Introduzione
Per millenni ogni nuova generazione ha vissuto in condizioni molto simili a quella che l’aveva preceduta ed a quella che l’avrebbe seguita. Gli standard di vita da una generazione all’altra erano più o meno gli stessi, così come le tecnologie usate e la dimensione della popolazione. Circa 2 secoli fa con la Rivoluzione Industriale siamo entrati nella fase della cosiddetta Accelerazione. Generazione dopo generazione la gente ha cominciato a vivere in condizioni materiali migliori e ad usare tecnologie sempre più efficaci. La popolazione si è espansa rapidamente perché la vita media si è allungata. L’effetto collaterale della Grande Accelerazione è stato l’innesco di una serie di crisi ecologiche presenti e future. Cosa possiamo fare per farvi fronte?
Tecnottimismo ed ecopessimismo
Tecnottimismo: sostiene che la soluzione è adottare tecnologie a basso impatto ambientale. Ecopessimismo: accetta che tecnologie verdi siano parte della soluzione, ma sostiene che sia essenziale combinare il cambiamento tecnologico con la limitazione della crescita economica. Questa seconda posizione conduce a conclusioni molto pessimistiche sulla possibilità di costruire un’economia sostenibile. Il motivo è che la politica dei limiti alla crescita non ha mai avuto un vasto consenso. La crescita economica continua ad essere al centro dei programmi dei partiti politici. Per questo l’idea che limitare la crescita sia cruciale per la sostenibilità si traduce facilmente in pessimismo ecologico.
Gli ecologisti che criticano il Green New Deal (la transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili) sostengono che la riconversione di tutta la nostra infrastruttura energetica al rinnovabile è un’opera mastodontica destinata a creare una montagna di problemi ambientali. Inoltre, se non viene limitato il consumo di energia, le rinnovabili sono semplicemente destinate ad aggiungersi e non a sostituirsi ai combustibili fossili.
La buona notizia è che la Grande Accelerazione è alla fine. Stiamo per entrare nell’epoca della Grande Decelerazione. Le economie dei paesi industriali sono stagnanti da vari decenni e la popolazione è in diminuzione nella maggior parte di essi. Entro qualche decennio la popolazione comincerà a diminuire anche in paesi come Cina e India, che erano l’incubo demografico del pianeta. Inoltre anche l’impetuosa crescita economica di questi paesi sta decelerando e in poche decadi il loro reddito pro-capite comincerà a stagnare o crescere lentamente. Alle radici del declino della fertilità è l’emancipazione femminile. A livello globale la Grande Decelerazione potrebbe cominciare già nei prossimi 20 o 30 anni. Avremo una grossa chance di rendere sostenibile la nostra vita sul pianeta senza viverla in povertà. Il problema è che potremo non avere 20 o 30 anni di tempo perché il disastro climatico e molte altre crisi ecologiche bussano rumorosamente alle nostre porte.
Per il momento l’economia mondiale cresce ancora al ritmo del 3% annuo e la popolazione al ritmo di 220.000 persone al giorno, il che significa 80 milioni di persone in più all’anno. Nel nostro immaginario comprare di più ci rende più felici. È l’equazione soldi-felicità il motivo per cui un progetto per limitare la crescita incontra pochi consensi. La crescita è il progetto centrale della nostra società. La rinuncia alla crescita non ci appare come un progetto ma semplicemente la rinuncia a un progetto. L’ecologismo ha sempre avuto risposte vaghe e frammentarie alla domanda di come migliorare le nostre vite in una società post-crescita. Dunque non ha mai avuto un vasto consenso politico. Negli anni ’80, quando la crescita in occidente cominciò a divenire piuttosto asfittica, la reazione politica fu cercare di rianimarla riducendo il ruolo del settore pubblico nella vita economica e sociale. Questo approccio prese il nome di neo-liberismo.
Alla base del neo-liberismo c’è l’idea che per il buon funzionamento della società non è molto importante l’azione collettiva. La cosa che conta veramente è il buon funzionamento del settore privato perché è esso che produce crescita economica. È un’idea di società che si fonda sull’irrilevanza dei beni comuni, come le relazioni umane e l’ambiente. L’azione collettiva è stata via via indebolita, marginalizzata e smantellata, insieme alla sua funzione più importante, proteggere e creare i beni comuni. Se le azioni collettive sono impossibili, l’unica difesa possibile dal degrado comune è privata: il denaro. Se la solitudine o la povertà delle nostre relazioni intime e sociali ci fanno sentire esclusi e privi di autostima, ci rassicuriamo con belle macchine, case e beni di status. Così affidiamo ai beni materiali il compito di riempire il vuoto interiore causato da relazioni rarefatte e conflittuali. Abbiamo costruito una società in cui i soldi sono divenuti sempre più importanti. Lavoriamo e produciamo molto per difendere noi e i nostri figli dalla paura, dalla declinante qualità dell’ambiente e delle relazioni umane e, in ultimo, dall’infelicità che tutto ciò causa. Negli ultimi decenni la crescita economica è stata alimentata soprattutto da questi meccanismi difensivi, per questo viene chiamata crescita difensiva. La crescita difensiva è un circolo vizioso: la crescita genera distruzioni sociali e ambientali che a loro volta generano crescita. La crescita difensiva non aumenta la felicità delle persone perché esse diventano più ricche di beni privati e più povere di beni comuni. Speriamo di cavarcela grazie ai soldi ma finiamo per distruggere i beni comuni, al cui degrado cerchiamo di sfuggire.
Le previsioni di Keynes
Nel 1930 Keynes predisse che la settimana lavorativa del britannico medio sarebbe scesa a 15 ore settimanali entro un secolo. Un secolo è quasi passato e la settimana di lavoro in Gran Bretagna è intorno alle 40 ore. In nessuna delle economie industriali gli orari di lavoro sono diminuiti drasticamente come Keynes aveva previsto. A metà ‘800 nelle fabbriche inglesi si lavorava 16 ore al giorno per 6 giorni la settimana, ma poi gli orari di lavoro diminuirono per quasi un secolo in tutta Europa. Dagli anni ’80 del 1900 gli orari di lavoro smisero di diminuire in Europa e cominciarono ad aumentare negli Stati Uniti. Queste tendenze non sono più cambiate. In sostanza la previsione di Keynes si rivelò azzeccata per i primi 50 anni, ma ha fallito nei successivi 40. Le implicazioni per l’ecologia di questo fallimento sono enormi: il mondo sarebbe molto più pulito se la predizione di Keynes si fosse realizzata. La crisi ambientale è strettamente connessa alla crisi del tempo libero. Gli argomenti di coloro che fino agli anni ’70 prevedevano un aumento del tempo libero erano ragionevoli. Si pensava che l’enorme aumento di capacità produttiva avrebbe consentito salari sempre più alti e la liberazione progressiva da uno stato di bisogno. A quel punto il tempo sarebbe diventato la cosa più preziosa. L’errore di previsione di Keynes non riguardava l’immenso aumento della capacità produttiva, il quale si è effettivamente verificato. Dove si era sbagliato è nell’aspettarsi che questo ci avrebbe condotto ad aumentare il tempo libero e non i consumi. Il motivo è intuitivo: le persone continuano a lavorare molto perché il denaro è ancora al centro delle loro preoccupazioni. La persistenza della centralità del denaro è il prodotto di scelte politiche, economiche, tecnologiche e sociali che hanno distrutto beni comuni, generando spese difensive che costringono la gente a lavorare molto. Quello che Keynes non aveva previsto è che mentre si andava risolvendo il problema della scarsità di beni privati si sarebbero create nuove scarsità di beni comuni. Se la tendenza alla diminuzione delle ore lavorate che ha prevalso per buona parte della storia del capitalismo fosse continuata, non ci ritroveremmo sull’orlo del baratro ecologico. Ripristinare quella tendenza sarebbe il più grande successo per l’ecologia, perché una economia è tanto più sostenibile quanto meno la gente lavora. Abbiamo sprecato le enormi potenzialità di aumento della felicità aperte dalla prosperità economica innescando una rincorsa senza senso alla salvezza individuale dal decadimento comune. Per questo produciamo e consumiamo tanto da violentare gli ecosistemi da cui dipende la qualità della nostra vita. Per velocizzare la Grande Decelerazione dobbiamo vivere meglio e non peggio. Bisogna mettere le relazioni al centro dell’azione politica per creare una società relazionale. Tale società mira a ridurre il bisogno di lavorare, perché disporre di migliori relazioni permette di vivere bene comprando di meno. Bisogna costruire una società ed una cultura che consentano alla gente di ridurre la centralità del denaro nelle loro vite. Si tratta in sostanza di ribaltare le politiche seguite negli ultimi decenni, in cui la crescita è stata generata dalla diminuzione dei beni comuni. Per farlo abbiamo bisogno di sistemi politici che prendano le decisioni giuste. Le democrazie attuali non sono in grado di prenderle a causa della loro sproporzionata dipendenza dagli interessi delle grandi imprese.
Concetti e misure chiave
Relazioni umane
Le relazioni intrinsecamente motivate sono quelle che intratteniamo non per motivi strumentali ma per il nostro genuino interesse alla relazione stessa. La loro motivazione è interna alla relazione. A queste si contrappongono le relazioni estrinsecamente motivate o strumentali, la cui motivazione è in qualche vantaggio esterno alla relazione. Le relazioni intrinsecamente motivate sono chiamate beni relazionali. I beni relazionali fanno parte di un concetto più ampio, quello di capitale sociale. Il capitale sociale, oltre ai beni relazionali, comprende la partecipazione al voto politico, il senso civico e la fiducia nelle relazioni.
Felicità
La felicità viene misurata attraverso:
- Dati soggettivi
- Dati oggettivi
I dati soggettivi provengono da inchieste in cui viene chiesto alle persone di valutare il grado di felicità, la soddisfazione per la propria vita, le emozioni positive e negative che esse provano. I dati oggettivi riguardano la diffusione di psicofarmaci, malattie mentali, suicidi e dipendenze. A differenza dei dati soggettivi (che forniscono informazioni sulla felicità degli individui) quelli oggettivi danno informazioni aggregate, cioè sulla diffusione della (in)felicità in una popolazione. Il controllo dell’affidabilità dei dati soggettivi è stato compiuto da molti studi che indagano la corrispondenza di tali dati con altre misure della felicità. Sono stati usati:
- La durata e il numero dei sorrisi autentici
- Il ritmo cardiaco e la pressione sanguigna
- Malattie psicosomatiche come mal di testa o disturbi digestivi
- Elettroencefalogrammi dell’attività del cervello pre-frontale
- Valutazioni della felicità di una persona compiute dagli amici, dai membri della famiglia e da psicologi professionali
Le persone che si dichiarano più felici tendono a fare più sorrisi autentici, ad avere un più basso rischio di ipertensione, meno disturbi psico-somatici, più emissione di onde celebrali associate a emozioni positive e ad essere identificati come felici dalle persone che li circondano e dagli psicologi.
Crescita economica
Ci sono 2 significati del concetto di crescita economica, a cui corrispondono 2 misure. Il primo significato riguarda l’aumento della dimensione dell’economia di un paese. Esso è misurato dall’aumento del Pil totale di quel paese. Il Pil totale di un paese in un dato anno è equivalente alla somma dei redditi dei residenti in tale paese in tale anno. Il secondo si riferisce all’aumento del Pil pro-capite, cioè il Pil totale diviso per la popolazione.
Quando in un paese il Pil pro-capite aumenta, aumenta il reddito del suo residente medio e quindi il suo potere d’acquisto. Nonostante che in media ogni residente possa comprare più cose, questo non significa che egli viva necessariamente meglio. Ci sono cose che non si possono comprare come la qualità dell’ambiente e le relazioni umane. Queste cose il Pil non le misura. Il Pil totale e il Pil pro-capite non variano necessariamente nella stessa direzione. Se la popolazione di un paese diminuisce, il Pil totale può diminuire anche se il Pil pro-capite sta aumentando, e viceversa.
Parte prima - Ecologia: ottime e pessime notizie
Cap 1 - Incubi ecologisti
Nel 1968 l’Apollo 8 in orbita lunare scattò le prime foto del nostro pianeta che abbiamo visto. L’immagine della nostra sfera blu sospesa nel cosmo ebbe un ruolo importante nell’innescare il movimento ambientalista perché rese visibili i confini del nostro pianeta. Esso ci apparve finito e, per la prima volta, persino piccolo. Questa foto ci fece vedere il problema del rapporto tra l’uomo e l’ambiente. L’ecologismo cominciò ad affacciarsi sulla scena occidentale negli anni ’70 anche per effetto di questa foto ma soprattutto per l’impulso di gruppi di scienziati di vari paesi che diedero l’allarme sulla insostenibilità delle economie industriali. Le domande al centro dell’ecologismo delle origini erano queste: è possibile costruire un’economia sostenibile? E a quali costi? Quanto deve cambiare il nostro modo di vivere affinché non minacci le future generazioni? Sono passati 50 anni e queste sono ancora le domande al centro del problema ecologico. Le risposte sono invece molto cambiate dagli anni ’70.
Si stima che intorno all’anno 1000 al mondo ci fossero quasi 300 milioni di persone. Intorno al 1800 eravamo divenuti circa un miliardo. C’erano voluti circa 800 anni per triplicare la popolazione mondiale. Questa era la fase 1 della demografia umana: alta fertilità e alta mortalità. Le donne facevano molti figli ma molti di loro morivano prima di raggiungere il primo anno di età. Inoltre la vita media di coloro che raggiungevano l’età adulta era breve. Per questo la popolazione aumentava lentamente. Dal 1800 cominciò una espansione sempre più rapida della popolazione. Nel 1959 eravamo già diventati 3 miliardi. La triplicazione della popolazione mondiale aveva richiesto poco più di un secolo e mezzo. Questo boom era dovuto al fatto che una parte del mondo era entrata nella fase 2 della demografia, quella in cui la longevità si impenna e la fertilità è ancora alta. L’esplosione della popolazione era il primo incubo degli anni ’70. Il secondo era la crescita economica. Il terzo era l’indifferenza generale.
Negli anni ’70 era del tutto plausibile immaginare uno scenario spaventoso: la popolazione in pochi decenni sarebbe cresciuta in modo incontrollato, ognuno avrebbe prodotto e consumato sempre di più e il conseguente disastro ambientale avrebbe colto tutti impreparati, visto il disinteresse dell’opinione pubblica per la questione ambientale. Perlomeno l’indifferenza sembra essere svanita. Dagli anni ’70 la cultura ecologista si è sempre più diffusa. È aumentata la sensibilità dell’opinione pubblica al cambiamento climatico e alle altre possibili crisi ecologiche. Si sono diffusi stili di vita e pratiche improntati ad un maggior rispetto per la natura. Ogni nuova generazione sembra dare una priorità crescente alle questioni ecologiche. La diffusione della sensibilità ambientale ha creato i presupposti per un consenso alle politiche di protezione dell’ambiente. Infatti i politici hanno cominciato ad occuparsi del cambiamento climatico.
Non ci sono mai stati progetti politici così grandiosi contro il cambiamento climatico come adesso. Ma nonostante questi segnali positivi, in occidente si diffonde sempre più un pessimismo profondo. Molti ecologisti prefigurano scenari degni delle distopie fantascientifiche. Addirittura noti ecologisti ci invitano a lasciar perdere la lotta al cambiamento climatico. Secondo loro “l’ottimismo fa male” perché ci induce a buttare soldi ed energie in una causa persa. Meglio lasciar perdere e dedicare le nostre risorse a qualcosa su cui abbiamo possibilità di successo.
Il Green New Deal mira a sostituire i combustibili fossili con energie rinnovabili. La critica riguarda il fatto che questo programma non pone alcuna enfasi sulla riduzione della domanda di energia. La transizione a tecnologie che migliorino l’impatto ambientale di ciò che produciamo e consumiamo è tanto una parte fondamentale della soluzione ai problemi ambientali quanto è lontana dall’essere la soluzione. Cambiare tecnologie non può rendere sostenibile la crescita economica semplicemente perché la crescita sostenibile è un’illusione. Anche se producessimo l’energia da fonti rinnovabili l’economia non sarebbe sostenibile. Semplicemente l’economia decarbonizzata si tradurrebbe nell’aggravamento di altre crisi ecologiche. Finché continuiamo a crescere qualunque soluzione a un problema peggiora qualche altro problema. Questo problema viene riassunto dal concetto di Grande Accelerazione, che si riferisce allo...
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