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Filosofia teoretica e interpretazioni dell'Iliade

Tre filosofi e i loro contributi all'Iliade

Tre soli filosofi si sono occupati dei temi dell’Iliade in relazione alla nostra civiltà, producendo tre libri che sono gioielli preziosi, calcolati poco all’epoca.

  • Nietzsche: Agone omerico sottolinea il tema della forza, polemos, agon come tratto greco decisivo e salvifico contro l'idea dei greci come popolo dell’armonia, dell’equilibrio, della bellezza. La nostra civiltà, secondo lui, è nata da eroi combattenti. Egli accettò all’università di Basilea la cattedra di filologia greca, uno dei suoi interessi preminenti. È un testo del 1872 circa, anno della Nascita della tragedia. Nietzsche e La nascita della tragedia: contrapposizione tra Dioniso e Apollo. Dioniso sarà sempre il filo conduttore del suo pensiero e del nostro corso.
  • L’Iliade, poema della forza di Simone Weil. Scritto in tempo di guerra, vita affascinante ma molto triste. Era francese e subì persecuzioni che la portarono in esilio in America e morì a Londra. Riflettendo sulla grecità, riflette anche sul suo tempo e sulla nostra civiltà, sulla guerra, sul combattimento. Interpretazione di matrice cristiana, forza va depotenziata a differenza dell’esaltazione di Nietzsche.
  • Rachel Bespaloff: morì giovane, allieva di un grande filosofo francese, Jean ?. Scrittrice finissima. Il suo è uno sguardo di sorvolo senza una tesi precisa da proporre, lavorando tra L’Iliade, Guerra e pace di Tolstoj e la Bibbia.

Nietzsche e la cultura greca

(Prima parte del libro di Kerenyi non da considerarsi), ci concentreremo sulla “epidemia dionisiaca”. È il testo di un filologo non filosofo, dà molte notizie. Il libro è da leggere ma senza saperlo analiticamente. Stessa cosa per il libro di Giorgio Colli, curatore dell’Opera Omnia di Nietzsche. Tuttavia lo critica nel binomio Dioniso-Apollo.

La nascita della tragedia è scritto di giovane filologo, si forma come studioso e poi studioso di filologia alla cattedra di lingua e letteratura greca, non insegnerà mai filosofia. Sarà dunque uno scritto a metà tra gli studi filologici e l’orizzonte filosofico che si apre. Verità e menzogna in senso extra-morale è una speculazione filosofica sul tema della verità, ma esula dal tema dei greci.

La condizione dello studente e la ricerca

Studenti di Giorgio Agamben. Miseria spirituale della vita degli studenti di Benjamin. Da allora secondo lui questa degradazione si è accresciuta. Mette a confronto le parole ricerca e studio. Secondo lui l’università degli studi non ha più senso, un tempo era un ritrovo di studiosi che si occupavano dell’universale sia perché questo spazio di riflessione era aperto a chiunque fosse interessato, sia perché questi studiosi si occupavano di ogni questione dello scibile umano senza comparti settoriali. Lo studioso umanistico lavora negli archivi, biblioteche, non ha bisogno di strumenti di laboratorio costosi. Ricerca significa girare in cerchio senza trovare il suo oggetto.

L’etimologia della parola studio è Studium: applicarsi, ma anche desiderare, lo zelo, l’amore, la passione, l’esercitazione, esercitarsi nel desiderio di qualcosa che interessa, non andare in circolo finché non si agguanta la propria preda. È l’essere mossi, l’emozione che ci conduce a continuare la nostra ricerca. Lo studio è una condizione permanente fino a raggiungere l’apice e diventare una forma di vita. Lo studio è un paradigma conoscitivo superiore alla ricerca perché non ha finalità precise o utilità concrete e non si placa mai, continua senza l’appoggio di qualcosa o qualcuno. Lo studio serve all’alta formazione di sé, non per arrivare all’obiettivo, ma al superamento di quello che sono, l’obiettivo sono io stesso. In una società dominata dall’utilità, dalla spendibilità immediata, ciò che invece è un bene da salvaguardare, difendere e preservare è proprio il nostro diritto allo studio e alla cultura apparentemente senza scopo pratico. Il senso più proprio della condizione dello studente è l’unione nello studio tra vita e pensiero, prima che questi due vengano separati irrevocabilmente quando gli studenti stessi verranno inghiottiti nel mondo del lavoro. Dobbiamo invece rivendicare con orgoglio questa forma di vita culturale sottratta alla tirannia dell’utilità immediata.

Nietzsche, educazione e cultura

1872, in questi anni Nietzsche fa molte conferenze e scrive Sull’avvenire delle nostre scuole. Oggi secondo lui non si fa più veramente insegnamento di cultura, formazione (Bildung, Kultur), ma mera istruzione o informazione (Zivilitation); la Bildung invece è un processo di cura di sé (self reliance) come direbbe Foucault, superamento continuo di sé, esercizio e lavoro su se stessi. Risparmio di un’eventuale perdita di tempo è oggi l’unica discriminante. Secondo lui l’educazione non rientra nel tempo accelerato del moderno progresso, ma piuttosto deve lasciar spazio allo stupore, incanto, ascolto, conversione a sé. Ci si sente elevati, affrancati dal nostro tempo quando impariamo a pensare. Il pensiero deve imparare a essere ruminante. Ozio, svago, tempo libero, ovvero il riposo dal negotium cioè dalle attività lavorative quotidiane.

Scholè: per gli antichi, Nietzsche guarda ai greci per rifondare la cultura del suo tempo; idea mutuata da Wagner, anche se criticherà molto i tedeschi stessi. Rifondazione culturale e anche pedagogica (progetto di Paideia).

La filosofia come creazione di concetti

La filosofia non è solo contemplazione, riflessione o comunicazione, ma creazione di concetti. La Kultur ha una sua utile inutilità, non serve a nessun altro se non a se stessi, volge lo sguardo sul sé e non sul mondo: non è una merce da vendere, non è un oggetto di scambio, un prodotto commerciale. La cultura abita il tempo perduto della Scholè: svago, divagazione dei pensieri, tempo vuoto in cui ci si impegna solo nell’esercizio del proprio pensiero. Non in senso introspettivo-psicologico ma perché, lavorando su di noi, saremo in grado di essere persone atte a trasformare quello che ci circonda.

La Bildung a cui lui pensò era qualcosa di inattuale in quel tempo di spendibilità, finalità precisa, performante delle cose. Non riguardava mai l’intero, ma il particolare, la specializzazione. Se il nostro sapere è parcellizzato, però, la nostra educazione non è mai completa; secondo lui si è persa la visione generale, lo sguardo di sorvolo tipico del pensiero filosofico, che oggi non sembra più essere presente. Secondo lui la sua è l’epoca della Dekadenz, che può condurre a uno stato di ignoranza e di conseguenza di violenza. Ecco perché propone di rivolgere lo sguardo al passato. Ma perché? È un passato per gran parte irrecuperabile, che si dà per bagliori, alcuni frammenti, immagini nelle pitture vascolari, sprazzi di luce su un fondo di buio tenebroso.

Il metodo genealogico

Metodo genealogico: da Michel Foucault a Carlo Sini (insegnante dell’uni). Questo metodo si iscrive in una lunga tradizione di studi storici, no hegeliano o marxista (storicista, storiografico). Esso ci avverte di vigilare ad ogni passo, ci indica la necessità di chiederci perché indaghiamo proprio quei concetti e quelle epoche, qual è l’interesse che ci muove (domande che lo storico non si fa di solito!). Che valore dai a quegli eventi? Perché sono ancora oggi significativi? Alcuni importanti filosofi alla sua epoca si sono eclissati, mentre lui ha svettato. Non è merito di ciò che ha scritto, si tratta di noi, è racconto che non dice la verità assoluta, ma la nostra verità (ermeneutica).

Il metodo genealogico: guarda al passato ma specificando il suo punto di visuale, non da un campo neutrale cercando di riprodurre in maniera neutrale il pensiero di un autore. Questo metodo invita ad una vigilanza attiva del pensiero, non possiamo produrre il “movimento retrogrado del vero”, ovvero la nostra verità retroflessa nel passato interpretandolo come se fosse il nostro presente. Con Nietzsche questo è lo sguardo da adottare. “Non si possono dire le stesse cose in ogni tempo” disse Foucault.

Il mito dionisiaco

Perché il mito dionisiaco è stato studiato, riverberato nei secoli più di qualsiasi altro riferimento divino dell’antichità? Ancora pieno di mistero, Dioniso rimane un archetipo per quello che siamo noi oggi. “È la meta che ridefinisce l’origine di ogni passo” (Al di là del bene e del male). Non ritroveremo mai l’origine come si è sviluppata, quello che possiamo testimoniare è il tipo di origine di cui andiamo in cerca, siamo noi che la poniamo in un tempo così lontano, selezionando alcuni elementi. Non è un dio storico ma Uhrbild (immagine originaria, paradigma, archetipo). Questo lo dimostrano i “Biglietti della Follia” che Nietzsche scrisse da Torino alla fine della sua vita cosciente, identificandosi totalmente con questo dio. Si inabissò in una grave forma di psicosi che durò una decina di anni; anche se folle manteneva però, a detta di molti critici, una lucidità eccezionale.

Dioniso sta all’inizio dei suoi studi e alla fine si firma in questi scritti come tale, identificazione totale. Egli non studiava per pura erudizione intellettuale-filologica ma perché sentiva un collegamento stretto, un’empatia tra quello che lui sentiva e quello che questa antica storia riverberava per lui. C’è dunque in questi studi un’eredità filosofica (lo pensa anche Giorgio Colli), ci dà qualcosa a cui pensare. Ricostruire filologicamente sì ma per proporre un nuovo modo di guardare al mondo (nuova cultura prima citata, ma più in generale all’universo “il fiume ghiacciato dell’esistenza” come scrive nella Nascita della Tragedia.

Kerenyi, introduzione: si chiede se i greci vedessero il loro Dioniso nei suoi stessi termini. Non dovevano raccontarlo, lo vivevano nella quotidianità, vivevano i miti, i sacrifici, le feste dunque era più immediato. L’espressione del dionisiaco noi non la recupereremo mai, però quello che possiamo fare è, a partire dal rimbombo degli echi, interpretare, ricostruire a modo nostro, col nostro vocabolario, la nostra cultura, la nostra religione. Il dionisiaco risiedeva in una serie di eventi, abiti, coltivazione della vite, feste della vendemmia, feste dell’apertura delle botti, carri trainati dalle menadi e infine la tragedia attica (abbiamo testimonianza tarde come Le Baccanti di Euripide). Tutto ciò può essere racchiuso in “piena espressione del dionisiaco”, che però a noi è preclusa.

L'approccio di Nietzsche

L’approccio di Nietzsche è proprio questo, sguardo sospettoso. Nella Genealogia della morale: “Noi siamo ignoti a noi stessi”, un colpo alla sicumera, alla presupponenza, all’orgoglio degli uomini dotti che pensavano di poter agguantare il sapere (anti-socratismo). Giudizi, credenze, sentimenti, istinti, pulsioni, che origine hanno? Tutto è divenuto! Tutto ciò non è certo, non è così dalla notte dei tempi, le nostre sicurezze sono illusioni. Perché assegniamo valore alla nozione di bene, male, buono, cattivo? Si parte da presupposti acquisiti come fossero postulati. Quei valori hanno attecchito, preso piede nella vita di ognuno plasmando il nostro essere. Perché si è fedeli alla nozione di questi termini?

Anche Darwin, anche se Nietzsche lo criticava molto per il suo concetto di utilità, cita il metodo genealogico: i concetti vanno intesi come specie viventi, in quanto si impongono in un certo periodo, nascono, crescono e poi muoiono. Nessuna concettualità sfugge a questo. “Ricordati di non credere” disse Nietzsche. Nulla è già dato universalmente. Origine immaginaria, non esattamente così com’è accaduto.

Iliade e la filosofia teoretica

Iliade: persino il vocabolario è a noi inaccessibile per certi versi. Parole che traduciamo come anima, mente, spirito fanno sempre riferimento ad elementi fisici (thymos, phrenes), non c’è piena traduzione corrispondente. Non è né trattato, né poesia, ma lungo componimento poetico che veniva cantato e a volte danzato. In esso prevale l’elemento paratattico: discorso non organizzato con ordine preciso e progressivo (sintattico), no aut aut (principio di non contraddizione) ma rizomatico, si procede per coordinazione o stratificazione di argomenti per cui si possono dare versioni differenti dello stesso eroe o dello stesso mito, ecco perché è così difficile scorgerne un univoco significato.

Filosofia teoretica = filosofia tout court, si occupa dei nuclei teoretici fondamentali. È da intendersi come un cammino difficile per la vastità di possibili significati e interpretazioni, viaggia su un crinale dove le si impone di avere mille occhi, di guardare da una parte ma anche dall’altra chiedendosi perché si guarda proprio a quei concetti. Esercitare uno sguardo critico a una certa distanza che ci permetta di vedere bene, vigilanza continua che talvolta può portarci anche a una sospensione del giudizio (epoché).

Le vite dei filosofi e la filosofia

Le vite dei filosofi di Diogene Laerzio: il pensiero non era astrazione di un sistema, ma arte della vita, la loro filosofia era intimamente connessa agli episodi personali dell’esistenza dei pensatori. Sartre racconta l’opera di Flaubert parlando della sua vita minuziosamente. Parlando della biografia illustra l’epoca in cui viveva. “Il pensatore si fa testimone per il proprio pensiero” diceva Sartre.

André Gide scriveva “il pensiero segue sempre la vita non la precede”. La vita dei filosofi di Carlo Sini: non parliamo del pensiero dei filosofi contemporanei senza indagare la vita materiale propria della loro epoca, il modo di vivere, parlare, intrecciare relazioni, trattare donne e bambini. Il pensiero riflette la vita e il temperamento di chi lo elabora. Non siamo mente avulsa dalla vita materiale che ci circonda. Questo però non è mai valutato, ci si riferisce solitamente al mero prodotto intellettuale.

Lachete di Platone: i contemporanei dissero che avrebbero mandato i loro figli a studiare presso di lui perché gli dissero “tu sei un uomo musicale”, un uomo che riesce a manifestare una omofonia tra quello che dice e quello che fa, non comune né all’epoca né ora. Questa sinergia si è persa nell’inserimento della filosofia nelle università, accademie di alto livello.

Filosofia nell'epoca tragica dei greci

Pag 137 La filosofia nell’epoca tragica dei greci di Nietzsche: ogni filosofia riflette il carattere, temperamento del filosofo, come un uomo si riconosce dalla sua andatura. I sistemi dei filosofi antichi sono secondo lui stati superati, confutati, chi può dirsi interamente parmenideo oggi? Tuttavia il loro pensiero contiene un tono personale inconfutabile che la storia ha il dovere di ricordare, possiamo servirci di esso per raffigurare l’immagine del filosofo. La loro è una filosofia di vita: vivere per conoscere ma anche conoscere per vivere. Questi filosofi hanno una virtuosa energia che li porterà a plasmarsi e poi subire una metamorfosi. Per lui tutti i presocratici sono figure torreggianti che scoprono un’altra dimensione della vita e della conoscenza e su di loro poi si eserciterà in modo filosofico.

Infatti mettendo a confronto Eraclito e Parmenide, gli interesseranno gli autori dietro l’opera, il loro colorito personale, più che la correttezza dei loro ragionamenti. I manuali tendono invece ad eclissare l’elemento personale studiando solo le dottrine. Nei gesti e nelle azioni il filosofo dimostra il bios più che il logos; quando questa contrapposizione si slabbra abbiamo una filosofia impoverita. Nietzsche rivendica questa aderenza: vuole vivere la filosofia come autobiografia, filosofia radicale e trasformativa rispetto alle precedenti. Giorgio Agamben la chiama “Vita abitante”, solo così possiamo comprendere veramente un filosofo al di là della pura intellezione, dell’indagine storiografica o filologica.

Sartre in L’universale singolare lega l’idea di universalità a quella di unicità in modo transistorico. “Comprendere Nietzsche significa diventare Nietzsche perché si comprende solo ciò che si diventa”.

Siamo un po’ tutti nietzschiani: nuovo modo di leggere la grecità, prospettivismo (metodo genealogico), crepuscolo degli idoli, trasvalutazione dei valori sono capisaldi incarnati nel pensiero occidentale contemporaneo, anche negli scienziati più avvertiti, nessuna verità è universale, assoluta, neutra ce l’ha inscenato proprio lui. Nietzsche siamo noi perché i temi che ci propone sono gli stessi che animano oggi la nostra attualità. Tanto di lui resta ancora incompreso però, proprio perché incompresi siamo noi stessi. Non in senso personalistico, ma con lui, colgo i miei problemi, le mie urgenze teoretiche. Ognuno riproporrà il suo pensiero in un modo diverso.

“Tutta la storia è storia contemporanea” disse Sartre, è sempre in un piano di immanenza. Su di lui ci sono mille interpretazioni, nel corso dei decenni è stato letto da tantissime diverse figure. Schopenhauer ad esempio certamente è un autore che tutti conoscono, ma che oggi non viene più tanto studiato per la stessa ragione per cui viene studiato di più Nietzsche invece.

Ecce Homo e la comprensione dell'individuo

Breve riferimento all’ultimo scritto che non riuscì a pubblicare per opposizione della sorella: Ecce Homo (autobiografia, non testo filosofico per chiudere il suo percorso). Parlando di sé però dirà cose preziosissime per comprendere anche l’uomo in generale, l’individuo oggi. Scritto alle soglie della follia a Torino in un appartamento totalmente solo negli ultimi mesi dell’88, fu internato dell’anno successivo.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/01 Filosofia teoretica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher virginiagiuriato1 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia teoretica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Fabbrichesi Rossella.
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