni dell’opinione pubblica.

Green New Deal

Un tema che divide tecnottimisti ed ecopessimisti, è stato molto discusso durante la presidenza Obama. Per gli ecopessimisti, il passaggio da combustibili fossili a fonti rinnovabili è un progetto mastodontico ed eccessivamente dispendioso, che creerà ulteriori problemi ambientali. Inoltre, se non verrà limitata la crescita economica e della popolazione, e quindi anche il consumo energetico, le energie rinnovabili si affiancheranno e non sostituiranno completamente i combustibili fossili. È necessario individuare una terza via tra illusione tecnologica e utopia politica.

Grande decelerazione

La buona notizia è che la grande accelerazione è alla fine e che stiamo per entrare nell’epoca della grande decelerazione. Difatti, i redditi pro capite dei paesi industrializzati sono stagnanti oramai da decenni e la popolazione è in calo. Entro qualche decennio lo stesso accadrà anche nei paesi in via di sviluppo come India e Cina, in cui la crescita economica sta già decelerando.

Declino della fertilità

Il declino della fertilità è il risultato dell’emancipazione femminile. Le donne fanno meno figli quando smettono di percepirli come un obbligo nei confronti del proprio marito o del proprio Dio e assumono controllo del proprio corpo, del proprio destino e dei propri redditi. Pochi anni di istruzione uniti alla disponibilità di anticoncezionali comportano una netta riduzione delle nascite.

Fase transitoria

La grande accelerazione è quindi solo una fase transitoria della storia umana durata 200.000 anni (e non un destino ineluttabile); le economie decresceranno per l’effetto combinato di stagnazione del reddito pro capite e riduzione della popolazione entro i prossimi 20-30 anni (a livello globale). Con la grande decelerazione, la pressione antropica sugli ecosistemi si ridurrà sostanzialmente e l’impronta ecologica sarà nuovamente compatibile con la capacità di carico del pianeta.

Tendenza intrinseca

Negli anni ’70 l’idea che prevaleva era quella di una tendenza intrinseca e naturale dell’essere umano alla crescita (sia economica che della popolazione) incompatibile con i limiti ecologici del pianeta; in base a questa idea avremmo quindi dovuto combattere contro la nostra natura per ripristinare l’equilibrio. Ad oggi sappiamo che non è così.

Problemi della decrescita

Il problema principale che si pone è che potremmo non avere a disposizione 20 o 30 anni di tempo per evitare il collasso del sistema mondo, oppure l’avvio della decrescita potrebbe impiegare più tempo (fino a 50-80 anni) o ancora le economie potrebbero trovare nuove occasioni di crescita (es. riparazione dei danni causati dai cambiamenti climatici). La prospettiva della decelerazione è quindi concreta ma troppo lontana nel tempo; ad oggi l’economia mondiale cresce al ritmo del 3% l’anno e la popolazione di 80 milioni di unità l’anno (220.000 unità al giorno).

Transizione alla decrescita

Serve una transizione alla decrescita più rapida. Questo non deve condurci al pessimismo: infatti, assecondare una tendenza del sistema a decelerare è più facile che imporla; inoltre, le basi del consenso alla crescita sono più fragili di quello che si possa pensare.

Basi del consenso alla crescita

  1. Denaro come sinonimo di felicità - La teoria dei limiti alla crescita, infatti, non ha mai avuto vasto consenso e la crescita economica continua ad essere al centro dei programmi politici dei partiti e delle preoccupazioni dell’opinione pubblica. Tutto ciò deriva da un problema culturale, ossia l’equazione soldi=felicità nell’immaginario collettivo (basti pensare alle parole di Coco Chanel e Groucho Marx). È necessario capire come essere più felici in una società post crescita/industriale non più incentrata sulla dimensione economica (a tal proposito l’ecologismo ha sempre fornito risposte vaghe e frammentarie), fino ad oggi in mancanza di una prospettiva alternativa la crescita economica non è mai stata messa in discussione.
  2. Privatizzazione, degrado dei beni comuni, individualismo - A partire dagli anni ‘80 il declino della crescita economica nei paesi occidentali ha determinato l’adozione di politiche di privatizzazione, riducendo l’ingerenza del settore pubblico nella vita economica e sociale. Si parla a tal proposito di neo-liberismo, che prende avvio in UK e USA. Alla base del neo-liberismo c'è l’idea secondo cui per il buon funzionamento della società è sufficiente il buon funzionamento del settore privato alla base della crescita economica. Questo approccio si basa sull’idea di irrilevanza dei beni comuni (relazioni umane, ambiente…), e sull’idea di collettività come mera somma di singoli individui (‘Non esiste la società, esistono solo gli individui’ cit. M. Thatcher). Ad oggi, il 71% degli italiani (l’85% sotto i 35 anni), il 65% dei francesi, il 56% degli inglesi, il 52% degli americani e il 39% dei tedeschi ritengono che la civiltà come la conosciamo collasserà negli anni a venire a causa di catastrofi ambientali e sociali. Queste prospettive apocalittiche derivano proprio dal degrado dei beni comuni (nessuno se ne prende più cura) e da una classe politica ‘miope’, incapace di superare il proprio ristretto orizzonte di interessi in termini spazio-temporali.
  3. Crescita difensiva - La nostra reazione al degrado dei beni comuni consiste nell’aumento dei consumi materiali (macchine, case, beni di status, vacanze…). Si tratta di una forma di difesa/rassicurazione contro il degrado ambientale e delle relazioni umane e l’aumento dell’infelicità. Si tratta di una società del ‘si salvi chi può’, e può salvarsi più facilmente chi ha più soldi. Si parla a tutti gli effetti di una forma di ‘crescita difensiva’. Nei paesi industrializzati la crescita difensiva ha prodotto risultati modesti sull’economia a causa del reddito pro capite stagnante e al calo della popolazione. Nei paesi in via di sviluppo, invece, la crescita difensiva ha prodotto un’enorme crescita economica innescando un circolo vizioso in cui la crescita difensiva genera degrado sociale e ambientale che a loro volta generano crescita difensiva (con la distruzione dei beni comuni su cui si basava la vita tradizionale, specialmente rurale). Ciò ha prodotto un vero e proprio shock sociale e ambientale, con un aumento dei beni privati e una riduzione dei beni comuni (degrado ambientale, es. aumento della CO2, e delle relazioni umane e aumento dell’infelicità).
  4. Aumento dei consumi e non del tempo libero - Keynes aveva previsto negli anni ’30 (1930) che l’orario di lavoro (in UK ma in generale in tutti i paesi industriali) sarebbe sceso a 15 ore settimanali entro un secolo (ad oggi nei paesi industrializzati l’orario di lavoro è tuttavia pari a 40 ore settimanali) a causa dell’aumento della produttività. Dalla prima rivoluzione industriale gli orari di lavoro si sono effettivamente ridotti, proseguendo per 50 anni dopo la predizione di Keynes, tanto che negli anni ’70 si discuteva sulla futura ‘società del tempo libero’ (la maggiore produttività dettata dal progresso tecnologico avrebbe determinato salari più alti, eliminazione della povertà e indigenza e maggiore tempo libero). L’aumento di produttività può essere utilizzato o per aumentare i consumi/produzione oppure per aumentare il tempo libero! Abbiamo scelto la prima opzione dagli anni ’80 (o una varia combinazione delle due opzioni, prima degli anni ’80 abbiamo scelto questa soluzione). A partire dagli anni ’80, invece, questo tema scompare completamente dal dibattito politico, quando gli orari di lavoro smettono di diminuire in Europa e cominciano ad aumentare negli USA. Da 40 anni la situazione non è più cambiata e le esternalità negative sono esplose (negli ultimi 30 anni è stata emessa più CO2 rispetto ai 2 secoli precedenti). Le ripercussioni sull’ecologia sono enormi; se l’ipotesi di Keynes si fosse realizzata, gran parte dei problemi ambientali non esisterebbero (le economie occidentali sarebbero più piccole di 2/3, il PIL sarebbe 1/3 di quello attuale e l’inquinamento e il dispendio energetico sarebbero contenuti). Keynes ha sbagliato a pensare che l’aumento della produttività avrebbe incrementato il tempo libero e non i consumi/produzione (non aveva previsto quindi la crescita difensiva)!

La crisi ambientale si lega quindi alla crisi del tempo libero. Il motivo dietro a questo ‘abbaglio collettivo’ sono (forse) le privazioni determinate dalla 2GM. Dunque, l’industrializzazione può produrre tempo, oltre che beni materiali, ma, al tempo stesso, tale tendenza non è affatto scontata. Keynes aveva correttamente previsto l’aumento della capacità produttiva/progresso tecnologico, ma aveva ritenuto erroneamente che ciò avrebbe comportato solo un aumento del tempo libero e non dei consumi. Questo dipende da scelte politiche, economiche e sociali che hanno distrutto i beni comuni e generato spese difensive. All’aumento dei beni privati si è andato dunque affiancando la riduzione dei beni comuni. ‘Keynes non aveva previsto che la privatizzazione avrebbe incrementato la solitudine e che la commercializzazione della vita avrebbe ammantato il denaro di un fascino sproporzionato’.

Possibili soluzioni

  1. Ripristinare la tendenza alla riduzione delle ore lavorative interrottasi negli anni ’80; sarebbe un grande successo per l’ecologia che consentirebbe di conseguire sia la felicità sia la sostenibilità.
  2. Adottare politiche/riforme relazionali (riforma della città, della scuola, del lavoro, della sanità, dei media) sulla base di strategie e politiche che già funzionano in altre parti del mondo.
  3. Ridurre il bisogno di lavorare, invertendo il paradigma/principio alla base della pubblicità (secondo cui è necessario rendere i potenziali acquirenti insoddisfatti), e riducendo quindi il livello di insoddisfazione generale e di conseguenza i consumi.
  4. Investire nei beni comuni.
  5. Introdurre nuovi modelli di governance e sistemi politici che prendano decisioni giuste. Ad oggi le democrazie occidentali sono eccessivamente dipendenti dagli interessi delle grandi imprese (è necessario attuare riforme che modifichino le modalità di finanziamento di partiti e candidati, ricostruendo un rapporto di fiducia con i cittadini).

Glossario

  • Relazioni umane: Sono quelle animate da motivazioni intrinseche (interne all’attività svolta, attività fini a sé stesse) o intrinsecamente motivate. Vengono chiamate anche beni relazionali e fanno parte di un concetto più ampio, quello di capitale sociale (che comprende anche relazioni individui-istituzioni, la partecipazione al voto, il senso civico e la fiducia nelle istituzioni).
  • Felicità: A partire dal 1990 la felicità inizia ad essere oggettivamente misurata (in modo affidabile, con il coinvolgimento di tutte le scienze sociali, approccio interdisciplinare). Si può far ricorso a tal fine a dati soggettivi, ossia inchieste, interviste (chiedendo direttamente agli individui il loro grado di felicità, il loro grado di soddisfazione o il numero di emozioni positive provate in un certo arco di tempo). Per confermare i dati soggettivi possono essere utilizzate diverse strategie (es. numero di sorrisi autentici o sorriso di Duchenne, ritmo cardiaco e pressione sanguigna, malattie psicosomatiche, elettroencefalogramma, valutazione della felicità di una persona compiuta da membri della famiglia, amici e psicologi). Si può far ricorso anche a dati oggettivi, che offrono informazioni non individuali ma aggregate o collettive (incidenza di malattie mentali, suicidi, uso di psicofarmaci, dipendenze…).
  • Crescita economica: Vi sono due accezioni di crescita economica, può essere intesa come aumento della dimensione dell’economia di un paese, ossia del PIL globale di un paese. Il PIL può essere definito come l’insieme delle attività economiche svolte all’interno di un paese da residenti e non residenti, valore del flusso globale di produzione/di beni e servizi prodotti da una collettività in un certo periodo di tempo, di solito l’anno (al lordo degli ammortamenti, considera la parte di produzione volta a reintegrare il capitale fisso che va incontro a un processo di logorio fisico/obsolescenza). Una seconda accezione riguarda l’aumento potere di acquisto dei singoli, ossia del PIL pro capite dei singoli individui (derivante dalla divisione del PIL globale/popolazione totale). Questi due indicatori non sono necessariamente coerenti fra loro e non variano necessariamente nella stessa direzione (es. popolazione si riduce, PIL globale si riduce ma PIL pro-capite può aumentare).

Premessa

I processi di modernizzazione e industrializzazione sono alla base di società moderne, tecnologiche e complesse (che ormai prevalgono su gran parte della terra) caratterizzate da alti livelli di comfort, servizi, consumi, agi e comodità (e quindi benessere economico) ma anche purtroppo da molteplici fenomeni negativi fra cui il sovrappopolamento, la sovrapproduzione, la produzione in massa di rifiuti, l’inquinamento, la disoccupazione, l’immoralità, i vizi…

In particolare, mettiamo in evidenza 4 diverse crisi che caratterizzano il mondo di oggi: la crisi ambientale (evidente a partire dagli anni ’70), la crisi del tempo libero (ne abbiamo sempre di meno a disposizione, ci sentiamo sempre più ‘schiacciati’ dalla dimensione temporale, anche se le principali innovazioni che si sono susseguite nel corso della storia hanno avuto come obiettivo proprio l’ottimizzazione del tempo), la crisi delle relazioni sociali (con il manifestarsi di nuovi fenomeni su larga scala che assumono sempre più connotazioni di massa fra cui le dipendenze, le malattie mentali e la solitudine) e la crisi della felicità (riduzione del benessere emotivo).

Si pone la necessità di ridefinire il progresso e individuare un nuovo paradigma della crescita economica (della sostenibilità). Far fronte a queste quattro crisi, infatti, non comporta necessariamente una rinuncia in toto alla crescita economica bensì una ridefinizione dei caratteri della stessa.

Obiettivo dell'economia della felicità

L’obiettivo è quello di esaminare l’impatto della crescita economica sulla felicità delle persone, sia dal punto di vista teorico sia dal punto di vista pratico/empirico.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/01 Economia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher matildedefilippis di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia della felicità e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Siena o del prof Bartolini Stefano.
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