Appunti di storia del diritto internazionale
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Da quando si può parlare di diritto internazionale
Da quando si può parlare di diritto internazionale. Esaminando le opere della storiografia è facile capire come ci sia un forte disaccordo a riguardo. Opinione dominante, ma sempre più discussa, che si trova in moltissimi testi dal II Dopoguerra: il diritto internazionale nasce nel XVII secolo, più precisamente nel 1648, pace di Westfalia, fine guerra dei 30 anni e nuovo assetto europeo. Data molto convenzionale.
Altra dottrina, riferendosi ai padri fondatori del diritto internazionale, si rifà a Francisco de Vitoria, Alberico Gentili, Ugo Grozio. In ogni caso il diritto internazionale è faccenda tutta moderna: tutti concordano nel dire che nel Medioevo non esisteva il diritto internazionale; quindi si può al massimo partire da questi autori, XVI-XVII secolo.
Altri autori retrodatano il tutto considerando Vitoria e i pensatori di quegli anni come i fondatori solo del moderno diritto internazionale, facendo risalire alla Grecia Antica, le Poleis già stipulavano trattati, oppure al IX secolo, rapporti Bisanzio e Mondo Islamico, l’origine del diritto internazionale.
Un’ulteriore tesi riconosce che il diritto internazionale ha sempre accompagnato l’uomo; tra questi abbiamo Carlo Focarelli, che apre il suo libro con Antichità e Medioevo, richiamando tavole che a quanto pare disciplinavano i rapporti tra le città.
Cos’è il diritto internazionale
Cos’è il diritto internazionale? Sorta di diritto che disciplina i rapporti tra soggetti uguali, posti sullo stesso piano, che non riconoscono soggetti superiori. Siamo nell’ambito del diritto internazionale classico, iniziato nel 1648 e per alcuni terminato nei primi del ‘900, 1917 o 1918.
In senso lato invece si può parlare di popoli che riconoscono, ciascuno, una distinta autorità suprema, che ha il potere di prendere accordi in nome di tutto il gruppo, se in grado naturalmente di garantire all’altro gruppo che questi accordi verranno rispettati.
Noi metteremo in discussione l’idea di un diritto internazionale che parte dal 1648.
Foucault e la storia del pensiero
Partiamo da una citazione di Foucault: “Gli storici hanno abbandonato la storia fatta di episodi, date, battaglie, per dedicarsi ad un altro tipo di storia, di civiltà materiale, che copre periodi storici molto più ampi e lunghi”. Basti pensare alle storie di rotazioni agricole, vie commerciali, quindi dei cambiamenti che hanno toccato le persone fino ad un certo punto.
Foucault osserva che succede il contrario presso gli storici del pensiero, giuristi compresi, che hanno sempre ragionato sulla lunga durata, mentre ora cominciano a scoprire l’importanza delle cd “interruzioni”, che si pongono dietro la presunta continuità della storia di un pensiero, della scienza.
Seguendo Foucault si potrebbe pensare che non avrebbe senso seguire una storia consecutiva sempre migliorativa del diritto internazionale cercando di risalire ad una fonte iniziale, ad una sorta di “proto-diritto internazionale”, che si è sviluppato ed è cresciuto col tempo. La storia di un concetto impone che si trovino campi di validità, spazi ristretti dove si elabora un concetto, tenendo presente le possibili interruzioni.
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L’idea bermaniana
Possiamo partire da un’idea bermaniana che parte dal XII secolo e dalla Riforma Gregoriana, trovandovi una ragion d’essere del diritto internazionale.
L’idea bermaniana è quella per cui l’età moderna inizia nel XII secolo; cosa c’entra col diritto internazionale? La tradizione giuridica occidentale prevede un’autonomia del diritto, giuristi di professioni, corso di studi specialistico, scuole di diritto, poi università, idea per cui la dottrina fa parte del diritto, non solo norma o comando del sovrano, diritto come corpo con una propria vita e proprie regole di sviluppo; e questa storicità lo pone al di sopra del sovrano, che deve percepire come vincolante.
Abbiamo però una storia del diritto internazionale che non ha la sua origine proprio nel XII secolo, troppo limitante, ma trattiamo i nostri temi entro questo spazio, salvo qualche riferimento all’esterno.
Giustizia e guerra
Dal XII al XVII prevale un’ideologia secondo cui la guerra sia giudicabile. Dopo, fino al XX secolo, si ritiene che all’interno di un discorso dottrinale non si possa parlare di guerra giusta: sono tutte guerre giuste. Nel XX secolo, durante la IWW, riemerge la dottrina della guerra giusta: oggi ad esempio si considera la guerra d’aggressione ingiusta, un crimine, con termini che però richiamano i concetti medievali.
Il concetto di guerra
Il concetto di guerra. Un passo celebre, e antico, per una collocazione temporale è l’aforisma 53 dei frammenti di Eraclito: “Polemos di tutte le cose è padre, di tutti è re; gli uni manifesta come uomini, gli altri come dei; gli uni fa esistere come schiavi, gli altri come liberi”. Tutto ha origine dalla guerra, come le differenze tra uomini e dei, tra liberi e schiavi.
In questa traduzione, Giorgio Colli, il termine “polemos” non viene tradotto: in un senso più ampio indica il conflitto, la contesa, ma può indicare anche più specificamente la guerra. Restiamo nel tema più generale. Polemos “è padre e re”: dà origine, è originario; il conflitto, la “guerra”, si conosce sin dall’inizio dell’umanità.
La distinzione uomo-Dio si spiega ampiamente nella mitologia greca, ma si trova un significato simbolico più utile a noi: il vincitore della guerra si pone in una posizione sovraordinata, sorta di dio nei confronti del soccombente. Più chiara la distinzione libero-schiavo; qui interviene anche il diritto: i prigionieri di guerra sono ridotti in schiavitù.
Una traccia la si trova anche nel Digesto, diritto romano, in cui si afferma che la servitù è un male necessario preferibile all’alternativa dello sterminio del popolo soccombente: il popolo perdente andrebbe risparmiato al prezzo della schiavitù, “servus” deriva da “servatus”, salvato.
Kant e la pace giuridica
Saltiamo all’interno della tradizione giuridica occidentale; Koenigsberg, Prussia occidentale, fine ‘700: Immanuel Kant. Kant vede nella storia umana un continuo progresso verso una realizzazione di una sempre maggiore razionalità e libertà, ovvero delle facoltà principali che l’uomo dovrebbe raggiungere nella vita.
La storia dell’uomo è fatta però di conflitti importanti, e il progresso dovrebbe portare ad un’universalità di uomini, in cui si realizzano, per mezzo della ragione, la libertà e la pace. Questa libertà per Kant si può raggiungere solo attraverso il diritto, non c’è una pace che non sia giuridica. Nel 1784, in una sua opera, “Idea per una storia universale”, Kant fissa alcuni importanti concetti.
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IV Tesi. Il mezzo di cui si serve la natura per mettere in opera lo sviluppo di tutte le disposizioni è il loro antagonismo nella società, in quanto però infine diventa causa di un ordine legittimo.
- La natura si serve dell’antagonismo per giungere alla realizzazione del suo obiettivo, quell’ordine di tipo giuridico, legittimo. Dopo chiarisce: “Qui per antagonismo intendo l'insocievole socievolezza degli esseri umani, cioè la loro tendenza a entrare in società che però è connessa con una resistenza pervasiva la quale minaccia costantemente di dividere questa società”; c’è negli uomini una forte tendenza a creare una società, ma d’altra parte anche forte tendenza ad isolarsi, vedendo ad esempio l’altro come nemico. È questa resistenza che risveglia tutte le forze dell’uomo, ma che consente anche di sviluppare l’innata pigrizia dell’uomo. È chiaramente presente l’idea che vede il polemos, inteso più come discordia, come uno dei fondamenti del progresso dell’esistenza umana.
Qualche anno più tardi, 1790, “Critica del giudizio”, Kant dice: “la guerra”, non più il conflitto, “forse nasconde profondamente qualche disegno della saggezza suprema; e malgrado le calamità terribili che procura al genere umano, è uno stimolo in più per sviluppare tutti i talenti che servono alla cultura”. Kant non esclude da quell’antagonismo l’ipotesi estrema della guerra; forse persino la guerra risponderebbe ad un disegno superiore, che potrebbe avere come risultato un rafforzamento, una miglior cultura dei talenti umani.
Hegel e il momento etico della guerra
Nel 1820 Hegel pubblica i “Lineamenti della filosofia del diritto”. Hegel procedeva dialetticamente con i 3 momenti, tesi, antitesi e superamento dell’antitesi, riguardo ciò che concerne l’uomo nelle sue relazioni.
Parla dello Stato, momento supremo della civiltà, ma alcune dichiarazioni in questo tema riguardano la guerra, più precisamente il momento etico della guerra: “la guerra non va considerata come un male assoluto, né come un’accidentalità meramente esteriore che abbia il suo fondamento in una circostanza qualsiasi nelle passioni dei detentori del potere o nelle passioni dei popoli, in ingiustizie… e, in generale, non ha il fondamento in qualcosa che non deve essere”.
Qualche pagina dopo: “la guerra ha il suo significato per cui, mediante essa la salute etica dei popoli viene mantenuta nella sua indifferenza contro il consolidarsi delle determinatezze finite, così la guerra preserva i popoli dalla putredine cui sarebbe ridotta da una pace duratura e perpetua”. Qui si parla proprio di guerra tra Stati, tra Nazioni, che salva da una putrefazione morale; la pace è un male.
Storicismo, giusnaturalismo e progresso
Tutto l’800 e parte del ‘900 è segnato da questa idea nel mondo della cultura. L’aforisma di Eraclito sembra conoscere una sorta di fortuna tra fine ‘700 e ‘800 dall’Illuminismo di matrice giusnaturalistica. È un momento di passaggio allo storicismo.
Intendiamo con storicismo quella concezione della realtà umana che vede nella realtà dell’uomo un continuo movimento in direzione di un fine ultimo che è raggiungibile attraverso diversi momenti concatenati l’uno all’altro, secondo una legge universale e necessaria. Il compito della filosofia è scoprire, rendere palese questa legge.
Significa che ogni momento della storia deve trovare una sua giustificazione alla luce di una legge universale che lo spieghi. Non c’è dubbio che la guerra sia un ricorrente momento della storia umana; per questo uno studioso settecentesco non può fare altro che giustificare la guerra.
Se il giusnaturalismo, anche medievale, aveva preteso di giudicare moralmente la guerra, lo storicismo non considera neanche i giudizi morali sulla guerra: sono insensati in quanto la guerra è un male necessario. Un male necessario è una sorta di “bene-mezzo” in riferimento ad un “bene-fine”; che quindi un male diventi un “bene-mezzo” per raggiungere un “bene-fine” è giustificato. Quindi la guerra è giustificata.
Guardando alla storia umana, e cercando di scorgerne le leggi, si deve giungere alla conclusione che è bene che ci siano le guerre, che rappresentano uno strumento del progresso.
L’idea di fondo, nell’800, per giustificare la guerra era quella secondo cui la guerra fosse funzionale al progresso, progresso di tipo morale, vedi anche Kant e Hegel, impedisce la stasi delle virtù, civile, il popolo migliore soggioga a quello più arretrato, aiuta le istituzioni a migliorarsi, favorisce una sorta di processo di unificazione dell’umanità, e tecnico, necessità di procurarsi armi e mezzi per sovrastare il nemico.
Sul finire dell’800 la parola progresso sarà sostituita dal termine “evoluzione”, influenza darwiniana, in una visione monistica della realtà: se prima si distingueva natura e cultura, ora, secondo alcune teorie evoluzioniste, cultura e storia non sono che un prolungamento della natura: il progresso quindi rientra nell’evoluzione e la guerra è un mezzo che favorisce questa evoluzione. E non deve essere impedita, dato che si impedirebbe il progresso.
Giovanni Gentile e la volontà avversaria
Pieno ‘900, Giovanni Gentile, 1943: “la guerra presuppone l’alterità”, un altro, un antagonista; “l’alterità è fonte solo di costrizione e inimicizia, quindi va superata, deve essere vinta; ed è per questo che nella lotta fra Stati si deve perseguire non l’annientamento di uno dei contendenti, ma l’annientamento della volontà in quanto volontà avversaria; e il nemico deve fare sua la volontà del vincitore; deve perciò sopravvivere e consacrare nel suo riconoscimento la nostra vittoria”.
La guerra è la volontà che deve stabilire la differenza tra i popoli, momento di suprema affermazione dei popoli. Anche qui la guerra non può essere impedita.
Rapporto tra guerra e diritto
Qual è il rapporto tra guerra e diritto in questo pensiero? Sicuramente il diritto non può vietare la guerra. In questi pensatori non si pone nemmeno l’opposizione tra guerra e diritto, poiché il diritto si dissolve nella guerra, nella forza. Questa volontà imposta negli altri si traduce nell’imposizione del diritto.
Il conflitto è un principio di vita, di esistenza; la guerra è una specie del genere conflitto, e ha un valore morale. Il diritto non può fare nulla. Ma giustificare la guerra significa anche giustificare comportamenti come il distruggere, l’uccidere: non sono, in questa concezione, un male etico, un illecito giuridico. C’è un paradosso: quei comportamenti vietati dentro lo Stato, sono consentiti all’esterno, spazio in cui non entra il diritto, al massimo dopo il conflitto, se il vincitore vuole.
Einstein, Freud e la domanda sulla guerra
Nel 1932 un membro dell’Istituto Internazionale per la Cooperazione Intellettuale, organo della Società delle Nazioni, Albert Einstein, riceve l’incarico di interpellare una personalità del mondo della scienza a suo piacimento per lo scambio di opinioni di un argomento a sua scelta.
Einstein pensa come argomento alla guerra, o meglio “se vi sia un modo per liberare l’umanità dalla guerra”; personalità interpellata: Sigmund Freud; si scambiano 2 lettere in cui espongono le proprie considerazioni.
Per Einstein gli Stati dovrebbero accordarsi per costituire un’autorità superiore che dirima i conflitti tra essi, anche rifacendosi al diritto; ma Einstein riconosce la difficoltà di attuare quest’idea, in quanto il diritto ha bisogno della forza per essere attuato, quindi questa autorità richiederebbe anche la dotazione di una forza necessaria e la rinuncia degli Stati di parte della loro sovranità.
Inutile parlare della quantità di resistenze all’epoca da parte degli Stati. Inoltre Einstein osserva come gli Stati siano dominati da una ristretta cerchia di potenti per i quali la guerra non è un male, bensì un affare: le classi dominanti che governano gli Stati non sembrano avere alcuna preoccupazione in tal senso, né la volontà di eliminare la guerra dalla storia dell’umanità.
La domanda di Einstein però è un’altra: com’è possibile che un gruppo piccolo di uomini che ha tutto da guadagnare dalla guerra, riesca a convincere un popolo che da un conflitto ha tutto da perdere e nulla da guadagnare. Questo ristretto gruppo di persone, osserva Einstein, certamente controlla stampa, scuole, ha l’appoggio di istituzioni religiose, ha importante potere di manipolazione.
Einstein adombra un sospetto, su cui interroga Freud: vi sono motivi psicologici per i quali questo piccolo gruppo di persone riesce così facilmente ad indurre un’influenza psichica nel popolo, tanto da far reclamare una guerra. La terribile risposta che si dà Einstein è che l’uomo abbia dentro di sé il desiderio di combattere. È facile stimolare quindi questa passione latente, rendendo il popolo desideroso di guerra.
Un ulteriore quesito riguarda una possibilità di correggere la devianza psichica dell’uomo in modo da renderlo capace di resistere alle psicosi di odio e distruzione. Einstein osserva che questa influenza non riguarda solo masse incolte, ma anche i sapienti di una società. Ha quindi l’uomo in sé un piacere nei confronti di odio e distruzione?
Freud aveva già risposto a questa domanda, in uno scritto del 1915 intitolato “Considerazioni attuali sulla guerra e la morte”, in occasione dello scoppio della IWW. Sin dalle prime pagine esprime il grande disappunto dell’uomo colto dell’Europa del tempo, disappunto che si concentra in particolare sul fatto che una guerra molto dura fosse scoppiata sul territorio europeo, tra le cd Nazioni civili.
Era conscio che le guerre non potessero scomparire: “eravamo preparati ad attenderci che guerre tra popoli primitivi e popoli civili, tra razze divise da colori diversi, persino guerre con o tra nazioni europee meno progredite avrebbero tenuto occupata l’umanità per ancora un lungo tempo; ma ci si cullava in un’altra speranza. Dalle grandi nazioni di razza bianca dominatrici del mondo, alle cui mani è affidata la guida del genere umano, che si sa
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