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Modelli bioecologici dello sviluppo umano e processi educativi

Lezione 1

Il primo capitolo del testo della Telfener è intitolato “Come osserviamo”, riguarda il nostro modo di vedere le cose e di osservarle. La Telfener presenta un modo sistemico di operare. Questo testo inizia come quello di Ford e Lerner con i metamodelli.

C’è sempre dietro il nostro modo di lavorare un modo di osservare e nel campo della salute ci sono molti operatori che usano un modello causale lineare nel loro agire. Quindi vedono una patologia, vedono il danno, pensano un processo di cura e lo mettono in atto. In altre parole, analizzano un individuo, cercano di capire cosa non funziona in quella persona e cercano di riparare quella persona. È un modo molto chiaro di agire, molto semplice e lineare.

Infatti, dietro c'è un modello causale lineare e questo modello ha alcuni difetti. Il primo è quello di essere decontestualizzato, cioè non tiene conto di ciò che avviene attorno alla persona e si guarda solamente l’individuo. Come nel modello biomedico, per il quale si va dal medico per il mal di gola, il medico osserva la gola, ipotizza la causa del dolore e prescrive un antibiotico, per un meccanismo di causa/effetto.

Il vantaggio dei modelli decontestualizzati è che io li applico in tutto il mondo nello stesso modo, perché sono decontestualizzati e quindi tendono ad essere universali. Hanno però anche un difetto che è quello di ignorare la complessità, cioè ignorano il sistema che sta dietro all’intervento. Non guardo il sistema della persona, guardo quello che non va nella persona, entro nella persona e cerco di aggiustarlo e ripararlo.

Riproponiamo l’esempio della bambina Maria: Maria è una bambina di 2 anni. È una bambina sottopeso, inappetente, la madre casalinga la porta all’asilo nido la ‘Coccinella’, spiega agli operatori che la bambina non mangia e chiede loro di cercare delle strategie per farla mangiare a pranzo. Gli operatori si rivolgono a voi: consulente del nido e psicologo dell’educazione per una consulenza su quali strategie adottare.

La bambina arriva in consulenza che non mangia, mi viene chiesto di farla mangiare, faccio attività per farla mangiare e la bambina mangia, questo a livello lineare funziona benissimo. La scelta di che cosa guardare è guidata da un metamodello: di fronte alla bambina che non mangia io implicitamente ho attivato dei metamodelli di azione e li ho messi in atto. Abbiamo soggettivamente scelto un metamodello e lo abbiamo applicato, quindi una prima responsabilità dell’operatore è la scelta del metamodello.

La scelta del metamodello è responsabilità di colui che osserva. C’è sempre un metamodello dietro, in ogni istante della nostra vita, ma nel 99% dei casi non ne siamo consapevoli, lo mettiamo in atto in modo automatico, è in un certo senso un episodio comportamentale. L’altro metamodello che abbiamo applicato per far mangiare Maria è stato rispondere alla domanda che ci era stata posta.

Le metateorie sono le griglie di lettura che noi andiamo ad attivare quando ci troviamo ad analizzare la realtà. Il primo suggerimento che la Telfener ci dà è rendere lo psicologo osservatore di sé stesso e delle relazioni, consapevole della parzialità del suo modo di operare, e qui c’è un secondo elemento forte di disequilibrio per noi tutti: abbiamo studiato per tre anni durante la triennale che il lavoro dello psicologo è aiutare gli altri a cambiare, quindi trovare persone in difficoltà e aiutarle a cambiare.

La Telfener invece afferma che se vuoi aiutare gli altri a cambiare, prima devi pensare a cambiare te stesso, inizia a metterti in una posizione che consenta un tuo cambiamento e questo è il primo messaggio importante della Telfener. La buona notizia è che è possibile fare lo psicologo perché volendo esistono dei metamodelli, anche abbastanza comuni, che ci consentono di fare lo psicologo in modo tecnico, quindi senza dover cambiare noi stessi.

La visione della Telfener è una visione diversa, ci propone dei punti di vista differenti. La chiave della Telfener è rendere lo psicologo un osservatore di sé stesso e delle relazioni. Quindi, fare lo psicologo vuol dire capire se stesso e le relazioni nelle quali vado ad entrare, sapendo che questo sarà sempre una modalità parziale di operare, parziale perché soggettiva e centrata sul punto di vista.

Per tornare ad un aspetto tecnico legato al caso della bambina Maria, nel rispondere alla domanda si cade in un trabocchetto, l’ansia da prestazione. Ovvero, se sei uno psicologo e arriva un paziente con un problema tu ti senti chiamato in causa, ti senti responsabile della risoluzione del problema di quella persona, perché sei un professionista e vengono da te. Allora ecco che tendo ad entrare in una spirale che è quella di rispondere alle domande, mi vengono a chiedere una cosa e io rispondo a quella richiesta, rispondendo alla richiesta dimostro a me stesso e agli altri che sono un bravo psicologo perché ho dato una risposta e ho risolto il problema.

Allora succede che nel tempo, alla fine, ricado nella dinamica di prima, tendo ad agire come se le domande fossero sempre le stesse, come se i contesti fossero intercambiabili. Tornando all’esempio della bambina: la bambina non mangia, mi viene chiesto di farla mangiare, faccio attività per farla mangiare, la bambina mangia, si attiva la mia ansia da prestazione e la mia ansia da prestazione opera come un feedback positivo.

Le griglie per guardare sono una modalità di tipo contestualistico, vicino al contestualismo evolutivo, cioè il modo che abbiamo di intervenire, i processi terapeutici sono soggettivi e sono sempre co-determinati dalla cultura, dal momento storico e dal contesto. C’è una cultura dietro, c’è un punto di vista, i modelli che abbiamo in mente espliciti o impliciti determinano quello che andiamo a vedere, determinano l’idea di funzionamento della psiche, l’eziologia e i disturbi e la possibilità evolutiva dei sistemi. La lente con cui si osserva determina ciò che vedo e se determina ciò che vedo tanto più andrà a determinare che cosa progetto di fare, ma la scelta della lente è responsabilità nostra, cerco poi con tutti i limiti umani di operare portando questa idea quando mi vengono a chiedere delle cose.

Un video che colpisce molto nel profondo, reperibile su YouTube è Point of View, The Guardian. Il ragazzo protagonista nel video è uno Skinhead, gli Skinhead sono appartenenti ad un movimento e una subcultura sorti in Gran Bretagna alla fine degli anni sessanta tra i giovani della classe lavoratrice britannica; convenzionalmente si indica l'anno 1969 per indicarne l'inizio. Sebbene nella cultura di massa vengano rappresentati come individui pericolosi per la società e devianti rispetto alla cultura mainstream, gli skinhead iniziarono ad essere etichettati come razzisti, neofascisti e/o neonazisti.

Se negli anni ‘80 vedevamo uno Skinhead che correva per strada automaticamente scattavano determinate associazioni, se incontravamo di notte per strada un gruppo di Skinhead, ad esempio, non te la passavi tanto liscia soprattutto se scoprivano che non eri inglese. Quindi ci sono una serie di pregiudizi dietro alla visione di questo particolare ragazzo che corre per strada. Le cose dipendono dalla prospettiva con la quale guardiamo le cose, questa prospettiva, questa posizione è sempre parziale e ci porta a costruire una determinata immagine della realtà.

La qualità del nostro intervento, la nostra capacità di realizzare o meno interventi evolutivi di crescita, di sviluppo è determinata soprattutto dalla griglia che io vado ad utilizzare, cioè dal punto di vista che io vado ad adottare. Tutta la parte tecnico-pratica è una conseguenza, viene dopo, è un falso problema che però viene fuori da secoli di scuola ed insegnamento. Per cui c’è un determinato modo di operare dato da una data società, ma non è la tecnica l’elemento risolutivo, l’elemento che mi spinge, che mi porta a creare interventi evolutivi è la griglia, il metamodello è la chiave.

Le griglie che spesso adottiamo sono inconsapevoli e sono socialmente costruite sulla base di:

  • Esperienze personali
  • Sulla cultura
  • Sulla società
  • Sulla famiglia
  • Sulle istituzioni

Le griglie definiscono cosa si guarda e cosa si vede, sono un modo per direzionare la nostra attenzione, ci vanno a dire come codificare gli eventi e come intervenire di conseguenza. Allora il discorso diventa epistemologico, cioè diventa uno studio di come costruiamo la nostra conoscenza, ciascuno di noi compie delle operazioni per comprendere il mondo, operazioni mentali, e facendolo va ad eseguire una computazione che viene svolta sui dati percettivi.

Il dato percettivo è quello del mondo esterno, ma poi come io lo comprendo, il senso che io gli do diventa un processo mio interno. L’epistemologia è lo studio delle conduzioni che portano alla conoscenza e dei metodi per acquisirla, è la conoscenza che studia sé stessa, quindi, stiamo lavorando a livello metacognitivo, prima del pensare c’è tutto quel processo di meta, ovvero che sta sopra alla conoscenza.

La Telfener le chiama operazioni di secondo ordine essendo il primo ordine la conoscenza, il secondo ordine è il conoscere la conoscenza. Questo processo di secondo ordine è comunque presente nella mia mente, è il metamodello che io ho interiorizzato, è lo schema che ho fatto mio e che uso per processare la realtà. Ma questo non è un a priori, nel senso che non è lì dalla nascita, è costruito su base sociale e culturale, cioè io ho imparato nel corso del mio processo di acculturazione e di formazione a osservare la realtà in un certo modo, a darle un certo senso e ad intervenire su essa in certe modalità.

Il modo in cui ho imparato è mediato dalla lingua, dal linguaggio. Quindi l’epistemologia, che è una teoria di costruzione della conoscenza, diventa anche, per forza di cose, una teoria di costruzione dell’esperienza. Nel momento in cui io vado a capire come costruisco il mio sapere sto anche ragionando su come vado ad esperire il mondo, su che modo ho di dare un senso alle cose del mondo, questi due piani sono quindi collegati.

Costruisco il mondo tramite una serie di sistemi e di processi:

  • Sistemi di concettualizzazione
  • Strategie di conoscenza, strategie che uso per capire e per conoscere
  • Il mio sistema valoriale e le mie credenze religiose, sociali, ecc.
  • Tutto il piano delle emozioni, delle relazioni
  • Azioni concrete

E infine tramite tutto il grande universo delle cose che non so e che non conosco e quindi del mio rapporto, non solo del sapere, ma anche con il mio rapporto con il non sapere.

Un primo piano di conoscenza è l’agire, Neisser collega fortemente l’azione alla percezione, percepire è per forza collegato all’agire, agire vuol dire anche muovere una pupilla o mettere a fuoco, è un’azione, senza queste azioni non ci sarebbe percezione, è proprio come un circolo che alterna azione e percezione in modo continuo.

Il campo della conoscenza, quindi, è un fenomeno profondamente biologico, ogni entità vivente ha un modo di conoscere e ogni entità vivente è un modo di conoscere, perché questo modo di capire e di rapportarmi con il mondo diventa il mio modo di vivere, cioè va poi a costruire me stesso.

Riassumendo possiamo dire che è nostra responsabilità scegliere un metamodello o una linea di azione, che rispondere correttamente alle domande ci serve per gestire la nostra ansia e poi piano piano si sposta sui processi di acquisizione della conoscenza e quindi del modo che abbiamo per spiegare quello che avviene in noi stessi, nell’altro e nel mondo. L’attenzione è agli aspetti relazionali e dobbiamo costruire percorsi evolutivi che hanno origine dalla reciproca partecipazione al processo di acquisizione della conoscenza stessa, quindi posso scegliere modi meccanicistico-deterministici di lavorare o posso scegliere modi costruttivisti.

Se scelgo un modo costruttivista emergono una serie di postulati, il primo postulato è che i dati non esistono a priori, ma i dati emergono da un punto di vista, emergono dalla danza comune delle parti, danza intesa come balletto classico, nella danza si conduce e si è condotti, c’è un’interazione dinamica tra due persone che vanno a costruire dei percorsi, l’operatore è responsabile e se adotto questa visione ho delle responsabilità molto precise e una di queste è la scelta del metamodello, della griglia per osservare.

Lezione 2

Abbiamo quindi parlato dell’epistemologia come teoria della costruzione della conoscenza, di come rispondere o come lavorare le domande che ci vengono fatte e questo sarà uno degli argomenti centrali del testo di Telfener. L’idea su cui vuole farci ragionare il testo è questa possibilità, che sarebbe una proposta metodologica di un metamodello preciso, quello sistemico che è una delle tante possibili strade per intervenire e per organizzare il proprio lavoro.

La proposta è quella di uscire dalle modalità deterministe lineari e di entrare invece in un’ottica di co-costruzione delle cose; quindi, vuol dire sapere appunto che esiste il concetto della danza comune, sul quale la Telfener insiste, e la responsabilità dell’operatore, che ha una responsabilità precisa, che viene dal metamodello.

La scelta del metamodello in buona parte è dell’operatore ma se l’operatore è inserito in un’istituzione, la scelta del metamodello deriva in realtà dall’istituzione, ci sono tanti livelli, impliciti ed espliciti dietro a questo. Anche le istituzioni hanno un metamodello, anzi, soprattutto le istituzioni hanno un metamodello, lo possono proporre o imporre ai loro operatori, i quali più o meno consapevolmente poi lo adottano.

Capite che se adottiamo questo modo di ragionare, riflettere sulle premesse che mi hanno fatto vedere un certo dato, cosa che è imprescindibile in psicologia, perché le premesse vanno a co-determinare ciò che io vado a vedere, ecco perché occorre maturare dentro i dubbi o le domande, perché stare in quello stato è un modo essenziale per lavorare, ma per saperlo fare bisogna saper lavorare sulla propria ansia, che non è un’ansia terribile, ma dà fastidio, l’ansia del dover dare delle risposte per lavoro ma di non sapere quali siano queste risposte, questo è uno dei maggiori apprendimenti che dobbiamo sviluppare se si vuole lavorare in questo modo.

Negli interventi psico-socio educativi, diventa allora fondamentale la capacità di ampliare o modificare le proprie categorie di lettura, iniziamo a lavorare su di noi, poi si arriva anche al lavoro con l’altro, ma il punto di partenza non è l’altro, siamo noi, è questa la chiave. Per modificare ed ampliare le proprie categorie di lettura la prima cosa è cercare di evitare gli automatismi, cioè cercare di assumere categorie troppo generali e automatiche, cioè appunto evitare l’idea di aver già capito tutto dell’altro.

Vi sarà capitato di lavorare con persone più o meno esperte, con più o meno anni di lavoro in un certo campo, che ti dicono “io questo mi basta guardarlo cinque minuti e già ho capito tutto”. In realtà tu in questo caso hai già una tua categoria interna per classificare i contesti e le situazioni e la applichi molto velocemente, perché hai una grossa esperienza magari in quel settore, ma siccome le persone, le culture, società e le situazioni sono ognuna diversa dall’altra, questo “ho già capito tutto” può anche andar bene in certe situazioni, ma non è detto che vada bene per quella precisa persona o situazione che ti trovi davanti.

La Telfener nel testo farà molti esempi e ciascun esempio aiuta a capire come rendere operative le cose che vengono dette, oppure aiuta a capire possibili errori e possibili trappole che ci sono, molti altri esempi li possiamo trovare nella nostra vita quotidiana.

Il dare per scontato di avere già la risposta sarà sicuramente capitato anche a noi di averla fatta o di avere incontrato persone che assumono categorie generali da automatiche, è necessario allora pensare a come ci siamo sentiti, a come hanno attivato o non attivato dei processi evolutivi queste situazioni, quindi, evitando di assumere le cose a priori, ecco che si apre subito uno spazio che è fatto di complementarità dei punti di vista.

Se il mio punto di vista è parziale per costruire una realtà complessa, devo necessariamente appoggiarmi su altri che hanno prospettive diverse dalle mie. Per sapere cosa c’è dietro una montagna parlo con chi abita dietro la montagna oppure devo andarci, ma dal momento che ci sono persone che lo sanno, perché ci vivono le posso comprendere.

Su questo occorre fare attenzione a non escludere, ad esempio, se incontro una mamma, un papà, uno zio, un nonno che accompagna una persona con disabilità, io parlo con la persona con disabilità intanto cerco di parlare con lei o comunque cerco tutti i modi anche non verbali, come quelli spaziali, per includerla nella comunicazione, nel discorso. Sembra una banalità ma è importante perché purtroppo automaticamente ci viene da parlare magari con l’adulto che ha accompagnato il disabile, ma è importante non fare mai sentire esclusa nessuna delle parti.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Cristianabusatti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Modelli bioecologici dello sviluppo umano e dei processi educativi e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Perugia o del prof Capurso Michele.
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