Avvertenze per le lezioni di diritto penale
➤ Le prime lezioni di settembre, in quanto meramente introduttive, non necessitavano di essere trascritte: le prime lezioni che troverete non sono trascrizioni, ma appunti. Il professore cercava di spiegarci cosa fosse il diritto penale, soprattutto mediante proiezioni di estratti di film.
➤ Tutte le altre, invece, sono trascrizioni a tutti gli effetti: lezioni trascritte parola per parola, comprese eventuali ripetizioni.
➤ Queste trascrizioni contengono anche i due seminari sulle cause di giustificazione tenutisi in data 18/11/2021 e in data 25/11/2021.
➤ Queste trascrizioni non contengono il seminario straordinario sull’obiezione di coscienza tenutosi in data 02/12/2021, di cui è tuttavia possibile recuperare il file riassuntivo che il Prof. Vallini ha caricato su E-Learning.
Indicazioni del professore per coloro che non hanno frequentato il corso
➤ Il Professore ha testualmente detto che il libro non è essenziale ai fini della preparazione, di conseguenza quanto detto a lezione è sufficiente per poter sostenere l’esame. (Bastano le trascrizioni), tuttavia il Professore consiglia comunque di comprare anche il libro ai fini di una eventuale maggiore comprensione degli argomenti, laddove non fossero chiari.
➤ Studiare dal manuale solo l’argomento riguardante l’aberratio.
➤ NON presentarsi in sede d’esame senza avere con sé il Codice Penale.
➤ NON studiare questa materia in maniera meramente mnemonica, ma esercitarsi soprattutto ad analizzare gli articoli e individuare e distinguere le varie fattispecie di reati e di elementi dei reati trattati a lezione.
➤ Mai dire “REATO PENALE”!!!
➤ È consigliato consultare anche le slide (in quanto contengono una sorta di esercitazioni svolte a lezione che non era possibile trascrivere in maniera esaustiva).
➤ Spero ti troverai bene con le mie trascrizioni e ti auguro un buono studio! :)
Diritto penale I Prof. Antonio Vallini
20/09/2021
Tutto il diritto penale ruota attorno al fatto che la sanzione che le norme del diritto penale prevedono è una sanzione davvero particolare. Non si può ragionare di diritto penale dimenticandoci qual è la sanzione del diritto penale. Tutte le regole che andremo a vedere hanno senso se muoviamo dal presupposto che il diritto penale è carne e sangue, delle vittime e dei condannati.
Quello di cui parliamo è qualcosa che poi calato nella realtà è una lama che incide in profondità nella vita delle persone. Per questo il diritto penale è così intriso di umanesimo, di questioni filosofiche che hanno a che fare con il valore della libertà. La sanzione penale è la massima espressione della violenza dello Stato nei confronti di un individuo.
Entro che limiti uno Stato può prendere un individuo e incidere sulla sua vita? Essere in carcere significa sentirsi mutilati della vita, non è la stessa cosa di un risarcimento, di una sanzione pecuniaria.
La privazione della libertà personale è anche privazione dell’esistenza, delle relazioni, dell’affettività, della sessualità. Non dovrebbe essere necessariamente così, ma lo è molto facilmente.
In diritto penale ogni argomento è legato a un altro, non ci si può perdere nessun tassello. Due importanti passaggi da tenere in considerazione:
- Principi costituzionali: la ratio è collegata al fatto che la sanzione penale sia così particolare, quindi si impongono dei principi di garanzia molto stringenti. CEDU. Principi collegati alle ragioni della pena. A cosa serve? Com’è fatto un reato come categoria giuridica?
- Teoria o analisi del reato: quali sono le componenti fondamentali? Il reato si compone di vari requisiti, fondamentalmente tre: tipicità, antigiuridicità e colpevolezza. All’interno di ognuno ci sono degli istituti più specifici.
Antigiuridicità: legittima difesa.
Colpevolezza: imputabilità, dolo, capacità di intendere e di volere, errore sul divieto.
Bisognerà capire anche come mai sono diversi e come mai ognuno è assoggettato a istituti diversi. Il nesso causale, la colpa, le cause di giustificazione. Es. se l’errore sul divieto è inevitabile, il soggetto non è punibile.
Favola: Un racconto di Dino Buzzati, scrittore del surreale, "Quiz all'ergastolo"
Il narratore è un ergastolano recluso in un grande penitenziario dove vige una regola in apparenza umana, in realtà più che crudele. Questi detenuti sono detenuti per la vita, però a ogni singolo detenuto è concessa una sola volta nella vita un’estrema, disperata, unica opportunità per uscire da quel luogo: affacciarsi su un balcone dell’edificio esterno e da lì arringare la folla riunita per l’occasione per convincerla a concedergli la grazia con un applauso.
Se però la gente risponde fischiando, la condanna resta in un certo senso convalidata dalla popolazione stessa, cosa che pesa ancora di più sull’animo del detenuto, i cui giorni futuri saranno ancora più cupi e amari. L’altra cosa malvagia è che il detenuto non sa quando verrà autorizzato a parlare alla folla, quindi i giorni di detenzione si consumano in un’ansiosa attesa, tutti hanno paura che gli altri esprimano gli stessi argomenti. Poi vi è l’omertà rancorosa di chi ha già subito i fischi.
L’attesa è viziata da dubbi e avversione reciproca. La sola cosa che si sa è che gli argomenti passati: evocare la propria innocenza, gli affetti familiari, suscitare l’empatia del pubblico, sono tutti falliti.
Rarissimi passati successi vengono narrati in termini di leggenda, ma la cosa più scoraggiante è la folla stessa. Accorre sotto al balcone per divertirsi e per sfogarsi, come se andassero a una fiera. Il loro atteggiamento non è di commiserazione, né di pietà, anch’essi sono là per spasso. Il detenuto non trova il silenzio, ma risate e fischi.
Il personaggio del racconto dopo tanti anni di meditazione è convinto di aver risolto il terribile quiz: capisce come fare. I guardiani dopo nove anni di meditazione lo portano davanti alla folla, spietata. Le frasi che gli vengono rivolte fin da subito sono provocatorie e sprezzanti. Il detenuto però lascia che si sfoghino.
(Negli USA il linciaggio era in qualche modo tollerato e praticato come forma di giustizia popolare) lui tace e la folla comincia a incuriosirsi. Pian piano tace.
Una persona lo incoraggia a parlare e lui finalmente prende la parola: perché dovrei parlare? Sono venuto qui solo perché è il mio turno, ma non ho nessuna voglia di uscire qui, io qui vivo felice, non sono innocente. Più felice di voi, non vi posso dire come, ma quando voglio posso raggiungere il giardino di una bellissima villa e là mi vogliono bene. Lasciatemi dunque in pace. Fischiate a questo povero ergastolano felice. Una persona inizia a battere le mani finché un immenso applauso lievitò con impeto crescente.
Quindi attraverso la tattica della psicologia inversa riesce a farsi scagionare.
21/09/2021
La storia ci racconta un po’ l’approccio alla pena. Il destino dei detenuti immaginati da Buzzati è rimesso agli umori irrazionali di una folla di concittadini.
L’idea che chi stia scontando la pena sia sicuramente un criminale, un soggetto che non merita la nostra stessa dignità a quale si deve negare ogni diritto alla dignità e alla felicità.
Quello che spinge la folla descritta da Buzzati non è neppure uno slancio di etica, è più uno sfogo viscerale. Non si fa accenno neppure alle vittime.
Non c’è la voglia di trarre la possibilità di rendere migliore la società. C’è solo una sorta di sadismo nei confronti di chi è esposto in questo modo che può essere legittimamente bersaglio di questi sfoghi.
Come gli studi di psicologia sociale e di sociologia hanno ben evidenziato, in questo nostro essere uomini, c’è anche l’avvertimento di tali pulsioni. Esse sono connaturate all’essere umano e sono dovute all’esigenza di auto rassicurazione. Nel momento in cui mi accanisco contro il deviante, io sancisco la mia differenza da lui. Io sono un bravo cittadino, lui no.
Questa pulsione a tracciare una netta distinzione rappresentata dal muro del carcere, è rassicurante. Mi rassicuro del fatto che io sono un bravo cittadino. Dalla parte del giusto.
In realtà, il confine che separa gli incensurati dai condannati è molto sottile.
Il tipo di approccio che viene rappresentato da Buzzati nel descrivere questa folla sprezzante, non migliore del detenuto.
Quella folla che inveisce contro l’ergastolano non è rappresentata con toni edificanti.
Il delitto e la pena: tematiche e riflessioni
Quello che fa emergere ancora Buzzati è come questo tema del delitto e della pena preserva perpetua l’inimicizia, la separazione, il rancore, la conflittualità.
“Li avevo sistemati i porci, alle mie spalle si aprirono le porte, va’ pure, sei libero.” Non è animato da buone intenzioni nei confronti della società. Il tipo di approccio descritto da Buzzati lo potremmo definire irrazionalistico, emozionale, il più diffuso tanto da essere presente dentro ognuno di noi. La folla reale, la folla virtuale. È un tipo di approccio che non bisogna demonizzare perché fa parte di noi, bisogna invece riconoscerlo e farci i conti.
Questo tipo di approccio tende a radicarsi, è stato studiato dalla dottrina penalistica per anni, è questo che ci consente di affacciarsi al di là del muro. Esso si radica invece in chi non ci si vuole confrontare. Se l’ordinamento ha stabilito che tizio è un criminale, allora non c’è dubbio alcuno che meriti ampiamente la pena che ti è stata applicata e il relativo stigma, anzi meriteresti anche molto di più. Questa è un’impostazione retribuzionistica e acritica.
Il retribuzionista è colui che sostiene che il senso della pena stia solo nella giusta retribuzione di una colpa del criminale. Non mi interessa se la pena serve a qualcosa, la pena deve essere inflitta perché è meritata.
Il retribuzionismo acritico è quello di chi sostiene che la pena sia meritata per il solo fatto che sia stata inflitta. Non si pone nemmeno il dubbio sulla giustezza della condanna.
Il retribuzionista critico è quello che dice che la pena debba esserci se meritata, ma a patto che sia meritata. (colpa, proporzione…)
Il retribuzionismo di Hegel è acritico, puramente dialettico, la legge, il delitto è la negazione della legge, per ripristinare la legge dobbiamo negare la negazione, quindi il delitto. Quasi matematico.
Il grave limite del retribuzionismo acritico è di essere acritico. Non si pone il problema riguardo al fatto che tutto questo possa avere o meno un senso, che un uomo sia stato sottoposto alla più grave pena. La pena è giusta perché è giusta.
Ma noi qualche domanda ce la dobbiamo fare. Innanzitutto della giustezza della pena si potrebbe dubitare già in astratto, in quanto tale. Perché caratteristico della pena è di non rimediare a niente.
Quando c’è una sanzione civilistica come il risarcimento a carattere ripristinatorio, l’effetto è quello di ripristinare secondo diverse modalità. Non è che condannando l’omicida alla pena si fa tornare in vita la vittima dell’omicidio. Non è che condannando alla detenzione chi ha rubato faccio tornare quei beni nel possesso del debitore.
Quindi questo ci deve portare a farci qualche domanda. L’istituzione della nostra giustizia penale è umana, che può prendere decisioni molto discutibili, sbagliate, tutt’altro che impermeabili alle passioni umane.
Il potere punitivo e l'illuminismo
Se davvero intendiamo (illuminismo) manifestare la nostra contrapposizione a comportamenti gravemente criminosi allora bisogna acquisire consapevolezza che le istituzioni della giustizia penale possono essere in taluni casi più criminose del criminale stesso.
La storia è costellata da episodi di potere arbitrario del potere punitivo, diventando così indistinguibile dal reato che va a punire. La fluidità dei confini tra reato e pena è ben espressa dal film Gli spietati di Clint Eastwood.
Uno dei sensi che si possono attribuire al film quali possono essere le conseguenze di un approccio scriteriato al delitto e alle pene. E come effettivamente l’eccesso del potere punitivo, come Beccaria aveva intuito, se non razionalmente governato, il potere punitivo può essere molto peggio del crimine che mirerebbe a contrastare. Se davvero noi vogliamo istintivamente contrapporci al crimine, dobbiamo farlo anche contro l’eccesso del potere punitivo.
Politiche penali di regime, repressione del dissenso attraverso diritto penale, giustizia penale genetica, genocidaria, interventi punitivi in nome di Dio, che tendono a reprimere espressioni di coscienza. La santa inquisizione. La repressione di comportamenti ritenuti immorali o peccaminosi, crimini immaginari come la stregoneria. Pene palesemente sproporzionate, tagliare le mani al ladro, torturare, massacrare, lo splendore dei supplizi dell'Ancien regime.
Se noi oggi possiamo fidarci in linea di principio del nostro sistema penale è proprio perché abbiamo imposto dei limiti al potere punitivo. Abbiamo adottato un approccio critico al potere punitivo. E non dobbiamo mai abbassare la guardia, perché il potere punitivo ha una forte tendenza a tramutarsi in arbitrio, laddove sia liberato da vincoli.
L’approccio critico razionale al problema del delitto e della pena è caratteristico della scienza penale moderna e contemporanea. Beccaria dice che la pena è un’arma a doppio taglio e non possiamo dimenticarci di una delle due lame.
Approccio critico al diritto penale
In che cosa si risolve un approccio critico al diritto penale? L’approccio critico impone porsi delle domande, non accontentarsi di quello che accade, ma porsi delle domande. Perché punire?
Nella misura in cui stabiliamo a cosa serve, possiamo organizzare un sistema penale volto a orientare nel miglior modo la pena per ciò a cui serve. Il problema delle funzioni della pena, ma non solo questo, quando punire? Come punire? Come decidere cosa punire e cosa no? Chi decide cosa punire e cosa no?
Il problema dei processi di penalizzazione. Chi punire, e a quali condizioni? Una volta stabilito tutto questo, in base a quali criteri possiamo stabilire che un reato è stato effettivamente commesso e che sia imputabile a Tizio, Caio e Sempronio. Il problema dell’attribuzione della responsabilità a un certo soggetto. Con quale pena? Il problema delle conseguenze sanzionatorie. Queste domande guideranno il nostro approccio critico al diritto penale.
Il diritto penale spiega com’è fatto un reato e la sua sostanza, la procedura penale studia le tecniche e le procedure attraverso le quali ci si va a accertare se i requisiti del reato e della responsabilità penale in concreto sussistono.
Prima domanda: perché punire? Si riprende in mano l’argomento del retribuzionista acritico, laddove ci sia un reato deve corrispondere una pena, perché sì, perché è un principio di giustizia assoluta. È bene che il responsabile di un male debba essere retribuito con il male: legge del taglione. Chiaramente si tratta di una evoluzione della logica della vendetta, tipica di reazioni penali primigenie e che risponde all’idea che sia giusto in sé eticamente far corrispondere al male un certo male.
Questa impostazione è stata elaborata da Kant, la pena non deve avere uno scopo, una utilità, perché trasformeremmo quella persona in un mezzo per ottenere qualcosa, e questo offenderebbe la sua dignità, non si tratterebbe più come uno scopo ma come un mezzo. Kant arriva ad ammettere persino la pena di morte. Sarebbe un'espressione della dignità umana. Deadman walking e non uccidere. La pena di morte nel momento stesso in cui viene realizzata sembra in qualche modo equiparabile al crimine stesso.
22/09/2021
Nel momento in cui l’ambiente è diventato oggetto di tutela penale, la società ha percepito l’importanza di quel bene. C'è una sorta di dialogo reciproco tra scelte penali e maturazione di norme di cultura in sede sociale. Il diritto penale tende a raccogliere pretese di tutela che emergono dalla società, ma quando questa vede queste pretese di tutela formalizzate nella norma incriminatrice, ecco che la società percepisce l’importanza di quel bene.
Il diritto penale cambia con l’evolversi dei costumi. È frutto di scelte variabili e opinabili. Oggi non si potrebbe riproporre la configurazione del delitto di adulterio per le donne, ad esempio.
Pensiamo ad ambiti sensibili: noi abbiamo una disciplina in Italia (fatta a pezzi dalla corte costituzionale) che ancora affronta il tema della procreazione medicalmente assistita in termini proibizionisti, prevedendo addirittura il reato di sperimentazione sull’embrione. All'estero invece questi esperimenti non sono solo tollerati, ma persino sostenuti. In Italia invece è prevista la reclusione, perché? Perché con la legge 40 del 2004 in tema di procreazione medicalmente assistita c’era una maggioranza parlamentare che riteneva che il valore dell’embrione dovesse prevalere. Quindi il diritto penale dipende anche dalle decisioni politiche. Es. Eutanasia.
C'è un confine tra delitto e diritto. (omicidio del consenziente) Il diritto penale non esprime valori assoluti, scelte assolutamente valide, non è mai statico.
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