Syllabus corso
Richiami di economia politica ed economia della cultura
- Teoria del consumatore e del produttore
- Forme di mercato
- Fallimenti del mercato
- Natura dei beni
- Differenze tra teoria classica e prodotto culturale
Elementi di economia pubblica
- Efficienza
- Scelta sociale
- Disuguaglianza
Fondamenti di politiche pubbliche
Motivazioni all'intervento pubblico: azione collettiva, scelta pubblica, giustizia sociale, riconoscimento di diritti e uguaglianza.
Dal macro al micro
Le politiche europee e relative istituzioni, le politiche nazionali con focus al teatro e al cinema, le politiche locali e gli strumenti per operare sul territorio.
Richiami di economia
La natura dei beni
(No soggetto di una domanda diretta, è una base di partenza per chiarire gli argomenti che verranno dopo).
Un elemento importante da cui partire quando parliamo di beni culturali è capire che cosa sono. Il prezzo è l'indicatore principale che il mercato usa per comunicare da produttori e venditori. È un elemento estremamente informativo che dice ai produttori ciò che i consumatori sono disposti a comprare, e dice ai consumatori quali sono le caratteristiche dei produttori/venditori e le caratteristiche dei prodotti. Il prezzo però è un elemento che ha questa caratteristica solo quando parliamo di beni privati, cioè beni escludibili e rivali.
Il bene privato è un bene che nel momento in cui viene consumato da una persona non può essere consumato da altri, in quanto l'azione del consumo è un'azione che esaurisce l'utilità del bene, ma anche perché se il bene venisse usato da più persone contemporaneamente, la sua utilità sarebbe ridotta, sminuita. Es. una bottiglia d'acqua, è un bene privato a tutti gli effetti. Il prezzo è il primo elemento che esclude (es. borraccia disponibile solo per persone disposte a pagare quel bene). Per cui l'aspetto della disponibilità a pagare è un aspetto importante per definire l'escludibilità o meno dall'utilizzo di un bene.
All'estremo opposto abbiamo dei beni pubblici che hanno invece la caratteristica di non escludibilità e non rivalità, ovvero non è possibile escludere dall'uso di un bene le persone, e al contempo l'utilizzo congiunto di quel bene è qualcosa che non riduce il livello di benessere degli utenti, ovvero delle persone che utilizzano il bene. Il prezzo in questo caso non è né un elemento informativo, né escludibile. Le caratteristiche del prodotto non possono essere quindi descritte da un prezzo, allo stesso tempo, il processo di produzione del bene non comunica, tant'è che quando si parla di beni pubblici si parla di disponibilità a pagare, un aspetto indicativo dell'interesse che una comunità può avere nell'utilizzo di un determinato bene pubblico.
Per individuare una domanda di beni privati facciamo una somma orizzontale dei diversi livelli di domanda: dato un prezzo di un bene andiamo a vedere quante persone sono disposte ad acquistare quel bene a quel determinato prezzo. Quando parliamo di domanda di beni pubblici, invece, parliamo di somma verticale delle domande, in quanto non conosciamo il prezzo del bene, ma la quantità che le persone possono desiderare di utilizzare. Sommiamo in questo caso quindi verticalmente la quantità domandata. Quando sommiamo orizzontalmente la variabile strategica è il prezzo, mentre quando sommiamo verticalmente la variabile strategica è la quantità.
In mezzo a questi due estremi abbiamo i beni di club e i beni comuni. Questi due aspetti sono estremamente importanti quando si parla di cultura, in quanto di solito il bene culturale rientra all'interno di queste categorie. Vedremo però che è possibile che il bene culturale rientri in tutte le quattro categorie.
Beni comuni e beni di club
I beni comuni sono beni rivali ma non escludibili, cioè non è possibile limitare l'uso o l'accesso a questi beni da parte della comunità, ma allo stesso tempo l'utilizzo di questo bene riduce l'utilità individuale e può portare alla riduzione del bene stesso. I beni di club, invece, sono beni escludibili, ma non rivali, in quanto è possibile escludere qualcuno dall'utilizzo di tale bene (da qui la definizione di club, a cui si entra, ad esempio pagando), ma il consumo condiviso di questo bene che non riduce l'utilità e il benessere che possiamo ottenere.
Esempio: l'esperienza di andare al cinema è un esempio di bene di club, in quanto pago il biglietto per entrare all'interno di uno spazio la cui disponibilità è limitata dalla congestione. Allo stesso tempo, nel momento in cui abbiamo pagato il biglietto, tutti possiamo rimanere dentro e godere egualmente dello spettacolo, ossia la proiezione cinematografica. Nel momento in cui guardiamo tutti insieme lo spettacolo, questo diventerà un bene pubblico. L'esperienza culturale è quindi un bene di club, mentre il bene culturale è un bene pubblico.
Se pensiamo però al film, questo viaggia su un supporto, che oggi è un file, con un numero di codice identificativo, e quando c'erano le pizze con numerosità limitata e un prezzo. La pizza aveva un prezzo di affitto, ed era un vettore limitato, un vero e proprio bene privato. Per cui il mezzo attraverso il cui il bene culturale viaggia è un bene privato.
Esempi di beni culturali
Esempio: libro "Gli europei di Orlando Figes". Parla di come si è evoluta la cultura in Europa nel corso della fine dell'800, di come le rivoluzioni industriali abbiano influenzato i livelli di globalizzazione, fino a costruire dei canoni, dei canoni culturali. Il prezzo è di 32 euro, è un prezzo corretto, sufficientemente evocativo delle caratteristiche di questo prodotto? Per compensare tutti coloro rientranti nel processo di produzione? No, in quanto non sappiamo esattamente il tempo e l'impegno di ogni singolo attore del processo produttivo. È comunque però un prezzo coerente con le caratteristiche tecniche, cioè la presenza di una copertina rigida e carta lucida con immagini colorate. È un bene privato a tutti gli effetti, in base alle sue caratteristiche tecniche, in quanto l'editore lo ha venduto con un determinato prezzo con un preciso accordo. Tuttavia, quello che interessa, all'acquirente, non è tanto il tomo, bensì il contenuto, che non è solo replicabile nel numero di copie, bensì un contenuto che ha le caratteristiche del bene pubblico. Se si legge insieme il volume, ciò non si riduce il livello di beneficio che si può trarre, anzi il valore che noi attribuiamo alla lettura è amplificato, si tratta di cultura condivisa dalla lettura comune.
In casi come questi l'economista non sa bene quale potrebbe essere il valore del bene, una dimensione soggettiva che di solito viene esplicata con la possibilità a pagare. Si tratta di una proxi è estremamente fallacea, in quanto non possiamo usare una valutazione monetaria per misurare un bene che ha caratteristiche non solo economiche, ma soprattutto sociali e culturali. Il settore editoriale è sostenuto dalle finanze pubbliche, per pubblicare non best seller ma dei volumi che può interessare ad uno specifico target, con un prezzo sicuramente ridotto, inferiore rispetto a quello che sarebbe necessario per compensare tutti i soggetti del processo di lavorazione. Quando parliamo di beni pubblici e comuni, parliamo di beni che rappresentano un fallimento del mercato, dove la regola di mercato non vale, e di conseguenza l'incontro fra domanda-offerta-prezzo necessita di essere regolato attraverso l'intervento di policy.
La tragedia dei beni comuni
I beni comuni sono importanti, specialmente quando si parla di contenuti culturali. Sono dei beni non escludibili, ma rivali, ossia non esistono ostacoli che permettono di impedire a qualcuno di utilizzarli ma, allo stesso tempo, il loro utilizzo può portare al loro esaurimento. Nel 1968 comparve "La tragedia dei beni comuni". Si parlava di tragedia in quanto un uso sconsiderato di queste risorse può portare infatti al loro esaurimento, una condizione dalla quale è poi difficile tornare indietro. L'esempio di letteratura classico è un campo nel quale vengono fatte pascolare delle pecore oppure un lago dove una comunità può andare a pescare (se non ci sono regole, ognuno persegue il proprio benessere individuale cercando di pescare il più possibile, i pesci si estingueranno e nessuno potrà andare più a pescare e a mangiare). Sia il campo, sia il lago richiamano dei beni comuni ambientali, ai quali molto spesso la connotazione "beni comuni" fa riferimento.
Da un punto di vista scientifico, in anni più recenti, questa connotazione è stata estesa poi a tante altre tipologie. La risoluzione del problema dell'esauribilità dei beni comuni è arrivata da Elinor Ostrom, premio Nobel per l'Economia nel 2009, secondo cui questa tipologia di beni non può essere gestita in maniera prettamente privatistica (es. con dei contratti) e non necessariamente deve essere gestita dal settore pubblico attraverso forme di regolamentazione (in quanto i beni non sono escludibili). La gestione migliore è quella comunitaria o cooperativa, ossia le persone consapevoli del rischio decidono di organizzarsi per regolare il consumo (es. limitare la pesca, lasciando che i pesci attraversino la fase della riproduzione). È lo stesso tipo di approccio, imposto a livello pubblico, da regione a regione, per quanto concerne la pesca in mare: ci sono i cosiddetti "fermo pesca", periodi in cui i pescatori non possono per l'appunto pescare per permettere ai pesci di riprodursi.
L'allieva di Elinor, Charlotte Hess, estende questa idea di bene comune al contesto urbano e contemporaneo. Per prima comincia a parlare, a partire dal 2008, di commons urbani, legati alla conoscenza, di vicinato e culturali. Anche in questo caso, questo tipo di prodotti si possono estinguere a seguito di un cattivo uso. I cosiddetti commons di neyborud sono beni legati alle relazioni che si possono stabilire in un contesto di prossimità (ad esempio di vicinato), e che nel loro cattivo uso si possono estinguere. Essa fa un chiaro riferimento alla fiducia, ossia un senso di rispetto e civiltà che è alimentato da quelli che si chiamano legami deboli, cioè legami di conoscenza, di prossimità, non necessariamente familiari. La fiducia è infatti importante per la gestione del capitale sociale ed è una di quelle grandezze che una volta consumate difficilmente si riescono a ricostituire. Questo tipo di relazioni alimentano il contesto urbano, e diventano urban commons, proprio perché hanno a che fare con ciò che una comunità può costruire in un contesto urbano.
Il contesto urbano è facile da analizzare, in quanto qui si sviluppano delle economie di rete, alimentate dalla densità abitativa. È infatti sicuramente più facile stabilire delle connessioni in un contesto in cui i soggetti sono vicini, piuttosto che in un contesto dove i soggetti sono geograficamente distanti. Parlare invece di culture commons significa parlare di conoscenza e contenuto culturale, ossia qualcosa che può essere costruito nel tempo, accumulato e riprodotto, ma che, anche in questo caso, se non adeguatamente nutrito e alimentato si può estinguere.
Basta pensare al nostro ultimo anno: non siamo andati né al museo, né al cinema e né al teatro... Questa prolungata "astinenza" sicuramente modificherà il nostro comportamento quando ci sarà una riapertura, in quanto abbiamo ben riflettuto su che cosa è un nostro bisogno, sviluppando un senso di mancanza oppure di indifferenza nei confronti dei beni culturali (è un rischio basato su questa biforcazione delle preferenze). Questo è un chiaro esempio di come un qualcosa di cui eravamo abituati a usufruire, possa dissolversi. Sicuramente un uso sbagliato di un bene comune culturale può portare alla sua scomparsa, dettata anche da una riduzione nella domanda. Nel momento in cui infatti, per un evento esterno, ci disabituiamo al consumo culturale, la domanda diminuisce e quindi può diventare poco interessante per un produttore culturale produrre il bene. Abbiamo quindi una riduzione della domanda e dell'offerta che si auto-alimenta negativamente, con il rischio della scomparsa della domanda e produzione di un bene culturale.
È un rischio presente per diversi beni, ma soprattutto per diversi beni culturali. Il commons culturale è quindi un soggetto particolarmente fragile su cui lavorare. Sottolineiamo che il prodotto culturale può essere privato, pubblico, comune o di club. Beni posizionali, segnaletici o ostentativi, di esperienza, aspirazionali, meritori e razionali. Già il fatto che esclusivamente attraverso la considerazione di rivalità ed escludibilità sia già possibile descrivere una tipologia di prodotto come un qualcosa di estremamente sfuggente, mette in difficoltà l'analista, in quanto può essere complesso capire con quali strumenti approcciare il bene con tali connotazioni. Superando, tuttavia, la dicotomia, la differenziazione tra rivalità ed escludibilità è possibile capire la natura del bene culturale in base proprio della sua funzione, ossia del servizio che il bene va a coprire.
Tipologie di beni culturali
Possiamo parlare a questo proposito di beni posizionali, segnaletici o ostentativi, di esperienza, aspirazionali, meritori e relazionali. I beni posizionali, segnaletici, ostentativi e aspirazionali descrivono una funzione di beni molto simile. Il consumo culturale è infatti un qualcosa che fin dalle prime fasi della socializzazione, i libri che si leggono, la musica che si ascolta, il modo di portare i capelli, sono qualcosa che fa parte della nostra modalità espressiva e che deriva dal nostro background culturale, ossia dalle nostre esperienze culturali. Sono dei fattori che non solo comunicano qualcosa di noi stessi a noi stessi, ma che soprattutto comunicano qualcosa di noi all'esterno, ovvero dicono alle persone che ci guardano che tipo di persone siamo.
I beni posizionali sono infatti beni che raccontano qualcosa di noi all'interno di un contesto sociale, collocandoci così da un punto di vista economico all'interno di una società (sono sinonimo di beni ostentativi, in quanto ostento con un determinato consumo la mia condizione economica e sociale). I beni segnaletici hanno invece una connotazione più identitaria. I beni posizionali, esattamente come i beni ostentativi e segnaletici, danno un segnale circa la nostra condizione economica, laddove volessimo mostrarlo. I beni aspirazionali hanno invece una connotazione sociale, sono quelli che mostrano le nostre aspirazioni di natura sociale, ossia in quale tipologia di comunità noi vogliamo rientrare e quali persone vogliamo frequentare e a chi vogliamo assomigliare. Questi fattori ci permettono di disegnare la nostra natura, la nostra identità, che è data proprio dalla somma delle nostre esperienze culturali ed educative.
La nostra identità non è ovviamente qualcosa di immutabile, è qualcosa di estremamente fluido, ogni giorno sempre di più, in quanto noi molto spesso ci riconosciamo non solo in un orizzonte estetico culturale, ma anche identitario non legato alle nostre radici, bensì alle nostre aspirazioni e aspettative, ossia alle persone che desideriamo essere. All'interno di questa espressione vediamo quindi come i consumi culturali sono importanti soprattutto nelle fasi della vita che caratterizzano la seconda socializzazione, in cui è centrale il nostro rapporto con i nostri simili (scuole medie e primi anni delle scuole superiori). Si afferma così il cosiddetto conformismo, una necessità biologica di rientrare all'interno di un gruppo e somigliare a qualcuno. Attorno ai 16 anni si sviluppa invece l'individuo, cercando di uscire alla dinamica di appartenenza a un pubblico per sviluppare i propri tratti.
Anche in questo caso la componente culturale è centrale, per capire quali sono le possibilità che iniziamo a vagliare. Anche in questa fascia di età non si mostra più l'adesione ad un canone, il proprio conformismo, bensì la propria differenziazione rispetto agli altri. Si tratta ancora di segnali, dove il segnale non è necessariamente di classe, ma di differenziazione rispetto al prossimo. Questa fase termina circa all'età dei 24 anni, momento in cui il cervello ha raggiunto la sua forma e il suo funzionamento. È importante quindi agire sull'insegnamento entro questa fascia di età, in quanto c'è una ricettività maggiore.
Un bene culturale, tuttavia, può essere anche meritorio e di esperienza. Il bene di esperienza è un bene in cui la fase di produzione e consumo coincidono, ossia noi non possiamo sapere se il consumo di un determinato bene ci darà soddisfazione fino a quando non abbiamo completamente vissuto l'esperienza o lo abbiamo consumato del tutto (es. un concerto dell'artista preferito, dove, nonostante razionalmente consumare più volte lo stesso bene potrebbe essere noioso, in questo caso non lo è, in quanto l'esperienza ogni volta è sempre diversa: l'esperienza è data infatti dall'atmosfera che si crea, e non da semplicemente dalla scaletta che il cantante segue).
Il bene relazionale, è un bene il cui valore è costituito dalla relazione di per sé, è un bene che esiste nel momento in cui due persone relazionandosi creano qualcosa di nuovo (esempio: andare al cinema, razionalmente dovrei andarci da solo per consumare del bene culturale il più concentrato possibile).
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Appunti Istituzioni e politiche culturali - primo modulo
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Appunti di Istituzioni e Politiche Culturali - II Modulo - Prof. Pedrini
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Appunti di Istituzioni e Politiche culturali - I modulo - Prof Chillemi
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Appunti economia e gestione dei beni culturali e dello spettacolo - secondo modulo